I peggiori film del 2020

È sempre difficile scrivere un listone di peggiori film e cose fetenti successe nel cinema italiano, perché ti ritrovi assalito da gente che ‘eh ma questo non lo puoi dire’, ‘magari non piace a te ma a me sì’ e il più classico ed elegante degli scemi ‘Non puoi parlare male del cinema italiano perché va sostenuto’.

Così, per par condicio, qualche titolo americano c’è. Roba altrettanto fetente, però pensate: in America è uscita una cazzata cosmica come ‘The Boy 2’, sequel inquietante di un film già bruttarello, ma nel frattempo è uscito ‘Mank’ di David Fincher. Qui è uscito l’ultimo di Muccino e nel frattempo è uscito pure l’esordio di Castellitto figlio, un film Anna Foglietta che fa le faccine e un documentario su Tiziano Ferro.

Di seguito, le ultime (o le prime) fatiche di registi che se non gli chiamate ‘artisti’ si agitano.

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GLI ANNI PIÙ BELLI  

Per guardare con serietà l’ultimo di Muccino, una cosetta che vuole sembrare “C’eravamo tanto amati”, dobbiamo credere davvero che ben due uomini su tre vogliano andare a letto con la Ramazzotti. Mai una volta che venga coinvolto in questi sondaggi per dire la mia. Nostalgia per i bei tempi che furono, quando con Favino e Santamaria ci si andava a fare una birra e poi a casa di corsa ma ci si fingeva ubriachi pe’ ride. Isterismi che nessun Italiano ha ma in cui tutti magicamente si riconoscono.

A chi piace: a chi crede che fare una vacanza a Barcellona, bere allo stesso tavolo di Kim Rossi Stuart e ficcarsi la Ramazzotti siano tasselli di una vita ideale.

HAMMAMET

Inizia come un brutto sceneggiato Rai il nuovo film di Gianni Amelio, con un bambino in calzettoni che in una cornice paradisiaca – luce smarmellata, alla Patanè – rompe il vetro di una finestra con una fionda. Prosegue con un timido movimento di macchina per farci entrare, attraverso la finestrella rotta, nel vivo di un congresso del PSI.

Craxi, interpretato da un Pierfrancesco Favino in lattice, ha concluso il suo discorso sotto scroscianti applausi, lancia il proverbiale garofano rosso – il peggiore lo troviamo nella locandina, buttato lì come un segno di presagio funesto, o di un grafico pagato a cesti -, ma un delegato è preoccupato per le sorti future del partito.

A un’ora e mezza viene da porsi tante domande, nessuna delle quali intacca la storia, che non c’è. È un film rivolto alle nuove generazioni? Se sì, si danno troppe cose per scontato. È un film rivolto alle vecchie generazioni? Attenzione, allora, a non cadere nel tranello del “Divo” sorrentiniano, quello che per creare la grande parabola si infilava in un mare di discussioni da autobus, nell’elogio ruffiano della politica discussa al baretto, durante una briscola.

La sensazione è che neppure lo stesso Amelio sapesse che carta giocare con questo Hammamet. I personaggi entrano in scena come se stessero cercando le chiavi del motorino, e se ne vanno senza aver donato mezzo contributo – sono più i minuti di intervista alla Gerini che quelli della sua presenza nel film. Il finale è inutilmente lento e tedioso.

Ogni volta che il sipario sta per abbassarsi si riapre, per concedere uno sguardo sul nulla. Rimane qualche grillino esagitato a chiedersi dove sia il malloppo di Craxi, offeso nell’orgoglio per le parole poco dolci: “Non si parla più di popolo, ma di gente”. Rimane anche, forse, la convinzione di questi vecchi registi per cui un film è tanto importante quanto è lungo e vuoto, un vuoto “che fa pensare”.

A chi piace: ai professori del liceo classico e di scienze politiche, ai giovani politicanti scemi (in quanto giovani e politicanti)

FAVOLACCE

Sono allenato alle cazzate ma mai avrei pensato, dopo “Caro Diario” di Moretti, che a qualche genio venisse davvero in mente di girare un dramma esistenzialista a Spinaceto. La storia ce la mette tutta per sembrare cattiva, ma l’idea di mettere Elio Germano a fare il padre violento e coatto e Max Tortora come voce narrante è un’idea talmente vicina al cinema di Mel Brooks che non si può non ridere dall’inizio alla fine.

Inauguriamo un filone poetico che ritroveremo fra poco: quello dei bambini che più sono piccoli più ti scassano con discorsi da adulti. Nel mondo dei D’Innocenzo, i registi del film, gli adulti sono scemi e i bambini sono angeli martoriati dalla violenza auto-distruttiva delle periferie. Una pellicola che avanza per parabole e quadretti, infatti è noiosa come leggere un trafiletto della Bibbia. Chissà se anche l’autore di quel monumentale testo sacro, in conferenza stampa, diceva di essere cresciuto ‘In una terra dove nun se usava er preservativo’.

A chi piace: ai burini

I PREDATORI

La fissa per il postmoderno ha partorito il peggior cinema degli ultimi vent’anni. Gente scesa da Guidonia con i libri di Elena Ferrante nella borsa, che arrivata a Roma ha sentito nominare ‘Pynchon’ e ‘Auster’ e ha detto ‘famo er cinema’.

Pietro Castellitto è l’eccezione che conferma la regola. Non è un fesso sbucato dalle colline ma è figlio d’arte, precisamente di un attore basito e di quella che ha scritto ‘Non ti muovere’. Anche a Castellitto figlio è piaciuto molto il postmoderno e, non avendoci capito una cippa, ha pensato di scrivere una sceneggiatura. Uno che poteva permettersi il lusso di passare la vita nell’Honduras senza pensare a un cazzo, e invece ha fatto un film sui fascisti e i medici.

È un film di esordi: esordio alla regia, ma anche esordio come attore al cinema per Giorgio Montanini, la prova finale che un bravo comico di teatro non è necessariamente un bravo attore, soprattutto drammatico. Anche Dario Cassini. Come chi è? Quello che faceva le pernacchie su Colorado. Qui fa un monologo sulla vendetta mentre gli diagnosticano un cancro. Castellitto fa lo studente scemo che vuole far esplodere la tomba di Nietzsche.

Non lo sentite questo odorino di postmoderno? Solo che poi, camera alla mano, il film che vorrebbe essere uno spaccato feroce sul mondo (non che se ne senta la necessità, parlando da spettatore), riesce a malapena a fare un pallido ringhio, e ricorda un bambino che mostra i denti per farti capire che è arrabbiato. Non è molto chiaro chi siano i predatori del titolo: forse sono i poveri fascisti? O i ricchi boriosi? O forse siamo noi spettatori? Non ho avuto modo di confrontarmi su questo, perché in sala, al cinema, c’ero solo io.

A chi piace: a quelli de ‘La scimmia pensa, la scimmia fa’

LACCI

Ci sono Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini. E ti viene da dire: alla faccia! Un trucchetto vecchio come il mondo, la coralità. E speri almeno che il film sia decente, nonostante parti già avvisato: è tratto da un romanzo di Starnone, che poi sono due righe e mezzo di robetta per casalinghe che tengono screzi coi genitori per una cena non offerta.

Anche qua ci stanno i bambini: fanno quello che fanno tutti i bambini del nuovo cinema italiano: gli adulti, più maturi dei loro genitori. Non li vedi mai con un amico, non esiste che escano fuori a giocare a nascondino. Sono dei giovani-vecchi. Stanno in casa a rompere le palle, si siedono e parlano del divorzio dei genitori, perché Aldo (Lo Cascio) mette le corna alla moglie (Rohrwacher), con una bella ragazza incontrata negli studi Rai di Roma – mica pizza e fichi. E anche loro sono giovani-vecchi: Lo Cascio ha 52 anni, ma nel film fa un fresco trentenne.

Si piange, ci si tira gli oggetti. Omaggi? Sì, anche: a Calvino, di cui si legge uno stralcio. Roba per professori del liceo classico – altro sempreverde italiano -, a cui il film si rivolge per tutta la sua durata: c’è un gioco di parole in latino, e la Rohrwacher, nel film, è una docente precaria. Nell’insieme è una tediosa reiterazione delle stesse sequenze: ti amo, ti odio, ti lascio, tanto poi torni, ma poi ti sbatto fuori di nuovo. Le donne buonissime in un mondo di uomini marci, le colpe dei padri e mai delle madri.

Cosa manca a noi italiani, per fare un film di questo tipo senza scassare le palle dello spettatore? L’educazione sentimentale, certamente. Ma siamo anche eredi di una cultura democratica diabetica, e di questo fardello che è la verbosissima lingua italiana a cui certi sceneggiatori non riescono a resistere, e vai di cine-teatro.

A chi piace: a chi tiene il cuore grande

ULTRAS

Avete presente il giornalismo moderno, quello che se ne va nei parchetti di Mercatello di mercoledì notte a prendersi le coltellate perché deve filmare di nascosto il male incarnato nella società? Quelli dell’Altra Napoli, che vanno raccattando filmati dove pare che uno sta a fumare una sigaretta drogata?

Uno che fino all’altro-ieri faceva i videoclip, Francesco Lettieri, ha preso questo concept basilare e c’ha fatto un film. No, non ha fatto un film sui giornalisti scemi, ha fatto un film come i giornalisti scemi. Cioè due ore di ‘Agg filmat na cos gruos’ e sono due pischelletti che scrivono sui muri. Napoli come una perfida terra dimenticata da Dio.

Non si sa come nasca questa smania per la periferia cattiva, né è chiaro a chi davvero interessi questa mitologia da due denari. Napoletani cattivi che si fanno fare i pompini in macchina. Sullo sfondo c’è il variopinto mondo degli ultras di cui non frega più un cazzo a nessuno dai tempi degli hooligans.

A chi piace: alla polizia e ai tifosi del Napoli, per la prima volta insieme

CREATORS THE PAST

Si era presentato come ‘Il primo grande film di fantascienza italiano’, come se ‘Terrore nello Spazio’ di Mario Bava e ‘Space Man’ di Antonio Margheriti fossero frutto di un’allucinazione collettiva – e poi manco tanto collettiva. Il film di Piergiuseppe Zaia, che è un tentativo di ritorno alla fantascienza italiana dopo oltre un decennio di pallidi esperimenti amatoriali, assomiglia più a uno scherzo durato troppo a lungo.

Il progetto originale è quello di una trilogia ad altro budget, che nel primo capitolo annovera nel cast nomi come Gerard Depardieu – in un cameo troppo lungo –, William Shatner e Bruce Payne. Siamo abbastanza convinti, dalle risate che hanno dominato la sala del cinema, che il secondo capitolo non vedrà mai la luce. Un peccato, in un paese in cui è diventato quasi impossibile ridere, al cinema e non.

‘Creators’ custodisce infatti l’arte antica e intramontabile della comicità involontaria, quella che soltanto il cinema di serie b riusciva a regalarci un tempo. In questo senso, Zaia ha fatto la sua piccola rivoluzione, portando il cinema kolossal all’interno di una dimensione prima ingiustamente discriminata, quella del trash. Nessuno prima di lui c’era riuscito così bene, con questa genuinità.

Assistiamo a uno sfoggio perenne di effetti speciali da quarto mondo, come se Zaia avesse vinto alla lotteria e si fosse chiesto che cazzo farsene di tutti quei soldi. Ci sono pianeti desertici inquadrati quel che basta per dare al film un tocco internazionale, e far capire che si fa sul serio. E ci sono per la stessa ragione attori da ogni parte del mondo, anche se scopriremo presto, guardando ‘Creators’, che le sorti di tutto l’Universo si giocano a Ivrea durante il Carnevale delle arance.

Qui facciamo la conoscenza dei protagonisti umani, tutti abitanti del Piemonte: John, Alex e Nathan – sono nomi di un Piemonte arcaico che abbiamo dimenticato. Altri personaggi sono il figlio segreto di Gesù Cristo, un bisonte analfabeta che deve recuperare la spada di suo padre in una rocca nel tardo medioevo, e suo fratello di origini africane con cui combatterà fino all’esaurimento del budget – cioè per un minuto.

Tutti doppiati come in un puntatone di Beautiful, accompagnati da un sound design criminale. È difficile girare uno scambio di battute in una chiesa e dimenticare l’eco, come se i personaggi stessero chiacchierano per strada, ma forse questa è la ricerca di una fantascienza alternativa, trasversale.

A chi piace: a nessuno

IL TALENTO DEL CALABRONE

Aggrottare le sopracciglia è una tecnica di recitazione. Si possono modulare i movimenti dello sguardo alzando e spianando le sopracciglia senza muovere nessun altro muscolo del viso e restituire allo spettatore un prisma di sentimenti complessi dell’animo umano.

Ci sono maestri per questo nuovo approccio al personaggio, quasi tutti usciti dalla fiction italiana. Anna Foglietta, per esempio, è una fuoriclasse del sopracciglio alzato, può fare quello che vuole con un singolo movimento. Funziona come l’Effetto Kulesov, a variazioni. Poi si incrociano le dita e si spera che tanto basti fino ai titoli di coda.

Ne ‘Il Talento del Calabrone’, il nuovo film di Giacomo Cimini, Lorenzo Richelmy è Dj Steph, un disc jokey di Milano che parla in doppiagese e lavora per una trasmissione notturna Radio 105. Fa quello che fanno tutti i tartufi milanesi, si sbrodola addosso e fa il piacione con tutte. Arriva una telefonata: non la solita richiesta musicale, ma un uomo che minaccia di farsi esplodere in centro a Milano – alle 2 di notte.

Quell’uomo è Sergio Castellitto, che per tutto il tempo guida e chiede dei pezzi particolari di musica classica, pena la morte di centinaia e centinaia di persone – alle 2 di notte. Seguono stacchetti musicali. Cimini ha preso una brutta battuta vecchia come il mondo e c’ha fatto una sceneggiatura: il calabrone che non potrebbe volare, per le ali troppo piccole, ma vola lo stesso perché se ne fotte. Questo è il fantastico talento del calabrone. Questo è il film.

A chi piace: a quelli che ‘tu però la Foglietta la devi vede a teatro’


LA BELVA

Matteo Rovere è un regista discreto, uno che ci prova a fare qualcosa di vagamente diverso nel panorama cinematografico italiano. I suoi filmini in protolatino verranno dimenticati fra due mesi, ma quantomeno è un tentativo. Non pensavo quindi che da produttore potesse diventare una fotocopiatrice umana di produzioni mainstream americane.

‘La Belva’, film di Ludovico Di Martino e prodotto dalla casa di produzione di Rovere, Groenlandia, è giustappunto un deprimente tentativo di fare ‘gli ammericani’ depurando dalla sceneggiatura qualunque riferimento all’Italia. Cioè, è chiaro dalle prime battute che siamo a tor bella monaca ma nel film non viene detto, così che qualcuno possa pensare: ma stiamo a Los Angeles? Inquadrature panoramiche di una città qualunque di notte, il commissario senza nome – e che lo chiami Sergio Pustilli? Ma sei scemo? Al massimo Trevor – che guida un’anonima audi grigia con una sirena sopra.

Il protagonista è un veterano con i flashback dell’Iraq, quindi ha la barba e i tatuaggi e ha una dizione da professore di linguistica, manco la Cortellesi. A questo veterano arrubbano la figlia. Tu dici: poteva succedere a chiunque, proprio a lui. Imbastita questa storiella da home video ti aspetti almeno una dose esagerata di violenza, ma il film vuole far pensare. Quindi niente sangue e un mezzo inseguimento che finisce prima di iniziare. Un film che ha pensato troppo a cosa non voleva essere, per trovare un suo posto nel mondo.

A chi piace: a quelli che ‘ho fatto il militare, alla tua età scopavo e sparavo’ per ricordare l’ultima cosa decente fatta prima di finire a lavorare in un discount col menisco a pezzi

Cambio Tutto

Guido Chiesa di errori ne ha fatti tanti. Quello di aver scelto la regia come carriera è forse il più imperdonabile, ma con “Cambio tutto” – remake di un film cileno di Nicolás López, “Sin filtro”, che ha già visto un omonimo remake spagnolo lo scorso anno – è riuscito a superare le soglie dell’inutilità tipica della sua filmografia (Clazze Z, Ti presento Sofia, Belli di papà), arrivando al non-cinema, un film che riesce a negare se stesso e smettere, dopo pochi minuti, di essere un film.

Guadagnino c’era riuscito con “Chiamami col tuo nome”, sfidando il pregiudizio secondo cui un videoclip e un film per il cinema prevedano due linguaggi diversi. Qui non c’è la solita famiglia di classicisti del nord, ma Giulia (Valentina Lodovini), responsabile marketing di un grande azienda, una donna debole che tenta di diventare forte dopo aver perso le redini della propria esistenza.

Un marito distratto, una carriera in declino, un capo inesperto, un ex che si ripresenta troppo spesso, sbadataggini varie. Un counselor olistico (Neri Marcorè) le prescrive delle gocce e quel che succede dopo questa sorta di incontro con un santone in completo bianco è incredibile: Giulia diventa aggressiva, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Una giovane influencer le ha rubato il lavoro e sta tutto il giorno davanti al telefono – non è stupida, è che la scrivono così -, Giulia le chiede la capitale della Spagna, la giovane risponde “Ibiza”. Grasse risate.

Poi arriva il turno del marito, che fa il pittore disadattato, sempre sporco, disattento, un po’ machista: per creare personaggi femminili forti, a quanto pare, bisogna mettergli accanto personaggi maschili idioti. La figura della Giulia rinata emerge forzatamente alla luce della bidimensionalità dei comprimari. Memorabili le inquadrature sul seno della Lodovini, sempre perfettamente a favore di camera. Le femministe mi scuseranno.

A chi piace: a me per una questione di tette

L’ISOLA DELLE ROSE

Altro regalino di Matteo Rovere. Il nuovo film di Sydeny Sibilia arriva subito dopo la fortunata trilogia di ‘Smetto quando voglio’. Elio Germano è Giorgio Rosa, ingegnere bolognese realmente esistito, che nel 1968 crea da zero una piattaforma nel mare, al largo di Rimini. In acque internazionali, si dichiara indipendente e forma una micronazione. La demoliranno qualche mese dopo, nel pieno delle contestazioni giovanili.

La vera storia portata in scena da Sibilia si arricchisce di personaggi per lo più marginali, specialmente per l’attenta edulcorazione avvenuta in fase di scrittura. Così, se nella vita reale Giorgio Rosa fonda l’isola all’età di 40 anni, dopo aver lavorato alla Ducati ed essersi affermato come docente universitario, dopo essersi fatto un nome come uomo eloquente, abile, spigliato, nel film di Sibilia tutto questo si ribalta a favore della creazione di un personaggio inutilmente buffo e di cui avvertiamo alcune punte di autismo non meglio approfondite.

Il Giorgio di Elio Germano è sociopatico, rifiuta le proposte di grandi aziende italiane, si trova perennemente nei guai per via di una disattenzione cronica e possiede uno spirito portato per alla disobbedienza. Ma è soprattutto un giovanotto fresco di laurea, che vede nell’Isola delle Rose l’opportunità definitiva di evasione dal mondo e dai suoi schemi.

Scompare ogni traccia di sesso, niente droghe, niente spogliarelli – all’epoca i giornali titolavano: “Solo spogliarelli sull’Isola delle Rose”. Le comparse sono giovani modelli della Bologna bene che pudicamente raggiungono l’Isola per ballare un lento, come nei lidi di Rimini. Viene meno il senso di questa grande impresa italiana. Lo spettacolino imbastito da Sibilia è uno show di deficienza senza compromessi, un tran tran patetico dove ogni azione appare sempre immotivata. Quindi il prodotto di massa adatto a Netflix.

A chi piace: a quelli convinti di poter cambiare il mondo perché si so presi una laurea

THE BOY II

Pure gli Americani fanno cazzate. Ne fanno tante ma sarebbe stupido prendersela con loro. Mentre noi stiamo qui ad abbracciarci ancora per Otto e mezzo e Amici Miei, lì due anni fa è uscito ‘Tre manifesti a Hebbing’ e qualche annetto fa un signore di nome Cormac McCarthy ha lavorato con i Fratelli Coen per ‘Non è un paese per vecchi’. Noi abbiamo fatto ‘La grande bellezza’ e c’abbiamo pure pianto.

Quest’anno al cazzatona più grande si chiama ‘The Boy II’, sequel terrificante di un horror bruttino ma guardabile di qualche anno fa. Qui tutto il buono del primo capitolo viene dimenticato e gettato nel cestino: The Boy II è l’horror adolescenziale medio, condito con una pessima performance attoriale e alcune scelte di montaggio da filmino amatoriale. Comunque in America hanno ben compensato con Jordan Peele, un discreto erede di Craven. Un po’ come noi con Roberto De Feo (icsdì).

A chi piace: mi sa che l’ho visto solo io

MIDNIGHT SKY

Fino a qualche anno fa, la tendenza era di far uscire nel periodo di natale i film per tutti, quelli da vedersi serenamente in famiglia. Quest’anno Netflix ha tirato fuori dal mazzo l’ultima fatica di George Clooney, da attore e da regista: The Midnight Sky.

Tratta dal recente romanzo ‘La distanza tra le stelle’ di Lily Brooks-Dalton, il film di Clooney – che è sempre stato un bravo regista e un bravissimo attore – tenta la strada sempre complessa della fantascienza filosofica. Trama: un quasi-morto, unico sopravvissuto a una pandemia che spazzato via l’intera specie umana, cerca di comunicare con dei quasi-morti che viaggiano da Giove verso la Terra, per dire loro che sono tutti morti, lì. Nel mezzo, lunghi silenzi e sguardi in macchina poco bergmaniani.

Tirando le somme, una rottura di palle senza capo né coda, pessima fantascienza e pessimo cinema, e l’interpretazione di Clooney non basta – come non bastava quella di Phoenix in Joker, tanto per tirare fuori ancora l’argomento.

A chi piace: alle femmine perché c’è Clooney barbuto

FERRO

Dal titolo potrebbe sembrare un filmaccio su uno che compra una pistola a Torre Angela (prossimo film dei D’Innocenzo?), invece è un documentario su Tiziano Ferro. Il cantante più rattristato d’Italia si racconta tra faccette tristi e lacrime. Ricco di aneddoti poco curiosi e momenti altamente tristi, il documentario racconta i problemi del primo mondo: uno che si è fatto i soldi scrivendo canzoncine per casalinghe, ha un villone a Los Angeles e fa ospitate in giro per l’Italia parlando dei cazzi suoi, ma che soffre perché per tre anni ha bevuto un po’. Se pensate che questo sia un problema, immaginate una tavolata con Tiziano Ferro, Mick Jagger, Bill Hicks e Keith Richards.

A chi piace: a Pierluigi Diaco

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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