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Interviste

Il Rock’ n Roll non sarà mai in ginocchio, torneremo a ballare sotto le stelle e sarà la nostra rinascita

Da venti anni il S.J, è il festival è il più acclamato tra quelli a tema, tanto in Italia quanto in Europa. La sua rapida ascesa l’ha portato a fregiarsi anche del nobile e principesco titolo di manifestazione rock’ n roll più partecipata al mondo con una media di 400.000 presenze a edizione. Non ha praticamente rivali

Federico Falcone

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In questo momento sto facendo ascoltare Little Walter a un bambino di quattro mesi

Nasci, cresci, ascolti rock’ n roll. Non è uno slogan colmo di retorica e qualunquismo bensì un credo, elevato a vero e proprio stile di vita. Partorito nel sud degli States, tra piantagioni di cotone e schiavitù, tra intolleranza e voglia di emancipazione, tra sangue, sudore e lacrime, si è esteso in tutto il mondo fino a diventare “il più grande movimento interraziale che ci sia“, per dirla con Angelo Di Liberto, fondatore nonché anima e corpo del Summer Jamboree, insieme ad Alessandro Piccinini. Un movimento che fa della libertà il suo valore cardine.

Una chiacchierata, la nostra, che avrebbe dovuto durare una decina di minuti. Il tempo del classico botta e risposta, quando hai dall’altro lato del telefono un interlocutore indaffarato che non ha molto tempo da dedicarti. Può accadere, è normale che sia così. Il deus ex machina del festival più rock n’roll d’Europa mi ha risposto e riattaccato due volte però, perché “non mi andava di parlare di fretta, quando si discute di musica e rockabilly si ferma tutto e ci si prende il tempo necessario“. Ecco, alla voce “passione”, prima o poi andrà introdotto questo aforisma, altresì emblema esplicativo di cosa essa sia.

“L’abbiamo chiamato Summer Jamboree perché volevamo raccontare l’evoluzione del rock nel corso dei decenni, a partire dall’inizio del secolo scorso. Il genere, pur se nelle sue mille sfumature, è una cosa unica e al Summer coesiste tutto, senza alcun tipo di preclusione verso il movimento“. Mettete da parte pregiudizi e censure, dunque, qui non troveranno spazio. Da venti anni il S.J, è il festival è il più acclamato tra quelli a tema, tanto in Italia quanto in Europa. La sua rapida ascesa l’ha portato a fregiarsi anche del nobile e principesco titolo di manifestazione rock’ n roll più partecipata al mondo con una media di 400.000 presenze a edizione. Non ha praticamente rivali.

Per tutta la durata del festival, Senigallia è teatro di un viaggio nel tempo. E’ la Terra Promessa dei rocker, dei cultori dell’american dream e della moda che fu…

Ma tutto questo non sarei riuscito a farlo senza Alessandro Piccinini, amico, fratello e partner. Il suo apporto è stato, è e sarà sempre indispensabile. Un motore instancabile, una forza contagiosa, un’anima straordinaria di amore e dedizione alla causa. Insieme mandiamo avanti questo sogno da due decadi. Lavora 365 giorni all’anno per far sì che ogni edizione sia migliore della precedente. Agiamo, ci muoviamo e parliamo di comune accordo. Come nel caso di questa intervista. Siamo in due anche ora”.

L’occasione per conversare del Summer Jamboree non è delle migliori, purtroppo. Da pochissimo ne è stato comunicato l’annullamento. L’emergenza Coronavirus ha costretto alla cancellazione di tutti i grandi concerti e festival in Italia. Una pagina nera per la musica tricolore. Un disastro culturale che, per lo meno negli ultimi settanta anni, non ha precedenti. “C’è molta amarezza, come è facile immaginare, ma non c’è rammarico. In dodici, per sei mesi, abbiamo lavorato quotidianamente per farci trovare pronti a ogni eventualità. Tutti, dallo staff agli artisti, erano stati avvisati di eventuali e possibili cambi di programma. Fino al momento dell’annullamento, giunto poche ore prima del decreto ministeriale, non avevamo un solo concerto cancellato, pensa tu. Ma quando in tv assisti a una Las Vegas blindata o leggi che l’Oktoberfest non si farà, tanto per fare due esempi, allora ti rendi conto che non stia più a te”.

“Non potevamo fare altro, non dipendeva più da noi, era giusto che ci fermassimo. Il rock’ n roll è bello, bellissimo, ma la salute viene prima di tutto. Ci ricaricheremo per il prossimo anno. Non mi piace parlare di annullamento, però, preferisco affermare che è tutto posticipato al 2021. Non finisce nulla, slitta solo fino a quando non avremo la sicurezza che nessuno correrà dei rischi. Prendiamone atto e guardiamo al domani, con fiducia e positività. Non perderemo un giorno senza lavorare per questo festival e posso garantirvi che sono tante le novità che abbiamo in mente”.

Quale impatto avrà questa emergenza quando, tra qualche mese, ci guarderemo indietro e torneremo con la mente ai giorni dell’incertezza, della paura, dell’instabilità?

Come si è spesso sentito parlare nel periodo della Fase 1 e della Fase 2, saremo in grado di recepire degli insegnamenti? Se si, quali saranno?

“Forse avremo una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la realtà che viviamo nel quotidiano, anche perché dare le cose per scontate non sempre paga. Magari rifletteremo sulle cose di cui abbiamo sempre goduto e che ora, alla luce dei recenti accadimenti, non ci sembrano più in nostro possesso. La musica e lo spettacolo, anche in fase di lockdown, sono stati indispensabili. Non vedremo concerti dal vivo ma se non ci fossero stati musica, cinema e teatro ad accompagnarci sarebbe stato un dramma nel dramma. Tutto si trasforma, ma dell’arte dell’intrattenimento non possiamo farne a meno. E’ tutto ciò che ci fa stare bene”.

“Di questa tragedia mi hanno colpito tante piccole cose. Su tutto, però, la voglia di non farsi mai mancare ciò che riteniamo essere fondamentale: l’amore e la musica. In molti ci hanno marciato, a livello comunicativo, per far leva sull’empatia della gente. Torneremo ad apprezzare il piccolo, il dettaglio. Come dice Alessandro: abbiamo contato le vittime, ma io avevo smesso di guardare i tg perché ogni giorno ottomila bambini muoiono di fame prima dei 5 anni. Quando un telegiornale esordirà dicendo questa cosa, allora forse il mondo sarà cambiato. Adesso mi spaventa l’economia e le criticità a essa connesse. Questa sarà una tragedia. E la cattiveria della gente, cosa che non mi aspettavo. Pensavo saremmo stati migliori, per adesso non è così“.

L’assenza del Summer Jamboree peserà anche e soprattutto a livello di indotto economico mancato. Le cifre che ogni anni il festival veicola sul Comune di Senigallia e tutto il comprensorio marchigiano sono enormi, tali da poter tranquillamente affermare che si tratta di una microeconomia a parte. “Non c’è proporzione tra chi ne è felice e chi invece critica. Con il Summer Jamboree ci sono intere categorie e settori produttivi che si tengono in piedi. Io volevo solo fare una festa, quel 20 agosto del 2000, quando è nato tutto, non immaginavo che sarebbe finito così. Non riguarda più Senigallia, ma tutte le Marche e il centro Italia. In tanti devono tanto a questa manifestazione”.

Quasi due settimane di eventi, circa 40 concerti di cui solo due o tre a pagamento. Non c’è altro da aggiungere. Altra polemica stucchevole, ridicola e da cui prendere le distanze con fare perentorio e risoluto riguarda chi, tra mille fantasie e voli a strapiombo, vuole identificare l’evento con un’appartenenza politica. “Se qualcuno pensa di poter politicizzare il festival è fuori strada. Quanto di più lontano dalla realtà. E la mano bianca e la mano nera? Il rock’ n roll è il primo movimento interraziale della storia. Siamo sempre stati apolitici, come la musica che proponiamo. Dal gruppo gospel che canta in tedesco ai cinesi che cantano Bella Ciao. Dal nonno col nipotino in prima fila ai concerti al motociclista rude e al nerd che insieme bevono una birra

E’ semplicemente il rock’ n roll. Se la pensi così, allora sei il benvenuto

Tornerà il contatto, il ballo. Sicuramente si. Quando mi chiedono di raccontare il perché amo gli anni ’40 e ’50 è facile spiegarlo. Si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e c’era tanta voglia di divertirsi e di cose belle. Si, le cose, quelle materiali. Volevi il bello. Non si doveva tenere conto di chissà cosa, dovevano aiutarci ad attraversare il periodo. Come le macchine, dovevano essere affascinanti, sfiammanti, grandi, portentose. Abbiamo, adesso, una grossa opportunità di rilanciare le cose che noi riteniamo essere indispensabili. E la musica non potrà mancare. Ci sarà un ritorno di fiamma, ma ammetto di aver paura per le piccole realtà che non so se sopravviveranno. Anche noi attraverseremo un periodo tosto. Ma sono ottimista, ci sarà una rinascita“.

E allora che rinascita sia. E’ solo un arrivederci, in fin dei conti. Non scordiamo, però, di accendere il nostro stereo e far esplodere le casse a colpi di Chuck Berry. Non lasciamo da parte i nostri RayBan, non dimentichiamo di sorridere di fronte a una birra in compagnia di amici e, soprattutto, non scordiamo di essere felici. E’ tempo di andare, di tornare alla nostra vita gregaria e operaia, di edificatori di sogni e di instancabili promotori del verbo rocknrollegiante.

Ci vediamo l’anno prossimo, e sarà ancora più bello. L’esplosione di gioia sarà immensa, il coinvolgimento indescrivibile, l’assoluta voglia di libertà impareggiabile e tutti noi, nessuno escluso, torneremo a ballare sotto il cielo stellato. Come prima, più di prima, meglio di prima. E per dirla con quello lì, quel cantante piuttosto famoso di una band un minimo famosa, “It’s only rock’n roll…but I like it“.

FOTO
Angelo Di Liberto (ph. Amedeo M. Turello)
Angelo Di Liberto, Ben E.King, Alessandro Piccinini

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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