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Interviste

Il Rock’ n Roll non sarà mai in ginocchio, torneremo a ballare sotto le stelle e sarà la nostra rinascita

Da venti anni il S.J, è il festival è il più acclamato tra quelli a tema, tanto in Italia quanto in Europa. La sua rapida ascesa l’ha portato a fregiarsi anche del nobile e principesco titolo di manifestazione rock’ n roll più partecipata al mondo con una media di 400.000 presenze a edizione. Non ha praticamente rivali

Federico Falcone

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In questo momento sto facendo ascoltare Little Walter a un bambino di quattro mesi

Nasci, cresci, ascolti rock’ n roll. Non è uno slogan colmo di retorica e qualunquismo bensì un credo, elevato a vero e proprio stile di vita. Partorito nel sud degli States, tra piantagioni di cotone e schiavitù, tra intolleranza e voglia di emancipazione, tra sangue, sudore e lacrime, si è esteso in tutto il mondo fino a diventare “il più grande movimento interraziale che ci sia“, per dirla con Angelo Di Liberto, fondatore nonché anima e corpo del Summer Jamboree, insieme ad Alessandro Piccinini. Un movimento che fa della libertà il suo valore cardine.

Una chiacchierata, la nostra, che avrebbe dovuto durare una decina di minuti. Il tempo del classico botta e risposta, quando hai dall’altro lato del telefono un interlocutore indaffarato che non ha molto tempo da dedicarti. Può accadere, è normale che sia così. Il deus ex machina del festival più rock n’roll d’Europa mi ha risposto e riattaccato due volte però, perché “non mi andava di parlare di fretta, quando si discute di musica e rockabilly si ferma tutto e ci si prende il tempo necessario“. Ecco, alla voce “passione”, prima o poi andrà introdotto questo aforisma, altresì emblema esplicativo di cosa essa sia.

“L’abbiamo chiamato Summer Jamboree perché volevamo raccontare l’evoluzione del rock nel corso dei decenni, a partire dall’inizio del secolo scorso. Il genere, pur se nelle sue mille sfumature, è una cosa unica e al Summer coesiste tutto, senza alcun tipo di preclusione verso il movimento“. Mettete da parte pregiudizi e censure, dunque, qui non troveranno spazio. Da venti anni il S.J, è il festival è il più acclamato tra quelli a tema, tanto in Italia quanto in Europa. La sua rapida ascesa l’ha portato a fregiarsi anche del nobile e principesco titolo di manifestazione rock’ n roll più partecipata al mondo con una media di 400.000 presenze a edizione. Non ha praticamente rivali.

Per tutta la durata del festival, Senigallia è teatro di un viaggio nel tempo. E’ la Terra Promessa dei rocker, dei cultori dell’american dream e della moda che fu…

Ma tutto questo non sarei riuscito a farlo senza Alessandro Piccinini, amico, fratello e partner. Il suo apporto è stato, è e sarà sempre indispensabile. Un motore instancabile, una forza contagiosa, un’anima straordinaria di amore e dedizione alla causa. Insieme mandiamo avanti questo sogno da due decadi. Lavora 365 giorni all’anno per far sì che ogni edizione sia migliore della precedente. Agiamo, ci muoviamo e parliamo di comune accordo. Come nel caso di questa intervista. Siamo in due anche ora”.

L’occasione per conversare del Summer Jamboree non è delle migliori, purtroppo. Da pochissimo ne è stato comunicato l’annullamento. L’emergenza Coronavirus ha costretto alla cancellazione di tutti i grandi concerti e festival in Italia. Una pagina nera per la musica tricolore. Un disastro culturale che, per lo meno negli ultimi settanta anni, non ha precedenti. “C’è molta amarezza, come è facile immaginare, ma non c’è rammarico. In dodici, per sei mesi, abbiamo lavorato quotidianamente per farci trovare pronti a ogni eventualità. Tutti, dallo staff agli artisti, erano stati avvisati di eventuali e possibili cambi di programma. Fino al momento dell’annullamento, giunto poche ore prima del decreto ministeriale, non avevamo un solo concerto cancellato, pensa tu. Ma quando in tv assisti a una Las Vegas blindata o leggi che l’Oktoberfest non si farà, tanto per fare due esempi, allora ti rendi conto che non stia più a te”.

“Non potevamo fare altro, non dipendeva più da noi, era giusto che ci fermassimo. Il rock’ n roll è bello, bellissimo, ma la salute viene prima di tutto. Ci ricaricheremo per il prossimo anno. Non mi piace parlare di annullamento, però, preferisco affermare che è tutto posticipato al 2021. Non finisce nulla, slitta solo fino a quando non avremo la sicurezza che nessuno correrà dei rischi. Prendiamone atto e guardiamo al domani, con fiducia e positività. Non perderemo un giorno senza lavorare per questo festival e posso garantirvi che sono tante le novità che abbiamo in mente”.

Quale impatto avrà questa emergenza quando, tra qualche mese, ci guarderemo indietro e torneremo con la mente ai giorni dell’incertezza, della paura, dell’instabilità?

Come si è spesso sentito parlare nel periodo della Fase 1 e della Fase 2, saremo in grado di recepire degli insegnamenti? Se si, quali saranno?

“Forse avremo una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la realtà che viviamo nel quotidiano, anche perché dare le cose per scontate non sempre paga. Magari rifletteremo sulle cose di cui abbiamo sempre goduto e che ora, alla luce dei recenti accadimenti, non ci sembrano più in nostro possesso. La musica e lo spettacolo, anche in fase di lockdown, sono stati indispensabili. Non vedremo concerti dal vivo ma se non ci fossero stati musica, cinema e teatro ad accompagnarci sarebbe stato un dramma nel dramma. Tutto si trasforma, ma dell’arte dell’intrattenimento non possiamo farne a meno. E’ tutto ciò che ci fa stare bene”.

“Di questa tragedia mi hanno colpito tante piccole cose. Su tutto, però, la voglia di non farsi mai mancare ciò che riteniamo essere fondamentale: l’amore e la musica. In molti ci hanno marciato, a livello comunicativo, per far leva sull’empatia della gente. Torneremo ad apprezzare il piccolo, il dettaglio. Come dice Alessandro: abbiamo contato le vittime, ma io avevo smesso di guardare i tg perché ogni giorno ottomila bambini muoiono di fame prima dei 5 anni. Quando un telegiornale esordirà dicendo questa cosa, allora forse il mondo sarà cambiato. Adesso mi spaventa l’economia e le criticità a essa connesse. Questa sarà una tragedia. E la cattiveria della gente, cosa che non mi aspettavo. Pensavo saremmo stati migliori, per adesso non è così“.

L’assenza del Summer Jamboree peserà anche e soprattutto a livello di indotto economico mancato. Le cifre che ogni anno il festival veicola sul Comune di Senigallia e tutto il comprensorio marchigiano sono enormi, tali da poter tranquillamente affermare che si tratta di una microeconomia a parte. “Non c’è proporzione tra chi ne è felice e chi invece critica. Con il Summer Jamboree ci sono intere categorie e settori produttivi che si tengono in piedi. Io volevo solo fare una festa, quel 20 agosto del 2000, quando è nato tutto, non immaginavo che sarebbe finito così. Non riguarda più Senigallia, ma tutte le Marche e il centro Italia. In tanti devono tanto a questa manifestazione”.

Quasi due settimane di eventi, circa 40 concerti di cui solo due o tre a pagamento. Non c’è altro da aggiungere. Altra polemica stucchevole, ridicola e da cui prendere le distanze con fare perentorio e risoluto riguarda chi, tra mille fantasie e voli a strapiombo, vuole identificare l’evento con un’appartenenza politica. “Se qualcuno pensa di poter politicizzare il festival è fuori strada. Quanto di più lontano dalla realtà. E la mano bianca e la mano nera? Il rock’ n roll è il primo movimento interraziale della storia. Siamo sempre stati apolitici, come la musica che proponiamo. Dal gruppo gospel che canta in tedesco ai cinesi che cantano Bella Ciao. Dal nonno col nipotino in prima fila ai concerti al motociclista rude e al nerd che insieme bevono una birra“.

E’ semplicemente il rock’ n roll. Se la pensi così, allora sei il benvenuto

Tornerà il contatto, il ballo. Sicuramente si. Quando mi chiedono di raccontare il perché amo gli anni ’40 e ’50 è facile spiegarlo. Si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e c’era tanta voglia di divertirsi e di cose belle. Si, le cose, quelle materiali. Volevi il bello. Non si doveva tenere conto di chissà cosa, dovevano aiutarci ad attraversare il periodo. Come le macchine, dovevano essere affascinanti, sfiammanti, grandi, portentose. Abbiamo, adesso, una grossa opportunità di rilanciare le cose che noi riteniamo essere indispensabili. E la musica non potrà mancare. Ci sarà un ritorno di fiamma, ma ammetto di aver paura per le piccole realtà che non so se sopravviveranno. Anche noi attraverseremo un periodo tosto. Ma sono ottimista, ci sarà una rinascita“.

E allora che rinascita sia. E’ solo un arrivederci, in fin dei conti. Non scordiamo, però, di accendere il nostro stereo e far esplodere le casse a colpi di Chuck Berry. Non lasciamo da parte i nostri RayBan, non dimentichiamo di sorridere di fronte a una birra in compagnia di amici e, soprattutto, non scordiamo di essere felici. E’ tempo di andare, di tornare alla nostra vita gregaria e operaia, di edificatori di sogni e di instancabili promotori del verbo rocknrollegiante.

Ci rivedremo l’anno prossimo, e sarà ancora più bello. L’esplosione di gioia sarà immensa, il coinvolgimento indescrivibile, l’assoluta voglia di libertà impareggiabile e tutti noi, nessuno escluso, torneremo a ballare sotto il cielo stellato. Come prima, più di prima, meglio di prima. E per dirla con quello lì, quel cantante piuttosto famoso di una band un minimo famosa, “It’s only rock’n roll…but I like it“.

FOTO
Angelo Di Liberto (ph. Amedeo M. Turello)
Angelo Di Liberto, Ben E.King, Alessandro Piccinini

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Antonella Valente

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Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

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Interviste

La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

Sophia Melfi

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Cosa rende la festa di Halloween così intrigante? Forse, come per la gran parte degli eventi e dei culti popolari, è il sentimento che si ha verso di essi e l’immaginario creatosi nel tempo ad incuriosire maggiormente le persone. E sono proprio sentimenti ed immaginari a scatenare la fantasia di scrittori, artisti e musicisti che negli anni hanno avuto modo di trasmettere attraverso testi, tele e sinfonie la propria idea di Halloween.

Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.

Questa è la ricezione artistica dell’illustratrice editoriale Diana Gallese che, da sempre, attinge ad un immaginario noir, gotico e decadente, fonte inesauribile d’ispirazione per le sue rapsodie di colori e grafite.

Halloween si avvicina e non potevamo non incuriosirci alle tue illustrazioni gotiche dalle atmosfere grandguignolesche. Com’è nata la passione per questo tipo di arte?

“C’era una volta…una bambina che non riusciva a smettere di disegnare…cose strane!”, ecco direi che nasce da qui. Sono cresciuta tra gli odori di pagine di libri, tra poesie decadenti e fiabe nere, con le mani sempre piene di colori e grafite, pervasa dal desiderio continuo di voler donare un segno al suono delle parole che leggevo. La mia testa è da sempre un mosaico di immagini, nel loro continuo vortice, a cui sento il bisogno di donare una quiete, un corpo di carta e colore.

Tutto è divenuto più concreto, nel 2019, quando la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Macerata è stata adottata dalla casa editrice Officina Milena, ed è iniziata ufficialmente la mia carriera da illustratrice editoriale. Non mi sento di definire l’arte “la mia passione”, in realtà è molto di più: è il mio modo di esprimermi, l’unica lingua che io riesca davvero a parlare.

Sfogliando le tue pagine social, ho notato che associ spesso i tuoi lavori ad altre forme d’arte quali la poesia e la musica. Puoi parlarci dei progetti in cui sono confluite queste collaborazioni?

Calliope ed Euterpe, sono da sempre le mie Muse, a cui volgo lo sguardo quando sento il bisogno di far fluire un’immagine, o viceversa quando ho già un’immagine che necessita di essere accompagnata. Edgar Allan Poe, W. B. Yeats, Edgar Lee Masters sono i poeti che più di altri accompagnano le mie visioni, spesso create sulle dolci note nere di Ólafur Arnalds, dei Nox Arcana o sui suoni spettrali dei Cradle of Filth.

Sono devota alla commistione tra le arti, al dialogo fluido che può nascere dal loro incontro, quando la matita sfiora un suono e riesce a darne forma.

Nelle mille strade che percorro ogni giorno, ho avuto il piacere di incontrare delle anime  con cui condividere modi di sentire e visioni; tra queste c’è Maurizio Di Berardino, musicista elettronico e compositore: la nostra è una collaborazione giocosa fatta di copertine di libri, dischi, e disegnini, accompagnata dal nostro motto “è sempre l’ora del tè e di nuovi progetti!” Per lui ho realizzato le illustrazioni di copertina delle trascrizioni di “ Barcarola Op. 19” di F. Mendelsohnn, “The snow is dancing” di Debussy per vibrafono e marimba, di “Two studies for Marimba” e dei suoi due ultimi manuali di programmazione “Introduzione a PureData”, e “Organelle”, tutti disponibili su Amazon.

Stiamo anche ultimando “Quarantine sound diary”, il nostro diario pandemico composto da suoni quotidiani e linee di carboncino che avrà presto modo di approdare in uno spazio fisico oltre che virtuale. Sulla stessa strada ho incrociato l’animo elegante di Roberto Bisegna, chitarrista, compositore e didatta; per lui ho realizzato la copertina di “Circles”, il suo ultimo album musicale. Il nostro è un dialogo onirico-metafisico che vedrà presto nuove luci.

Infine, i miei passi hanno sfiorato i magici sentieri di Alberto Nemo, artista e musicista rodigino; un intrico di parole, suoni e visioni ha dato vita a “Didì disegna Nemo”: una serie di illustrazioni nate dalla necessità di voler disegnare un suono. Per lui ho realizzato l’illustrazione di copertina del suo trentanovesimo album “Aspidistra”, uscito il 15 Ottobre e prodotto da MayDay.

Il tuo stile ha un background horror, macabro ma anche onirico e astratto. A quale immaginario o contesto ti ispiri maggiormente?

Ritrovo parti di me stessa nell’ immaginario fiabesco dei fratelli Grimm, nelle vecchie leggende irlandesi, nei canti ossianici, nei racconti popolari di streghe e fantasmi, nello “Sturm und drang”, nei “fiori del male” di Baudelaire.


Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.
Echi fiabeschi e romantici sono i miei ingredienti preferiti, e sono presenti anche nella mia prima pubblicazione “La Leggenda di Sleepy Hollow”, edito con Officina Milena: sfogliandolo potreste essere galoppati “a spron battuto sulle ali del vento” in groppa al tenebroso Cavaliere senza testa, diretti verso la valle incantata e finire così preda di “estasi e visioni”. Alcune delle mie illustrazioni sono citazioni, elogi a grandi maestri d’arte, esse si staccano dalla loro immobilità di “olio su tela” e fluiscono nella narrazione illustrata.

Hai qualche progetto in cantiere per Halloween? Cosa rappresenta per te questa festa dal punto di vista artistico?

“Nella notte di Samain ci sono più anime in ogni casa che granelli di sabbia in riva al mare”, recita un antico proverbio bretone riguardante la notte di Halloween. Samhain, il vero nome di Halloween, è da sempre la mia festa preferita, ed ogni anno ho creato eventi artistici a tema, esposizioni per adulti o presentazioni di libri con laboratori creativi per i bambini.

A causa dell’emergenza coronavirus, non sono previsti eventi in presenza, ma sto lavorando ad una presentazione virtuale, che uscirà proprio il 31 Ottobre dove parlerò dell’ultimo libro per ragazzi che ho illustrato: “I misteri di Pianodoro”, di Mariagrazia Giuliani edito da Officina Milena.

Se potessi reincarnarti in un artista del passato chi sceglieresti e perché?

Odilon Redon, per divenire parte del suo Nero.

Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo. Non piace agli occhi e non risveglia alcuna sensualità. E’ un agente dello spirito molto più che il più bel colore della tavolozza o del prisma.

REDON A FRONTFROIDE, SETTEMBRE 1910

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Interviste

Maximilian Nisi è Giuda, l’uomo dal cuore nero

“Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo”

Antonella Valente

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Mancano pochi giorni alla messa in scena di “Giuda“, monologo di Raffaella Bonsignori, a cura di Maximilian Nisi, che dal 29 ottobre al 1 novembre sarà al Teatro Lo Spazio di Roma.

Un testo sul cattivo biblico per eccellenza, l’uomo che l’umanità ha messo sotto accusa e che esce allo scoperto per dare la sua versione dei fatti. “Giuda”, interpretato dallo stesso Nisi, racconta la sua verità, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.

Ne abbiamo parlato con il protagonista, l’attore e regista teatrale Maximilian Nisi.

Giuda rappresenta la parte peggiore dell’uomo o quella più naturale?

Giuda è per antonomasia il traditore, l’infedele, il figlio della perdizione, l’uomo dal cuore nero, il bugiardo orgoglioso ed ambizioso, la persona di cui non ci si può fidare. Io credo che sia stato certamente un peccatore e che sicuramente ha sbagliato, commettendo il suo peccato nel modo più eclatante possibile, ma chi può dire di non aver mai, in vita propria, tradito qualcuno o qualcosa? Gli studi psicologici e criminologici hanno rivelato che, in ognuno di noi, esiste una parte primordiale che non è né bene né male, semplicemente “è” e segue il proprio egoismo, il proprio piacere, la propria sopravvivenza. Giuda è un uomo e, come tale, è un contenitore di contraddizioni: amore e peccato, azioni giuste ed errori. Ovviamente, il suo tradimento non è solo una risposta alle istanze primordiali, poiché è determinato dalla volontà, dal libero arbitrio. Ha scelto. Ma cosa ha scelto? Ha scelto di tradire Gesù, di vederlo morire? O ha scelto, in modo errato e balordo, di aiutarlo a realizzare il suo disegno divino? Giuda è un insieme di domande senza risposte.

Qual è il limite che Giuda incontra nell’esercitare il suo amore? Nell’interpretare questo ruolo, la tua visione sulla sua figura è mutata o è rimasta inalterata rispetto a prima?

Ho studiato il testo che Raffaella ha scritto per me, ma ho anche ragionato con lei sui libri che entrambi abbiamo letto e che ci hanno fatto viaggiare verso questo meraviglioso personaggio. In questo modo ho creato un mio legame con lui. Ho sempre desiderato capire il motivo per cui Giuda ha tradito. Le Scritture parlano di tradimento, è vero, ma il finale è aperto, subordinato al libero arbitrio. Non penso che l’abbia fatto per bramosia di denaro, era ricco non ne aveva bisogno, credo invece che abbia agito così perché incapace di accettare un regno che non appartenesse al mondo terreno e che non fosse in grado di comprendere la grandezza della parola di Cristo. Ha tradito per metterlo alla prova, per stimolare reazioni che infine ci sono state, ma non come le avrebbe volute lui, ovviamente. Ha decretato, così, la fine dell’amico, dell’amato maestro e la propria condanna eterna. 

“Giuda come emblema delle fragilità dell’uomo moderno”: quest’ultimo, per non incorrere nel peccato, di cosa avrebbe bisogno?

Di comprensione. So che è un assurdo ma questa potrebbe esser una via. Amare è difficile. Chi tradisce, spesso, lo fa per paura, per infelicità, per incapacità di provare dei sentimenti, per sofferenza, insicurezza o disperazione. A volte si tradisce per cercare di far qualcosa di buono che infine non riesce. Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo. Credo che anche l’uomo contemporaneo abbia bisogno di questo. In questo difficile momento che tutto il mondo sta attraversando a causa della pandemia, ho sentito spesso dire che l’uomo sarebbe diventando migliore, eppure è molto facile vedere quanta aggressività ci sia in giro, quanto desiderio non già di giudicare gli altri, ma di condannarli senza alcun processo. Non dico che non si debbano far notare gli errori a chi sbaglia, ma chi non perdona è incapace di amare. Dio è misericordia infinita, infatti, e nella sua misericordia sono convinto che riposi anche Giuda.

Siamo tutti Giuda, secondo te?

Beh, sì. Nessuno di noi è Dio, anche se molti la pensano diversamente. Certo, non tutti agiamo come ha agito Giuda, per fortuna, ma un lato oscuro appartiene a tutti noi. Conoscere la parte imperfetta che alberga nella nostra anima è importante, ci dà modo di tenerla a bada. Nutrirla è la via per evitare di esserne infine fagocitati.

Tu personalmente credi nella redenzione dal peccato?

La redenzione è composta da due elementi essenziali: pentimento e perdono. In una dimensione divina, al pentimento consegue necessariamente il perdono. Papa Ratzinger, ne “La vita di Gesù”, ha scritto che Giuda, nel momento in cui ha restituito i 30 denari, si è pentito e, dunque, ha avuto accesso al perdono divino. La sua colpa, dunque, alberga solo nella mancanza di fede successiva, che lo porta alla disperazione del suicidio. Nella nostra misera dimensione terrena, invece, le cose si complicano. Diventa difficile parlare di “redenzione”. L’uomo è spesso incapace di perdonare; a volte dimentica, ma non perdona. E questo, se ci pensi, è una cosa innaturale, insomma la primavera arriva per tutti, non ha mai escluso nessuno. Gesù predicava l’amore universale, Giuda non fu in grado di capirlo e forse per questo lo tradì, ma anche noi, se continuiamo a condannarlo per il suo tradimento, dimostriamo di non essere molto diversi da lui. 

Perché hai scelto di rappresentare questo personaggio così emblematico?

Quando ho letto il testo di Raffaella è stato semplice decidere di farlo. Ho adorato la poesia che conteneva, l’armonia delle parole dalle quali scaturivano vita e sentimenti. Interpretare Giuda avvolto nel buio gelido, lontano dalla luce di Dio, in compagnia delle sue tenebre che maledice tutti all’infuori di sé stesso vi assicuro può essere estremamente liberatorio. È un mondo che meritava di essere esplorato e questo viaggio l’ho fatto non solo in compagnia di Raffaella ma anche di Stefano De Meo che ha curato le splendide musiche e di Marino Lagorio, l’artefiche delle immagini evocative che ogni sera mi accompagnano

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