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Interviste

Il Rock’ n Roll non sarà mai in ginocchio, torneremo a ballare sotto le stelle e sarà la nostra rinascita

Da venti anni il S.J, è il festival è il più acclamato tra quelli a tema, tanto in Italia quanto in Europa. La sua rapida ascesa l’ha portato a fregiarsi anche del nobile e principesco titolo di manifestazione rock’ n roll più partecipata al mondo con una media di 400.000 presenze a edizione. Non ha praticamente rivali

Federico Falcone

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In questo momento sto facendo ascoltare Little Walter a un bambino di quattro mesi

Nasci, cresci, ascolti rock’ n roll. Non è uno slogan colmo di retorica e qualunquismo bensì un credo, elevato a vero e proprio stile di vita. Partorito nel sud degli States, tra piantagioni di cotone e schiavitù, tra intolleranza e voglia di emancipazione, tra sangue, sudore e lacrime, si è esteso in tutto il mondo fino a diventare “il più grande movimento interraziale che ci sia“, per dirla con Angelo Di Liberto, fondatore nonché anima e corpo del Summer Jamboree, insieme ad Alessandro Piccinini. Un movimento che fa della libertà il suo valore cardine.

Una chiacchierata, la nostra, che avrebbe dovuto durare una decina di minuti. Il tempo del classico botta e risposta, quando hai dall’altro lato del telefono un interlocutore indaffarato che non ha molto tempo da dedicarti. Può accadere, è normale che sia così. Il deus ex machina del festival più rock n’roll d’Europa mi ha risposto e riattaccato due volte però, perché “non mi andava di parlare di fretta, quando si discute di musica e rockabilly si ferma tutto e ci si prende il tempo necessario“. Ecco, alla voce “passione”, prima o poi andrà introdotto questo aforisma, altresì emblema esplicativo di cosa essa sia.

“L’abbiamo chiamato Summer Jamboree perché volevamo raccontare l’evoluzione del rock nel corso dei decenni, a partire dall’inizio del secolo scorso. Il genere, pur se nelle sue mille sfumature, è una cosa unica e al Summer coesiste tutto, senza alcun tipo di preclusione verso il movimento“. Mettete da parte pregiudizi e censure, dunque, qui non troveranno spazio. Da venti anni il S.J, è il festival è il più acclamato tra quelli a tema, tanto in Italia quanto in Europa. La sua rapida ascesa l’ha portato a fregiarsi anche del nobile e principesco titolo di manifestazione rock’ n roll più partecipata al mondo con una media di 400.000 presenze a edizione. Non ha praticamente rivali.

Per tutta la durata del festival, Senigallia è teatro di un viaggio nel tempo. E’ la Terra Promessa dei rocker, dei cultori dell’american dream e della moda che fu…

Ma tutto questo non sarei riuscito a farlo senza Alessandro Piccinini, amico, fratello e partner. Il suo apporto è stato, è e sarà sempre indispensabile. Un motore instancabile, una forza contagiosa, un’anima straordinaria di amore e dedizione alla causa. Insieme mandiamo avanti questo sogno da due decadi. Lavora 365 giorni all’anno per far sì che ogni edizione sia migliore della precedente. Agiamo, ci muoviamo e parliamo di comune accordo. Come nel caso di questa intervista. Siamo in due anche ora”.

L’occasione per conversare del Summer Jamboree non è delle migliori, purtroppo. Da pochissimo ne è stato comunicato l’annullamento. L’emergenza Coronavirus ha costretto alla cancellazione di tutti i grandi concerti e festival in Italia. Una pagina nera per la musica tricolore. Un disastro culturale che, per lo meno negli ultimi settanta anni, non ha precedenti. “C’è molta amarezza, come è facile immaginare, ma non c’è rammarico. In dodici, per sei mesi, abbiamo lavorato quotidianamente per farci trovare pronti a ogni eventualità. Tutti, dallo staff agli artisti, erano stati avvisati di eventuali e possibili cambi di programma. Fino al momento dell’annullamento, giunto poche ore prima del decreto ministeriale, non avevamo un solo concerto cancellato, pensa tu. Ma quando in tv assisti a una Las Vegas blindata o leggi che l’Oktoberfest non si farà, tanto per fare due esempi, allora ti rendi conto che non stia più a te”.

“Non potevamo fare altro, non dipendeva più da noi, era giusto che ci fermassimo. Il rock’ n roll è bello, bellissimo, ma la salute viene prima di tutto. Ci ricaricheremo per il prossimo anno. Non mi piace parlare di annullamento, però, preferisco affermare che è tutto posticipato al 2021. Non finisce nulla, slitta solo fino a quando non avremo la sicurezza che nessuno correrà dei rischi. Prendiamone atto e guardiamo al domani, con fiducia e positività. Non perderemo un giorno senza lavorare per questo festival e posso garantirvi che sono tante le novità che abbiamo in mente”.

Quale impatto avrà questa emergenza quando, tra qualche mese, ci guarderemo indietro e torneremo con la mente ai giorni dell’incertezza, della paura, dell’instabilità?

Come si è spesso sentito parlare nel periodo della Fase 1 e della Fase 2, saremo in grado di recepire degli insegnamenti? Se si, quali saranno?

“Forse avremo una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la realtà che viviamo nel quotidiano, anche perché dare le cose per scontate non sempre paga. Magari rifletteremo sulle cose di cui abbiamo sempre goduto e che ora, alla luce dei recenti accadimenti, non ci sembrano più in nostro possesso. La musica e lo spettacolo, anche in fase di lockdown, sono stati indispensabili. Non vedremo concerti dal vivo ma se non ci fossero stati musica, cinema e teatro ad accompagnarci sarebbe stato un dramma nel dramma. Tutto si trasforma, ma dell’arte dell’intrattenimento non possiamo farne a meno. E’ tutto ciò che ci fa stare bene”.

“Di questa tragedia mi hanno colpito tante piccole cose. Su tutto, però, la voglia di non farsi mai mancare ciò che riteniamo essere fondamentale: l’amore e la musica. In molti ci hanno marciato, a livello comunicativo, per far leva sull’empatia della gente. Torneremo ad apprezzare il piccolo, il dettaglio. Come dice Alessandro: abbiamo contato le vittime, ma io avevo smesso di guardare i tg perché ogni giorno ottomila bambini muoiono di fame prima dei 5 anni. Quando un telegiornale esordirà dicendo questa cosa, allora forse il mondo sarà cambiato. Adesso mi spaventa l’economia e le criticità a essa connesse. Questa sarà una tragedia. E la cattiveria della gente, cosa che non mi aspettavo. Pensavo saremmo stati migliori, per adesso non è così“.

L’assenza del Summer Jamboree peserà anche e soprattutto a livello di indotto economico mancato. Le cifre che ogni anno il festival veicola sul Comune di Senigallia e tutto il comprensorio marchigiano sono enormi, tali da poter tranquillamente affermare che si tratta di una microeconomia a parte. “Non c’è proporzione tra chi ne è felice e chi invece critica. Con il Summer Jamboree ci sono intere categorie e settori produttivi che si tengono in piedi. Io volevo solo fare una festa, quel 20 agosto del 2000, quando è nato tutto, non immaginavo che sarebbe finito così. Non riguarda più Senigallia, ma tutte le Marche e il centro Italia. In tanti devono tanto a questa manifestazione”.

Quasi due settimane di eventi, circa 40 concerti di cui solo due o tre a pagamento. Non c’è altro da aggiungere. Altra polemica stucchevole, ridicola e da cui prendere le distanze con fare perentorio e risoluto riguarda chi, tra mille fantasie e voli a strapiombo, vuole identificare l’evento con un’appartenenza politica. “Se qualcuno pensa di poter politicizzare il festival è fuori strada. Quanto di più lontano dalla realtà. E la mano bianca e la mano nera? Il rock’ n roll è il primo movimento interraziale della storia. Siamo sempre stati apolitici, come la musica che proponiamo. Dal gruppo gospel che canta in tedesco ai cinesi che cantano Bella Ciao. Dal nonno col nipotino in prima fila ai concerti al motociclista rude e al nerd che insieme bevono una birra“.

E’ semplicemente il rock’ n roll. Se la pensi così, allora sei il benvenuto

Tornerà il contatto, il ballo. Sicuramente si. Quando mi chiedono di raccontare il perché amo gli anni ’40 e ’50 è facile spiegarlo. Si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e c’era tanta voglia di divertirsi e di cose belle. Si, le cose, quelle materiali. Volevi il bello. Non si doveva tenere conto di chissà cosa, dovevano aiutarci ad attraversare il periodo. Come le macchine, dovevano essere affascinanti, sfiammanti, grandi, portentose. Abbiamo, adesso, una grossa opportunità di rilanciare le cose che noi riteniamo essere indispensabili. E la musica non potrà mancare. Ci sarà un ritorno di fiamma, ma ammetto di aver paura per le piccole realtà che non so se sopravviveranno. Anche noi attraverseremo un periodo tosto. Ma sono ottimista, ci sarà una rinascita“.

E allora che rinascita sia. E’ solo un arrivederci, in fin dei conti. Non scordiamo, però, di accendere il nostro stereo e far esplodere le casse a colpi di Chuck Berry. Non lasciamo da parte i nostri RayBan, non dimentichiamo di sorridere di fronte a una birra in compagnia di amici e, soprattutto, non scordiamo di essere felici. E’ tempo di andare, di tornare alla nostra vita gregaria e operaia, di edificatori di sogni e di instancabili promotori del verbo rocknrollegiante.

Ci rivedremo l’anno prossimo, e sarà ancora più bello. L’esplosione di gioia sarà immensa, il coinvolgimento indescrivibile, l’assoluta voglia di libertà impareggiabile e tutti noi, nessuno escluso, torneremo a ballare sotto il cielo stellato. Come prima, più di prima, meglio di prima. E per dirla con quello lì, quel cantante piuttosto famoso di una band un minimo famosa, “It’s only rock’n roll…but I like it“.

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Angelo Di Liberto (ph. Amedeo M. Turello)
Angelo Di Liberto, Ben E.King, Alessandro Piccinini

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Gli Aborym svelano Hostile: “Per la prima volta abbiamo scritto il disco da band”

“Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo”

Luigi Macera Mascitelli

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Il 12 febbraio 2021, i nostrani Aborym pubblicheranno Hostile, il loro ottavo album per Dead Seed Productions. Attiva da quasi trent’anni, la band industrial metal ha segnato un’importante solco nel panorama musicale italiano. Questa nuova fatica è certamente il lavoro più complesso ed ambizioso per i nostri. I ben noti elementi noise, rock, industrial ed elettronici, si arricchiscono ulteriormente, dando vita ad un’atmosfera psichedelica in cui la musica gioca un ruolo di assoluto dominio.

Il tutto accompagnato dall’inossidabile vocalist e frontman Fabrizio Giannese, in arte Fabban, al quale abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda in merito. Con lui, ad approfondire insieme il background di Hostile, il batterista Gianluca “Kata” Catalani. A loro i nostri ringraziamenti e a voi tutti una buona lettura!

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Il 12 febbraio pubblicherete “Hostile”, il vostro nuovissimo album. Cosa potete dirci a riguardo? Sarà un lavoro differente rispetto ai precedenti?

Fab: Preferirei che la gente lo ascoltasse e traesse le proprie conclusioni piuttosto che indirizzarla verso un punto di vista che sarebbe di parte. Quando leggo interviste di gruppi che si autocelebrano mi cadono le palle per terra. Lo trovo poco serio. Il 12 Febbraio verrà pubblicato un nuovo disco degli Aborym, l’ottavo ufficiale, e quando esce un nuovo album non sai mai cosa può succedere. Se verrà capito, se verrà apprezzato o demolito dalla critica… Di certo non vediamo l’ora di poterlo condividere con tutti.

È un disco che ha richiesto due anni di lavoro tra scrittura, pre-produzione, registrazioni, arrangiamenti e post produzione. Ci siamo trovati nell’ esplosione della pandemia proprio quando mancavano le voci su tre brani. Ho inserito le parti vocali in pieno lockdown e poi abbiamo dovuto modificare i nostri piani mixando il disco da remoto, tutti collegati via internet. Ci siamo affidati ad Andrea Corvo, il nostro consolidato sound engineer che ci segue sin dalle prime demo. Ha fatto un lavoro superbo. Dopo la morte di Guido Elmi, producer di Vasco Rossi che ha lavorato con noi su SHIFTING.negative, abbiamo affidato la produzione di Hostile a Keith Hillebrandt, che forse qualcuno ricorda per aver lavorato, tra gli altri, con Nine Inch Nails e David Bowie. Keith ha letteralmente elevato il livello, e per noi era un obiettivo essenziale. Siamo ottimi amici da un po’ di anni ormai e lavorare con un guru di quel calibro è come comprare una Maserati a scatola chiusa.

Com’è nato il disco? Volete parlarci del processo di songwriting?

Fab: Per la prima volta nell’arco di quasi trent’anni abbiamo scritto il disco da band, che per definizione è una combo di vari elementi. Ho finalmente avuto modo di lavorare con musicisti professionali, nonché ottimi amici. Ormai suoniamo da un po’ di anni e ci conosciamo molto bene. Siamo polistrumentisti, ognuno sa cosa fare, e il disco è nato dalle mani di tutti. In passato invece scrivevo tutto da solo. Purtroppo mi sono trovato a lavorare con gente che mi farciva il cervello di promesse e proclami, per poi ritrovarmi a constatare che i fatti erano zero. Ho dovuto chiudere le porte a tanti fattucchieri purtroppo.

Ora sembra che le cose funzionino in modo molto organico. Innanzitutto non c’è più un compositore principale, e ognuno ha lavorato molto sugli arrangiamenti. Siamo partiti da lontano, mettendo le mani su alcune demo. In due anni abbiamo smontato e rimontato tutto fino ad ottenere circa una ventina di canzoni in pre-produzione. Keith ha poi definito quali voleva registrassimo -che poi sono quelle presenti nel disco- e nella sequenza da lui delineata. 

Abbiamo un metodo di lavoro abbastanza trasversale in fase di songwriting. In alcuni casi i brani nascono dalle idee di chitarra di Tommy o sono stati costruiti sul basso. In altri partiamo da un testo e dalle metriche di voce, oppure iniziamo a montare direttamente su sistema modulare o midi su un sequencer. Il processo è schizofrenico, tutto muta e si evolve: i pezzi suonano in un modo e due mesi dopo vengono completamente smembrati e riassemblati diversamente. Una singola canzone ha avuto mesi di gestazione. Credo che per fare musica a certi livelli il tempo giochi un ruolo fondamentale, così come la conoscenza degli strumenti, l’applicazione e lo studio di ciò che non si conosce bene. Siamo tutti decisamente “nerd” in questo.

Kata: Abbiamo iniziato in modo del tutto spontaneo. Eravamo reduci da alcuni concerti in giro per l’Europa e Fab aveva già parecchie idee in cantiere. Abbiamo iniziato a scambiarci file e a lavorarci su in totale autonomia, essendo ognuno attrezzato con il proprio home studio. È stata una vera macchina: i brani uscivano uno dopo l’altro ed erano tutti validissimi. Una vera magia. Abbiamo poi inviato tutto a Keith il quale ci ha dato degli ottimi consigli su come migliorare alcune parti e quali secondo lui fossero i brani più forti. Sai, l’orecchio esterno del producer è veramente prezioso e ti fa rendere conto di cose di cui non avresti mai immaginato. Leggo spesso da parte di sedicenti criticoni musicali della domenica (soprattutto nell’ambito della musica estrema) che le band si fanno scegliere i brani dal produttore limitandone la libertà artistica. Ecco, inviterei gli stessi a studiare come funzionano le cose prima di blaterare.

Nel corso degli anni il vostro sound si è evoluto arricchendosi sempre di nuovi elementi. Ciò è dovuto ad un bagaglio culturale maggiore o alla necessità di dire di più con la vostra musica?

Kata: Direi entrambe le cose. Col passare degli anni si acquisiscono sempre più nuove competenze, si fa esperienza e nel nostro caso, essendo dei veri e propri nerd dei nostri strumenti, investiamo tanto tempo e soldi per acquistare ed imparare a padroneggiare nuove macchine. Nel caso di Fab l’ambiente dei synth modulari, nel mio caso l’integrazione dell’elettronica nella batteria acustica tradizionale etc. Tutto questo fa si che il nostro sound si evolva sempre album dopo album, caratteristica poi che è sempre stata una costante negli Aborym.

Fab: È il DNA di questa band e delle persone che ne fanno parte. Non è un lavoro per noi. Non dobbiamo prostituirci artisticamente per gonfiare le tasche di qualche discografico e di conseguenza facciamo come vogliamo. Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo.

Qual è, per voi, quell’elemento che funge da marchio di fabbrica degli Aborym?

Kata: A mio avviso la sperimentazione, il voler continuamente cambiare pelle senza piegarsi mai alla logica dei generi musicali. Facciamo sempre quello che ci passa per la testa, non ci interessano le mode né stiamo ad inseguire ciò che “funziona” e che quindi fa vendere. Siamo coscienti che se gli Aborym riprendessero in mano la macchina che erano 20 anni fa noi tutti ne trarremmo un beneficio economico enorme. Ma non avrebbe alcun senso. Diffidiamo sempre delle band che fanno uscire dischi tutti uguali. Non posso credere che a 50 anni qualcuno si senta ed agisca come quando ne aveva 20. Capisci cosa voglio dire? A mio avviso la curiosità e la voglia di mettersi in discussione è la base dell’essere creativi.

Fab: Siamo agitatori stilistici (ride, n.d.r.). Mettiamo sempre in difficoltà chi deve scrivere di noi, recensire un nostro disco o la nostra fanbase. I generi musicali li creiamo e li modifichiamo, per poi divertirci a leggere le varie classificazioni che la gente tenta di fare con la musica, non solo con la nostra. È divertente, quanto inutile. Ma tant’è.

Il periodo di quarantena è stato in qualche modo utile per conoscervi meglio durante la lavorazione al nuovo album?

Kata: È stato difficile ma di contro anche molto motivante. L’inizio della quarantena ha coinciso esattamente con l’inizio delle sessioni di mixing dell’album. I primi tempi c’è stato un momento di sconforto perché era chiaro che sarebbe slittato tutto rispetto al planning originale. Ci siamo armati quindi di spirito di abnegazione e siamo riusciti (facendo i salti mortali) a portare tutto a termine, oltretutto con risultati ben al di sopra delle aspettative. Questo sicuramente ci ha resi più forti e coesi di prima, nonché più sicuri dei nostri mezzi.

Fab: Il lockdown, come dicevo prima, ha rallentato la nostra tabella di marcia e abbiamo dovuto modificare i nostri piani. Anche ora siamo in quarantena e stiamo subendo una serie di rallentamenti per via delle restrizioni dei vari DPCM, che rispettiamo tutti. Lo scorso week-end ad esempio non abbiamo potuto fare prove. Inizia a snervarmi tutto questo. Il disco era previsto per il 2020 ed è già tanto che stia uscendo a febbraio 2021. Per mesi e mesi il mondo ha smesso di funzionare e tutt’ora che siamo a gennaio non mi pare che le cose stiano tornando alla normalità.

Ad ogni modo il lockdown non è certo servito per conoscerci meglio. A me ha solo fatto capire che, in fondo, non è cambiato molto nelle persone intorno. Sono sempre stato parecchio distante dalla gente. Sto bene con la mia famiglia, con gli altri della band e con pochi amici. Sono in “distanziamento sociale” dal 1990 circa. Non uso il termine “misantropia” perché non sono un misantropo e queste cazzate le lascio agli adoratori di Satana e al black metal.

Sono uno che meno persone ha intorno e meglio si sente. E non credo molto a ciò che spesso leggo sui giornali, del tipo “questo virus ha avvicinato le persone” o “le persone dopo il covid saranno migliori” e cazzate del genere. Credo esattamente nel contrario. Con la differenza che quando la pandemia sarà finita la gente, oltre che peggiorata a livello sociale, sarà anche incazzata e avrà fame. In molti saranno con le pezze al culo. Mi auguro solo che in tutto questo enorme caos quel pupazzo di Renzi non faccia cadere il governo. Non vorrei ritrovarmi in piena pandemia con Salvini, Berlusconi e la Meloni alla guida. Sarebbe come avere dieci Trump tutti insieme. E non ho nessuna voglia di vaccinarmi facendomi bucare con una dose di disinfettante.

Come pensate sarà tornare in tournée dopo questo blocco mondiale? Avete già in mente un piano per sponsorizzare il disco?

Fab: Al momento no. Per ora ci concentriamo sulle prove dei brani di questo disco, restrizioni e DPCM permettendo, e su una setlist. Siamo già al lavoro su nuove tracce ma non abbiamo idea di quando sarà possibile anche solo iniziare a parlare di concerti. Spero di sbagliarmi, ma credo che il 2021 non sarà poi così diverso dal 2020. Spero davvero di sbagliarmi! Nel frattempo cerchiamo tutti di rispettare le regole, di stare a distanza di sicurezza, di usare quelle cazzo di mascherine, di lavarci spesso le mani e, soprattutto, vacciniamoci quando sarà il nostro turno.

Kata: È prematuro ora parlare di tournée. Come tutti sappiamo bisogna navigare a vista. L’obiettivo adesso è promuovere l’album nel migliore dei modi e nel frattempo lavoreremo affinché possa essere suonato anche live non appena ci sarà di nuovo un barlume di normalità. Di certo tornare a calcare un palco dopo una situazione come questa sarà ancor più stimolante. Speriamo di ritrovarci presto di persona proprio durante un concerto.

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Interviste

Solisumarte: il duo bresciano alla ricerca di una nuova dimensione spazio-musicale

Domenico Paris

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Nati a Brescia nel 2019, i Solisumarte sono un duo formato da Daris Bozzoni e Nicolas Pelleri, entrambi reduci da lunghe e variegate esperienze personali, che hanno unito le loro forze con l’intento di proseguire il loro viaggio musicale in un’avventura in grado di regalargli una nuova prospettiva e nuove suggestioni a sette note.

Dopo il grande riscontro di critica e ascolti ottenuto con “Quella volta sul mare”, ci riprovano con il nuovo singolo “Stare lucido” (uscito il 4 dicembre scorso per Leindie Music/ Artist First), un brano dal ritmo e dall’umore a dir poco catchy, con il quale sperano di rafforzare l’alto indice di gradimento ottenuto finora e prepararsi al meglio per una nuova stagione che, passata l’emergenza covid, possa regalargli prestigiose ribalte.

Dopo “Quella volta sul mare”, ecco “Stare lucido”, un’altra canzone che sembra avere tutte le carte in regola per ripeterne il successo, cambiandone però la formula musicale. Ci raccontate come è nata?

Hai colto nel segno, tramite “Stare Lucido” abbiamo voluto introdurre all’interno dei nostri brani alcune influenze che stanno caratterizzando i nostri ascolti in questo periodo. La canzone è nata in un momento particolare, ci sentivamo davvero annegare tra lavoro, progetti e vita privata, così abbiamo cercato di fotografare quegli istanti e percorrere una strada nuova e ricca di stimoli.

In che modo dobbiamo porci di fronte al nuovo brano: un invito a ragionare e a evitare le “buche” o la semplice constatazione che, nella vita, nessun freno può evitare che succedano certe cose e si creino poi i rimpianti?

“Stare Lucido” è una presa di coscienza sul fatto che le cose nella vita succedono e basta. Guardandoci indietro, è normale vedere opportunità perse, obiettivi mancati, strade sbagliate, ma poco importa. Quello che conta davvero è dove siamo ora, sopravvissuti anche ai mille anni di sfiga augurati da quella maledetta catena del 2007.

Solisumarte è un progetto del 2019 che segue una lunga serie di diverse esperienze che avete accumulato singolarmente. Perché avete deciso di unire le vostre forze e, da quello che avete potuto vedere fino ad ora, la gestione di un duo è più semplice rispetto a quella di un gruppo convenzionale?

Abbiamo deciso di iniziare questo viaggio insieme perché ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto, entrambi soli, con il morale sottoterra, ma con la voglia di risalire e di fare qualcosa che ci rendesse veramente felici. La gestione di un duo è nettamente più lineare e immediata rispetto a quella di una band. Mettere insieme le idee in due già non è scontato, mettere d’accordo quattro o cinque teste spesso può diventare un’impresa impossibile.

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In che modo nasce la vostra musica? Lavorate in sinergia o si tratta di un assemblaggio che fate dopo aver sviluppato separatamente le rispettive idee?

Il vero segreto del nostro sound e del nostro lavoro è che c’è molta cooperazione. Non siamo il producer e il cantante da vedere separatamente, tutte le fasi fino alla creazione del prodotto finale vengono viste e riviste insieme. Crediamo che questo modo di operare sia ideale per proporre un prodotto omogeneo e che rispecchi pienamente la nostra prospettiva musicale.

Dopo esservi aggiudicati la copertina di “Scuola di indie” su Spotify con “Quella volta al mare”, avete rilevato un’impennata di gradimento considerevole rispetto al passato? Quanto sono realmente importanti questi riconoscimenti per una band come la vostra e, più in generale, che idea vi siete fatti dei canali sui quali viaggia la musica oggi?

Essere stati copertina di “Scuola Indie” ed essere all’interno di “Indie Italia” per noi è veramente una figata. Chiaramente sappiamo benissimo che questo è solo un punto di partenza, la strada è ancora molto lunga, ma sicuramente questi risultati rappresentano un ottimo feedback su ciò che abbiamo fatto fino ad ora. I canali su cui viaggia la musica oggi, non c’è bisogno di dirlo, sono cambiati e a nostro avviso è giusto sapersi adattare: Spotify è un ottimo punto di partenza da utilizzare per far sentire le proprie canzoni a più persone possibili.

Immagino che, appena sarà possibile, vogliate suonare dal vivo. Avete già immaginato quale sarà un live standard dei Solisumarte (formazione, set, ecc)? E quanto pensate che la dimensione di un locale e/o di un altro contesto concertistico possa cambiare l’esecuzione dei vostri pezzi?

Non crediamo che ci sia un luogo più o a meno adatto per ciò che vogliamo proporre, sicuramente adatteremo il nostro live a seconda dei contesti in cui ci dovremo esibire. Se dovessimo suonare in un locale importante, probabilmente aggiungeremo al set un batterista per dare più energia e potenza al tutto. Se la situazione dovesse essere invece più intima e il locale meno attrezzato, organizzeremo un set in acustico. No problem!

Nonostante oggi si tenda a procedere per singoli, vi piacerebbe un giorno pubblicare un album per fare un discorso, testuale o musicale, più ampio? E, se sì, quando dobbiamo aspettarcelo?

Assolutamente, l’idea di un album sta già attraversando le nostre menti da tempo. Arriverà il momento giusto, ne siamo certi. Per ora andremo avanti con i singoli che stiamo terminando e quando capiremo che le cose saranno mature per un’uscita sulla “lunga distanza”, ci faremo trovare pronti per raccontarvi qualcos’altro di noi!

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Interviste

Dario Vero firma la colonna sonora del nuovo Sushi Spaghetti Western: l’intervista

Antonella Valente

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Nel 1971 Sergio Leone regalava agli amanti del grande cinema, e non solo, il capolavoro di “Giù la Testa“, con le musiche di Ennio Morricone. Cinquant’anni dopo, il genere che ha contribuito a far conoscere al mondo il cinema italiano trova nuove forme nell’estremo oriente con il Sushi Spaghetti Western: un salto spazio temporale che segue, mezzo secolo dopo, la scia di grandi italiani con protagonisti ninja e samurai alle prese con scazzottate e fischiabotti.

Ultimo esempio delle nuove visioni del genere italo-western declinato in sushi, è The Ingloriuos Serf, che ha visto la produzione impegnata tra Giappone, Est Europa e Stati Uniti. A firmare le musiche è un italiano, il compositore Dario Vero, che per l’occasione ha diretto in presenza e a distanza un’orchestra internazionale di 88 elementi, con un’ospite d’eccezione: Tina Guo, violoncellista di Sherlock Holmes, Wonder Woman, Inception e altri grandi kolossal d’oltreoceano degli ultimi 20 anni.

The Ingloriuos Serf è una colonna sonora inusuale e originale di 42 tracce orchestrali e sinfoniche, in cui il mandolino incontra il koto, una sorta di arpa giapponese, le chitarra slide tipicamente western, i tamburi Taiko giapponesi, l’Erhu e lo scacciapensieri, di Morriconiana memoria, in combinazione della americanissima chitarra elettrica col wah wah nelle scene action.

Compositore, orchestratore e direttore d’orchestra, Dario Vero scrive musica per serie tv, film, animazione e video games. Si diploma e laurea in Italia, presso i conservatori di Santa Cecilia e Licino Refice e si specializza negli States e in Austria sotto la guida di Joe Kraemer (Mission: Impossibile Rogue Nation, Jack Reacher, The Way of Gun) e Conrad Pope (Star Wars, Jurassic Park, Harry Potter, The Matrix, Terminator). Vanta collaborazioni con società italiane e internazionali quali Discovery Channel, Toon Goggles, FilmUa, Rai, MondoTv Iberoamerica, Star Media, Casablanca Brazil, Animagrad, AudioWorkshop, Mediaset.

Dario, come ci si sente a dirigere 88 musicisti sparsi in tutto il mondo per un progetto così importante?

Ci si sente parte di qualcosa di grande. Essere stato scelto tra tantissimi compositori, in un panorama internazionale, mi ha molto lusingato. Dunque ho dato il massimo, cercando di divertirmi. Ma ho anche, come ovvio che sia, sentito la responsabilità sulle mie spalle. Il segreto è scindere. Da un lato le grandi responsabilità e dall’altro l’aspetto ludico. Devi saper gestire le scadenze, perché l’investimento che è a monte è enorme e i produttori ripongono la loro fiducia in te (e anche i tanti soldi investiti). Il tutto ricordandosi la sempre verde regola: “se non ti diverti non funziona!”

Come ti sei avvicinato al progetto che ha visto l’uscita del film “The Inglorious Serfs”?

Ero a Kiev con la crew audio/video di “Mavka the Forest Song”, un grosso progetto al quale sto lavorando da un po’. L’ingegnere del suono mi dice “Sai, sto lavorando al mix di una film unico nel suo genere”. Me ne ha parlato un po’. Mi ha fatto incuriosire. Poi mi ha chiesto di partecipare. I produttori mi volevano nel progetto e Max (il fonico di mix, appunto) è stato il link tra me e la produzione

Cosa pensi del “Sushi Spaghetti Western”? Pensi tenda ad emulare i vecchi Spaghetti Western o che ne rappresenti un omaggio?

Penso ci siano vari topoi in comune con “il vecchio western”. Ma al contempo c’è un che di nuovo, di fresco, in questo film. L’elemento Sushi ha dato una particolarissima svolta all’azione. Ci sono anche omaggi ai classici del genere naturalmente !

Hai composto musiche per molti progetti e lavorato con artisti importanti: c’è un progetto che ti ha visto coinvolto in maniera diversa? o che ricordi con maggiore affetto e legame?

Sono sempre molto coinvolto. Questo lavoro è cosi. Se un progetto non mi convince non posso sposarlo. Ricordo ogni dettaglio di ogni produzione. Direi che, per ragioni anche di carattere umano, il progetto che mi è più rimasto nel cuore è “The Stolen Princess”. Un lungometraggio di animazione internazionale uscito in 52 paesi (a breve anche in Italia, distribuzione Rai). Penso che anche ascoltando la colonna sonora (disponibile su internet e su tutte le piattaforme) si capisca quanto io mi sia divertito.

Vista la grande tradizione italiana in fatto (ovviamente) di spaghetti western, oltre ai film del duo Leone/Morricone ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Ho, ovviamente, ascoltato con enorme attenzione non solo la mia voce interiore, ma anche le idee del regista Roman Perfilyev ! Lui è uno specialista del “genere”. Ama molto l’horror e il thriller e conosce bene tutti i meccanismi che sono dietro questi film. Insieme abbiamo lavorato molto sulle “atmosfere” e sui suoni. Il lavoro invece svolto sul materiale tematico è nato spontaneamente e senza ispirarsi a qualcuno o qualcosa in particolare. È  chiaro che alcuni elementi sono proprio delle invenzioni di Ennio Morricone. Ad esempio la chitarra elettrica con tremolo e i castagnetti.

Al giorno d’oggi è ancora preferibile lavorare con orchestre? quanto sono cambiati i modo di lavorare, in quel settore,rispetto proprio a Ennio Morricone?

Io preferisco lavorare con l’orchestra. Non faccio parte della vecchia guardia per ragioni anagrafiche. Pero il mio workflow assomiglia molto a quello dei compositori del ‘900. Mi piace scrivere i temi, poi orchestrarli e infine eseguirli dal vivo. È un’altra cosa ! Mi piace anche sperimentare con l’elettronica. Ma quando lavoro con i suoni “veri”, con le persone, mi sento a casa.

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