Epidemie e rock’n’roll: come Elvis Presley sconfisse la poliomielite e “salvò” gli Stati Uniti

Se ti chiami Elvis Presley, sei il musicista più celebrato sulla faccia del pianeta Terra, hai centinaia di milioni di seguaci sparsi per il mondo e qualsiasi cosa tu faccia viene presa a modello, passare dall’essere “The King of Rock’n’Roll” a “The King of Walfare State” è un attimo. Elencare i successi del nativo di Tupelo è pressoché impossibile, ci vorrebbero fiumi di inchiostro e centinaia di pagine solo per citarne una parte, anche perché i volgari numeri applicati all’aspetto economico-commerciale non solo non renderebbero giustizia dell’impatto avuto sulla società internazionale degli ultimi cinquanta anni, ma sposterebbero l’attenzione su dettagli differenti rispetto a quelli capaci di contare realmente.

L’Elvis Presley musicista è stato sicuramente anche un prodotto commerciale. Una macchina da soldi in grado di monetizzare in qualsiasi modo, con ogni mezzo a sua disposizione e con un apparato discografico capace di spremerlo come un limone. I riflettori a lungo ambiti si trasformarono però nella sua condanna. I tempi della Sun Records erano ormai solo un lontano ricordo, quelli di Las Vegas, invece, si rivelarono una sentenza di morte. Un biglietto di sola andata. Negli ultimi anni della sua vita, e quindi della sua carriera, era l’ombra di sé stesso. Ma, nonostante questo, il suo carisma e il suo appeal non risentirono mai di ciò. L’influenza di Elvis sulla società statunitense si estese al tal punto da coinvolgere svariati ambiti fra cui quello sanitario. Facciamo un salto nel tempo fino al 1955.

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Nella patria dello Zio Sam si tentava di arginare l’avanzata della poliomielite. Fu promossa una capillare campagna per la vaccinazione ma nel giro di un anno solamente lo 0.6% della popolazione a stelle e strisce si vaccinò. Dati alla mano, fino a quel momento fu un clamoroso fallimento. La Seconda Guerra Mondiale si era conclusa solamente dieci anni prima e, dopo i primi anni spesi a ricercare una stabilità finanziaria e sociale, arrivò finalmente il boom economico. La politica internazionale cercava di ricucire gli strappi causati dal conflitto e dalle sue conseguenze, ma la voglia di tornare alla vita dopo il dramma dell’Olocausto, dei bombardamenti e – almeno per quanto riguarda gli States – di Pearl Harbor, Hiroshima e Nagasaki, non poteva minimamente essere condizionata dallo spettro di un’epidemia.

The King of Rock’n’ Roll, poco più che maggiorenne ma già lanciato verso la gloria musicale, fu così coinvolto e momentaneamente chiamato a dare il proprio contributo nel promuovere la campagna di vaccinazione. Proviamo, per un attimo, a immaginare il senso di questa mossa: laddove non arrivò il più potente Stato al mondo, arrivò una rockstar. Laddove non arrivò l’input del Ministero della Salute, arrivò il viso sbarbato, innocente ma ribelle, di Elvis Presley. Un’operazione di marketing straordinaria e indubbiamente riuscita.

L’allora commissaria alla salute dello stato di New York, Laura Baumgartner, le tentò tutte per far comprendere ai suoi compatrioti l’importanza della prevenzione, ma ogni tentativo si rivelò infruttuoso e portò a poco o nulla. A quel punto l’intuizione che, col senno del poi, fu tanto vincente quanto geniale. Elvis rispose “presente”. Il 26 ottobre del 1956 si fece vaccinare dal dott. Harold Fuerst (a sinistra nella nostra foto) e dalla stessa Baumgartner (sulla destra dello scatto) nel corso del “The Ed Sullivan show“. Nei sei mesi successivi i vaccini aumentarono dell’80%.

Secondo le stime, grazie anche all'”Effetto Elvis“, i casi di poliomielite passarono da quasi 60mila nel 1952 a circa 900 nel 1962. Questa vicenda, se incastrata nel periodo che stiamo vivendo, assume un significato ancora più incredibile. In questi mesi gli appelli che le star dell’enstablishment internazionale hanno lanciato sono stati numerosi e reiterati: dal restare casa all’utilizzare mascherine e dpi, dai gel disinfettanti all’importanza del distanziamento sociale. Tutto nell’ottica di contrastare e sconfiggere il nemico invisibile.

Un’epidemia circoscritta a un determinato Paese non è come una pandemia su scala mondiale, ma sottolineare l’importanza dell’appeal dello star system è fondamentale. I riflettori, le luci della ribalta, il carisma e la capacità di coinvolgere la società, se usati nella giusta forma e per le giuste cause, sanno essere incredibilmente d’aiuto. E’ ancora presto per sapere se questi appelli hanno contribuito a evitare il diffondersi del Covid-19, però. Serviranno anni di studi, ricerche e statistiche per poterlo attestare, ma il mondo del rock, della musica e dell’intrattenimento più in generale, al grido di aiuto risponde sempre “presente”.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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