Casino Royale: dalla penna di Ian Fleming, la prima avventura di James Bond

A Leggere Casino Royale, nel 2021, ci può scappare un sorriso. E vorrei vedere, ha quasi 70 anni e il rischio di essere bollato come anacronistico è dietro l’angolo. Automobili che ormai vengono considerate oggetto di culto dai collezionisti, personaggi che, talvolta, possono apparire caricaturali nelle pose e negli atteggiamenti, inseguimenti a 100 km/h, e sai che ebrezza… Aggiungiamoci la pellicola del 2006, che pesa come un macigno, e le jeu est fait, direbbe il croupier del casinò francese.

In realtà parliamo di un libro che non va e non deve essere paragonato al film con Daniel Craig. Perché, signori miei, questo è quello che si definisce un libro cult. Non tanto per questioni stilistiche, di prosa o di tecnica, anche se ne avrebbe ben donde. Ma perché da qui tutto è partito, e ancora non è terminato. Qui nasce il “Martini con ghiaccio, agitato e non mescolato”. Da qui ha origine l’attività di 007, l’agente segreto più famoso del mondo. Casino Royale è il principio di tutto.

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Era il 1952 quando Ian Fleming, al sole della Giamaica, buttò giù una prima stesura dell’incipit. “Gli odori e il fumo colpiscono le papille con un colpo acido alle tre del mattino”. Gli fece eco un secondo tentativo: “Gli odori e il fumo e il sudore possono improvvisamente combinarsi e colpire le papille con uno shock acido alle tre del mattino”. Una nuotata nell’oceano e una ricca colazione inglese fecero da preambolo a quella che divenne la terza e definitiva scrittura: “Alle tre del mattino l’odore del casinò, il fumo e il sudore danno la nausea”.

È così che nasceva Bond, James Bond. Agente segreto al servizio di Sua Maestà, astuto, cinico ma dotato del più tipico british humour. Incallito seduttore e amante del lusso, proprio come lo stesso scrittore. Bond rifletteva diverse caratteristiche dell’autore. Perché Ian Fleming, in un passato non troppo lontano, e tra molti vizi e qualche virtù, agente segreto della Marina britannica lo era stato per davvero.

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Il protagonista di Casino Royale e il suo universo, prendono vita proprio da quel passato. In una delle sue missioni durante la II guerra mondiale, ad esempio, Fleming conobbe la Giamaica rimanendone così affascinato che, una volta terminato il conflitto, decise di acquistarvi una proprietà successivamente ribattezzata Goldeneye (vedasi il film del 1995 con Pierce Brosnan nei panni di James Bond). Fu tutto un susseguirsi di eventi: nacque un cattivo, poi un altro e un altro ancora. E poi Vesper Lynd: bella, bellissima, così arguta e sfuggente al tempo stesso, prima bond girl ed unica donna in grado di sconquassare i sentimenti di 007.

A proposito del protagonista, però, la figura che scopriamo in Casino Royale è in parte distante dalla trasposizione cinematografica diretta da Martin Campbell. Nel romanzo di Ian Fleming, James Bond non ha la brutalità e l’irruenza di Daniel Craig. Fresco di nomina a Doppio Zero, Bond è caratterizzato, in realtà, più nell’aspetto mentale che in quello fisico. Ad emergere è il suo lato umano e introverso. I suoi dubbi e addirittura le sue paure, al cinema sono spesso invisibili.

Non dimentichiamo, poi, tutti quei personaggi che gravitano nel mondo di 007. Renee Mathis e Felix Leiter hanno un ruolo di rilievo in questo romanzo, così come ovviamente Le Chiffre, villain glaciale, moralmente abbietto ma giocatore d’azzardo di prim’ordine. E poi c’è M. Capo supremo dell’MI6 e, in questo primo romanzo, solo sfiorato nelle descrizioni.

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Il tutto non sembra (e non lo è, badate bene…) buttato lì per caso. La scrittura di Ian Fleming è di alto livello e solo parzialmente camuffata da semplice linearità. In realtà è ricca di metafore e citazioni che rimandano ai classici della letteratura. Le descrizioni sono minuziose, dettagliate e intriganti. Dalle attività spionistiche, alle ambientazioni che ci riportano ai primi anni ’50, in piena Guerra Fredda, Ian Fleming non manca di coinvolgere il lettore ed invitarlo a sedersi al tavolo verde per una mano di “baccarà”.

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