La credibile storia dell’Isola delle Rose

Siamo alla fine di un anno nefasto, e non vediamo l’ora di mettere il naso fuori per annusare i primi sentori del 2021. Cosa ci aspetta? Per il cinema, difficile immaginare un anno più critico. Dopo innumerevoli titoli da marzo in poi, sono su Netflix anche due recenti fatiche italiane, entrambe prodotte da Matteo Rovere (Il Primo Re, Romulus). Parliamo quindi de “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”.

Il nuovo film di Sydeny Sibilia segue la fortunata trilogia di ‘Smetto quando voglio’. Elio Germano è Giorgio Rosa, ingegnere bolognese realmente esistito, che nel 1968 crea da zero una piattaforma nel mare, al largo di Rimini. In acque internazionali, si dichiara indipendente e forma una micronazione. La demoliranno qualche mese dopo, nel pieno delle contestazioni giovanili.

La vera storia portata in scena da Sibilia si arricchisce di personaggi per lo più marginali, specialmente per l’attenta edulcorazione avvenuta in fase di scrittura. Così, se nella vita reale Giorgio Rosa fonda l’isola all’età di 40 anni, dopo aver lavorato alla Ducati ed essersi affermato come docente universitario, dopo essersi fatto un nome come uomo eloquente, abile, spigliato, nel film di Sibilia tutto questo si ribalta a favore della creazione di un personaggio inutilmente buffo e di cui avvertiamo alcune punte di autismo non meglio approfondite.

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Il Giorgio di Elio Germano è sociopatico, rifiuta le proposte di grandi aziende italiane, si trova perennemente nei guai per via di una disattenzione cronica e possiede uno spirito portato per alla disobbedienza. Ma è soprattutto un giovanotto fresco di laurea, che vede nell’Isola delle Rose l’opportunità definitiva di evasione dal mondo e dai suoi schemi.

Scompare ogni traccia di sesso, niente droghe, niente spogliarelli – all’epoca i giornali titolavano: “Solo spogliarelli sull’Isola delle Rose”. Le comparse sono giovani modelli della Bologna bene che pudicamente raggiungono l’Isola per ballare un lento, come nei lidi di Rimini. Viene meno il senso di questa grande impresa italiana. Lo spettacolino imbastito da Sibilia è uno show di deficienza senza compromessi, un tran tran patetico dove ogni azione appare sempre immotivata.

Ecco quindi che la storia diventa immediatamente credibile – cos’è fuori dagli schemi? – e la ferocia graffiante dei primi film di Sibilia lascia il posto a una materia meramente ideologica, piatta e patinata, per sognatori da strapazzo. Di un’allegria insignificante, colorato e zuccherino come solo lo squallore della narrativa adolescenziale di questi anni sa essere. Mette in ombra anche un grande attore come Fabrizio Bentivoglio, qui ridotto a maschera di se stesso.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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