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Speciale Niccolò Machiavelli, etica e non morale

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Niccolò Machiavelli etica nel principe

Niccolò Machiavelli, conosciuto dai più come l’autore del “Il Principe“, compie oggi 552 anni. Nacque infatti il 3 maggio del 1469 a Firenze. Erroneamente, e probabilmente a causa di una lettura superficiale delle sue opere, si potrebbe pensare a lui come un uomo cinico, freddo, senza scrupoli.

D’altronde chi non ha letto il suo trattato politico afferma ancora che fu lui a coniare la frase “il fine giustifica i mezzi”. Beh, questa frase non compare mai tra i suoi scritti. Né tantomeno si può dedurre da altre frasi. 

L’enunciato che più vi si avvicina è “e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ prinicipi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un principe conto di vincere e mantenere lo stato: è mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati” (Il Principe, XVIII, 6-7). 

Machiavelli vuole ovviamente intendere altro da ciò che l’ignoranza gli ha attribuito. Non giustifica i mezzi in qualunque caso. Il principe deve agire per il bene dello Stato e del suo mantenimento.

Il ragionamento machiavellico verte intorno all’etica e fu prodotto da una mente lucidamente pessimista. Se si vuole governare a lungo una volta conquistato il potere, il principe ha due possibilità. Appoggiarsi al popolo oppure ai ricchi, ai potenti. Il vero motivo per cui bisognerebbe appoggiarsi al popolo è di natura squisitamente etica: i grandi vogliono opprimere, il popolo non essere oppresso.

MACHIAVELLI E IL SOGNO DELL’ITALIA

Il quadro storico in cui opera Niccolò Machiavelli è quello dell’Italia a cavallo tra ‘400 e ‘500, una penisola divisa dai campanilismi, che la rendevano alla mercé degli stati stranieri. Il regista Ermanno Olmi rappresentò quel momento storico nel film “Il mestiere delle armi”, in cui, raccontando la vicenda del condottiero Giovanni dalle bande nere, inserisce un richiamo al Principe. In una situazione storica mutevole e di grande tensione per la penisola, Niccolò Machiavelli, facendo fruttare le sue esperienze personali insieme allo studio, affida queste al principe. La guida politica in grado di unificare l’Italia. Colui che la condurrà alla libertà governandola con virtù e realismo.

Addirittura Hegel tentò di chiarire le intenzioni del segretario fiorentino: “Il Principe si deve leggere avendo ben presente la storia dei secoli precedenti a Machiavelli, e quella dell’Italia a lui contemporanea: allora non soltanto il Principe sarà giustificato, ma esso comparirà come una grandissima e vera concezione, nata da una mente davvero politica che pensava nel modo più grande e più nobile” (Scritti politici, Einaudi).

Machiavelli s’ispirava dunque agli antichi(in particolare Mosè, Ciro, Romolo e Teseo) e all’insegnamento della storia. Per lui gli uomini tendono a cadere negli stessi errori del passato. Solo lo studio degli eventi e della natura umana possono mettere in guardia dal ricommetterli. Evitando ciò si garantirebbe solidità allo Stato, massima espressione storica del potere sovrano e della comunità solidale.

Sempre il filosofo tedesco sosteneva, riguardo il pensiero machiavellico, che “qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda. Una condizione nella quale veleno ed assassinio sono diventate armi abituali non ammette interventi correttivi troppo delicati. Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia”.

Lo stesso Machiavelli, nel Principe al capitolo 18, affermava che “Bisogna essere volpe per evitare le trappole e leone per spaventare i lupi”.

IL PENSIERO MACHIAVELLICO IN ETÀ CONTEMPORANEA

Appunto una lettura superficiale potrebbe aver fatto fraintendere, in alcuni casi demonizzare, quanto il fiorentino volle comunicare. Come ha sostenuto Viroli, in una tesi alquanto coraggiosa, “Il Principe” non è affatto un’opera di fredda teoria politica, bensì un trattato dall’alto valore attivistico. Machiavelli esorta Lorenzo il Magnifico “a pigliar la difesa di Italia e liberarla dalle mani de’ barbar”. Quello che molti hanno definito un cinico, realista, pragmatico, sognava già nel XV secolo l’Unità d’Italia. Qualcosa ancora molto lontana dalla realtà.

Come ci ricorda lo storico Federico Chabod “la prima formulazione dell’Europa come di una comunità che ha caratteri specifici anche fuori dell’ambito geografico, e caratteri puramente ‘terreni’, ‘laici’, non religiosi” fu proprio di Niccolò Machiavelli.

“Voi sapete come degli uomini eccellenti in guerra ne sono stati nominati assai in Europa, pochi in Affrica e meno in Asia. Questo nasce perché queste due ultime parti del mondo hanno avuto uno principato o due, e poche republiche; ma l’Europa solamente ha avuto qualche regno e infinite republiche. […] Il mondo è stato più virtuoso dove sono stati più Stati che abbiano favorita la virtù o per necessità o per altra umana passione”.

Queste parole espresse dal segretario fiorentino ne “Il Principe” fanno di lui uno dei cardini, uno dei pensatori di cui non si può fare a meno nella ricerca della nascita dell’idea di Europa. Chiunque si appropinqui allo studio della presa di coscienza degli europei in quanto tali non può prescindere dagli scritti machiavellici. Sia il già citato, nonché più famoso, “Il Principe“, sia “Dell’arte della guerra”.

Nonostante abbia subito, nel corso dei secoli, numerose censure e critiche, Machiavelli rimane uno dei più importanti pensatori e filosofi italiani. La sua figura compare in numerose opere moderne. Dalla serie tv “I Borgia”, interpretato da Julian Bleach, passando per “I Medici” (Vincenzo Crea), fino all’ultima produzione Rai “Leonardo” in cui il ruolo del fiorentino è recitato da Davide Iacopini.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Cristoforo Colombo: il passato al vaglio della “cancel culture”

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passato e la cancel culture contro cristoforo colombo

Il passato è ostinatamente ostico. Per quanto gli uomini cerchino di ammorbidirlo, ammaestrarlo, addomesticarlo, annetterselo mostra un’irritante, persistente irriducibilità a qualsiasi normalizzazione.

Questa durezza dei fatti aumenta quanto più le ideologie pretendono di piegarli ai propri interessi. Non è un fenomeno moderno affrontare la storia senza tentare di comprendere ciò che è avvenuto nella sua complessità. Vi è un filo rosso che collega la damnatio memoriae di faraoni egizi cancellati dall’elenco dei regnanti con la folla che, abbattendo una statua, pensa di vendicare i torti del passato.

Ma i secoli non sono trascorsi invano. Se dietro i nobili ideali che muovono all’assalto di indifesi manufatti si possono occultare molto meno nobili sentimenti, non è da dimenticarsi che non v’è nulla di più facile ma anche di più falso che considerare il passato a disposizione del nostro giudizio o pre/giudizio.

Non si tratta solo, com’è stato giustamente evidenziato, di una dittatura del presente. Senz’altro gli eccessi della cancel culture nascono da un sentimento che giudica il passato in base unicamente a ciò che si prova oggi, riconducendo tutto al metro di un’attualità appiattita su un unico valore, misteriose e insondabili le motivazioni della scelta, autorizzato a emettere inappellabili sentenze sulla totalità dell’agire umano.

Oltre ciò si manifesta un tribalismo che riscrive unilateralmente quanto avvenuto innescando spirali di accuse e recriminazioni alla lunga incontrollabili. Emergono così la difficoltà di considerare la storia in modo razionale, ovvero né discriminatorio né giustificatorio, l’espansione fino al ridicolo di un risentimento, talvolta giustificato, verso la contemporaneità, l’autoassoluzione di gruppo verso processi storici che non hanno quella banale linearità fantasticata e, infine, un sentimento che, basandosi non sul principio della responsabilità individuale bensì sul sentirsi parte del gruppo dei giusti e puri con torti secolari da vendicare, identifica l’avversario a partire dalla sua appartenenza etnica o sessuale o religiosa.

PASSATO SCOMODO O INTERPRETAZIONE SBAGLIATA?

Significativo è quanto accade con Cristoforo Colombo, con il Columbus day e con gli attacchi a cui è stato sottoposto. Al riguardo non viene mai posto, come giustamente si è spesso fatto, il problema storico di quale europeo scoprì l’America. Ormai è accertato che prima di Colombo arrivarono i vichinghi e, forse, prima ancora, addirittura i romani. Ciò comporterebbe troppo lavoro storico e archeologico, troppa fatica intellettuale nell’affrontare, questo è il punto, il senso dell’espressione “conseguenze della scoperta” in modo ampio, complessivo. No. E’ più facile, soprattutto ideologicamente utilizzabile, considerare solo l’aspetto ambiguo e negativo (esistono accadimenti storici che non lo sono?) dell’arrivo degli europei. Ma si può addebitare al navigatore genovese il massacro di Wounded Knee?

Prendendosela con le sue statue non solo si sbaglia simbolo. Non solo non si comprende la storia con le sue tante sfaccettature e responsabilità personali, ma si contribuisce solamente ad avvelenare il presente con nuovi odii e nuove divisioni basati su una ricostruzione fantasmatica del passato in cui quest’ultimo si dilegua in una nebbia dove non esiste nessuna, reale differenza tra gli episodi evocati. Alla grande tragedia dell’umanità si sostituisce un raccontino con esiti che sarebbero comici non avessero conseguenze pesanti: accusare Colombo dello sterminio dei nativi delle praterie nordamericane è come addebitare la responsabilità dei naufragi all’inventore della bussola.

Farsi un’idea storicamente fondata di quanto avvenne è faticoso. Richiede ricerca (la parola greca historiai vuol proprio dire ricerche), impegno, studio, discernimento. Molto, troppo per chi nella quotidianità ha ben altri impegni da sbrigare, ben altre esigenze concrete da soddisfare.
Ma qui si profila la grande responsabilità delle istituzioni culturali americane. Nel 2015, in tempi non sospetti, Barack Obama rilevava come pericoloso, in alcuni episodi verificatisi nelle università, il fatto che “gli studenti non vogliono leggere un libro se ha un linguaggio offensivo verso gli afroamericani o in qualche modo sminuisce le donne. Devo dirvi non sono d’accordo con questo atteggiamento”.

CANCEL CULTURE E POLITICAMENTE CORRETTO

Il politically correct, stava già imponendo la sua egemonia sul sapere e sulla trasmissione del sapere. Il fenomeno è diventato devastante nel momento in cui, radicalizzatosi nella cancel culture, si è trasformato in ideologia di massa alimentata nei social e saldatasi con situazioni di emarginazione sociale ed economica a cui ha dato sfogo. In tal modo il risentimento, talvolta assolutamente legittimo, per un presente frustrante, la necessità di una spiegazione semplice e onnicomprensiva, la comprensibile sete di giustizia e la confortante certezza di essere dalla parte del Bene hanno ampiamente contribuito ad annebbiare le facoltà intellettive.

Dividendo il mondo in gruppi compatti ci si risparmia la fatica di analizzare le differenze illudendosi di comprendere tutto. Così Colombo è assimilabile agli aristocratici schiavisti sudisti o ai conquistadores spagnoli. Poco importa se lui, per primo, auspicava la tolleranza e il reciproco rispetto, su base religiosa, tra indigeni e spagnoli. Poco importa, per fare un altro esempio ma i casi sono molto numerosi, se la Corona di Spagna e, soprattutto, la Chiesa Cattolica in più riprese condannarono lo schiavismo dei coloni del Sud America.

C’è sete di semplicità, non di approfondimento. Il guaio è che la storia, soprattutto quando è brandita come arma contundente, è sempre ostica, complessa, piena di promesse incompiute che ci chiamano e di oscurità che ci confondono. Ci si indigna, giustamente, per i colossali Buddha cannoneggiati dai talebani. Ma c’è chi voleva distruggere la statua di Churchill perché fu un colonialista britannico. Churchill fu senz’altro anche un colonialista, ma ciò non autorizza a dimenticare il ruolo da lui svolto nella sconfitta del nazifascismo. Ci autorizza a equipararlo a Goebbels?

Nell’estremismo puritano della cancel culture opera, come in qualsiasi estremismo, una corruptio optimi pessima in cui istanze, sacrosantamente legittime, si ribaltano in una prassi isterica e violenta che danneggia i gruppi che pretende di difendere. Questa esigenza di riscrivere la storia a proprio uso e consumo, questa semplificazione grottesca e barbarica del passato, questa ricerca senza sosta di un capro espiatorio, come Colombo, su cui addossare tutto il male e al contempo dare omogeneità a nuove, fantasmatiche identità collettive, non è comune anche ad altre manifestazioni di questi nostri tempi?

Non c’è un’aria di famiglia tra chi manipola la storia, facendone un enorme inganno perpetrato ai danni di un gruppo particolare visto sempre come totalità e mai composto da individui (qui la scelta è ampia e “alla carta”) e chi vede l’attualità come una diabolica macchinazione ordita, di nuovo a scelta, da neri, ebrei, massoneria, cattolici, femministe, omosessuali, vaccinatori ecc.?

REVISIONISMO E IGNORANZA

Non siamo forse davanti a una forma di complottismo rivolto all’indietro che nulla ha a che fare con quanto realmente accaduto?

Sembra infatti che cambi solo il giudizio di valore. Ma il meccanismo di costruzione di un nemico e di un’identità collettiva è lo stesso ed è sempre basato sull’odio. Se questi ultimi anni si manifestano come l’epoca del populismo complottista, la cancel culture ne potrebbe essere, in quanto contraccolpo, uno dei suoi frutti o, meglio, l’altra faccia della medaglia. Per questo, riprendendo quanto detto all’inizio, i secoli trascorsi dai faraoni non sono passati invano.

Il desiderio, sempre presente e connaturato all’essere umano, di scrivere e riscrivere la storia anche in base ai propri, magari inconsci, interessi, si coniuga oggi con fenomeni economico-sociali e politici nuovi. Ciò va al di là delle tradizionali divisioni politiche. Indubbia è l’origine di sinistra sia del politically correct sia della cancel culture, come peraltro riconosceva lo stesso Obama nel discorso succitato. Ma, insieme al populismo, attingono a un comune sentimento pre-politico e al bisogno di semplificare riducendo la complessità a formulette utilizzabili in tutte le occasioni: la storia e l’attualità sono ridotti a barzelletta, ma la frustrazione trova uno sbocco.

Si assiste al dispiegarsi in tutta la sua brutalità dell’apparentemente brillante sentenza di un filosofo ottocentesco secondo cui “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Però, mutatis mutandis, abbattere le statue di Colombo ricorda, molto più semplicemente, quelle fotografie della rivoluzione russa da cui alcuni rivoluzionari erano improvvisamente spariti, cancellati. La cancel culture, espressione talmente contraddittoria da essere logicamente insostenibile (si dà cultura cancellando, secondo il proprio arbitrio, ciò che è sgradito?), approda al compito assegnato al protagonista di “1984”. Riscrivere la storia in base al motto orwelliano “l’ignoranza è forza”.

Nicola F. Pomponio

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Lanzichenecchi, tra dialetto e Rinascimento

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Lanzichenecchi e il dialetto di Roma

I Lanzichenecchi, soldati mercenari al soldo dell’imperatore Carlo V, sono conosciuti  perlopiù come saccheggiatori. Portatori di sventura, di distruzione, di malattie. 

Questo è dovuto in gran parte al Sacco di Roma del 6 maggio 1527 e al ruolo che ebbero all’interno dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.

Lo scrittore milanese, nel XXVIII capitolo della sua opera racconta del susseguirsi di francesi, spagnoli e tedeschi sul territorio dell’Italia settentrionale nel 1629. L’imperatore, alleato con gli spagnoli in guerra con i Gonzaga di Mantova, inviò in Italia un esercito composto in gran parte da mercenari, detti Lanzichenecchi, i quali, come novelli Attila, perpetrarono violenti saccheggi. Il loro passaggio lasciò il segno. Nonché la peste.

ALLE ORIGINI DEI LANZICHENECCHI

Nati nella II metà del 1400 quando l’imperatore Massimiliano I, nel 1487, ordinò il primo arruolamento delle formazioni di Lanzichenecchi in Germania, furono utilizzati per far fronte alla potenza dei mercenari svizzeri che da anni spadroneggiavano nei campi di battaglia europei.

Le compagnie di Landsknecht (Lanzichenecchi), “servi della terra”, (da land, terra, e knecht, servo), si chiamavano così perché arruolavano il personale fra gli strati più bassi della popolazione. Contadini, poveri, ladri, malfattori, soldati di professione e nullatenenti in generale.

La maggior parte di questi, infatti, arruolata nel nord Europa, era di fede luterana. Compirono numerosi atti di profanazione di luoghi sacri, complice una certa esaltazione religiosa e convinzione nel dover sovvertire l’ordine religioso. Se il loro modus operandi, il loro abbigliamento, gli eventi storici a cui parteciparono sono ben famosi, meno lo è il loro incidere sulla storia linguistica di Roma.

DIALETTO DI ROMA: DA TRISTILOQUIUM ALLA TOSCANIZZAZIONE

La Roma pre XVI secolo era una città di circa 54mila abitanti (dati del censimento Descriptio Urbis del 1526) parlanti un dialetto simile al napoletano. Una varietà linguistica meridionale. Un vero e proprio “tristiloquium”, come lo definì Dante nel “De Vulgari Eloquentia“. Gli esempi di quale fosse la lingua romanesca di quel periodo la abbiamo nella Cronica di Anonimo Romano. Un’opera giuntaci sicuramente in parte toscanizzata, ma altrettanto in grado di mostrare i tratti tipici della lingua della Roma medievale. Il testo narra le vicende storiche dell’Urbe tra il 1325 e il 1357. Si sofferma, però,  in modo particolare sulla parte riguardante Cola di Rienzo. 

Nella Cronica, punto di riferimento per la conoscenza del romanesco di I fase, sono rintracciabili fenomeni quali il dittongamento metafonetico (tempo-tiempo), il betacismo meridionale (ti voglio baciare-te vojo vasà), l’assimilazione progressiva delle consonanti “nd” a “nn” come il tipo andare-annare. Tanto per citarne alcuni dei più noti.

L’appartenenza ai dialetti meridionali andò man mano scomparendo. La presenza a Roma del Papa, e con esso di tutti quei cortigiani e funzionari provenienti dalla Toscana e in particolare da Firenze, fu fondamentale per questa smeridionalizzazione del romanesco.

Fu un processo lungo, tortuoso, quello che portò la lingua parlata (e in alcuni casi scritta) dell’Urbe ad assumere la fisionomia odierna.

Dalla lingua cortigiana dei primi due decenni del ‘500 di Mario Equicola e Trissino, per passare a quella di Peresio, Berneri, Micheli. Autori di poemi epico-cavallereschi che, però, per Giuseppe Gioacchino Belli non rispecchiavano fedelmente quello che era il parlare romano. Il poeta romanesco per eccellenza andò a scovare, per sua stessa ammissione e volontà, la lingua nei più bassi meandri della società cittadina.

Quel parlare dove invece dell’articolo “il” c’era “er” (per rotacismo della laterale “l” a differenza del toscano “el”), dove per mancanza di anafonesi sulla “e” protonica “ragazzi” si pronuncia “regazzi”. Quella stessa lingua che ha quasi 200 modi, elencati da Belli, per nominare le parti intime maschili e femminili.

Tutto questo cosa c’entra con i Lanzichenecchi?

Ci entra nel momento in cui si prende in considerazione la loro discesa a Roma nel 1527, coincidente proprio il 6 maggio. Durante il loro saccheggio la cittadinanza romana fu decimata, costretta ad andarsene, a rifugiarsi altrove. Cosicché da censimenti posteriori a quella data sappiamo che la città arrivò a contare circa 30 mila abitanti. Di cui almeno la metà sembra fossero forestieri. In pratica i parlanti il vecchio dialetto romano avevano si la maggioranza relativa ma non assoluta.

In ciò si inserisce anche il ruolo del pontefice. La sua figura divenne ancora di più un polo di attrazione per funzionari, banchieri, mercanti, poeti, letterati, filosofi, umanisti. Quasi tutti provenienti da fuori Roma. Costoro cominciarono a ripopolare Roma continuando a parlare le loro lingue. Ci fu così un distacco tra la popolazione dei ceti medio-bassi, parlanti il vecchio vernacolo romanesco, e nuovi cittadini di cultura superiore e sicuramente più abbienti. Questi ultimi molto spesso lavoravano e vivevano a stretto contatto con la corte papale e via via ebbero bisogno di una lingua comune, di comunicare quanto più facilmente possibile.

Sia tra di loro, che per la maggior parte erano toscani (o settentrionali), sia con il “popolino”. Fu così che il dialetto romano cominciò ad abbandonare i tratti tipici meridionali per avvicinarsi al toscano. Ci furono ovviamente lingue intermedie. Non fu un “meccanico disfacimento”, per citare Migliorini, ma è più probabile che ci fu un romanesco medio di raccordo tra il romanesco di prima fase e quello di seconda. 

IL SACCO DI ROMA E IL RINASCIMENTO

Se i Lanzichenecchi e il loro Sacco di Roma possono essere citati come evento fondamentale per il cambiamento della lingua della futura Capitale d’Italia, lo stesso non si può dire riguardo la fine del Rinascimento. 

Nel periodo della loro discesa in Italia, l’Urbe non era più la città maggiormente in voga della penisola. Erano altre le città più appetibili e importanti nel panorama nazionale (sebbene di Nazione ancora non si può parlare). Firenze, Milano, Ravenna, Parma. Roma era già in una fase di sofferenza, devastata da epidemie e dissidi interni tra famiglie nobiliari.

Soprattutto il Rinascimento aveva già vissuto il suo periodo più florido. I Lanzichenecchi non furono la causa della fine di questo momento storico-artistico. Semmai ne certificarono la crisi. Anche il mito di Roma, che nel periodo rinascimentale conobbe una nuova giovinezza, non terminò. Il Barocco diede linfa vitale alla vita dell’Urbe, con tutti i suoi intrighi e diplomazie. Senza dimenticare l’arte architettonica che fece faville tra i vicoli una volta calpestati dagli imperatori.

Anche la Chiesa da dopo il Sacco di Roma ebbe nuove fortune. La Controriforma sistemò le gerarchie ecclesiastiche e la dottrina e lo stesso pontefice acquisì nuovo e maggiore potere sia in città che nello Stato Pontificio.

I Lanzichenecchi, dunque, furono sì portatori di sventure. Ma il loro arrivo a Roma fu tanto importante dal lato politico quanto da quello culturale. In particolare linguistico, con tutto quello che ne conseguì. D’altronde un battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo. In questo caso l’arrivo di truppe di distruzione di massa fu una delle cause, nei secoli a venire, di un cambiamento linguistico nella città più importante del mondo.

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Ignazio Silone, lo scrittore del riscatto popolare abruzzese

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Ignazio Silone riscatto popolare

Ignazio Silone, uno dei più importanti e conosciuti scrittori del ‘900 italiano, nacque a Pescina (L’Aquila) il 1 maggio del 1900.

Ebbe una vita travagliata. Prima rimase orfano a soli 15 anni e poi, per motivi politici, decise un auto esilio vivendo per svariati anni in Svizzera. Smise per un decennio di occuparsi di politica dedicandosi all’attività letteraria dirigendo la rivista in lingua tedesca Information e fondando nel 1936 Le Nuove Edizioni di Capolago.

Solo agli inizi degli anni’40 riprese l’azione politica con il Centro Estero del Partito Socialista. Diresse il quindicinale socialista L’avvenire dei Lavoratori. Questa attività gli costò però il carcere a Zurigo.

Nel 1944 tornò in Italia e 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente per il PSIUP in Abruzzo. Nel 1947 fonda Europa Socialista che dirige fino al 1949. Nel 1951 fu tra gli attivisti più importanti dell’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura.

IGNAZIO SILONE E LA SUA FONTAMARA

Nel giorno del suo 121° compleanno vogliamo ricordarlo con quella che è sicuramente la sua opera più famosa. Fontamara. Quell romanzo che troviamo scritto per intero su un muro di Aielli, piccolo paesino a pochi km da dove Silone nacque.

Aielli, da piccolo centro marsicano, si è ritrovato in poco tempo ad essere meta di migliaia di turisti, accorsi per vedere questo murale forse unico al mondo.

L’iniziativa risale al 2018. L’anno successivo l’associazione culturale Libert’aria promosse la registrazione della lettura del romanzo fatta da cittadini aiellesi e non. Il risultato fu che 133 tra  aiellesi e marsicani lessero un passo del romanzo di Ignazio Silone generando così un cd audiolibro, della durata di 8 ore venduto a 5€. Il ricavato fu destinato a scopi sociali.

L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Enzo Di Natale insieme al parroco Don Luigi Incerto ha deciso quest’anno di mandare in filodiffusione, dai campanili dei due centri, Aielli alto e Aielli Stazione, l’intero audiolibro. In questo modo chiunque accorrerà nel paese potrà ascoltare la lettura di Fontamara.

“L’idea nasce come omaggio a Silone e come strumento che, partendo dal bellissimo progetto realizzato dall’associazione Libertaria, punta a sensibilizzare la riflessione sulle tematiche affrontate nel libro. Disuguaglianze, sfruttamento, impoverimento, argomenti purtroppo ancora vivi e presenti nella nostra società”, commenta il primo cittadino Enzo Di Natale-“ e poi vuole essere anche un modo originale di promuovere la cultura e di far scoprire e riscoprire la bellezza della lettura di un romanzo senza tempo.”

IL SIGNIFICATO INTRINSECO A FONTAMARA

Fontamara è un nome fittizio con cui Ignazio Silone volle indicare “luogo di amarezze e sofferenze” in cui i “cafoni” vivevano nello stato più totale di abbandono e povertà a causa dell’incuria dei governi. I cafoni, come li chiama l’autore ma in modo dignitoso, erano i braccianti. Quei poveri del Sud Italia per i quali lo scrittore abruzzese spese gran parte della sua vita. Tra di loro non vi era unità né solidarietà. Solo la morte di Berardo permette il risveglio della coscienza popolare. La sua dipartita, che lo fa diventare l’eroe che si sacrifica per gli ideali di libertà, comporta l’acquisizione che la possibilità di un cambiamento fosse veramente possibile. Quel Berardo Viola a cui “I ratti della sabina” dedicarono un verso storico della loro canzone “La morale dei briganti” .

“Ma se ruba anche il garzone, già pagato dal padrone, sarà legge o no per dio che gli rubi io”.

Questo a sottolineare come l’accumulo di un patrimonio da parte di un “potente”, che dal suo piedistallo rimaneva a guardare morire di fame la popolazione, era insopportabile non solo per i briganti ma per lo stesso Silone che esalta la figura di Berardo.

In questo romanzo descrisse il paese dell’anima, un luogo che portava dentro. E lo racconta con gli occhi dell’immaginazione, con nostalgia. Evoca le origini, la sua infanzia ormai perduta tramite questa dimensione.

Fontamara è dunque lo spaccato di una terra e di un’epoca precisa. Ma il merito dello scrittore di Pescina è stato quello di rendere il romanzo sempre attuale. Ignazio Silone in queste pagine fa trasparire, nonostante i limitati interventi del narratore,  il suo inconfondibile retroterra etico. Il che ha la precedenza sulle questioni stilistiche e formali. Per lui scrivere, infatti, era soprattutto una lotta per dare forma al suo mondo morale.

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