Matthew Lee e l’importanza di essere sé stessi: suono rock’n’roll e me ne frego degli schemi

Questa sera sul palco di Roccaraso, Matthew Lee (al secolo Matteo Orizi, ndr) è senz’altro tra gli artisti italiani più talentuosi e personali in circolazione. Negli anni in cui la trap ha preso il largo, i talent show producono artisti usa e getta di cui nessuno sente la mancanza dopo il singolo d’esordio e i concerti in club e sale teatrali di piccole-medie dimensioni rappresentano sempre più una nicchia, lui, imperterrito, va dritto per la propria strada nel suonare rock’n’roll.

Dalle influenze blues a quelle country, da quelle boogie woogie a quelle più strettamente mediterranee, Lee ha fatto del dinamismo, del coinvolgimento tra il pubblico e di una qualità artistica oggettivamente sopra la media nazionale, i punti cardine su cui costruire la propria carriera che, ne siamo certi, non ha ancora espresso il meglio…

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A distanza di due anni dalla sua uscita, credi che “Piano Man” abbia contribuito ad allargare la tua fan base rispetto a quella degli esordi, probabilmente più “rock’n’rolleggiante”?

E’ una bella domanda. Certamente rispecchia molto il mio percorso artistico. A vent’anni realizzavo cover di musicisti che mi piacevano, specialmente pianisti rock degli anni Cinquanta. Crescendo, facendo un’accurata ricerca musicale e inserendo, quindi, personalità e identità nei pezzi in studio, il panorama delle sonorità e delle influenze si è chiaramente allargando. Ed è stato positivo, perché mi ha consentito di arrivare alle case discografiche che, a loro volta, mi hanno permesso di esprimere la mia indole compositiva. Io non sono un fan del rock’n’roll anni Cinquanta, ma sono fan di quel ritmo. Sono due cose diverse.

In effetti, ascoltando i brani presenti nel tuo ultimo album, ma anche quelli che porti dal vivo sul palco, emerge tutta la tua predisposizione a fondere generi musicali e sound differenti

E’ vero. Blues, country o pianoforte honky tonk, non solo rock’n’roll. Dagli anni Sessanta in avanti, va ricordato, c’è stata molta più sperimentazione, anche perché gli strumenti a disposizione dei musicisti sono migliorati garantendo maggiori soluzioni artistiche. Fino a quel momento era tutto abbastanza omologato e ognuno faceva come poteva. E’ stata una continua evoluzione. Anche al giorno d’oggi, suono un rock’n’roll più appetibile anche a chi quelle sonorità non le conosce.

Con le cover ci si può fare conoscere, ma senza comporre pezzi originali non si va lontano. Quanto è importante sviluppare la propria identità artistica?

E’ fondamentale, ogni musicista vuole dire la sua ed è un bene che lo faccia. Però bisogna fare i conti con la realtà, senza giudicare tutto in maniera eccessivamente negativa o positiva. Si può andare avanti a suonare cover all’infinito. Non sono contro le cover, capiamoci, anzi, possono anche essere molto utili alla crescita di un percorso artistico. Dai Beatles a Springsteen ai Green Day, chiunque suoni ha preso a modello i propri miti dell’epoca. Personalmente riarrangio tutto, faccio cover ma cerco di personalizzarne l’esecuzione.

C’è tutta la differenza del mondo tra una cover, intesa come mera riproposizione del brano, e una performance. L’interpretazione e l’improvvisazione contribuiscono a dare nuova veste al pezzo riuscendo, in alcuni casi, a risultare addirittura più sorprendenti dell’originale…

Si, sono modalità diverse di riproporre una canzone. Il tributo è una cosa, ma se ti impossessi di uno o più singoli, e li fai tuoi, è altro. Appartengo a questa seconda categoria. Un esempio? Johnny Cash che suona “Hurt” dei Nine Inch Nails. Un’interpretazione profonda, intensa, intimistica. La cover è più impattante dell’originale. Cash ci ha messo dentro tutto sé stesso. Quel disco (American IV – The Man Comes Around, ndr) lo adoro. La cover, è bene comunque sottolinearlo, può sdoganare una band, un filone musicale o una sonorità e avvicinare nuovo pubblico.

Credi che, oltre che con i tuoi brani originali, le tue interpretazioni e improvvisazioni abbiano contributo ad avvicinare la gente a nuovi generi e sound?

Ti faccio un esempio, con la band realizziamo diverse versioni de “L’isola che non c’è” di Edoardo Bennato e una bella versione di “Fiori di maggio” di Fabio Concato, ovviamente nel nostro stile. Bene, la mia ragazza pensava che questa versione fosse la mia, non conosceva l’originale. Quindi direi di si, è qualcosa che oltretutto mi auguro perché ne giova la musica e la scena musicale in quanto tale. Suono prevalentemente rock’n’roll ma, paradossalmente, il pubblico fan del genere che mi segue è una piccola parte.

Possiamo definirla come la tua “mission”, quella di allargare gli orizzonti musicali della gente?

Si, direi di si. Non ambisco a diventare sempre più popolare, ma a far conoscere gli artisti che mi hanno influenzato e che eseguo sul palco. E’ una anche una missione educativa. La Rai, prima, ad esempio, aveva uno scopo educativo che ora non ha. All’estero, dove c’è una cultura musicale sul r’n’r diversa e il mercato discografico non è in crisi come da noi, la ricerca sul sound è importante e fondamentale. Bisogna andare anche all’origine dei vari sound per farli apprezzare e conoscere.

Da Billy Joel al boogie woogie passando per la musica italiana anni Sessanta. Guardare indietro per ispirare il presente, verrebbe da dire. Credi che, in ambito artistico, quelli che stiamo vivendo siano gli anni della riscoperta?

Noi siamo apprezzati molto per l’americanata che porto in scena, diciamoci la verità. Ma nello show c’è tanta, tanta impronta della musica e dell’approccio musicale italiano, tanto nell’atteggiamento quanto nell’esecuzione. Provo a fare tutto nel miglior modo possibile. Non vogliamo mai perdere la nostra identità che è molto ben conosciuta all’estero. L’importante è fare le cose col cuore e farle con onestà intellettuale. Questo conta.

Prossime sfide cui cimentarti e metterti alla prova?

Penso di avere tante sfaccettature per lo show business. Mi vedo più, onestamente, a fare show televisivi con altri artisti. Un po’ come Dean Martin o Frank Sinistra, ecco. Mancano? Si, è vero, e non so per quale motivo. Fiorello mi piace molto, ad esempio. Mi piacerebbe fare un varietà in compagnia di altri artisti.

In apertura della nostra chiacchierata mi hai parlato del nuovo disco. Cosa possiamo anticipare ai nostri lettori e ai tuoi fan?

Il 4 settembre uscirà il singolo e a ottobre l’album. Cerco di non fare mai la stessa cosa. A seconda dei brani c’è una struttura diversa con strumenti musicali diversi. Il nostro produttore, Brando, che ho voluto fortemente sul disco, ha contribuito molto a darci un sound specifico. E’ lui che detta la linea. Nei dischi gran parte viene da noi ma l’impatto del produttore ovviamente c’è. Posso svelare che la tracklist sarà composta da undici brani, fra cui alcuni duetti, alcune cover pescate dal repertorio italiano ma con arrangiamenti super americani e poi, ovviamente, canzoni originali. Ma non vado avanti, ne parliamo dopo l’uscita del disco in maniera più approfondita (ride, ndr)

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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