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Interviste

Mario Monterosso: dalla Sicilia a Memphis, in “missione per conto del Rock’n’Roll”

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Il 3 febbraio del 1959 è anche conosciuto come “the day that music died“, il “giorno in cui la musica morì”. Buddy Holly, Ritchie ValensJ.P. “The Big Bopper” Richardson, i grandi del Rock’n’Roll, precipitarono con l’aereo che li avrebbe dovuti portare a Fargo, nel North Dakota, ennesima tappa del tour in programma. Non arrivarono mai a destinazione. Il mezzo precipitò nei campi innevati dell’Iowa, pochi minuti dopo il decollo. La loro vita e la loro carriera si interruppero drammaticamente, lasciando un vuoto immenso.

Il 3 febbraio di quest’anno ho intervistato Mario Monterosso, chitarrista siciliano, americano d’azione, tra i più sinceri e fedeli portabandiera del Rock’n’Blues tricolore.

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La data, però, benché coincidente, è frutto di pura casualità. Non era stata pianificata di proposito in occasione della ricorrenza. Quando gli astri del R’N’R si allineano è tutto ancora più affascinante. Potremmo definirla intervista, perché tale è stata. Questo, almeno, nella visione sic et simpliciter della cosa. La realtà, però, dice che si è trattata di una chiacchierata tra due persone che si sono ritrovate per la prima volta a parlare in veste “ufficiale”, cioè da giornalista a musicista, ma che sembravano conoscersi da una vita. Parlare lo stesso linguaggio aiuta, merito anche e soprattutto della passione in comune. Quella per il R’n’R, appunto.

“Sono artisti totalmente diversi. Ritchie Valens ha rappresentato appieno l’apertura del Rock’n’Roll ad altre forme musicali. Il suo farsi contaminare da altri luoghi, altri sapori, altri colori e altre culture. “La Bamba” è simbolo musicale della cultura sudamericana eppure è diventato uno dei successi in ambito rock. Big Bopper aveva una presenza d’immagine diversa, ti riempiva col suo faccione simpatico e con la sua allegria, il suo parlare a mezzi termini di rapporti sessuali. Era il “vitellone” americano, ecco. Buddy Holly era l’avanguardia, era quello che stava più avanti di tutti in termini di sperimentazione. Oggi sarebbe un’artista pop a 360 gradi, e un po’ lo era anche al tempo. Ma non dimentichiamoci che in quel tour c’era anche Dion DiMucci, altro artista straordinario”, spiega Mario.

Sempre 3 febbraio. Stavolta del 1960. Dopo uno show frizzante e coinvolgente, Fred Buscaglione si mise alla guida della sua decappotabile Ford Thunderbid colore lillà, per andare a concludere la serata nel modo che meglio conosceva: divertendosi, prima di rientrare in hotel. All’albergo, però, non arrivò mai. Fatale lo schianto contro un camion. Inutile la corsa all’ospedale. Aveva 39 anni, una carriera di successo alle spalle e un futuro che non ebbe mai la possibilità di vivere.

“Buscaglione era un genio assoluto. Prese lo swing e cambiò l’approccio a esso, rendendolo intelligibile a tutti attraverso le storie raccontante nei brani. La parte letteraria dei brani di Buscaglione è geniale. Quelle storie colpiscono, sia che canti “Whiskey facile” o “Eri piccola così“, giusto per citare due tra i tanti pezzi scritti”.

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La musica, per tutta la durata dell’intervista, l’ha fatta da padrona. Come avrebbe potuto essere altrimenti quando dall’altro lato del microfono, o dello schermo come in questo caso, c’è Mario Monterosso, chitarrista siciliano, americano d’adozione, tra i più sinceri e fedeli portabandiera del Rock’n’Blues tricolore, cresciuto a pane e American Dream? Capirete bene che per chi, come il sottoscritto, valgono gli stessi principi e le stesse passioni, l’intervista abbia cambiato più volte pelle a seconda della curiosità e della voglia di scoprire il lato umano dell’artista. E’ tutta lì l’essenza del R’n’R, nell’identità. Concetto, questo, più volte espresso e ribadito dal nativo di Catania, Sicily.

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Una volta Stephen King affermò: “il piccolo, sporco segreto, del Rock’n’Roll, è che morì nel momento in cui il cd diventò popolare”. Con tale espressione intendeva scagliarsi contro quel mainstreaming esasperato che ha stroncato sul nascere numerosi astri nascenti del genere, rei di non essere sufficientemente omologati alle logiche del mercato e dell’industria discografica. Colpevoli, vostro onore, di non assomigliare a qualcuno nello specifico. La fabbrica del copia – incolla necessita di continue attenzioni e numerosi rifornimenti, altrimenti il brand non può essere alimentato. E poco importa se l’arte, invece, è per definizione quella che si nutre di cuore, anima e passione e che vede nella rottura di schemi e preconcetti la sua massima espressione.

Non c’è niente di peggio del dover suonare per accontentare gli altri e non sé stessi“, spiega Monterosso, “per me l’identità di un artista è fondamentale. La musica è profondamente, visceralmente, legata a chi la realizza. Come, ad esempio, a un popolo, quello del blues, che ha vissuto determinate dinamiche sociali”. “Il parametro non è quello tecnico, perché ovunque ci sono musicisti in gamba. Magari percorri la Highway 61 e ti esce un vecchietto con una chitarrina tutta rotta, a tre corde, che appena inizia a suonare ti lascia a bocca aperta. Oppure vai a Memphis e trovi il sedicenne che ti fa un culo così nonostante abbia trent’anni in meno di te. La cultura è l’anima di questo genere musicale. E’ scalfita nella sofferenza, nel razzismo, nell’ emarginazione”.

“Gli americani sono molto take it easy, non gliene frega nulla di fare la stessa cosa, ognuno fa quello che vuole. Brian Setzer ha sempre fatto tutto a modo suo, restando figlio del suo tempo. Con gli Stray Cats nel ’79 suonava i riff di Scotty Moore o Cliff Gallup ma era anche figlio dell’epoca pre punk, allo stesso tempo suonava jazz e ha messo assieme tutte queste cose. Se hai la fiamma dell’arte dentro di te e vivi una situazione che l’alimenta, sei nelle migliori condizioni possibili per portarla avanti. Oggi è complesso, non c’è più neanche l’ombra di un qualcosa che possa alimentare una fiamma e quindi un’ideologia musicale, politica o stilistica che sia. L’ambiente stimolante aiuta, se manca è più complesso“.

“Quando racconto che mi sono licenziato dal posto fisso per seguire la strada del Rock’n’ Roll in tanti faticano a comprendere la scelta. Ho volutamente messo un freno a un percorso di vita che, nella mentalità italiana, aveva tappe già ordinate. Studi, trovi il lavoro, metti su famiglia e vai avanti. Invece il mio percorso si è ribaltato per trasformarsi in un’avventura straordinaria. Non si possono appagare gli altri e svilire noi stessi, su questo sono fermo nella mia decisione”. Americano d’adozione, dicevamo, poiché ormai trasferitosi a Memphis da qualche anno. Ma la saudade per la terra d’origine c’è sempre.

“Sono sette mesi che sono in Sicilia, però ora che vado via ho un buco enorme dentro. Questa terra ti seduce in silenzio. Ti ingloba, spesso perdi la voglia di fare le cose. Ma il siciliano, in qualità di isolano, è un sognatore. Verga e Sciascia hanno descritto la Sicilia in maniera perfetta, soprattutto nel credere “nella forza delle proprie idee“.

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Ma si può parlare di scena Rock’n’Roll in italia? “Si, ma vi sono dei limiti rappresentati dalla vera assenza di una cultura autoctona. Il genere non è nostro e quindi questa è la differenza più grande. Possiamo parlare del Summer Jamboree che tanto ha fatto e tanto sta facendo, ma prima c’era il festival di Forlì. Parlando della Sicilia, di Catania, abbiamo avuto un grande produttore, cioè Francesco Virlinzi e svariate band che avevano un’identità ben precisa. Virlinzi, che veniva da una famiglia di imprenditori, scelse di andare negli States per studiare e comprendere la musica prodotta. Portò in Italia i R.E.M, produsse Carmen Consoli, era amico di Bruce Springsteen. Magari trovavi Michael Stipe in giro per Catania a mangiare un cannolo, e solo grazie a lui. Ha fatto da apripista, è stato fondamentale”.

E poi il passo fondamentale, il trasferimento nella Land of Rock’n’Roll. Ma a 40 anni e non a 20 quando, probabilmente, tutto sarebbe stato diverso e magari più facile. Perché in età matura? “C’è una freschezza differente, rivestita da una patina giallina se non di grigiore nei capelli anche se, al contempo, si ha una maturità differente, maggiore, per ponderare anche determinate cose. Ho avuto paura, lo ammetto, perché è stato un salto importante”.

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“Ero una sorta di “dopolavorista” del Rock’n’Roll. Per come siamo abituati noi la tensione non era poca, ma la paura mischiata all’irresponsabilità e all’incoscienza fa sì che nella tua testa si accendino le antennine, quelle che ti pongono sull’attenti. Ma la paura è comunque pericolosa, perché può svilire e ammazzare un soggetto dalle cose che potrebbero cambiargli il destino. Dalla Catania degli anni ’80 a Memphis degli anni Duemila non è esattamente facile. Nella peggiore delle ipotesi era una scelta sbagliata che si riverberava sulle mie spalle. Ma di fronte a un bivio prendo sempre la strada nuova, perché se mi si è posta davanti tendo a pensare che ci sia sempre un motivo”.

“Ho resettato e riniziato da capo. Mi sono ritrovato nel college americano a studiare, perché volevo stare più di tre mesi per capire come funzionassero le cose. Non sto qua a dirti i trip mentali, immaginavo di essere in Happy Days. Ma è stata una cosa fighissima. Solo che avevo 40 anni. Ho girato il 70% degli Stati Uniti e visto cose davvero strane. Come il negozio Guitars & Guns che vende esattamente chitarre e fucili. Puoi comprare entrambe le cose nello stesso momento, magari esposte a pochi centimetri di distanza. Gli statunitensi sono diversi da noi, tra l’americano ignorante e l’italiano ignorante ci sono comunque tremila anni di storia che noi ci portiamo nel dna. Sono mondi imparagonabili. Gli Usa ne escono perdenti, assolutamente”.

Sei stupito da quello che è successo a Capitol Hill? “No, nient’affatto. L’America campa di contraddizioni forti come questa. Il razzismo esiste ancora, il soggetto di colore, per suo stesso approccio, tende ancora ad autoghettizzarsi. Di fronte a una porta fa un passo indietro per far passare te che sei bianco. Il razzismo c’è, così come l’ignoranza. In America tanti filtri che noi abbiamo non ci sono, come ad esempio qualsiasi forma di garantismo. Il solo fatto di comprarti un’arma, in maniera così facile e quindi pericolosa lo è, oppure la pena di morte in tanti Stati. Ma questi sono altri discorsi, da affrontare in altre sedi.

Pensi che l’aver inciso per la Sun Records ti abbia sdoganato in Italia come avvenuto negli Stati Uniti? Cosa è cambiato da quel momento? “Bella domanda. Allora, ho iniziato a suonare circa 35 anni fa. Ho fatto molte cose, anche di livello, ma da quando mi sono trasferito a Memphis di colpo sono diventato bravissimo. Eppure ero e sono sempre lo stesso. Solo che è come se fosse arrivato direttamente un altro Mario Monterosso. Purtroppo, o per fortuna, a seconda dei punti di vista, è stato un episodio spartiacque che ha portato risvolti positivi nella mia carriera. A volte mi sembra quasi eccessiva questa considerazione. Ma preferisco sempre un collega che mi dice “sento che suoni in maniera diversa”, ad un complimento di circostanza. La mia integrità e identità artistica è per me fondamentale”.

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Riguardo il tuo modo di suonare, come è cambiato una volta andato dall’altra parte dell’oceano? “A Memphis ho smesso di utilizzare pedaliere, pedali e pedalini vari. Chitarra dritta all’amplificatore, tranne l’eco quando faccio strettamente rockabilly. Ma è frutto di un percorso ben preciso e di una sicurezza acquisita negli anni che mi hanno portato a sviluppare anche le mie esigenze di suono. Io con il mio strumento. Punto. Nel mio passato avevo paura, ma adesso mi sono accorto che se vuoi dare un suono distorto alla chitarra non serve un pedale ma un approccio, una volontà. Prendi Dale Watson che non è un virtuoso ma con la chitarra fa cose incredibili. O le follie di Tav Falco. Sempre lì c’è la differenza, nella persona, non nello strumento. E’ ciò che vivi che poi trasmetti nello strumento. Ho smesso di pensare all’italiana secondo cui la paura di fare qualcosa prende il sopravvento sul farla. Memphis è una città semplice, è una città di cuore, mi rendo conto che di alcune cose non potevano che nascere lì, dal rock’n’roll al soul”. Serve aggiungere altro?

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

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Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

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