Dune, la sfida interstellare di Denis Villeneuve

Dopo “Arrival” (2016) e “Blade Runner 2049” (2017), il regista canadese Denis Villeneuve, resta aggrappato al filone fantascientifico e dà vita a uno dei progetti più ambiziosi della sua carriera, oltre che dell’anno, “Dune”. Il film è basato sull’omonimo romanzo del 1965 di Frank Herbert, il quale vinse il premio Nebula e il premio Hugo, massimi riconoscimenti nell’ambito della letteratura fantascientifica. 

“Dune” è il primo dei sei romanzi che compongono la parte centrale del Ciclo di Dune, a cui, successivamente, vennero aggiunte altre parti scritte dal figlio dell’autore, Brian Herbert. Detiene, inoltre, il record di vendite nella sfera del genere fantascientifico (12 milioni di copie) e ha ispirato notevolmente, come è ben noto, tutto il filone della fantascienza, partendo da “Guerre stellari”.

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Questo incipit è doveroso per comprendere quanto questo romanzo sia un elemento cardine quando si parla di questo genere, e di quanto abbia influenzato tutta la letteratura e la filmografia fantascientifica degli anni successivi.

Un’impresa, dunque, decisamente ambiziosa l’adattamento sul grande schermo, soprattutto a causa dell’immenso materiale presente e dell’intreccio complesso della trama.

Il primo a tentare la sfida fu David Lynch, sicuramente affascinato dall’aura mistica e onirica che emana la storia, portò “Dune” sul grande schermo nel 1984. Il regista tentò di condensare l’intera vicenda del primo romanzo in un film della durata di 137 minuti, il quale non ebbe molto successo e fu sommerso da pesanti critiche, non soddisfacendo minimamente le aspettative.

“Ci sono voluti a Dune circa 9 minuti per spogliarmi completamente di ogni aspettativa. Questo film è un vero casino, una incomprensibile, brutta, non strutturata escursione inutile dei reami più oscuri di una delle sceneggiature più confuse di tutti i tempi”, scrisse all’epoca Roger Ebert, critico cinematografico statunitense. E, sicuramente, leggere queste parole rivolte ad un mostro sacro come David Lynch, fa comprendere immediatamente quanto questa prova sia difficoltosa e carica di insidie.

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Dopo il film, nel 2000, venne realizzata la miniserie televisiva “Dune – Il destino dell’universo”. Questa si propose più aderente al romanzo, rispetto al film di Lynch. Ne venne poi realizzato un seguito nel 2002.

È chiaro, dunque, quanto un romanzo di questa portata sia ricoperto di aspettative altissime, le quali, il pubblico affezionato, pretende che vengano soddisfatte. E questo è un altro punto da sottolineare, prima di parlare della nuova trasposizione del regista canadese.

Per apprezzare al meglio “Dune” occorre sapere, almeno un minimo, cosa si sta andando a vedere. Se si è letto il romanzo o, almeno, si è vista una delle trasposizioni precedenti, tanto meglio.

“Dune” è una di quelle storie che, prima della visione, necessitano di un’infarinatura. Il rischio è di rimanere estraniati e confusi dai personaggi, dai loro nomi, dagli intrighi che si celano tra loro e dai mille collegamenti, i quali, per forza di cose, devono essere esplicati prima di entrare nel cuore della vicenda.

Il rischio, è quello di annoiare, di far perdere il filo allo spettatore, oltre che l’attenzione, sollecitata non poco dai tanti dati. E su questo, bisogna dire che Denis Villeneuve se l’è cavata piuttosto bene. Pur fornendo numerose informazioni inerenti all’incipit della vicenda, riesce a mantenere un ritmo abbastanza scorrevole, riuscendo a non far perdere l’attenzione anche ad uno spettatore neofita che si approccia per la prima volta alla storia.

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Il film si rivela, a tutti gli effetti, un incipit e solo la prima parte di una vicenda molto più grande. Il punto è proprio questo, Villeneuve si prende il suo tempo, non condensa tutto in maniera frettolosa in questi 155 minuti. Non commette l’errore di David Lynch. Ma comprende che, una storia di questa portata, ha bisogno del suo tempo e di tutti i dettagli necessari, per renderle giustizia al meglio.

“Dune” è, senza dubbio, uno dei film più attesi dell’anno, complice anche il cast stellare, composto da nomi come Timothée Chalamet, Oscar Isaac, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Zendaya, Jason Momoa e Javier Bardem. Presentato in anteprima mondiale fuori concorso al Festival di Venezia il 3 settembre, il film è uscito nelle sale italiane lo scorso 16 settembre.

LA TRAMA

Ambientato in un lontano futuro controllato da un impero interstellare, diviso in vari feudi, ognuno del quale è governato da una casata nobiliare, “Dune” racconta le vicende della famiglia Atreides, composta dal giovane Paul (Timothée Chalamet), dal padre Duca Leto (Oscar Isaac) e dalla madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson).

Alla nobile famiglia viene affidato, per volere dell’Imperatore, il controllo dell’ambito, quanto inospitale, pianeta Arrakis, chiamato anche “Dune”. Questo, è sotto il mirino dell’intero universo, in quanto sul suo suolo cresce una rara spezia, capace di conferire enorme potere e capacità sovraumane.

“Dune” si rivela essere un’ambiente estremamente inospitale, non solo per gli enormi vermi della sabbia che abitano il deserto, non solo per il monopolio della spezia, e non solo per i Fremen, popolo antico che abita i deserti del pianeta. In breve tempo, la famiglia Atreides, scoprirà che una congiura è dietro l’angolo e che qualcuno li ha mandati su Arrakis con lo scopo di annientarli. Ma quel è il motivo?

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Se si dovessero esplicare i punti vincenti dell’ultima fatica di Villeneuve, in primis bisognerebbe riconoscere a quest’ultimo il fatto che non si è limitato a dar vita ad un ramake. Si sa, con le brillanti e sempre più potenti tecnologie, è facile prendere un film degli anni ’80 e guarnirlo con effetti speciali che lasciano a bocca aperta.

Ma il regista di “Arrival” non si limita a questo. Dona, difatti, nuova vita al film, andando a scavare su quei punti, analizzati in maniera superficiale e frettolosa da chi era arrivato prima di lui. Villeneuve punta sulla sceneggiatura, e non solo sugli effetti speciali, tentando, per quanto gli sia possibile, di non lasciare buchi in una vicenda così estremamente complessa.

La storia è, inoltre, carica di tematiche a sfondo politico, tra queste si può notare un parallelismo con “Avatar” (2009), circa il monopolio della sostanza presente su un pianeta e la presenza di popoli antichi che abitano il luogo da molto prima dei visitatori. Ma se, con “Avatar” era stata illustrata la cattiveria e il lato peggiore dell’industria, in “Dune” si scorge un lato carico di onore, incarnato dal Duca Leto, per il quale ogni uomo viene prima dell’ambita spezia, fonte di guadagno.

Da qui un giovane, Paul, che con l’esempio del saggio padre e della forte madre, si fa strada verso la crescita personale. Da adolescente a uomo, trasformazione che implica il dover compiere delle scelte importanti. E questa crescita non è scandita dalla comparsa di muscoli e forza fisica, quanto da forza interiore e umanità.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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