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Un tuffo negli anni ’90 con l’ammiraglia Sony: emozioni, infanzia e ricordi

Dal 1994 al 2000, l’ammiraglia Sony ci ha accompagnati in un meraviglioso viaggio fatto di musiche, colori e soprattutto tanta gioia

Luigi Macera Mascitelli

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PlayStation 1 non è solo un nome o un oggetto, ma è qualcosa di più

Oggi torniamo tutti bambini, a quella semplicità e spensieratezza di una volta. A quella gioia dopo scuola, quando finiti i compiti ci si buttava sul divano a guardare Dragonball con una merendina Mr. Day. Quanti di noi oggi, magari trentenni e con dei figli, un lavoro o un mutuo da pagare, sognano di poter tornare solo per una volta a quel meraviglioso mondo dell’infanzia? Penso tutti.

In quell’angolino della nostra vecchia cameretta, o in uno scatolone impolverato, o semplicemente nei ricordi più reconditi della generazione degli anni ’90, esiste un solo nome: PlayStation. La mitica, unica ed insostituibile ammiraglia Sony. La console che ha segnato la storia del gaming e della vita di noi futuri gamer. E già solo il nome avrà fatto venire la pelle d’oca. Sbaglio?!

Presentata in Giappone il 3 dicembre 1994 ed uscita in Europa un anno più tardi, ossia il 29 settembre 1995, la Ps1 è tutt’ora un pezzo di cuore incastonato nel subconscio di chi è cresciuto in quel periodo ed ha vissuto momenti di divertimento unico, con un amichetto di scuola, un fratello, un cuginetto o un genitore. Non importa. In ogni caso a quel nome è legato tutta una serie di emozioni uniche che mai e poi mai dimenticheremo.

Dal 1994 al 2000, l’ammiraglia Sony ci ha accompagnati in un meraviglioso viaggio fatto di musiche, colori e soprattutto tanta gioia. Quella genuina del bambino spensierato che non vedeva l’ora di prendere il disco del suo gioco preferito, aprire il vano, inserirlo e giocare. Punto. Pochi semplici gesti, fatti in automatico ma nei quali ognuno di noi si riconosce. Anche la frustrazione di quando la memory card non funzionava e si era costretti a scollegarla, soffiarvi dentro e reinserirla nella speranza di aver risolto il problema.

Insomma, comunque la si giri, la questione resta solamente una: PlayStation 1 non è solo un nome o un oggetto, ma è qualcosa di più. É il legame che unisce un’intera generazione, il simbolo per eccellenza della rivoluzione del mondo del gaming. Da semplice e puerile forma di intrattenimento a vero e proprio portale verso un nuovo modo di intendere l’arte. In un semplice e piccolo disco c’era tutto: l’amore e la passione degli sviluppatori che si rifletteva in un prodotto in grado di farci venire la pelle d’oca e tenerci incollati sullo schermo ore e ore mentre i nostri genitori ci intimavano di uscire anziché stare chiusi in casa.

Per non parlare dell’impatto a livello economico. Basti pensare che con Ps1 la Sony divenne leader mondiale, surclassando i colossi Nintendo e SEGA, allora titani dominatori assoluti delle console (Super Nintendo e Sega Mega Drive vi dicono qualcosa?). A ciò si aggiunga l’enorme fenomeno di massa mai visto prima che si venne a creare: quello del gamer così come noi lo intendiamo oggi.

Prima di allora quella del videogioco era una realtà piccola ed elitaria. Chi ne faceva parte era il classico “sfigato” della classe, il cosiddetto nerd, lo stereotipo del ragazzino senza vita sociale, senza fidanzatina, secchione e brufoloso. Di gaming se ne parlava e non, quasi fosse una chimera o qualcosa destinata a morire sul nascere.

PlayStation1 fu la voce di chi, all’epoca, una voce non ce l’aveva. La rivalsa dell’appassionato emarginato che finalmente, in barba alle malelingue, poteva sentirsi parte di un qualcosa di grande ed inclusivo. Dopo il 1994 non c’era bambino che non desiderasse l’agognata console sotto l’albero. E poi file chilometriche fuori i negozi di elettronica, iniziate addirittura la notte prima. Chiunque fece di tutto per poter mettere le mani su quel piccolo gioiello, alla modica cifra di 749.000 lire (circa 380 Euro).

Ma quale fu il motivo per il quale un oggetto così semplice divenne altrettanto famoso e desiderato? Esatto, proprio la semplicità. Un piccolo parallelepipedo, un paio di cavi e un controller. Stop. Nient’altro. Pochissimi componenti che collegati ad una presa della corrente creavano un mondo tridimensionale nel quale perdersi. Il tutto ad un costo molto competitivo.

Corse di auto, sparatutto, avventure, platform, horror, giochi di ruolo… Ps1 offriva il più vasto parco giochi mai visto all’epoca, superiore ai suoi competitors e con una qualità video impensabili per un oggettino così, per l’appunto, semplice. Ce n’era per tutti i gusti ed età. Che si trattasse di grandi o piccini, la console non faceva differenza. Bastava inserire il disco giusto ed il resto veniva da sé.

Tornando al discorso iniziale. Quanti trentenni di oggi, nati negli anni ’90, hanno i brividi quando sentono parlare di PlayStation 1? E di nuovo, quanti di loro tornerebbero volentieri bambini per poter, almeno un’ultima volta, mettere da parte tutti i pesi delle responsabilità di oggi e prendere di nuovo in mano quel controller grigio senza dover pensare ad altro?

Dopo ventisei anni, e con l’uscita di PlayStation 5, non potevamo non dedicare un pensiero alla mamma delle console moderne, a quel semplice e piccolo oggetto nel quale era racchiuso un grande mondo dove ognuno di noi è rimasto fanciullo. Grazie Sony.

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

Leggi anche: La street art rivitalizza i nostri borghi e ci aiuta a vivere meglio. Aielli, in Abruzzo, ne è l’esempio

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Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

Leggi anche: Quando Dalì usò cioccolatini e formiche per ritrarre il cervello di Alice Cooper. La vera storia di un incontro surreale

Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Leggi anche: “5 aprile: il giorno in cui morì il grunge. Kurt Cobain e Layne Staley uniti da una tragica ricorrenza”

Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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