Connect with us

Speciali

Epidemie e rock’n’roll: come Elvis Presley sconfisse la poliomielite e “salvò” gli Stati Uniti

Federico Falcone

Published

on

Se ti chiami Elvis Presley, sei il musicista più celebrato sulla faccia del pianeta Terra, hai centinaia di milioni di seguaci sparsi per il mondo e qualsiasi cosa tu faccia viene presa a modello, passare dall’essere “The King of Rock’n’Roll” a “The King of Walfare State” è un attimo. Elencare i successi del nativo di Tupelo è pressoché impossibile, ci vorrebbero fiumi di inchiostro e centinaia di pagine solo per citarne una parte, anche perché i volgari numeri applicati all’aspetto economico-commerciale non solo non renderebbero giustizia dell’impatto avuto sulla società internazionale degli ultimi cinquanta anni, ma sposterebbero l’attenzione su dettagli differenti rispetto a quelli capaci di contare realmente.

L’Elvis Presley musicista è stato sicuramente anche un prodotto commerciale. Una macchina da soldi in grado di monetizzare in qualsiasi modo, con ogni mezzo a sua disposizione e con un apparato discografico capace di spremerlo come un limone. I riflettori a lungo ambiti si trasformarono però nella sua condanna. I tempi della Sun Records erano ormai solo un lontano ricordo, quelli di Las Vegas, invece, si rivelarono una sentenza di morte. Un biglietto di sola andata. Negli ultimi anni della sua vita, e quindi della sua carriera, era l’ombra di sé stesso. Ma, nonostante questo, il suo carisma e il suo appeal non risentirono mai di ciò. L’influenza di Elvis sulla società statunitense si estese al tal punto da coinvolgere svariati ambiti fra cui quello sanitario. Facciamo un salto nel tempo fino al 1955.

Nella patria dello Zio Sam si tentava di arginare l’avanzata della poliomielite. Fu promossa una capillare campagna per la vaccinazione ma nel giro di un anno solamente lo 0.6% della popolazione a stelle e strisce si vaccinò. Dati alla mano, fino a quel momento fu un clamoroso fallimento. La Seconda Guerra Mondiale si era conclusa solamente dieci anni prima e, dopo i primi anni spesi a ricercare una stabilità finanziaria e sociale, arrivò finalmente il boom economico. La politica internazionale cercava di ricucire gli strappi causati dal conflitto e dalle sue conseguenze, ma la voglia di tornare alla vita dopo il dramma dell’Olocausto, dei bombardamenti e – almeno per quanto riguarda gli States – di Pearl Harbor, Hiroshima e Nagasaki, non poteva minimamente essere condizionata dallo spettro di un’epidemia.

The King of Rock’n’ Roll, poco più che maggiorenne ma già lanciato verso la gloria musicale, fu così coinvolto e momentaneamente chiamato a dare il proprio contributo nel promuovere la campagna di vaccinazione. Proviamo, per un attimo, a immaginare il senso di questa mossa: laddove non arrivò il più potente Stato al mondo, arrivò una rockstar. Laddove non arrivò l’input del Ministero della Salute, arrivò il viso sbarbato, innocente ma ribelle, di Elvis Presley. Un’operazione di marketing straordinaria e indubbiamente riuscita.

L’allora commissaria alla salute dello stato di New York, Laura Baumgartner, le tentò tutte per far comprendere ai suoi compatrioti l’importanza della prevenzione, ma ogni tentativo si rivelò infruttuoso e portò a poco o nulla. A quel punto l’intuizione che, col senno del poi, fu tanto vincente quanto geniale. Elvis rispose “presente”. Il 26 ottobre del 1956 si fece vaccinare dal dott. Harold Fuerst (a sinistra nella nostra foto) e dalla stessa Baumgartner (sulla destra dello scatto) nel corso del “The Ed Sullivan show“. Nei sei mesi successivi i vaccini aumentarono dell’80%.

Secondo le stime, grazie anche all'”Effetto Elvis“, i casi di poliomielite passarono da quasi 60mila nel 1952 a circa 900 nel 1962. Questa vicenda, se incastrata nel periodo che stiamo vivendo, assume un significato ancora più incredibile. In questi mesi gli appelli che le star dell’enstablishment internazionale hanno lanciato sono stati numerosi e reiterati: dal restare casa all’utilizzare mascherine e dpi, dai gel disinfettanti all’importanza del distanziamento sociale. Tutto nell’ottica di contrastare e sconfiggere il nemico invisibile.

Un’epidemia circoscritta a un determinato Paese non è come una pandemia su scala mondiale, ma sottolineare l’importanza dell’appeal dello star system è fondamentale. I riflettori, le luci della ribalta, il carisma e la capacità di coinvolgere la società, se usati nella giusta forma e per le giuste cause, sanno essere incredibilmente d’aiuto. E’ ancora presto per sapere se questi appelli hanno contribuito a evitare il diffondersi del Covid-19, però. Serviranno anni di studi, ricerche e statistiche per poterlo attestare, ma il mondo del rock, della musica e dell’intrattenimento più in generale, al grido di aiuto risponde sempre “presente”.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Speciali

Ladri gentiluomini: storie dei veri Lupin

Federico Rapini

Published

on

A poco più di 10 giorni dall’uscita della serie Netflix “Lupin, nell’ombra di Arsenio”, in cui le gesta del protagonista richiamano alla lontana quelle del celebre ladro Lupin ideato da Marcel Leblanc, la figura del ladro gentiluomo è tornata in auge. Se nella “Casa di Carta” i protagonisti facevano leva sul conquistare l’appoggio del popolo, questo modus operandi prende sicuramente ispirazione a personaggi realmente esistiti.
Manigoldi come Alexandre Marius Jacob, Ned Kelly, Jules Bonnot, Albert Spaggiari sono solo alcuni dei più noti nel loro campo per aver sempre cercato una via, per così dire, più etica. Ladri astuti, innovatori, che hanno sempre, o quasi, evitato l’uso della violenza per i loro furti, le cui vittime erano ricchi e potenti, banche o qualsiasi istituto o ente che nella loro visione del mondo era responsabile dell’oppressione del popolo.

La figura dei ladri gentiluomini da sempre è fonte di ispirazione per scrittori e registi cinematografici, grazie soprattutto alle loro vite da pirati della terraferma.

Spaggiari e la rapina del secolo

In alcuni di loro l’attività criminale era legata anche ad idee politiche di estrazione anarchica, ma nel caso di Spaggiari era abbastanza nota la vicinanza al mondo del neofascismo.

Nato nel 1932 in un paesino della Provenza è noto come l’artefice nel 1976 della “rapina del secolo” ai danni della filiale di Nizza della Société Générale.
Ex paracadutista in Indocina ed ex militante dell’Organisation de l’armée secrète (OAS), Spaggiari lavorò con la sua banda per circa tre mesi prima di arrivare al caveau della banca di Nizza. Questa rapina, ma in generale anche la sua vita avventuriera e romantica, ispirarono Ken Follet per “La grande rapina di Nizza” e il regista Josè Giovanni che nel 1979 girò il film “Les egouts du paradis” (“Le fogne del paradiso”).

In quella famosa rapina i ladri riuscirono a scassinare 371 cassette di sicurezza, rubando denaro e oggetti preziosi per un totale stimato di 30 milioni di euro odierni. La mattina seguente i dipendenti della banca trovarono un caveau tappezzato di immagini pornografiche, con centinaia di oggetti di scarsi valore lasciati a terra ed una frase, che passerà alla storia, scritta su un armadio proprio da Albert Spaggiari: “Senza odio, senza violenza, senza armi”. 

Una beffa. Così come la sua evasione, dopo che fu arrestato per una soffiata, durante un interrogatorio in cui si lancerà dalla finestra atterrando su una Renault 4 e scappando in moto con un complice. Il proprietario della macchina nei mesi seguenti si vedrà recapitare un assegno di 3 mila franchi per il risarcimento. Un vero gentiluomo dunque. Che morì di cancro in latitanza tra Sud America e Spagna avvistato molte volte ma mai preso. Morì senza fare mai i nomi dei suoi complici e sostenendo, riguarda la grande rapina di Nizza, di non aver “tenuto un soldo. La mia parte è andata agli oppressi di Portogallo, di Jugoslavia, d’Italia”

Marius Jacob: il vero Lupin

Il ladro gentiluomo più famoso però è sicuramente Arséne Lupin, nato dalla penna di Marcel Leblanc che si ispirò al francese Alexandre Marius Jacob, anarchico ed inventore di alcune tecniche di furto veramente rivoluzionario. Grazie ad alcune tecniche di arrampicata e di utilizzo delle corde imparate sulle navi o all’acquisto di un negozio di casseforti con cui volle istruire affiliati secondo la sua esperienza. A tali tecniche unì la capacità di travestimento sfruttando la rilevazione di un negozio di costumi. Questa caratteristica, i fan del manga di Lupin III la conoscono molto bene. Così come le sue vittime.

Come Monsieur Gilles, direttore del Monte di Pietà di Marsiglia che nel 1899 subì una delle più grandi beffe organizzata da Jacob. Insieme ad alcuni complici si presentarono come Commissario e poliziotti per cercare prove riguardo un orologio rubato che, secondo fonti, sarebbe stato depositato lì. Poiché nel giro dei pegni c’era sempre qualche usura da nascondere, il direttore acconsentì a chiudere le porte e ad aiutare nella catalogazione di vari oggetti di valore che veniva inseriti nelle ampie valige. Fu dopo 3 ore di di ricerche che il Commissario mise le manette al direttore dicendogli che lo avrebbe condotto in commissariato, davanti al giudice, per accertamenti. Costui, con la coscienza sporca per alcuni prestiti ad alto interesse, impegnò la sua testa alla ricerca di giustificazioni. Condotto al Palazzo di Giustizia fu fatto accomodare su una panchina. I finti poliziotti si allontanarono e quando il Commissario tornò gli tolse le manette e gli disse di attendere lì l’interrogatorio del giudice. Solo la sera, alla chiusura degli uffici, il direttore capì la beffa e cominciò a strillare provocando per questo il suo vero arresto da un affrettato giudice (questa volta vero).

L’intento di Jacob e dei travailleurs de la nuit, quei ladri che lui stesso aveva addestrato, più che il bottino era farsi beffe di un ricco e potente che lucrava sulla povera gente. L’esproprio proletario consisteva anche in questo: far pagare chi guadagnava dalla sfortuna e dalla fatica altrui. Jacob voleva colpire, come spiegava costantemente ai suoi amici anarchici, di voler colpire coloro che vivono sulle spalle degli altri e non del loro lavoro. Armatori, magistrati, grandi proprietari terrieri, preti. Mentre medici, avvocati, commercianti, scrittori sarebbero stati lasciati in pace. Jacob fu un innovatore in tutti i sensi. Utilizzò addirittura le rane come “pali” durante i furti, perché capì che queste gracidavano solo quando passava qualcuno e sicuramente non avrebbero destato sospetti.

Jacob fu sicuramente un personaggio affascinante, cresciuto tra fallimenti e sogni infranti, come quello di diventare ufficiale di Marina. Nella sua dichiarazione davanti ai giudici nel 1905 spiegò perché divenne un ladro. “Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone”.

Jules Bonnot: alla ricerca della felicità

Chi fu affascinato dalle sue imprese fu un altro francese, attivo nel campo dei furti soprattutto alla fine del primo decennio del ‘900. Jules Bonnot, l’anarchico a capo della Banda Bonnot che preferiva comunque vivere per conto suo. Cresciuto tra ingiustizie, umiliazioni e povertà cominciò a leggere Bakunin e Proudhoun nella biblioteca di sir Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, per il quale lavorava come autista. Come Jacob si innamorò di una prostituta che gli fu però portata via dalla polizia, che lo costrinse ogni volta ad allontanarsi da quella felicità che gli “spettava”.

La felicità, la tranquillità fu il suo sogno infranto. Bonnot provò più e più volte ad avere una vita legale, provando a farsi una famiglia, ma ogni volta il suo passato, la sua storia, il suo provenire da una classe sociale ritenuta colpevole per il solo fatto di esistere, tornavan o ad allontanarlo da quella chimera. 

Lui e la sua banda di ladri anarchici “illegalisti”, come Raymond La Science ed Edouard Carouy, furono i primi ad utilizzare le automobili ad altra cilindrata nelle rapine. Le loro azioni, come nel caso di Jacob, erano dirette solo a banche, poste, ricchi. Anche in questo caso c’era una sorta di riappropriazione delle classi subalterne. Tant’è che parte dei loro proventi erano destinati ai circoli anarchici.

Bonnot non godeva di questa vita. SI sentiva costretto a farla. Il suo testamento, la sua ultima lettera recitava queste parole “avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti si, ma in ogni caso nessun rimorso”.

Alle gesta di questa banda di ladri anarchici è ispirato il film “La banda Bonnot”, diretto da Philippe Fourastié nel 1969, con l’attore francese Bruno Cremer, e soprattutto il libro di Pino Cacucci “In ogni caso nessun rimorso” che ha romanzato splendidamente la vita di Jules Bonnot.

Ned Kelly: il Robin Hood australiano

Erano dei reietti. Come i galeotti inglesi mandati in Australia dopo per farla diventare una colonia penale. Uomini malati, distrutti nel corpo e nello spirito. Assassini, ladri, apaches, militanti politici scomodi. Come Luoise Michel, incarcerata per aver partecipato alla Comune di Parigi, che fondò una scuola per gli indigeni e per la quale intervenne addirittura Victor Hugo per farla liberare. 

In Australia crebbe un altro di questi ladri gentiluomini. Edward “Ned” Kelly fu il bandito più famoso della colonia inglese (alla sua vita è ispirato il film diretto da Gregor Jordan nel 2003 “Ned Kelly“). E proprio contro la polizia e l’autorità inglese, insieme alla sua banda, mise in atto la maggior parte delle sue azioni. Puntò soprattutto alle banche e ai ricchi proprietari terrieri e di bestiami e tutt’oggi divide l’opinione pubblica australiana tra chi lo vede come un “Robin Hood” e chi come un semplice bandito che meritò l’impiccagione a soli 25 anni. Alla sua condanna però seguì una petizione in suo favore di 32 mila cittadini australiani.

Come a dire che per il popolo c’era un nemico più grande, nonché in comune, piuttosto che un giovane ribelle.
D’altronde come disse Bertolt Brecht “cos’è rapinare una banca in confronto al fondarla?”.

Continue Reading

Speciali

Disse il corvo: “Mai più”. L’oscurità creativa del genio di Poe

Alessio Di Pasquale

Published

on

Siamo ormai lontani almeno un centinaio di milioni di anni dal XIX secolo di Edgar Allan Poe. Stiamo vivendo l’epoca del pro(re)gresso scientifico, la nuova dogmatica religione a cui ci si affida ciecamente per non pensare o riflettere più. Quella più intransigente, che non ammette errori o revisioni di sorta. Quella che ha tolto le libertà fondamentali dell’individuo, barattandole con un illusorio, fasullo senso di protezione.

Che ha deciso e stabilito che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più “uguali” degli altri. Ma non è così. E lo stiamo imparando. Che ci piaccia o meno, la natura è aristocratica, gerarchica, e assegna ruoli. C’è chi contribuisce di più, chi di meno alla causa umana. Solo che oggi non esiste più nessuna causa per cui lottare, e i ruoli di conseguenza sono invertiti. Chi dunque avrebbe tanto da dare al vero progresso, di cui nessuna crisi di governo potrà mai spogliare, e cioè quello interiore, è tagliato fuori e lasciato a morire al freddo e al gelo. Succede questo quando il materialismo scientifico diventa il braccio armato o la puttana lussuriosa del Dio denaro. E noi lo abbiamo anche permesso. E ora ce lo teniamo. 

L’800 dal punto di vista del progresso umano/interiore è stato come mettere il turbo ad una nuova creazione, togliendo di mezzo le macerie delle illusioni razionalistiche lasciate in eredità da quei poveri ingenui degli illuministi del secolo precedente, ricostruendo così su un terreno più fertile. Un’epoca che ha visto nascere alcune tra le più grandi menti di sempre in ogni branca dell’arte, e non è un caso dunque se fu proprio agli inizi di questo secolo, il 19 gennaio del 1809, che nacque il genio tormentato e sconfinato di Edgar Allan Poe.

Il pericolo di essere manchevoli quando si parla di simili uomini fuori dal comune come Poe è sempre in agguato, ma ci proveremo lo stesso.

C’è una locuzione latina che scava nel profondo, e che riassume la vita di Poe: “Natura abhorret a vacuo“. Tradotto: la natura odia il vuoto. Tutti abbiamo dei vuoti nelle nostre vite, che i nostri istinti naturali ci portano a tentare goffamente di riempire con qualsiasi cosa: dal lavoro al sesso, dall’alcol di pessima qualità al crearci una famiglia disfunzionale, mentre qualcosa dal profondo ci suggerisce che è una battaglia persa in partenza. Ma noi mettiamo a tacere quella voce con altro alcol, altro lavoro, altro sesso.

Alcuni invece sono un’eccezione alla regola: non nascono con dei miserabili buchi; nascono con delle vere e proprie voragini insanabili nell’anima. E la vita di Poe è stata tutta un susseguirsi di disgrazie dovute al maldestro tentativo di colmarle in qualche modo, partorendo però dal caos della sua esistenza opere letterarie di inestimabile valore. Basti dire che senza di Edgar Allan Poe non esisterebbe il genere poliziesco e non avremmo la letteratura dell’orrore, di cui è stato di entrambi pioniere. Inoltre, per reazione a catena, probabilmente non avremmo nulla di tutto ciò che abbia a che fare con i misteri imperscrutabili della mente in ogni campo dell’arte, dal cinema alla musica. 

Nato a Boston come Edgar Poe da David Poe ed Elizabeth Arnold (una coppia di attori girovaghi) fu abbandonato dal padre alcolizzato a soli 2 anni, mentre sua madre morì qualche mese dopo di tubercolosi in un albergo di Richmond. Nessuno per due giorni si accorse dei pianti disperati del piccolo Edgar chiuso in quella stanza, con il cadavere di sua madre che iniziava a decomporsi.

A seguito di questa orribile esperienza, il tema della morte di una donna amata lo tormenterà per tutta la vita, e ricomparirà in moltissimi suoi scritti come Beatrice o Ligeia, e non lo lascerà mai andare nemmeno nella realtà la maledizione della perdita delle sue amate. Come del resto scrisse lui stesso: “Dunque la morte di una bella donna è, fuor di discussione, il più poetico tema in tutto il mondo“. Dopotutto, non siamo quasi mai il risultato dei nostri brevi momenti felici. Siamo spesso il risultato dei nostri drammi e dolori.

Venne dunque adottato da un’amica di sua madre, Frances K. Valentine, che si prese cura di Edgar insieme al marito John Allan (da cui prese l’altro suo cognome), ricco mercante di tabacco e di schiavi di Richmond. Nonostante l’alto tenore di vita che gli permisero di condurre, la tristezza non lo abbandonò mai. E come avrebbe potuto in fondo. Senza un padre a dargli coraggio e con una imago materna malata, logora, morente. Come tutte le donne della sua vita, non a caso.

Dopo aver trascorso pochi anni in Inghilterra, studiando e ricevendo un’educazione prettamente inglese, tornò in America con la sua famiglia adottiva e nel 1825 si iscrisse all’accademia di Richmond, ma fu espulso in breve tempo per i suoi comportamenti dissoluti e grossi debiti di gioco. Fu qui che si innamorò per la prima volta di una donna, Jane Stith Stanard, ma la perse in breve tempo a causa della di lei morte. Inconsolabile, si recava di notte e sotto la pioggia, vento e neve sulla sua tomba a piangerla. Fu la prima donna che riaprì in lui la sua antica, originaria ferita dell’abbandono.

Provando a reagire al dolore, si iscrisse successivamente all’università della Virginia per studiare lingue antiche e moderne, ma anche qui non ebbe fortuna. Invaghitosi di un’altra donna, Sarah Elmira Royster, gli fu impedito di continuare a vederla dal padre di lei per vecchi rancori col suo padre adottivo John Allan. Quest’ultimo inoltre si rifiutò di pagare i debiti di gioco che Edgar aveva contratto all’università, e fu costretto dunque ad abbandonarla.

Per sublimare il dolore dell’ennesima perdita, si arruolò nell’esercito americano e scrisse Tamerlano e altri poemi, una raccolta di poesie che ebbe però scarso successo. Lasciò l’esercito e si iscrisse all’accademia militare di West Point, dove passava le giornate a leggere e a disobbedire agli ordini (come ogni genio che si rispetti), ottenendo di conseguenza, solo otto mesi dopo, l’espulsione per insubordinazione. A causa di ciò, e per continui altri contrasti, fu in seguito anche diseredato dal signor Allan Sr. dal suo testamento.

Iniziò così ad impegnarsi seriamente nel vivere di sola scrittura, ma si scontrò ben presto con un periodo nero per l’editoria che difettava perfino di una legge sul diritto d’autore, e dovette spesso ricorrere ad altri saltuari impieghi per sopravvivere. Incoraggiato da alcuni editori, che videro nelle sue manie e nelle sue stranezze di pensiero e comportamento un punto di forza, iniziò quindi a scrivere i primi racconti horror e giallo psicologico per diversi giornali di Richmond, Baltimora e New York. Pubblicò così nel 1838 (senza successo) il suo unico romanzo Storia di Arthur Gordon Pym. 

Si guadagnò subito invece una discreta fama di spietato, tagliente critico e furioso polemista, specialmente di testi popolari del suo tempo. Era infatti una persona dal temperamento molto nervoso e dal senso dell’umorismo satirico e pungente, in controtendenza con quasi tutto ciò che riguardava la sua epoca, ma era anche estremamente intelligente.

Di fatti, ad ogni giornale a cui approdava come redattore, ne moltiplicava immediatamente le vendite, e fu sotto il Burton’s Gentleman Magazine di Filadelfia che pubblicò il suo primo vero successo La caduta della casa degli Usher, insieme ad altri racconti. Fu però solo negli anni ’40 che iniziò a farsi un nome con scritti come Lo scarabeo d’oro, Il gatto nero, Il cuore rivelatore, La maschera della morte rossa, Il pozzo e il pendolo (solo per citarne alcuni tra i più conosciuti) e la sua poesia più gotica e famosa di sempre: Il corvo. Una poesia a dir poco meravigliosa, commovente, che ha aperto la strada a tutta una serie di subculture sotterranee che non hanno mai cessato di esistere, e sono tuttora sempre in fermento.

Nel 1841 scrive per il Graham’s Magazine, con il quale pubblicò I delitti della Rue Morge, considerato da molti critici il primo vero racconto di genere poliziesco della storia, in cui compare la figura di Auguste Dupin (criminologo), padre simbolico del più conosciuto investigatore logico-deduttivo Sherlock Holmes.

Nel frattempo, le nubi cariche delle sue ossessioni si fanno sempre più dense e oscure sulla sua vita, e il suo carattere irrequieto, emotivamente instabile, lo induce a consumare sempre più alcol per resistere ai demoni che lo tormentano dalla nascita, che lo chiamano a gran voce dalle ferite profondissime nella sua anima. Si dice che spesso finiva a bere fino a mattino nei pub, dove parlava con le persone comuni dei suoi racconti, ma questo non faceva altro che provocargli ulteriore frustrazione, in quanto non veniva ovviamente capito e spesso anche deriso dai suoi (dis)simili.

La situazione emotiva per lui si aggravò ulteriormente quando sua moglie Virginia, una cugina di secondo grado che aveva sposato qualche anno prima e di cui era perdutamente innamorato, si ammalò anche lei come sua madre di tubercolosi. Si rivolse quindi con ancor più feroce disperazione all’unica che lo capiva veramente, capace di lenire le sue sofferenze: la bottiglia.

Nel 1844 si trasferì a New York, e divenne proprietario del Broadway journal, col quale si fece conoscere grazie anche al suo Il corvo. Ciononostante, il giornale fallì pochi mesi dopo per motivi finanziari, ed ebbe il suo vero tracollo di depressione nervosa nel 1846 quando, trasferitosi in un cottage a Fordham in condizioni di estrema povertà, sua moglie morì ventiquattrenne. Di nuovo, esattamente come sua madre. L’alcol non bastava più, e si diede al laudano, peggiorando le sue condizioni di salute psicofisica. Diversamente dagli altri poeti maledetti, iniziò col laudano in tarda età solo per placare la sua profonda malinconia, e non per cercare ispirazione.

Per qualche anno tentò di sopravvivere tenendo conferenze, ma alla fine la sua solitudine esistenziale ebbe la meglio sul suo spirito già duramente provato dalla sorte: morì il 7 Ottobre del 1849, a soli quarant’anni. Le circostanze della sua morte non furono mai del tutto chiarite. Le fonti dicono che fu trovato delirante lungo le strade di Baltimora, con addosso vestiti non suoi e, portato in ospedale da un passante, non riuscì mai a riacquisire la lucidità necessaria per spiegare cosa gli fosse successo. Ci sono varie teorie sulla causa della sua morte, ma non entreremo nel merito. A volte è più importante come si vive che come si muore. Le sue ultime parole furono: “Signore, aiuta la mia povera anima“. Dopodiché si adagiò sul letto, chiuse gli occhi… e non li riaprì mai più.

Poe, come tutte le persone dotate di una grande intelligenza, di un viscerale intuito per i segreti insondabili della psiche umana e di un delicato senso artistico, non fu capito dai suoi contemporanei. È probabilmente il destino che gli dèi assegnano a persone di tale sensibilità, quello di essere postumi mentre sono ancora in vita. Di essere capiti molto tempo dopo. Di essere terribilmente, tristemente, disperatamente soli. 

Fu solo grazie alle traduzioni dei suoi testi fatte dal suo collega europeo Charles Baudelaire che ebbe, dopo la sua morte, finalmente la visibilità che meritava. Baudelaire provava infatti per Poe una sincera ammirazione e un tenero affetto, tali da condurlo non solo a tradurre le sue opere, ma anche a scrivere dei saggi sulla sua vita. È bello essere riconosciuti ed amati da chi è in grado di capirti. 

Concludiamo con alcune parole proprio di Charles Baudelaire, che fanno al caso nostro: “Nei disordini di momenti come questi alcuni uomini socialmente, politicamente e finanziariamente a disagio, ma assolutamente ricchi di un’energia innata, possono concepire l’idea di stabilire un nuovo tipo di aristocrazia, ancora più difficile da abbattere perché basata sulle più preziose e durevoli facoltà e su doni divini che il lavoro e il denaro sono incapaci di donare.”

Amate l’arte, e non morirete mai di realtà.

Disse il corvo: «Mai più». 

Continue Reading

Speciali

Speciale Magritte: “L’impero delle luci”, il quadro simbolo del surrealismo

Redazione

Published

on

L’impero delle luci” è senz’altro uno dei dipinti più straordinari realizzati da René Magritte, per la sensazione atmosferica che riesce a comunicare, ed è uno dei quadri che richiama di più gli ideali surrealisti. L’impero delle luci venne realizzato da Magritte nel 1954, usando la tecnica dei colori a olio; in realtà esistono diverse versioni di questo dipinto: la prima, del 1950, conservata nel Museum of Modern Art di New York; la seconda, del 1954, esposta al Musées Royaux des Beaux-Arts in Belgio; una terza opera realizzata nel 1967 e conservata in una collezione privata.

Quella del 1954 è oggi esposta presso la Collezione Peggy Guggenheim a Venezia. Esso è la rappresentazione apparente di una villetta, che sembra un po’ isolata nel verde, immersa in una profonda e totale oscurità.

Leggi anche: James Joyce e la neve che cade su tutti

Dentro ogni quadro, infatti, c’è un mondo raccontato o una storia inattesa da raccontare. Se mi immergo nel suo panorama prende dimensione e forma, la mia visione fantastica: quella di un’Italia che lotta contro un invasore invisibile e malvagio. La villetta raffigurata, infatti, diviene, nella mia immaginazione, la mia casa, oggi confine forzato e invalicabile se non per comprovate ragioni di necessità. Un confine e un simbolo che unisce e divide nello stesso tempo. Un luogo di tensione in bilico fra difensiva e offensiva. Una barriera che ci isola e separa dall’altro che fino a ieri era rappresentato dallo straniero e dal diverso.

Oggi, invece, ci isola e separa da noi stessi e dal nostro modo di vivere la vita nelle strade e nella piazze. La socialità è stata di fatto sacrificata al monito necessario dell’isolamento. Chiusi in una casa dentro uno Stato che si chiude. A chi apparteniamo adesso?

Leggi anche: Censura e cultura, due mondi incompatibili

E poi, nel dipinto di Magritte, gli alberi e tanta oscurità: una oscurità che seppur sembra inghiottire ogni cosa, viene interrotta dalle luci artificiali provenienti dall’interno di alcune camere della casa. Quelle luci sono chiaramente la rappresentazione di una vita che si svolge comunque e nonostante tutto. Ma il buio viene contrastato anche dalla luce di un lampioncino che rischiara il giardino esterno e il laghetto antistante la casa. Quella luce, che può sembrare debole, è invece forte e coraggiosa perché è lì fuori a proteggere la casa.

Nella mia ricostruzione fantastica, a rappresentare quella luce sono i medici e gli infermieri, schierati in prima linea a fare da barriera umana contro il male invisibile e pronti a sacrificare se stessi per il valore primario della salute. “Eroi moderni senza poeti a raccontare il loro coraggio”, si è letto su uno striscione dinnanzi ad un ospedale di Firenze. Nello sfondo del dipinto, che si staglia dietro l’abitazione, però, non si trova la notte, ma un cielo pomeridiano, di un azzurro chiaro e morbido che voglio leggere come il segno della rinascita.

Notte e giorno condividono lo spazio della tela, in un’opera che vuole eliminare il tempo: come spesso succede, Magritte annulla infatti la linea temporale, rendendo possibile l’apparire simultaneo di cose che, nel reale, si possono vedere solo in successione. E dunque egli ci mostra il presente costellato di buio ma anche un futuro dal cielo azzurro, i cui confini si mescolano sino a scomparire.

Leggi anche: Stephen King, dal Maine a Scampia: la Marotta&Cafiero stamperà “Guns”

«Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia». (René Magritte)

Queste settimane cruciali per il nostro paese hanno disegnato la tela di una nuova guerra, che ci ha resi soldati inconsapevoli e inesperti e ci ha chiamati a mettere in campo solo responsabilità. Una responsabilità che si deve concretizzare nel prendere doverosa e giusta distanza dagli altri e nel rispetto delle istituzioni e del loro valore sociale, ma che comunque non deve far dimenticare e impedire la vicinanza alle esigenze altrui.

Dobbiamo affrontare un dopo-guerra doloroso e difficile, giacché siamo arrivati alla guerra del Coronavirus stremati dalla politica delle lacrime e del sangue che, negli anni, ha operato tagli alla cieca: c’è in ballo l’economia della Nazione, il suo mondo del lavoro, il suo futuro immediato e quello meno vicino.

Nel 1946 gli Stati Uniti adottarono il Piano Marshall, un programma di sostegni materiali e finanziari che aiutò l’Italia a ricostruirsi sino al miracolo economico del finire degli anni 50. Oggi, dovremmo contare sull’Europa, la nostra virtuale assicurazione che ci potrebbe garantire le risorse, le alleanze, gli elementi di forza occorrenti per riprendere il cammino.

Leggi anche: Speciale Escher: prospettive vertiginose, illusionismi e mondi estranianti

L’unica certezza, per il momento, sulla quale possiamo fondare il nostro impero delle luci è quella degli eroi senza maschera, mantello e cavallo, armati solo di mascherina, camice e guanti: ogni giorno combattono battaglie silenziose per salvare quante più vite possibili. E oggi più che mai sono impegnati nella dura lotta contro il coronavirus.

Medici e infermieri in tutti gli ospedali d’Italia sono all’opera senza sosta per contrastare il Covid-19, il loro coraggio e la loro costanza sono l’ancora a cui si è aggrappata la popolazione, che a sua volta si è attivata per contraccambiare. Eroi che hanno commosso perfino star internazionali come Bono Vox che ha dedicato loro, dai social, il brano: “Let your love be know” (Fai conoscere il tuo amore).

Sing as an act of resistance
Sing though your heart is overthrown
When you sing there is no distance
So let your love be’ know, oh let your love be know.
Though your heart is overthrown
Let your love be know

Nelle nostre case siamo chiamati a riflettere.  

Chi è ora l’altro? Il nemico da abbattere?

Che dimensione hanno ora i disperati che scappano da guerre, sofferenze e malattie?

Cosa divengono, dinnanzi a tutto ciò, gli immigrati, il male nero?

Leggi anche: Pittura e Cinema, un amore passionale in grado di suscitare grandi emozioni

Io credo che viviamo costantemente per attraversare luoghi che pur essendo apparentemente l’‘altrui’ di qualcosa, di qualcuno, allo stesso tempo sono nostri, ci appartengono e non possono che appartenerci per interposta persona: difatti la linea di soglia delle frontiere è una linea scavata nella vita, nella coscienza e nell’anima di chi si è sempre trovato “in mezzo”, né da una parte né dall’altra, e che ha sempre pacificamente rivendicato il riconoscimento di una posizione e di un posto, nel tempo e nello spazio. Uno spazio che, come un impero di luci, è abitato e deve essere abitato dalla pietas di Mia Lecomte:

Pietà di noi, qua dentro, pietà/ con le finestre finte/ pietà, dell’abitarci assente/ del non poterci stare/ pietà, pietà, pietà/ in questa nostra altrui.

Guardando verso il basso, dunque, vedo le radici dei popoli, di ogni popolo, non solo le mie, che di diritto abitano la terra e si muovono, per errare da un posto all’altro.

Articolo di Daniela Pisca, vice direttore www.progetto-radici.it

Continue Reading

In evidenza