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Interviste

Mario Monterosso: dalla Sicilia a Memphis, in “missione per conto del Rock’n’Roll”

Federico Falcone

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Il 3 febbraio del 1959 è anche conosciuto come “the day that music died“, il “giorno in cui la musica morì”. Buddy Holly, Ritchie ValensJ.P. “The Big Bopper” Richardson, i grandi del Rock’n’Roll, precipitarono con l’aereo che li avrebbe dovuti portare a Fargo, nel North Dakota, ennesima tappa del tour in programma. Non arrivarono mai a destinazione. Il mezzo precipitò nei campi innevati dell’Iowa, pochi minuti dopo il decollo. La loro vita e la loro carriera si interruppero drammaticamente, lasciando un vuoto immenso.

Il 3 febbraio di quest’anno ho intervistato Mario Monterosso, chitarrista siciliano, americano d’azione, tra i più sinceri e fedeli portabandiera del Rock’n’Blues tricolore.

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La data, però, benché coincidente, è frutto di pura casualità. Non era stata pianificata di proposito in occasione della ricorrenza. Quando gli astri del R’N’R si allineano è tutto ancora più affascinante. Potremmo definirla intervista, perché tale è stata. Questo, almeno, nella visione sic et simpliciter della cosa. La realtà, però, dice che si è trattata di una chiacchierata tra due persone che si sono ritrovate per la prima volta a parlare in veste “ufficiale”, cioè da giornalista a musicista, ma che sembravano conoscersi da una vita. Parlare lo stesso linguaggio aiuta, merito anche e soprattutto della passione in comune. Quella per il R’n’R, appunto.

“Sono artisti totalmente diversi. Ritchie Valens ha rappresentato appieno l’apertura del Rock’n’Roll ad altre forme musicali. Il suo farsi contaminare da altri luoghi, altri sapori, altri colori e altre culture. “La Bamba” è simbolo musicale della cultura sudamericana eppure è diventato uno dei successi in ambito rock. Big Bopper aveva una presenza d’immagine diversa, ti riempiva col suo faccione simpatico e con la sua allegria, il suo parlare a mezzi termini di rapporti sessuali. Era il “vitellone” americano, ecco. Buddy Holly era l’avanguardia, era quello che stava più avanti di tutti in termini di sperimentazione. Oggi sarebbe un’artista pop a 360 gradi, e un po’ lo era anche al tempo. Ma non dimentichiamoci che in quel tour c’era anche Dion DiMucci, altro artista straordinario”, spiega Mario.

Sempre 3 febbraio. Stavolta del 1960. Dopo uno show frizzante e coinvolgente, Fred Buscaglione si mise alla guida della sua decappotabile Ford Thunderbid colore lillà, per andare a concludere la serata nel modo che meglio conosceva: divertendosi, prima di rientrare in hotel. All’albergo, però, non arrivò mai. Fatale lo schianto contro un camion. Inutile la corsa all’ospedale. Aveva 39 anni, una carriera di successo alle spalle e un futuro che non ebbe mai la possibilità di vivere.

“Buscaglione era un genio assoluto. Prese lo swing e cambiò l’approccio a esso, rendendolo intelligibile a tutti attraverso le storie raccontante nei brani. La parte letteraria dei brani di Buscaglione è geniale. Quelle storie colpiscono, sia che canti “Whiskey facile” o “Eri piccola così“, giusto per citare due tra i tanti pezzi scritti”.

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La musica, per tutta la durata dell’intervista, l’ha fatta da padrona. Come avrebbe potuto essere altrimenti quando dall’altro lato del microfono, o dello schermo come in questo caso, c’è Mario Monterosso, chitarrista siciliano, americano d’adozione, tra i più sinceri e fedeli portabandiera del Rock’n’Blues tricolore, cresciuto a pane e American Dream? Capirete bene che per chi, come il sottoscritto, valgono gli stessi principi e le stesse passioni, l’intervista abbia cambiato più volte pelle a seconda della curiosità e della voglia di scoprire il lato umano dell’artista. E’ tutta lì l’essenza del R’n’R, nell’identità. Concetto, questo, più volte espresso e ribadito dal nativo di Catania, Sicily.

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Una volta Stephen King affermò: “il piccolo, sporco segreto, del Rock’n’Roll, è che morì nel momento in cui il cd diventò popolare”. Con tale espressione intendeva scagliarsi contro quel mainstreaming esasperato che ha stroncato sul nascere numerosi astri nascenti del genere, rei di non essere sufficientemente omologati alle logiche del mercato e dell’industria discografica. Colpevoli, vostro onore, di non assomigliare a qualcuno nello specifico. La fabbrica del copia – incolla necessita di continue attenzioni e numerosi rifornimenti, altrimenti il brand non può essere alimentato. E poco importa se l’arte, invece, è per definizione quella che si nutre di cuore, anima e passione e che vede nella rottura di schemi e preconcetti la sua massima espressione.

Non c’è niente di peggio del dover suonare per accontentare gli altri e non sé stessi“, spiega Monterosso, “per me l’identità di un artista è fondamentale. La musica è profondamente, visceralmente, legata a chi la realizza. Come, ad esempio, a un popolo, quello del blues, che ha vissuto determinate dinamiche sociali”. “Il parametro non è quello tecnico, perché ovunque ci sono musicisti in gamba. Magari percorri la Highway 61 e ti esce un vecchietto con una chitarrina tutta rotta, a tre corde, che appena inizia a suonare ti lascia a bocca aperta. Oppure vai a Memphis e trovi il sedicenne che ti fa un culo così nonostante abbia trent’anni in meno di te. La cultura è l’anima di questo genere musicale. E’ scalfita nella sofferenza, nel razzismo, nell’ emarginazione”.

“Gli americani sono molto take it easy, non gliene frega nulla di fare la stessa cosa, ognuno fa quello che vuole. Brian Setzer ha sempre fatto tutto a modo suo, restando figlio del suo tempo. Con gli Stray Cats nel ’79 suonava i riff di Scotty Moore o Cliff Gallup ma era anche figlio dell’epoca pre punk, allo stesso tempo suonava jazz e ha messo assieme tutte queste cose. Se hai la fiamma dell’arte dentro di te e vivi una situazione che l’alimenta, sei nelle migliori condizioni possibili per portarla avanti. Oggi è complesso, non c’è più neanche l’ombra di un qualcosa che possa alimentare una fiamma e quindi un’ideologia musicale, politica o stilistica che sia. L’ambiente stimolante aiuta, se manca è più complesso“.

“Quando racconto che mi sono licenziato dal posto fisso per seguire la strada del Rock’n’ Roll in tanti faticano a comprendere la scelta. Ho volutamente messo un freno a un percorso di vita che, nella mentalità italiana, aveva tappe già ordinate. Studi, trovi il lavoro, metti su famiglia e vai avanti. Invece il mio percorso si è ribaltato per trasformarsi in un’avventura straordinaria. Non si possono appagare gli altri e svilire noi stessi, su questo sono fermo nella mia decisione”. Americano d’adozione, dicevamo, poiché ormai trasferitosi a Memphis da qualche anno. Ma la saudade per la terra d’origine c’è sempre.

“Sono sette mesi che sono in Sicilia, però ora che vado via ho un buco enorme dentro. Questa terra ti seduce in silenzio. Ti ingloba, spesso perdi la voglia di fare le cose. Ma il siciliano, in qualità di isolano, è un sognatore. Verga e Sciascia hanno descritto la Sicilia in maniera perfetta, soprattutto nel credere “nella forza delle proprie idee“.

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Ma si può parlare di scena Rock’n’Roll in italia? “Si, ma vi sono dei limiti rappresentati dalla vera assenza di una cultura autoctona. Il genere non è nostro e quindi questa è la differenza più grande. Possiamo parlare del Summer Jamboree che tanto ha fatto e tanto sta facendo, ma prima c’era il festival di Forlì. Parlando della Sicilia, di Catania, abbiamo avuto un grande produttore, cioè Francesco Virlinzi e svariate band che avevano un’identità ben precisa. Virlinzi, che veniva da una famiglia di imprenditori, scelse di andare negli States per studiare e comprendere la musica prodotta. Portò in Italia i R.E.M, produsse Carmen Consoli, era amico di Bruce Springsteen. Magari trovavi Michael Stipe in giro per Catania a mangiare un cannolo, e solo grazie a lui. Ha fatto da apripista, è stato fondamentale”.

E poi il passo fondamentale, il trasferimento nella Land of Rock’n’Roll. Ma a 40 anni e non a 20 quando, probabilmente, tutto sarebbe stato diverso e magari più facile. Perché in età matura? “C’è una freschezza differente, rivestita da una patina giallina se non di grigiore nei capelli anche se, al contempo, si ha una maturità differente, maggiore, per ponderare anche determinate cose. Ho avuto paura, lo ammetto, perché è stato un salto importante”.

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“Ero una sorta di “dopolavorista” del Rock’n’Roll. Per come siamo abituati noi la tensione non era poca, ma la paura mischiata all’irresponsabilità e all’incoscienza fa sì che nella tua testa si accendino le antennine, quelle che ti pongono sull’attenti. Ma la paura è comunque pericolosa, perché può svilire e ammazzare un soggetto dalle cose che potrebbero cambiargli il destino. Dalla Catania degli anni ’80 a Memphis degli anni Duemila non è esattamente facile. Nella peggiore delle ipotesi era una scelta sbagliata che si riverberava sulle mie spalle. Ma di fronte a un bivio prendo sempre la strada nuova, perché se mi si è posta davanti tendo a pensare che ci sia sempre un motivo”.

“Ho resettato e riniziato da capo. Mi sono ritrovato nel college americano a studiare, perché volevo stare più di tre mesi per capire come funzionassero le cose. Non sto qua a dirti i trip mentali, immaginavo di essere in Happy Days. Ma è stata una cosa fighissima. Solo che avevo 40 anni. Ho girato il 70% degli Stati Uniti e visto cose davvero strane. Come il negozio Guitars & Guns che vende esattamente chitarre e fucili. Puoi comprare entrambe le cose nello stesso momento, magari esposte a pochi centimetri di distanza. Gli statunitensi sono diversi da noi, tra l’americano ignorante e l’italiano ignorante ci sono comunque tremila anni di storia che noi ci portiamo nel dna. Sono mondi imparagonabili. Gli Usa ne escono perdenti, assolutamente”.

Sei stupito da quello che è successo a Capitol Hill? “No, nient’affatto. L’America campa di contraddizioni forti come questa. Il razzismo esiste ancora, il soggetto di colore, per suo stesso approccio, tende ancora ad autoghettizzarsi. Di fronte a una porta fa un passo indietro per far passare te che sei bianco. Il razzismo c’è, così come l’ignoranza. In America tanti filtri che noi abbiamo non ci sono, come ad esempio qualsiasi forma di garantismo. Il solo fatto di comprarti un’arma, in maniera così facile e quindi pericolosa lo è, oppure la pena di morte in tanti Stati. Ma questi sono altri discorsi, da affrontare in altre sedi.

Pensi che l’aver inciso per la Sun Records ti abbia sdoganato in Italia come avvenuto negli Stati Uniti? Cosa è cambiato da quel momento? “Bella domanda. Allora, ho iniziato a suonare circa 35 anni fa. Ho fatto molte cose, anche di livello, ma da quando mi sono trasferito a Memphis di colpo sono diventato bravissimo. Eppure ero e sono sempre lo stesso. Solo che è come se fosse arrivato direttamente un altro Mario Monterosso. Purtroppo, o per fortuna, a seconda dei punti di vista, è stato un episodio spartiacque che ha portato risvolti positivi nella mia carriera. A volte mi sembra quasi eccessiva questa considerazione. Ma preferisco sempre un collega che mi dice “sento che suoni in maniera diversa”, ad un complimento di circostanza. La mia integrità e identità artistica è per me fondamentale”.

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Riguardo il tuo modo di suonare, come è cambiato una volta andato dall’altra parte dell’oceano? “A Memphis ho smesso di utilizzare pedaliere, pedali e pedalini vari. Chitarra dritta all’amplificatore, tranne l’eco quando faccio strettamente rockabilly. Ma è frutto di un percorso ben preciso e di una sicurezza acquisita negli anni che mi hanno portato a sviluppare anche le mie esigenze di suono. Io con il mio strumento. Punto. Nel mio passato avevo paura, ma adesso mi sono accorto che se vuoi dare un suono distorto alla chitarra non serve un pedale ma un approccio, una volontà. Prendi Dale Watson che non è un virtuoso ma con la chitarra fa cose incredibili. O le follie di Tav Falco. Sempre lì c’è la differenza, nella persona, non nello strumento. E’ ciò che vivi che poi trasmetti nello strumento. Ho smesso di pensare all’italiana secondo cui la paura di fare qualcosa prende il sopravvento sul farla. Memphis è una città semplice, è una città di cuore, mi rendo conto che di alcune cose non potevano che nascere lì, dal rock’n’roll al soul”. Serve aggiungere altro?

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Dittico Noir, suspence e ironia tra penna e sigaro: intervista a Giuseppe Tomei

Fabio Iuliano

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Giri la copertina e sei già sulla scena del delitto. “L’uomo si muove veloce e silenzioso come un rettile, scivola tra i vicoli sfiorando appena i muri, sfruttando i coni d’ombra dei fiochi lampioni; non ha tentennamenti, prosegue dritto verso il suo obiettivo, sicuro di sé: il passo è lungo, forte e deciso, il respiro non tradisce il minimo affanno”. Così parte L’Uomo, il primo dei due racconti del Dittico Noir di Giuseppe Tomei, tra i primi contributi della collana Geyser, nuovo percorso editoriale della casa editrice Progetto Cultura a cura di Antonello Loreto.

Per scelta editoriale, la collana non indugia su uno specifico genere letterario che, di solito, lega tra loro le opere raccolte in una collana: infatti, l’impronta di Geyser è già nella parola. Il Geyser è un fenomeno naturale che nasce in silenzio, sotto terra, e il suo “incipit” è una semplice bolla d’acqua: attraverso la spinta della sua anima la bolla monta sempre di più, si gonfia all’estremo fino a scoppiare in un fragoroso rumore. Una descrizione che ben dà linfa a una selezione narrativa di nuove voci: un tempo, appunto, li si poteva chiamare autori esordienti o emergenti.

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Così viene presentato il progetto editoriale dietro Dittico Noir. Nonostante le premesse, a chi conosce Giuseppe Tomei sin dalle sue prime pubblicazioni, questo volume appare più che altro una prova di maturità. Insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale, nonché speaker radiofonico, in Dittico Noir raccoglie e mette a frutto l’esperienza di oltre vent’anni alla ricerca della parola. Lo vedi sia nella costruzione delle due storie, che non prescindono dai cliché tipici dei gialli, ma solo per farli a pezzi pagina dopo pagina, descrizione dopo descrizione. Lo vedi anche nella descrizione, a tratti maniacale, ma solo per portare il lettore sulla scena. Lo vedi nella narrazione e nella meta-narrazione. Perché in entrambi i racconti c’è anche quella.

La copertina

Gli ingredienti sono tanti, in una costruzione in cui fanno breccia anche alcune immagini di Nietzche. Si diceva dei cliché. Quelli tipici di due storie “noir” che non risparmiano elementi forti e, allo stesso tempo, richiamano anche il vecchio giallo “all’italiana”. La penna di Tomei descrive le vicende di due investigatori – collaudati o improvvisati, non importa – che non nascondono tutta la profonda malinconia dei solitari cronici, più per necessità che per scelta. Il cliché finisce mentre i protagonisti iniziano a raccontarsi con grande tenerezza nel loro essere sempre fuori luogo, mentre fingono di respingere, e invece bramano, accettazione e normalità.

E poi, irrompono sul palcoscenico quelle femmes più o meno fatales (altro cliché) che conducono il gioco accendendo il desiderio. Ma è la stessa narrazione che poi vira su scelte inaspettate mentre scorre tra le pagine una galleria di personaggi variopinti, ritratti nelle loro umane e disumane debolezze, mentre ruotano attorno alle sorti dei protagonisti. Così Anselmo Cafarella, il portiere del complesso residenziale. Così Nicola Anzani, lombardo figlio di lombardi a loro volta figli e nipoti di lombardi. Così EuGenio Malfatti. Così il signor Questore. Certo signor Questore, che interagisce con il viceispettore Ugo Nardi mentre è sulle tracce della donna rientrata tra i sospetti delle indagini. Questo per il primo racconto.

Il secondo, La filosofia del somaro (il perché dello strano titolo si scopre solo all’ultima pagina), viene da più lontano nel tempo. Si tratta di un racconto che Tomei ha rielaborato ed è ambientato in un’epoca pre-euro e pre-sisma in un luogo sovrapponibile all’Aquila, la sua città natale. Attorno all’io narrante, questa volta in prima persona, ruotano la bella Eleonora, ‘Cardo, Felix, Gianna, Gerolamo la vedova Piera Giannini. E il vicequestore aggiunto Pascasi. “I personaggi inizialmente erano di più”, spiega Tomei, “ma abbiamo deciso di modificare alcune strutture in fase di editing, eliminando quelli non più fuzionali alla costruzione narrativa che volevamo ora dargli. Un tessuto che avrebbe visto alcuni di questi come figure anacronistiche”.

Si legge con curiosità, ci si appassiona alla storia, si ride e ci si emoziona.

Giuseppe Tomei, nato a l’Aquila nel 1971, è insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale da oltre venti anni. Fra le sue tante opere teatrali ricordiamo Nati con la camicia (di forza) (2015), Mysterium Christi (2018), 700 e non sentirli (2019) oltre allo spettacolo beckettiano All’Umor non si comanda che ha visto la luce qualche settimana fa grazie al progetto del Teatro Stabile d’Abruzzo, “L’arte non si ferma”. Come attore, ha recitato fra l’altro nella commedia musicale Traviata, nel radiodramma L’elefante di Raffaello e nello spettacolo La notte del gran rifiuto, la sua ultima performance. Dittico Noir è il suo secondo lavoro letterario, che fa seguito al romanzo breve Io non c’ero edito da Aurora Edizioni (2018).

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Interviste

Elena Arvigo: Atlantide, fucina di talento e libertà artistica, nato per creare il futuro

Domenico Paris

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Tra le attrici più ammirate del panorama teatrale italiano degli ultimi dieci anni, Elena Arvigo, in questo difficile e ormai apparentemente interminabile periodo di forzata assenza dalle scene, non è rimasta certo con le mani in mano, dedicandosi con la solita passione e con la professionalità che la contraddistingue a curare il suo “giardino” di creazione ed esuberanza.

L’abbiamo raggiunta al telefono per fare un po’ il punto della situazione sulle sue attività, con un occhio di riguardo per il progetto Atlantideun contenitore indipendente on line abitato da artisti della scena e delle arti contemporanee (tra i quali Elena Gigliotti, Monica Nappo, Simone Falloppa, Giovani Arezzo) di cui è l’animatrice.

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Partiamo dall’attualità, dal progetto Atlantide: quando è nato e perché?

L‘idea di Atlantide è nata una notte di gennaio, riflettendo sul periodo storico che stiamo vivendo e sulla scorta di una serie di riflessioni che riguardano il presente e il futuro del teatro. Spesso in questi mesi si è posto l’accento sulla funzione “consolatoria” di quello che noi attori, registi, uomini di spettacolo facciamo, sottolineando quanto sarà importante, non appena sarà possibile tornare su un palco, quello che potremo fare per il pubblico. Però, mi è sembrato che si parlasse poco di certe nostre esigenze, in primo luogo di quelle legate alla libertà di poter creare, di poter esprimere qualcosa che possa soddisfare anche noi stessi, oltre chi ci sta di fronte. Ecco, Atlantide risponde proprio a questo tipo di aspettative, mettendo insieme una serie di professionisti del settore che in questo luogo-non luogo offrono il proprio contributo che spazia dal teatro alla poesia, fino ad arrivare alle arti visive e alla performance in un’atmosfera di libertà. Quando ci riuniamo su zoom per decidere per decidere il da farsi, sembra quasi di essere in un camerino non in una dimensione asettica e virtuale! Atlantide è la mia, la nostra reazione a un certo stato di cose che ci sta facendo soffrire, ma che non spegnerà il nostro fuoco.

Il tuo primo contributo al progetto è stato 4.48 Psychos da Sarah Kane, che da tanti anni lascia esterrefatto il tuo pubblico per l’intensità con la quale lo interpreti. Come ci si misura con un testo così “abissale” e come si sopravvive ad esso?

Partiamo dalla base: quest’opera è un capolavoro immortale, senza tempo. La sua è una scrittura che oserei definire scolpita, sembra un lavoro di Michelangelo, privo di sbavature. E queste sue caratteristiche sono tanto più evidenti quante più volte lo si porta in scena, perché è in grado di dimostrarsi perfetto come i migliori testi classici e come loro dimostra tutta la generosità di chi lo ha scritto. Sarah Kane era un’autrice in grado di portare il suo cuore in mano al pubblico, niente di meno. E se è vero che ci vuole coraggio ad interpretarlo, nondimeno ci vuole anche coraggio per vederlo, perché è in grado, se non di cambiarti, quantomeno di connetterti con la dimensione più profonda e sensibile della tua anima, impedendoti di barare con certe riflessioni personali. In questo senso, trovo sia molto funzionale il fatto che non si caratterizzi in uno spazio fisico ben preciso, ma lasci molte possibilità interpretative, trasformandosi quasi in un “appuntamento” con se stessi in un posto sempre diverso, in un perenne “fuori”. E comunque, nonostante l’argomento trattato, nonostante si parli di gravi disagi della psiche e sofferenza, è anche un testo in grado di regalare speranza, secondo me. Il finale, per esempio, con la sua richiesta di luce (“Per favore aprite le tende”) che arriva dopo due pagine di silenzio totale, è emblematico. Difficile immaginare una metafora bella e commovente come questa, no?

Prima abbiamo accennato al futuro del teatro, permettimi di infilare il dito nella piaga: in questo anno abbondante di chiusura, ti sei molto spesa sui social e nelle interviste per difendere la categoria attoriale e dei lavoratori dello spettacolo in genere. Le istituzioni avrebbero potuto far di più per alleggerire la vostra crisi e cosa ti aspetti in vista delle auspicate riaperture?

Una cosa, innanzitutto, che non viene mai rimarcata abbastanza: i teatri non sono tutti uguali. Ci sono quelli sovvenzionati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) che non hanno certo accusato gli stessi problemi di chi si regge con la sua sola attività e con l’incasso al botteghino. È bene che questo si sappia, soprattutto affinché, quando sarà ora e tempo, vengano fatti discorsi e ripartizioni eque. Soldi a disposizione per fare delle buone cose ce ne sono e non sono pochi, ma bisognerà impegnarsi a salvaguardare tante realtà. Per questo è auspicabile che chi lavora in questo settore sappia fare rete comune e, soprattutto, che di questo settore sappia difendere l’integrità, rifiutando certe logiche di clientelismo che, non nascondiamoci dietro un dito, hanno creato “figli e figliocci” prima della pandemia. Non sarà facile.

Per quanto mi riguarda, posso dirti che ho riscontrato difficoltà quasi insormontabili nel dovermi rapportare con certe realtà. Per un motivo molto semplice: non si può impazzire nel tentativo di stabilire un dialogo con chi parla una lingua diversa dalla tua. Dovrebbe essere invece come in amore, dove non si implora qualcosa, la si riceve. Senza “preghiere”.

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Già che ci siamo, una domanda da un milione di dollari: quale sarà la funzione rieducatrice del teatro, se possiamo definirla così, dopo questo lungo dramma di isolamento sociale? Quali saranno, se ci saranno, i nuovi obiettivi?

Vedi, il teatro nel corso della sua storia ultramillenaria si è sempre dovuto adeguare ai cambiamenti e ai grandi eventi che hanno segnato la storia, quindi ha in sé, nella sua stessa essenza, il germe spontaneo del cambiamento. Io penso che servirà da un lato rinnovare il patto tra pubblico e attori, che ha sempre sostanziato, affidandosi a grandi testi, ad opere di profondo respiro in grado di rendere di nuovo tangibili certe emozioni, anzi, certi scambi di emozioni tra attori e pubblico; ma, nello stesso tempo, sarà anche necessario andare incontro al futuro senza demonizzare, ad esempio, certi aspetti tecnologici della nostra civiltà. Pensiamo allo streaming, alle piattaforme social: è vero che non sono la scena, ma consentono comunque ad un pubblico molto più giovane di approcciare con il nostro mondo. È una forma di prossemica che va conosciuta meglio prima di essere “censurata” senza appello. Sfruttandolo in un certo modo, per esempio di notte come farò per le letture per i 200 anni dalla nascita di Baudelaire (appuntamento il 9 aprile sulla piattaforma di Atlantide sui social, cercatela! Ndr), si può creare una forma di intimità differente ma non per questo meno importante. Io penso che l’unica condizione che vada sempre rispettata per la creazione di un “luogo-teatro” sia quella dell’unità di tempo, quindi della diretta. Per il resto, si può e si deve lavorare in un’ottica di introiettare nel discorso “teatro” certe nuove possibilità offerte dalla tecnologia. E non dimenticarsi mai, mai, di andare sempre incontro alla gente.

La tua lunga e variegata formazione nel mondo della danza non ti ha mai spinto a considerare l’ipotesi di confrontarti con tradizioni teatrali diverse da quella occidentale o, comunque, più legate alla performance rispetto all’oralità? Questo sia da un punto di vista attoriale che registico.

Sì, ma solo come appassionata, in termini di studio della materia. Non mi sentirei a mio agio in vesti sceniche completamente diverse da quelle che “indosso” da quando faccio questo mestiere. Certamente nutro un grande interesse nei confronti dei teatri orientali, specialmente il Nō, o verso quelli di performance. Ad esempio, amo la clownerie, ho seguito diversi seminari in materia e sono certa di aver arricchito la mia gestualità scenica tenendo presente certe sue caratteristiche. Nutro poi un interesse profondo anche nei confronti della psicologia, ho frequentato l’intero corso di laurea facendo tutti gli esami, prima di scegliere un’altra strada. Normale che anche in questo caso mi siano rimaste dentro tante cose. Come “studentessa”, nonostante la mia formazione classica al Piccolo di Milano, mi sento molto open minded.

Più volte hai dichiarato che non ti cimenterai mai nella drammaturgia. Non è che il COVID 19 ti ha fatto cambiare idea, regalato qualche spunto in grado di farti fare marcia indietro?

Mhm, no, non ancora perlomeno. Io amo molto le parole degli altri pur facendole ovviamente mie quando recito. In un certo senso faccio drammaturgia “sistemandole” per le mie interpretazioni, affinché siano funzionali quando sono in scena. Però, ecco, se scrivessi tutto io, non so come andrebbero le cose. È un mio modo di manifestare il mio personale pudore quello di esimermi dalla scrittura. Perlomeno fino ad ora lo è stato.

Girare un film, invece, potrebbe interessarti?

Oh sì, mi piacerebbe tantissimo! Da semplice attrice, con il passare del tempo, sono diventata una “teatrante”, nel senso che oltre a curare alcune regie dei miei spettacoli, mi sono cominciata ad occupare un po’ di tutti gli aspetti, dalle luci all’allestimento dello spazio scenico fino ad alcune questioni più…materiali, legate ai budget e all’organizzazione. Non sono diventata una “politecnica”, sia chiaro, ma ho scoperto che è molto gratificante essere dentro e comprendere tutti i meccanismi del tuo lavoro. E affronterei il cinema con lo stesso spirito, sarebbe una sfida bellissima e non avrei paura del cambio di mezzo espressivo. Chissà…

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Nella seconda parte del 2020 hai fatto parte del cast di due film tv di prossima uscita, La scuola cattolica di Stefano Mordini (dal romanzo di Edoardo Albinati, con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca) e Il Boemo di Petr Václav, sul compositore settecentesco Josef Mysliveček. Che esperienze sono state, quali difficoltà soprattutto? E, sempre rimanendo a quello che hai fatto quest’anno, che ci dici della tua partecipazione al Festival di Venezia dello scorso anno?

Abbastanza diverse tra loro: nel film di Mordini, infatti, ho praticamente girato solo interni con pochi personaggi in scena e tutto è stato piuttosto semplice, mentre per il film di Václav, che è una produzione internazionale e ha molti set all’aperto con numerosi attori e comparse contemporaneamente davanti all’obiettivo, le cose sono state molto meno facili, sia in termini di allestimento che in fase di coordinazione. Decisamente non è semplice lavorare nel cinema in questo periodo, comunque. Ci sono tanti problemi pratici e non solo che speriamo possano presto finire.

Per quanto riguarda Venezia, invece, è stata un’esperienza molto gratificante, grazie anche al ruolo di protagonista che mi è stato affidato da Giorgio Diritti in Zombie, un cortometraggio molto bello nel quale si fa una riflessione secondo me molto profonda sui traumi infantili e sui rapporti interfamiliari.

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Interviste

Dalla & Pallottino: lo storico sodalizio artistico nel nuovo libro di Massimo Iondini

Antonella Valente

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A nove anni dalla sua morte, Lucio Dalla continua a raccontare di sé attraverso le parole del giornalista Massimo Iondini che lo fa protagonista anche del suo secondo libro “Dice che era un bell’uomo… – Il genio di Dalla e Pallottino” (Edizioni Minerva). Anche il primo, “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla“, dato alle stampe nel 2020, si concentrava sul cantautore bolognese e sul rapporto con Paola Pallottino, colei che ha scritto alcuni dei testi più famosi di Dalla come “4 marzo 1943”, “Un uomo come me”, “Il gigante e la bambina” e “Anna Bellanna”. E proprio a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione di “4/3/1943” il giornalista, anch’esso bolognese, decide di “aggiungere un altro tassello” alla bibliografia Dalliana e racconta un periodo ben preciso della carriera di Lucio e una particolare collaborazione, quella con Paola Pallottino.

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E’ stata lei a dare vita al capolavoro di “4/3/1943”, in origine “Gesubambino”, attraverso un testo molto personale che contiene, nonostante alcune censure e modifiche in corso d’opera per permettere a Lucio di partecipare a Sanremo, anche un tema decisamente sentito all’epoca dell’uscita del brano, nel 1971. Tanto sentito che all’indomani dell’esecuzione all’Aristorn, arrivò all’organizzazione del Festival una lettera di una ragazza madre che ringraziò Lucio Dalla e gli organizzatori per il coraggio dimostrato per aver toccato un tema così scottante. “Evidentemente le ragazze madri in quel periodo non erano pochissime – spiega a The Walk of Fame Massimo Iondini – il conflitto era terminato non da così tanto tempo per cui i figli della guerra in quel periodo avevano 25 anni...”

Il suo primo libro uscito lo scorso anno si intitola “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla”. Da poco è uscito il nuovo libro sempre incentrato sulla figura del cantautore bolognese. Come mai questa affezione nei suoi confronti?

Perchè credo che sia il più “grande” di tutti, ma del resto lo diceva anche Fabrizio Dè Andrè che diceva che Dalla era quello che meglio di tutti e più di tutti aveva sintentizzato “l’alto” e il “popolare”. Sapeva conciliare in maniera perfetta e sintetica questa doppia aspirazione che tutti hanno: quella di essere qualitativamente “alti” nella loro espressione artistica e musicale e quella di essere allo stesso tempo “popolare”. Lucio ha ben sintetizzato tutto ciò. A fronte di alcuni dischi che possiamo definire “impervi e molto intellettualistici”, come quelli fatti con Roversi tra il ’73 e il ’76, ci sono poi dischi più popolari e fruibili. Arrivo al centro della domanda e al perchè io abbia realizzato questo libro: perchè racconta un periodo limitato e una specifica collaborazione. È il Dalla delle origini in cui sono già presenti in noce tutti i temi e semi che poi svilupperà successivamente. La collaborazione con Paola Pallottino è poi al centro della mia attenzione perchè, di tutta la nutrita bibliografia Dalliana, su questo non c’era nulla, per cui con questo lavoro aggiungo un tassello che mancava e che non poteva mancare.

Quando scatta la scintilla artistica tra Lucio e Paola?

Il loro primo disco pubblicato è dell’aprile del ’70 quindi hanno iniziato a frequentarsi alla fine del ’69, in modo abbastanza casuale e fortuito. Lei si dilettiva a scrivere ma era un’illustratrice di fiabe e poi è diventata la più grande storica dell’illustrazione italiana e storica dell’arte. Lucio invece era un musicista: due mondi artistici sì, ma lontani. Si sono avvicinati quando il critico jazz Umberto Santucci ha proposto a Paola di far leggere i suoi testi a Lucio Dalla. Lei era a Bologna perchè il marito architetto aveva vinto un concorso al comune. Così l’ha chiamato e glieli ha fatti leggere. Lucio rimase subito colpito dalla novità che avevano questi testi. Lui, all’epoca, era già un personaggio. A Bologna si era fatto conoscere attraverso il jazz ed era entrato giovanissimo nella Rheno Jazz Band dove c’era anche Pupi Avati. Poi ha iniziato a cantare e aveva anche una coppia di autori fidati: Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti della RCA. Lucio per la sua vena così originale e per la sua curiosità era la persona più adatta ad intercettare questi testi così metaforici, visionari e ricchi di spunti anche onirici, letterari e fiabeschi. Per cui è stato molto interessante questo connubio ed è stato preparatorio rispetto alla successiva collaborazione con Roberto Roversi, i cui testi erano di uno spessore assolutamente unico, però molto più politici.

Massimo Iondini

4/3/1943: il primo momento di successo per Lucio Dalla, negli anni precedenti cosa non aveva funzionato?

Lucio piaceva tantissimo agli addetti ai lavori, ai discografici e ai musicisti ma non aveva intercettato il grande pubblico perchè le sue canzoni erano difficili, non erano immediate e di facile ascolto, per il modo di cantare e per certe sue soluzioni armoniche. Poi Lucio vestiva malissimo, era un antidivo, lo faceva apposta. Non aveva di certo un fisic du role perchè basso di statura, non bello e si presentava male di proposito, quasi per esaperare questa sorta di “scherzo della natura” che era da un punto di vista anche fisico. A differenza invece del suo amico Gianni Morandi che incarnava il divo musicale. Paola gli scrisse questa canzone anche a modi “risarcimento” nelle intenzioni, perchè lui era rimasto orfano dall’età di 7 anni . Lei voleva costruirgli questa canzone che fosse un pò biografica. Doveva essere una canzone sul padre ma poi è diventata una canzone sulla madre. La canzone è stata censurata, poi, sia nel titolo sia nel testo. Ma in un certo sento ha contributo a fare la sua fortuna, tant’è vero che nel libro prendo ad esame anche i quotidiani di quei giorni, durante il Festival, e tutti ne parlavano. La canzone non ha vinto ma è diventata la vincitrice morale della competizione e il testo della Pallottino è stato anche premiato da una speciale commissione presieduta dal grande Mario Soldati.

All’interno del suo libro ci sono testimonianze esclusive illustri da Gino Paoli a Gianni Morandi, che ne ha curato l’introduzione, Pupi Avati, Renzo Arbore, Ron, Maurizio Vandelli, Angelo Branduardi e tanti altri: qual è quella che ricorda particolarmente con maggior sentimento?

Beh quella di Arbore contiene un bel ricordo, familiare e intimo, di quando la mamma di Dalla con il piccolo Lucio andava tutte le estati in Puglia. Lei faceva la modista e andavano a vendere capi d’abbigliamento. Una delle clienti della signora Iole (mamma di Lucio Dalla ndr) era la signora Arbore. Renzo, più grande di Lucio di circa 7 anni, mi aveva raccontato che giocava con lui, lo intratteneva e lo teneva sulle ginocchia mentre le signore erano intente a scegliere i capi. Quando poi si videro per la prima volta in RCA negli anni ’70, Lucio chiese a Renzo “Tu sei il figlio della signora Arbore che comprava i vestiti da mia mamma?” Poi Arbore è stato un gran tifoso di Dalla fin dagli inizi, infatti quando conduceva insieme a Gianni Boncompagni “Biandera Gialla” metteva sempre le canzoni di Dalla, mentre Boncompagni diceva “questo qui non venderà mai nulla”! (ride ndr). Cos’altro accomunava Renzo e Lucio? la matrice jazzistica. Un altro bel ricordo è quello di Gino Paoli che è stato lo “scopritore” del Dalla cantante. Litigarono anche, nel 1967, quando Dalla partecipò al suo secondo Sanremo. Quell’edizione particolare si ricorda perchè morì Luigi Tenco, e Gino Paoli, qualche tempo dopo, si arrabbiò con Lucio perchè si aspettava da lui che si rendesse promotore di qualche iniziativa, addirittura quella della sospensione del Festival, perchè era scomparso un partecipante della competizione. Paoli, anni dopo, mi ha confessato che si rendeva conto che in quel momento era difficile avere la lucidità di prendee una decisione di quella portata.

Nel libro scrive “Nato per essere solo: questo era l’assioma esistenziale di Lucio”. Era proprio così?

Questo era quello che lui avvertiva nel profondo della sua anima. Quel verso è tratto da una canzone contenuta nell’album “Ciao”, alla quale ha voluto mettere un titolo in inglese: “Born to be alone”. Anche il fatto di averla voluta dire in inglese è un mascheramento, è una confessione a se stesso che però detta in inglese è un pò camuffata. Lucio, in effetti, ha sempre sofferto potentemente l’essere diventato orfano troppo presto, sofferenza aumentata poi anche dal fatto che madre natura gli aveva giocato un brutto scherzo facendolo crescere troppo poco. Poi uno scherzo glielo fece sua mamma che, vedendolo sviluppare poco in altezza, durante il periodo della pubertà lo mandò da un endocrinologo infantile. Il risultato fu una cura ormonale che lo riempì di peli più di quelli che già aveva.

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