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Cinema

I peggiori film del 2020

Lista sfusa dei peggiori film usciti in questo anno nefasto. Una tragedia nella tragedia, il coltello nella piaga. Sono quasi tutti italiani, ovviamente.

Alberto Mutignani

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È sempre difficile scrivere un listone di peggiori film e cose fetenti successe nel cinema italiano, perché ti ritrovi assalito da gente che ‘eh ma questo non lo puoi dire’, ‘magari non piace a te ma a me sì’ e il più classico ed elegante degli scemi ‘Non puoi parlare male del cinema italiano perché va sostenuto’.

Così, per par condicio, qualche titolo americano c’è. Roba altrettanto fetente, però pensate: in America è uscita una cazzata cosmica come ‘The Boy 2’, sequel inquietante di un film già bruttarello, ma nel frattempo è uscito ‘Mank’ di David Fincher. Qui è uscito l’ultimo di Muccino e nel frattempo è uscito pure l’esordio di Castellitto figlio, un film Anna Foglietta che fa le faccine e un documentario su Tiziano Ferro.

Di seguito, le ultime (o le prime) fatiche di registi che se non gli chiamate ‘artisti’ si agitano.

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GLI ANNI PIÙ BELLI  

Per guardare con serietà l’ultimo di Muccino, una cosetta che vuole sembrare “C’eravamo tanto amati”, dobbiamo credere davvero che ben due uomini su tre vogliano andare a letto con la Ramazzotti. Mai una volta che venga coinvolto in questi sondaggi per dire la mia. Nostalgia per i bei tempi che furono, quando con Favino e Santamaria ci si andava a fare una birra e poi a casa di corsa ma ci si fingeva ubriachi pe’ ride. Isterismi che nessun Italiano ha ma in cui tutti magicamente si riconoscono.

A chi piace: a chi crede che fare una vacanza a Barcellona, bere allo stesso tavolo di Kim Rossi Stuart e ficcarsi la Ramazzotti siano tasselli di una vita ideale.

HAMMAMET

Inizia come un brutto sceneggiato Rai il nuovo film di Gianni Amelio, con un bambino in calzettoni che in una cornice paradisiaca – luce smarmellata, alla Patanè – rompe il vetro di una finestra con una fionda. Prosegue con un timido movimento di macchina per farci entrare, attraverso la finestrella rotta, nel vivo di un congresso del PSI.

Craxi, interpretato da un Pierfrancesco Favino in lattice, ha concluso il suo discorso sotto scroscianti applausi, lancia il proverbiale garofano rosso – il peggiore lo troviamo nella locandina, buttato lì come un segno di presagio funesto, o di un grafico pagato a cesti -, ma un delegato è preoccupato per le sorti future del partito.

A un’ora e mezza viene da porsi tante domande, nessuna delle quali intacca la storia, che non c’è. È un film rivolto alle nuove generazioni? Se sì, si danno troppe cose per scontato. È un film rivolto alle vecchie generazioni? Attenzione, allora, a non cadere nel tranello del “Divo” sorrentiniano, quello che per creare la grande parabola si infilava in un mare di discussioni da autobus, nell’elogio ruffiano della politica discussa al baretto, durante una briscola.

La sensazione è che neppure lo stesso Amelio sapesse che carta giocare con questo Hammamet. I personaggi entrano in scena come se stessero cercando le chiavi del motorino, e se ne vanno senza aver donato mezzo contributo – sono più i minuti di intervista alla Gerini che quelli della sua presenza nel film. Il finale è inutilmente lento e tedioso.

Ogni volta che il sipario sta per abbassarsi si riapre, per concedere uno sguardo sul nulla. Rimane qualche grillino esagitato a chiedersi dove sia il malloppo di Craxi, offeso nell’orgoglio per le parole poco dolci: “Non si parla più di popolo, ma di gente”. Rimane anche, forse, la convinzione di questi vecchi registi per cui un film è tanto importante quanto è lungo e vuoto, un vuoto “che fa pensare”.

A chi piace: ai professori del liceo classico e di scienze politiche, ai giovani politicanti scemi (in quanto giovani e politicanti)

FAVOLACCE

Sono allenato alle cazzate ma mai avrei pensato, dopo “Caro Diario” di Moretti, che a qualche genio venisse davvero in mente di girare un dramma esistenzialista a Spinaceto. La storia ce la mette tutta per sembrare cattiva, ma l’idea di mettere Elio Germano a fare il padre violento e coatto e Max Tortora come voce narrante è un’idea talmente vicina al cinema di Mel Brooks che non si può non ridere dall’inizio alla fine.

Inauguriamo un filone poetico che ritroveremo fra poco: quello dei bambini che più sono piccoli più ti scassano con discorsi da adulti. Nel mondo dei D’Innocenzo, i registi del film, gli adulti sono scemi e i bambini sono angeli martoriati dalla violenza auto-distruttiva delle periferie. Una pellicola che avanza per parabole e quadretti, infatti è noiosa come leggere un trafiletto della Bibbia. Chissà se anche l’autore di quel monumentale testo sacro, in conferenza stampa, diceva di essere cresciuto ‘In una terra dove nun se usava er preservativo’.

A chi piace: ai burini

I PREDATORI

La fissa per il postmoderno ha partorito il peggior cinema degli ultimi vent’anni. Gente scesa da Guidonia con i libri di Elena Ferrante nella borsa, che arrivata a Roma ha sentito nominare ‘Pynchon’ e ‘Auster’ e ha detto ‘famo er cinema’.

Pietro Castellitto è l’eccezione che conferma la regola. Non è un fesso sbucato dalle colline ma è figlio d’arte, precisamente di un attore basito e di quella che ha scritto ‘Non ti muovere’. Anche a Castellitto figlio è piaciuto molto il postmoderno e, non avendoci capito una cippa, ha pensato di scrivere una sceneggiatura. Uno che poteva permettersi il lusso di passare la vita nell’Honduras senza pensare a un cazzo, e invece ha fatto un film sui fascisti e i medici.

È un film di esordi: esordio alla regia, ma anche esordio come attore al cinema per Giorgio Montanini, la prova finale che un bravo comico di teatro non è necessariamente un bravo attore, soprattutto drammatico. Anche Dario Cassini. Come chi è? Quello che faceva le pernacchie su Colorado. Qui fa un monologo sulla vendetta mentre gli diagnosticano un cancro. Castellitto fa lo studente scemo che vuole far esplodere la tomba di Nietzsche.

Non lo sentite questo odorino di postmoderno? Solo che poi, camera alla mano, il film che vorrebbe essere uno spaccato feroce sul mondo (non che se ne senta la necessità, parlando da spettatore), riesce a malapena a fare un pallido ringhio, e ricorda un bambino che mostra i denti per farti capire che è arrabbiato. Non è molto chiaro chi siano i predatori del titolo: forse sono i poveri fascisti? O i ricchi boriosi? O forse siamo noi spettatori? Non ho avuto modo di confrontarmi su questo, perché in sala, al cinema, c’ero solo io.

A chi piace: a quelli de ‘La scimmia pensa, la scimmia fa’

LACCI

Ci sono Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini. E ti viene da dire: alla faccia! Un trucchetto vecchio come il mondo, la coralità. E speri almeno che il film sia decente, nonostante parti già avvisato: è tratto da un romanzo di Starnone, che poi sono due righe e mezzo di robetta per casalinghe che tengono screzi coi genitori per una cena non offerta.

Anche qua ci stanno i bambini: fanno quello che fanno tutti i bambini del nuovo cinema italiano: gli adulti, più maturi dei loro genitori. Non li vedi mai con un amico, non esiste che escano fuori a giocare a nascondino. Sono dei giovani-vecchi. Stanno in casa a rompere le palle, si siedono e parlano del divorzio dei genitori, perché Aldo (Lo Cascio) mette le corna alla moglie (Rohrwacher), con una bella ragazza incontrata negli studi Rai di Roma – mica pizza e fichi. E anche loro sono giovani-vecchi: Lo Cascio ha 52 anni, ma nel film fa un fresco trentenne.

Si piange, ci si tira gli oggetti. Omaggi? Sì, anche: a Calvino, di cui si legge uno stralcio. Roba per professori del liceo classico – altro sempreverde italiano -, a cui il film si rivolge per tutta la sua durata: c’è un gioco di parole in latino, e la Rohrwacher, nel film, è una docente precaria. Nell’insieme è una tediosa reiterazione delle stesse sequenze: ti amo, ti odio, ti lascio, tanto poi torni, ma poi ti sbatto fuori di nuovo. Le donne buonissime in un mondo di uomini marci, le colpe dei padri e mai delle madri.

Cosa manca a noi italiani, per fare un film di questo tipo senza scassare le palle dello spettatore? L’educazione sentimentale, certamente. Ma siamo anche eredi di una cultura democratica diabetica, e di questo fardello che è la verbosissima lingua italiana a cui certi sceneggiatori non riescono a resistere, e vai di cine-teatro.

A chi piace: a chi tiene il cuore grande

ULTRAS

Avete presente il giornalismo moderno, quello che se ne va nei parchetti di Mercatello di mercoledì notte a prendersi le coltellate perché deve filmare di nascosto il male incarnato nella società? Quelli dell’Altra Napoli, che vanno raccattando filmati dove pare che uno sta a fumare una sigaretta drogata?

Uno che fino all’altro-ieri faceva i videoclip, Francesco Lettieri, ha preso questo concept basilare e c’ha fatto un film. No, non ha fatto un film sui giornalisti scemi, ha fatto un film come i giornalisti scemi. Cioè due ore di ‘Agg filmat na cos gruos’ e sono due pischelletti che scrivono sui muri. Napoli come una perfida terra dimenticata da Dio.

Non si sa come nasca questa smania per la periferia cattiva, né è chiaro a chi davvero interessi questa mitologia da due denari. Napoletani cattivi che si fanno fare i pompini in macchina. Sullo sfondo c’è il variopinto mondo degli ultras di cui non frega più un cazzo a nessuno dai tempi degli hooligans.

A chi piace: alla polizia e ai tifosi del Napoli, per la prima volta insieme

CREATORS THE PAST

Si era presentato come ‘Il primo grande film di fantascienza italiano’, come se ‘Terrore nello Spazio’ di Mario Bava e ‘Space Man’ di Antonio Margheriti fossero frutto di un’allucinazione collettiva – e poi manco tanto collettiva. Il film di Piergiuseppe Zaia, che è un tentativo di ritorno alla fantascienza italiana dopo oltre un decennio di pallidi esperimenti amatoriali, assomiglia più a uno scherzo durato troppo a lungo.

Il progetto originale è quello di una trilogia ad altro budget, che nel primo capitolo annovera nel cast nomi come Gerard Depardieu – in un cameo troppo lungo –, William Shatner e Bruce Payne. Siamo abbastanza convinti, dalle risate che hanno dominato la sala del cinema, che il secondo capitolo non vedrà mai la luce. Un peccato, in un paese in cui è diventato quasi impossibile ridere, al cinema e non.

‘Creators’ custodisce infatti l’arte antica e intramontabile della comicità involontaria, quella che soltanto il cinema di serie b riusciva a regalarci un tempo. In questo senso, Zaia ha fatto la sua piccola rivoluzione, portando il cinema kolossal all’interno di una dimensione prima ingiustamente discriminata, quella del trash. Nessuno prima di lui c’era riuscito così bene, con questa genuinità.

Assistiamo a uno sfoggio perenne di effetti speciali da quarto mondo, come se Zaia avesse vinto alla lotteria e si fosse chiesto che cazzo farsene di tutti quei soldi. Ci sono pianeti desertici inquadrati quel che basta per dare al film un tocco internazionale, e far capire che si fa sul serio. E ci sono per la stessa ragione attori da ogni parte del mondo, anche se scopriremo presto, guardando ‘Creators’, che le sorti di tutto l’Universo si giocano a Ivrea durante il Carnevale delle arance.

Qui facciamo la conoscenza dei protagonisti umani, tutti abitanti del Piemonte: John, Alex e Nathan – sono nomi di un Piemonte arcaico che abbiamo dimenticato. Altri personaggi sono il figlio segreto di Gesù Cristo, un bisonte analfabeta che deve recuperare la spada di suo padre in una rocca nel tardo medioevo, e suo fratello di origini africane con cui combatterà fino all’esaurimento del budget – cioè per un minuto.

Tutti doppiati come in un puntatone di Beautiful, accompagnati da un sound design criminale. È difficile girare uno scambio di battute in una chiesa e dimenticare l’eco, come se i personaggi stessero chiacchierano per strada, ma forse questa è la ricerca di una fantascienza alternativa, trasversale.

A chi piace: a nessuno

IL TALENTO DEL CALABRONE

Aggrottare le sopracciglia è una tecnica di recitazione. Si possono modulare i movimenti dello sguardo alzando e spianando le sopracciglia senza muovere nessun altro muscolo del viso e restituire allo spettatore un prisma di sentimenti complessi dell’animo umano.

Ci sono maestri per questo nuovo approccio al personaggio, quasi tutti usciti dalla fiction italiana. Anna Foglietta, per esempio, è una fuoriclasse del sopracciglio alzato, può fare quello che vuole con un singolo movimento. Funziona come l’Effetto Kulesov, a variazioni. Poi si incrociano le dita e si spera che tanto basti fino ai titoli di coda.

Ne ‘Il Talento del Calabrone’, il nuovo film di Giacomo Cimini, Lorenzo Richelmy è Dj Steph, un disc jokey di Milano che parla in doppiagese e lavora per una trasmissione notturna Radio 105. Fa quello che fanno tutti i tartufi milanesi, si sbrodola addosso e fa il piacione con tutte. Arriva una telefonata: non la solita richiesta musicale, ma un uomo che minaccia di farsi esplodere in centro a Milano – alle 2 di notte.

Quell’uomo è Sergio Castellitto, che per tutto il tempo guida e chiede dei pezzi particolari di musica classica, pena la morte di centinaia e centinaia di persone – alle 2 di notte. Seguono stacchetti musicali. Cimini ha preso una brutta battuta vecchia come il mondo e c’ha fatto una sceneggiatura: il calabrone che non potrebbe volare, per le ali troppo piccole, ma vola lo stesso perché se ne fotte. Questo è il fantastico talento del calabrone. Questo è il film.

A chi piace: a quelli che ‘tu però la Foglietta la devi vede a teatro’


LA BELVA

Matteo Rovere è un regista discreto, uno che ci prova a fare qualcosa di vagamente diverso nel panorama cinematografico italiano. I suoi filmini in protolatino verranno dimenticati fra due mesi, ma quantomeno è un tentativo. Non pensavo quindi che da produttore potesse diventare una fotocopiatrice umana di produzioni mainstream americane.

‘La Belva’, film di Ludovico Di Martino e prodotto dalla casa di produzione di Rovere, Groenlandia, è giustappunto un deprimente tentativo di fare ‘gli ammericani’ depurando dalla sceneggiatura qualunque riferimento all’Italia. Cioè, è chiaro dalle prime battute che siamo a tor bella monaca ma nel film non viene detto, così che qualcuno possa pensare: ma stiamo a Los Angeles? Inquadrature panoramiche di una città qualunque di notte, il commissario senza nome – e che lo chiami Sergio Pustilli? Ma sei scemo? Al massimo Trevor – che guida un’anonima audi grigia con una sirena sopra.

Il protagonista è un veterano con i flashback dell’Iraq, quindi ha la barba e i tatuaggi e ha una dizione da professore di linguistica, manco la Cortellesi. A questo veterano arrubbano la figlia. Tu dici: poteva succedere a chiunque, proprio a lui. Imbastita questa storiella da home video ti aspetti almeno una dose esagerata di violenza, ma il film vuole far pensare. Quindi niente sangue e un mezzo inseguimento che finisce prima di iniziare. Un film che ha pensato troppo a cosa non voleva essere, per trovare un suo posto nel mondo.

A chi piace: a quelli che ‘ho fatto il militare, alla tua età scopavo e sparavo’ per ricordare l’ultima cosa decente fatta prima di finire a lavorare in un discount col menisco a pezzi

Cambio Tutto

Guido Chiesa di errori ne ha fatti tanti. Quello di aver scelto la regia come carriera è forse il più imperdonabile, ma con “Cambio tutto” – remake di un film cileno di Nicolás López, “Sin filtro”, che ha già visto un omonimo remake spagnolo lo scorso anno – è riuscito a superare le soglie dell’inutilità tipica della sua filmografia (Clazze Z, Ti presento Sofia, Belli di papà), arrivando al non-cinema, un film che riesce a negare se stesso e smettere, dopo pochi minuti, di essere un film.

Guadagnino c’era riuscito con “Chiamami col tuo nome”, sfidando il pregiudizio secondo cui un videoclip e un film per il cinema prevedano due linguaggi diversi. Qui non c’è la solita famiglia di classicisti del nord, ma Giulia (Valentina Lodovini), responsabile marketing di un grande azienda, una donna debole che tenta di diventare forte dopo aver perso le redini della propria esistenza.

Un marito distratto, una carriera in declino, un capo inesperto, un ex che si ripresenta troppo spesso, sbadataggini varie. Un counselor olistico (Neri Marcorè) le prescrive delle gocce e quel che succede dopo questa sorta di incontro con un santone in completo bianco è incredibile: Giulia diventa aggressiva, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Una giovane influencer le ha rubato il lavoro e sta tutto il giorno davanti al telefono – non è stupida, è che la scrivono così -, Giulia le chiede la capitale della Spagna, la giovane risponde “Ibiza”. Grasse risate.

Poi arriva il turno del marito, che fa il pittore disadattato, sempre sporco, disattento, un po’ machista: per creare personaggi femminili forti, a quanto pare, bisogna mettergli accanto personaggi maschili idioti. La figura della Giulia rinata emerge forzatamente alla luce della bidimensionalità dei comprimari. Memorabili le inquadrature sul seno della Lodovini, sempre perfettamente a favore di camera. Le femministe mi scuseranno.

A chi piace: a me per una questione di tette

L’ISOLA DELLE ROSE

Altro regalino di Matteo Rovere. Il nuovo film di Sydeny Sibilia arriva subito dopo la fortunata trilogia di ‘Smetto quando voglio’. Elio Germano è Giorgio Rosa, ingegnere bolognese realmente esistito, che nel 1968 crea da zero una piattaforma nel mare, al largo di Rimini. In acque internazionali, si dichiara indipendente e forma una micronazione. La demoliranno qualche mese dopo, nel pieno delle contestazioni giovanili.

La vera storia portata in scena da Sibilia si arricchisce di personaggi per lo più marginali, specialmente per l’attenta edulcorazione avvenuta in fase di scrittura. Così, se nella vita reale Giorgio Rosa fonda l’isola all’età di 40 anni, dopo aver lavorato alla Ducati ed essersi affermato come docente universitario, dopo essersi fatto un nome come uomo eloquente, abile, spigliato, nel film di Sibilia tutto questo si ribalta a favore della creazione di un personaggio inutilmente buffo e di cui avvertiamo alcune punte di autismo non meglio approfondite.

Il Giorgio di Elio Germano è sociopatico, rifiuta le proposte di grandi aziende italiane, si trova perennemente nei guai per via di una disattenzione cronica e possiede uno spirito portato per alla disobbedienza. Ma è soprattutto un giovanotto fresco di laurea, che vede nell’Isola delle Rose l’opportunità definitiva di evasione dal mondo e dai suoi schemi.

Scompare ogni traccia di sesso, niente droghe, niente spogliarelli – all’epoca i giornali titolavano: “Solo spogliarelli sull’Isola delle Rose”. Le comparse sono giovani modelli della Bologna bene che pudicamente raggiungono l’Isola per ballare un lento, come nei lidi di Rimini. Viene meno il senso di questa grande impresa italiana. Lo spettacolino imbastito da Sibilia è uno show di deficienza senza compromessi, un tran tran patetico dove ogni azione appare sempre immotivata. Quindi il prodotto di massa adatto a Netflix.

A chi piace: a quelli convinti di poter cambiare il mondo perché si so presi una laurea

THE BOY II

Pure gli Americani fanno cazzate. Ne fanno tante ma sarebbe stupido prendersela con loro. Mentre noi stiamo qui ad abbracciarci ancora per Otto e mezzo e Amici Miei, lì due anni fa è uscito ‘Tre manifesti a Hebbing’ e qualche annetto fa un signore di nome Cormac McCarthy ha lavorato con i Fratelli Coen per ‘Non è un paese per vecchi’. Noi abbiamo fatto ‘La grande bellezza’ e c’abbiamo pure pianto.

Quest’anno al cazzatona più grande si chiama ‘The Boy II’, sequel terrificante di un horror bruttino ma guardabile di qualche anno fa. Qui tutto il buono del primo capitolo viene dimenticato e gettato nel cestino: The Boy II è l’horror adolescenziale medio, condito con una pessima performance attoriale e alcune scelte di montaggio da filmino amatoriale. Comunque in America hanno ben compensato con Jordan Peele, un discreto erede di Craven. Un po’ come noi con Roberto De Feo (icsdì).

A chi piace: mi sa che l’ho visto solo io

MIDNIGHT SKY

Fino a qualche anno fa, la tendenza era di far uscire nel periodo di natale i film per tutti, quelli da vedersi serenamente in famiglia. Quest’anno Netflix ha tirato fuori dal mazzo l’ultima fatica di George Clooney, da attore e da regista: The Midnight Sky.

Tratta dal recente romanzo ‘La distanza tra le stelle’ di Lily Brooks-Dalton, il film di Clooney – che è sempre stato un bravo regista e un bravissimo attore – tenta la strada sempre complessa della fantascienza filosofica. Trama: un quasi-morto, unico sopravvissuto a una pandemia che spazzato via l’intera specie umana, cerca di comunicare con dei quasi-morti che viaggiano da Giove verso la Terra, per dire loro che sono tutti morti, lì. Nel mezzo, lunghi silenzi e sguardi in macchina poco bergmaniani.

Tirando le somme, una rottura di palle senza capo né coda, pessima fantascienza e pessimo cinema, e l’interpretazione di Clooney non basta – come non bastava quella di Phoenix in Joker, tanto per tirare fuori ancora l’argomento.

A chi piace: alle femmine perché c’è Clooney barbuto

FERRO

Dal titolo potrebbe sembrare un filmaccio su uno che compra una pistola a Torre Angela (prossimo film dei D’Innocenzo?), invece è un documentario su Tiziano Ferro. Il cantante più rattristato d’Italia si racconta tra faccette tristi e lacrime. Ricco di aneddoti poco curiosi e momenti altamente tristi, il documentario racconta i problemi del primo mondo: uno che si è fatto i soldi scrivendo canzoncine per casalinghe, ha un villone a Los Angeles e fa ospitate in giro per l’Italia parlando dei cazzi suoi, ma che soffre perché per tre anni ha bevuto un po’. Se pensate che questo sia un problema, immaginate una tavolata con Tiziano Ferro, Mick Jagger, Bill Hicks e Keith Richards.

A chi piace: a Pierluigi Diaco

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Parla Giorgio Gosetti, ideatore del Noir in Festival: il nostro evento è unico

Riccardo Colella

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Il Noir in Festival 2021 è ormai alle porte e gli organizzatori hanno lasciato ben intendere che questa sarà un’edizione diversa da tutte le altre. Principalmente perché la più conosciuta e amata manifestazione dedicata al genere mistery raggiungerà la sua trentesima edizione. Seconda cosa perché, per la prima volta, si tratterà di una manifestazione completamente gratuita e accessibile esclusivamente online.

Dal cinema alla letteratura, passando per la televisione i new media, il festival si svolgerà da lunedì 8 a sabato 13 marzo, con la giornata di domenica 7 a fare da pre-apertura e interamente dedicata al cinema italiano. Per raccontarci il dietro le quinte dell’evento, abbiamo intervistato Giorgio Gosetti uno degli ideatori e curatori della kermesse.

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Ci troviamo in un periodo storico totalmente nuovo per chiunque e che ha portato tantissime difficoltà a livello lavorativo, anche e soprattutto in un ambiente come quello del cinema e dello spettacolo. La 30esima edizione si svolgerà per la prima volta totalmente online: lo streaming può essere il compromesso per andare avanti? E come si colma la distanza tra il pubblico e gli autori?

Fino all’ultimo abbiamo sperato che la manifestazione potesse svolgersi in presenza. Spostandoci da Courmayeur a Milano e Como, l’idea era di quella di immergerci in una comunità di persone. Questo è anche il motivo per cui il festival sarebbe dovuto iniziare il 30 novembre ma ci siamo ritrovati all’8 di marzo: non c’erano le condizioni. In questi casi ci sono due sole alternative: piangersi addosso e accontentarsi, oppure, ed è il modo che abbiamo scelto noi, fare in modo che questa 30esima edizione venga ricordata come un qualcosa di straordinario. Volevamo una manifestazione unica, che fosse totalmente diversa da tutte le altre.

Abbiamo deciso di sperimentare ed esplorare queste situazioni nuove, un po’ come fossimo gli esploratori Livingstone o Stanley. È tutto una novità e impariamo cose nuove di continuo. Io ho iniziato a lavorare sui palinsesti da ragazzo, con tecniche totalmente diverse da quelle odierne; ma presto capisci che la rete si muove diversamente. Come direttore, ogni anno devo pensare agli invitati da coinvolgere e fare in modo che gli stessi siano invogliati anche dalla cornice che abbellisce l’evento. Cosa possiamo offrire quest’anno, una diretta di un’ora su StreamYard? Può anche capitare che il Robert De Niro di turno accetti l’invito.

Nel caso oggettivo, io adoro Kiyoshi Kurosawa. Un grandissimo regista e un innovatore che ha cambiato i linguaggi spaziando dall’horror al mistery e al noir tra gli anni novanta e duemila. Ma si trova a Tokyo e parla solo giapponese… Ecco che la rete riduce gli spazi e offre possibilità che esistono e sono concrete, a patto di saperle cogliere. È una scommessa e come tale bisogna saperne approfittare. Quest’anno Kurosawa riceverà il premio alla carriera cinematografica da noi, mentre l’hanno scorso è stato premiato a Venezia.

Avete mai pensato di spostare il Festival in estate, proprio per farlo all’aperto e quindi con un pubblico?

Il discorso è un altro: io adoro l’idea di fare manifestazioni estive e all’aperto. Ma in quel caso progetterei una manifestazione del tutto nuova. Il Noir ha una sua caratteristica. Bisogna saper sempre cambiare, pur mantenendo dei tratti distintivi. In passato è capitato si tenesse nei mesi di giugno e luglio e a Viareggio. Ora, però, ha una sua connotazione classica, più caratterizzante. Faccio un po’ fatica ad immaginare il Noir in Festival di giorno e al sole della California… E poi, oltre alle difficoltà logistiche, ci sarebbero anche state quelle organizzative. Dobbiamo già pensare alla prossima edizione e organizzarsi per farne una a marzo e una a giugno sarebbe stato realisticamente complicato.

Abbiamo detto che si tratterà di un’edizione del tutto particolare. Qual è il contributo che un evento del genere può dare al cinema e alla letteratura noir italiana, in un momento come questo?

La mia collega di direzione Marina Fabbri, che segue non solo la parte letteraria, mi fa notare spesso come noi abbiamo una responsabilità forte. Riuscire a convogliare una comunità di spettatori-lettori, portarli ad esempio in libreria a comprare libri, è già di per sé una cosa importante. Per l’aspetto cinematografico è una bella domanda… È più una vera scommessa o un esperimento… Abbiamo analizzato come possa cambiare la percezione che uno spettatore ha di un film, a seconda che lo guardi su di uno schermo, su un pc o al cinema. La certezza non c’è ma abbiamo delle sensazioni. Ci vorrà un po’ più di tempo per capire a fondo.

Normalmente avremmo scelto almeno un paio di blockbuster che, di lì a poco, sarebbero usciti in sala. Quest’anno si parla di scommessa proprio perché lavoriamo con la rete, facciamo in modo di tornare alle origini dell’idea di festival. Il luogo in cui scopri qualcosa di nuovo. Per usare una metafora culinaria, in rete c’è più curiosità di scoprire sapori diversi rispetto alla sala, dove, tutto sommato, vai più volentieri a mangiare cose che conosci. Abbiamo un concorso di sei film di cui ben cinque esordienti o quasi, ma non sono scelte di ripiego. C’è solo un veterano: Marc Fitoussi che ha già una storia cinematografica alle spalle. Riteniamo la rete un luogo dove il pubblico abbia voglia di sorprendersi.

A proposito dell’Italia, qual è lo stato di salute del noir italiano?

Abbiamo pensato di dedicare un’intera giornata del festival al cinema italiano: precisamente domenica 7 marzo. Una sorta di preapertura domenicale con storie e personaggi italiani. Poi si proseguirà, sempre nel genere ovviamente, ma con una declinazione al femminile. Il 7 ci sarà una maratona dei film che Gianni Canova ed io abbiamo scelto come finalisti del Premio Caligari. Ci sembrano i sei film che meglio fotografano lo stato di salute o, più esattamente, lo stato di curiosità del cinema italiano nei confronti dei generi.

Ci sono esempi molto diversi tra loro: i fratelli D’Innocenzo che, con Favolacce, fanno un cinema popolare-d’autore e portano una bella storia anche di livello internazionale. Capuano con Il buco in testa fa un film strettamente d’autore che s’intreccia col noir. Ivano De Matteo che con Villetta con ospiti scatta una vera e propria fotografia sociale. Anche L’immortale di Marco D’Amore è un’opera interessante, perché tratto dalle nuove forme di narrazione, anche di genere. Non è un caso che la serialità produca gialli, noir o storie d’amore. Significa che in Tv hanno successo.

Ad oggi esiste una schiera di produttori giovani che ha voglia di lavorare coi generi e noi festeggiamo, con un premio speciale, il lavoro di Matteo Rovere, Andre Paris e Sydney Sibilla che lavorano a piene mani senza tralasciare alcun genere. Prendiamo ad esempio Il primo re o Romulus… Ci vuole un po’ più di coraggio e dobbiamo arrivare ad affermare che, meglio di noi, questo non lo fan nessuno. Ovviamente bisogna essere supportati dalle opere…

Nella scrittura, ad esempio, i nostri scrittori hanno più coraggio nell’affermarlo. Da Carofiglio a De Giovanni, fino a quelli di lungo corso come Lucarelli, sono tutti autori che nel mondo vengono visti come dei geni e vendono moltissimo. Tutti ammettono che esista una nuova via italiana del noir e se facessimo questo discorso nel cinema, avremmo vinto la scommessa.

Il Noir in Festival è riconosciuto dagli addetti ai lavori come uno dei maggiori appuntamenti internazionali. Per quanto riguarda l’assegnazione dei premi e degli ospiti, troviamo diversi e prestigiosi nomi. Come riporta il programma, non solo importanti esponenti italiani come Dario Argento e Carlo Lucarelli. Ma anche personalità internazionali come Kiyoshi Kurosawa e John Banville. Segno che all’estero il Festival gode di un’ottima considerazione.

È il pregio di essere, anche all’estero, se non un modello unico, qualcosa di molto particolare. Io ne ho visti molti di festival e generalmente si stratta sempre di grandi vetrine letterarie in cui, ogni tanto, passano un film. Oppure parliamo di festival con connotazioni cinematografiche, in cui ogni tanto si parla di un libro. Il Noir in Festival è un equilibrio perfetto tra le due cose fin dalla sua nascita. Quest’anno, poi, c’è anche il debutto dei podcast. Mi piacerebbe anche che ci occupassimo di più di new media e virtual games. Perché nella rete i territori in cui muoversi sono molto vasti.

Sempre scorrendo il programma, notiamo un importante e bellissimo omaggio a Lucio Fulci. Come nasce la scelta di omaggiarlo?

Il merito di tutto porta il nome e cognome di Antonietta De Lillo. Regista super impegnata che ha diretto Il resto di niente: un’opera raffinatissima sulla Napoli prenapoleonica. Lei ha una passione per il cinema e i cineasti. Venne da noi un anno e mezzo fa e mi disse che, insieme al critico Marcello Garofalo, aveva ritrovato una serie di nastri con una fantastica intervista a Lucio Fulci. Roba di trenta e passa anni fa. Affidato a un laboratorio, il film che si chiama Fulci Talk o Fulci Uncut, è ora pronto. E quando mi ha detto che potevamo presentarlo al Noir ho pensato che sarebbe stato fantastico. Poi, con Marina Fabbri, abbiamo deciso di puntare anche a un pubblico più giovane. E così insieme ad Antonietta e ad Antonella, figlia di Fulci, abbiamo pensato di realizzarne un omaggio.

Tutto questo è caratteristico del Festival perché da diversi anni diamo un premio agli outsider del genere. È il premio Svizzeretto, chiamato così in onore di un carissimo collega e amico che non c’è più e che aveva questa straordinaria passione per la parte popolare del genere noir. È un premio per cui è passata gente come i fratelli Manetti, Ruggero Deodato e Sergio Stivaletti. Quest’anno andrà a Brian Yuzna che è un genio assoluto. È proprio per riscoprire figure determinanti come Lucio Fulci che abbiamo fatto questa scelta. Ce ne sarebbero davvero tanti di grandi registi italiani ma Fulci è un Maestro. Uno che ha saputo insegnare agli altri i diversi generi, dal western all’horror.

Tu mi parli della tua età e ti dico che ho conosciuto uno youtuber come Federico Frusciante che ha una conoscenza sterminata del cinema ed è un altro appassionato di Fulci come te. Abbiamo selezionato due titoli emblematici: Sette notti in nero e Non si sevizia un paperino. Poi abbiamo scelto di puntare su due opere “inusuali”, ossia Quando Alice ruppe lo specchio, qualcosa che esce da tutti i circuiti commerciali, e Le porte del silenzio, il suo ultimo film. Mi piace pensare che anche gli appassionati di film possano trovare nel festival qualche novità. Un qualcosa di inedito o che quasi non ricordavano.

Difatti l’utilità di un festival dovrebbe essere anche quella di creare nuovi appassionati e “tramandare” qualcosa di buono…

Io penso che un festival del genere, teoricamente, dovrebbe fare un po’ di cultura cinematografica o letteraria. Nel campo del cinema non c’è dubbio che, negli ultimi anni, i festival abbiano quasi tutti abbandonato la possibilità di fare retrospettive omaggio. Questo perché nei palinsesti non trovano spazio. La rete invece offre possibilità diverse. A disposizione dell’utente, puoi mettere qualcosa che possa essere utilizzato in base agli orari di ciascuno, seppure per un tempo definito. Si deve tornare alla responsabilità anche culturale di un festival. Il Noir in Festival ha fondamentalmente una caratteristica: si tratta di un evento totalmente gratuito, quindi aperto. I film sono visibili per 24 ore al massimo perché devi aver la voglia di stare con noi.

Ad oggi chi è l’astro nascente del noir italiano, sia in ambito cinematografico che letterario?

Questa è una domanda tosta (ride). Partiamo dal campo letterario: dico il vincitore del premio Scerbanenco di quest’anno, Tullio Avoledo. Secondo me è tra gli scrittori più sorprendenti che abbiamo. Una bella scommessa. Si sa muovere bene tra i vari livelli del genere. Può essere distopico come Philip Dick e narrativo come Chandler, ma anche raffinato nella scrittura ed efficace, diretto, immediato. In campo cinematografico, io mi sento di scommettere su uno che non compare nel programma del Noir in Festival di quest’anno. E non c’è per due ragioni: primo perché è andato al festival di Torino e quindi non potevo portarlo qui. In seconda battuta perché si è presentato con un film nel quale non aveva ancora messo a fuoco il suo talento.

Sto parlando di Toni D’angelo. Secondo me ha un talento per il genere quasi senza confronti in Italia. È un regista potenzialmente straordinario, che ha solamente iniziato a farci vedere qualcosa, ma che può fare e farà molto di più. È un uomo di straordinaria curiosità, uno che non si ferma alla superficialità. E ha un talento visivo e narrativo straordinario.

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Cinema

Tutto pronto per Noir in Festival. Il programma della kermesse

Riccardo Colella

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Si svolgerà da lunedì 8 a sabato 13 marzo (con una giornata di pre-apertura dedicata al cinema italiano domenica 7 marzo) la 30° edizione del NOIR IN FESTIVAL, la più conosciuta e amata manifestazione dedicata al genere mystery in tutte le sue forme: cinema, letteratura, televisione, new media. Per la prima volta sarà accessibile unicamente online, ad accesso gratuito sulla piattaforma MYmovies.it a questo link:

 https://www.mymovies.it/ondemand/noir-in-festival/preview.php, sui social network del festival (Facebook, Instagram, YouTube) e sul sito ufficiale www.noirfest.com. Il suo cuore rimarrà come nelle scorse edizioni a Milano e Como grazie alla collaborazione di IULM – Università di Milano, delle librerie Feltrinelli, degli Amici di Como. Ma in realtà sarà proprio sulla Rete che si vedranno i film, si incontreranno i grandi protagonisti, si svolgeranno gli incontri con registi e scrittori. 

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“L’emergenza sanitaria che ci ha portati a festeggiare il nostro compleanno lontano dalle date tradizionali – dicono Giorgio Gosetti, Marina Fabbri e Gianni Canova (delegato IULM) – ci priva del contatto diretto col pubblico e con la sala, ma ci offre modelli diversi d’incontro che intendiamo sperimentare con la grande comunità degli appassionati, a partire dalla fantastica giuria popolare del Premio Caligari realizzato insieme agli studenti del campus di IULM”

Il fil rouge di un’edizione che prende volutamente il via nella giornata internazionale della donna è certamente il prepotente affacciarsi del talento femminile nel mondo del noir: autrici, personaggi, storie che cambiano radicalmente il punto di vista e che hanno quest’anno un riferimento nel centenario della nascita di Patricia Highsmith. In quest’edizione è naturale quindi partire da una riflessione sull’evoluzione del noir al femminile con alcune scrittrici come Gabriella Genisi, Margherita Oggero, Grazia Verasani, Rosa Teruzzi, Antonella Lattanzi, Francesca Serafini, Nicoletta Vallorani. 

Ma al Noir in Festival incontreremo anche: il vincitore del Raymond Chandler Award (l’irlandese John Banville); la regista-rivelazione del decennio, Jennifer Kent (The Nightingale); due maestri dell’eccesso visuale come Kurosawa Kiyoshi Brian Yuzna; la regina del giallo scandinavo, Camilla Läckberg; la “madre” di Pedra Delicado, Alicia Giménez-Bartlett; tre campioni del noir italiano come Roberto Costantini, Maurizio De Giovanni, Gianrico Carofiglio e un outsider d’eccezione come Nicola Lagioia; due protagonisti internazionali (Charlotte Link e Anthony Horowitz).

E nel gran finale della serata dedicata ai premiati dell’anno, due autori che hanno legato la loro storia al Noir in Festival, dal lungometraggio d’esordio (Piano 17) fino a uno dei titoli più attesi dell’anno (Diabolik): i Manetti Bros. Sei i film internazionali in concorso tra cui la giuria (Carlo Degli Esposti, Camilla Filippi, Gianluca Maria Tavarelli) assegnerà il Black Panther Award al miglior film; sei anche i film italiani del 2020 scelti per il Premio Caligari e giudicati dalla giovane giuria di 90 studenti IULM e amanti del cinema, guidata da Claudio Giovannesi; cinque gli eventi speciali fuori concorso tra cui l’atteso Fulci Talks di Antonietta De Lillo con una esplosiva “autobiografia uncut” del maestro del cinema di genere, Lucio Fulci, l’autore a cui il Noir in Festival dedica il suo omaggio con cinque titoli diventati di culto.

Il Noir in Festival è diretto da: Giorgio Gosetti, Marina Fabbri e Gianni Canova (Delegato IULM). Una realizzazione: Studio Coop. Promosso da: MiBACT – DGCA. In collaborazione e con il sostegno di: IULM. Partner: Istituto Luce – Cinecittà, Associazione Amici di Como, SIAE. In collaborazione con: MYmovies, Ibs.it, laFeltrinelli. Media Partner: Cinecittà News, Cinefilos.it, Sky Cinema, Cinematographe.it, Magic Lake, MilanoNera.itTechnical Partner: Sub-Ti. Associato: AFIC, FIAPF.

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Cinema

“Let’s begin”: iniziate le riprese della quarta stagione di Cobra Kai

Riccardo Colella

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Con un Tweet apparso sull’account della serie, sono ufficialmente iniziate le riprese della quarta stagione di Cobra Kai. Nell’immagine diffusa dalla produzione, appare lo script della prima puntata su cui campeggia la scritta “let’s begin”. Parole che suonano come un preludio all’attesissimo torneo che dovrebbe vedere opposto il dojo del duo LaRusso-Lorenz, a quello Kreese.

La nuova stagione della fortunata serie, in realtà, era stata annunciata addirittura prima che venisse trasmessa la terza, per la gioia dei numerosissimi fans che hanno seguito l’evento.

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Il colosso Netflix ha inoltre confermato che ci saranno alcune modifiche al cast di Cobra Kai, con Peyton List e Vanessa Rubio che saranno promossi a personaggi regolari già dalla prossima stagione. Confermati anche gli ingressi nel cast di Dallas Dupree Young e Oona O’Brien anche se non sono state svelate informazioni riguardo ai loro personaggi, mentre i fans sperano nel ritorno di Thomas Ian Griffith nei panni di Terry Silver.

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