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“Sarò una leggenda”: 29 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Federico Falcone

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Di Freddie Mercury è stato scritto tanto. Forse anche troppo. Sono molte, infatti, le leggende metropolitane che si rincorrono sul suo conto. La maggior parte di esse sono false, infondate o distorte. Quelle connesse alla sua morte sono anche spregevoli, non solamente perché ribaltano la verità dei fatti ma anche perché non rispettano l’uomo, prima che il cantante, e la sua vita privata. Morire non è ignobile. Morire di Aids all’inizio degli anni Novanta faceva scandalo e sensazionalismo ma col passare del tempo, sfortunatamente, divenne cosa ben nota. Egli fu una delle tante vittime, forse la più celebre.

Quella malattia con cui il leader dei Queen combatté per circa un decennio divenne il flagello dell’Africa e ben presto si abbatté anche in Europa e nel resto del mondo. Niente a vedere con i numeri dell’attuale pandemia da coronavirus, ma la sua violenza fu devastante. Era il 24 novembre del 1991 quando Mercury morì nella sua residenza di Garden Lodge a Londra. Erano le 18.48. Aveva 45 anni. Causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite, aggravata dalle complicazioni dell’Aids.

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Trascorse gli ultimi giorni tra dolori e sofferenze, braccato da giornalisti nascosti tutt’intorno alla sua residenza, bramosi di uno scatto, di una fuga di notizie e di uno scoop. Perfino le tende dietro le finestre erano chiuse per non lasciar trapelare nulla. Le cure non portarono alcun beneficio e nella migliore circostanza poterono solo alleviare il dolore. Aveva anche deciso di interromperle, ma il calvario era diventato insostenibile.

Il 22 novembre, due giorni prima della morte, il cantante convocò Jim Beach, manager dei Queen, per stilare un comunicato stampa ufficiale. Questo venne consegnato alla stampa il giorno dopo e dopo un giorno ancora Mercury morì. Al suo fianco, per l’ultimo viaggio, Mary Austin, ex fidanzata e amica fidata, il fidanzato Jim Hutton, l’amico e collaboratore Peter Freestone e Joe Fanelli, chef personale.

Jer Bulsara , madre di Farrokh, in una vecchia intervista al Telegraph, disse: “È stato un giorno molto triste quando è morto nel novembre 1991, ma secondo la nostra religione quando è giunto il momento non lo si può cambiare. A quel punto devi andare. Dio lo amava di più e lo voleva con Lui ed è quello che tengo nella mia mente. Nessuna madre vuole vedere morire suo figlio ma, allo stesso tempo, ha fatto di più per il mondo nella sua breve vita di quanto molte persone potrebbero fare in 100 anni“. Il figlio, però, non ammise mai alla madre la possibile origine della malattia.

Questa probabilmente subentrò all’inizio degli anni Ottanta. Ma Mercury non gli diede molto peso, attribuendo i sintomi al forte stress del momento e a una vita sregolata. Solo in seguito a controlli più scrupolosi e dettagliati venne a conoscenza di aver contratto l’HIV che nascose anche ai compagni di band, fino intorno al 1989. Nel 1987, però, scelse di rivelarlo a Elton John, tra i suoi più amati amici.

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Dopo altre analisi, l’altra amara conferma: AIDS. Cambiò tutto. Niente più vita pubblica, niente party sfrenati, molti meno sorrisi e atteggiamenti istrionici. Non era più Freddie Mercury, bensì il riflesso del dramma che stava vivendo. Da quel momento i tabloid si scatenarono e le voci su una sua malattia dall’indubbia gravità si rincorsero con sempre maggiore forza e vigore. Vennero intercettati ex amanti, ex amici, ex collaboratori: tutto pur di fare scandalo.

Il 18 febbraio del 1990 il cantante fece l’ultima apparizione in diretta, ai Brit Awards, dove i Queen ottenere un riconoscimento per il grande contributo dato alla musica britannica. Poche settimane dopo volò a Montreaux, in Svizzera, (dove si trova tutt’ora una statua eretta in suo onore di fronte al bellissimo lago). Qui affittò un appartamento, la “Duck House“. Parte di Made in Heaven, l’ultimo album della band, fu composto lì. Ma la malattia avanzava e il riposo era indispensabile per portare a termine il lavoro. O almeno per provarci.

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L’ultima canzona scritta, anche se mai terminata nelle registrazioni, fu Mother Love. Era il maggio del 1991. La sessione di registrazione finì tre settimane dopo. Mercury non completò tutto il lavoro anche a causa dei problemi polmonari sempre più avanzanti.

These are the days of our life” è l’ultimo videoclip girato dai Queen. Vederlo, anche a distanza di tutti questi anni, è struggente. Freddie Mercury sta male, è evidente. La sua lotta contro la malattia era ormai giunta al termine. Sapeva il destino cui andava incontro. Non c’era modo di evitarlo, neanche esorcizzando lo spettro della paura e del dolore con un’ultima, toccante, canzone. Non si può restare indifferenti all’ascolto di questo brano, non si può non provare rabbia e dolore per un destino beffardo che ci ha privati di un musicista dal talento sconfinato.

Il videoclip del singolo è commovente. Il momento in cui Mercury, ormai consumato dall’Aids fissa lo schermo e intona il ritornello è il classico pugno nello stomaco. Fu girato solo sei mesi prima della sua scomparsa.

Lui è lì, per l’ultima volta, e ci saluta con dolcezza e amore, lo stesso che ha riversato nella musica e nel rapporto con i fan. A volte spigoloso, certo, ma sempre onesto e sincero. Mercury si sottopose a lunghe sedute di make up per nascondere i segni sempre più evidenti della malattia. La scelta del video in bianco e nero non fu casuale; oltre a dare una veste teatrale e drammaturgica alle atmosfere della canzone, servì anche a nascondere il volto ormai consumato del cantante. In quel video il nativo di Zanzibar indossava una camicia nera che solo pochi mesi fa è stata venduta all’asta per 54.000 dollari.

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 I still love you” è il suo epitaffio, la sua ultima volontà, le sue ultime parole. E sono per noi, il suo pubblico. Fanno male, però, perché rappresentano un punto definitivo. Sono la conclusione, la fine dei giochi. Non c’è più tempo per niente. Il video, per volere dello stesso singer, fu pubblicato solo dopo la sua morte affinché la stampa e l’opinione pubblica non avessero certezza del suo precario stato di salute, ormai sempre più difficile da nascondere.

Fu un ultimo colpo di teatro, un’uscita di scena degna del miglior frontman di tutti i tempi.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

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Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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