Dante Alighieri e l’esilio come ascesa

Dante Alighieri, il “ghibellin fuggiasco” come lo definì Foscolo, il 10 marzo del 1302 fu condannato all’esilio da Firenze, sua città natale alla quale mai più fece ritorno.

“Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno”. Così lo stesso Dante descrisse il suo espatrio nel Convivio (I,3).

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Antefatti

Dante nel 1289 partecipò alla battaglia di Campaldino contro Arezzo e in quella di Caprona contro Pisa, mentre nel 1294 accompagnò Carlo Martello d’Angiò in visita a Firenze. Proveniente da una famiglia della piccola nobiltà cittadina il “sommo poeta” fu attivo nella politica di fine ‘200 tanto da ricoprire numerose cariche pubbliche, tra cui quella di Priore, uno dei rappresentanti del governo che componeva la Signoria.

É il 1300 e Firenze era dominata dallo scontro tra Guelfi bianchi e neri, dove i primi facevano capo alla famiglia dei Cerchi e sostenevano il cosiddetto “popolo grasso”, mentre i neri, guidati dai Donati, erano schierati a favore della restaurazione del potere nobiliare e vicini al Papa. 

In aperto conflitto con Bonifacio VIII che per affermare il suo potere in Toscana appoggiava le schiere dei Guelfi neri, Dante sosteneva l’autonomia del Comune patteggiando per i bianchi, seppur la definizione foscoliana sopracitata rende bene la sua idea di apertura maggiore nei confronti dell’Imperatore.

Nel 1301 però le truppe angioine di Carlo di Valois, alleate del Papa, entrarono violentemente a Firenze deponendo il governo in carica e attuando una forte repressione verso la fazione bianca dei Guelfi.

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La condanna

Di colpo la vita di Dante cambia. Il 17 gennaio del 1302 riceve la prima condanna per baratteria e corruzione, respingendo però le accuse infondate. Era accusato infatti di essere stato pagato per far opposizione al Papa e a Carlo di Valois. Quindi una degradazione della posizione politica tenuta da Dante nel suo priorato ad attività criminosa. Fu condannato a una multa e a un confino di due anni, che però ignorò. Arrivò così a una nuova sentenza, quella del 10 marzo 1302 che prevedeva la confisca di tutti i beni e la condanna al rogo.

L’esilio, seppur nell’ordinamento giuridico della Firenze trecentesca non se ne parla, fu inevitabile. Dante iniziò così un peregrinare in varie città. Forlì, Verona, Treviso, Ravenna. Nel 1315, però, ricevette la possibilità di un’amnistia a patto di pagare una multa e di riconoscere pubblicamente le sue colpe. Rifiutò con sdegno l’offerta rivendicando la sua innocenza: “Non è questa, o Padre mio , la via di ritornare in patria. Ma se un’altra, da Voi prima o poi da altri, se ne troverà, la quale non deroghi alla fama e all’onore di Dante, io mi metterò per essa a passi non lenti. Che, se per nessun’altra di tali vie in Firenze si può entrare, io in Firenze non entrerò giammai”. (Epistole XII)

L’esilio di Dante nella Commedia

Dante, “furiosamente mandato in irrevocabile esilio” per citare la “Vita di Dante” del Boccaccio, ebbe un’esperienza importante dell’esilio in cui scorse una forza di rivelazione tanto significativa che assume l’immagine del destino terreno e ultraterreno dell’uomo

Nella Commedia alcune anime annunceranno avvenimenti successivi rispetto alla data del viaggio (1300) ma precedenti la scrittura del poema. Dante incontrerà personaggi come Farinata degli Uberti, nel X canto dell’Inferno, il quale gli predirà che entro 50 mesi si sarebbe reso conto di quanto sarebbe stata difficile l’arte del rientrare nella città dalla quale si era stati esiliati.

E ancora Brunetto Latini, nel XV canto, che disse al fiorentino quanto “quello ingrato popolo maligno […] ti si farà per tuo ben far inimico”, alludendo alla sua persecuzione da parte di entrambi gli schieramenti ma anche all’estraneità di Dante con i bianchi nel 1304. L’Alighieri ribadisce però di avere forza e coraggio per affrontare il destino e ciò che gli interessava era solo avere la coscienza pulita: “Tanto vogl’io che vi sia manifesto, / pur che mia coscienza non mi garra, / ch’a la Fortuna, come vuol, son presto” (Inferno XV canto).

Le profezie sul suo esilio continuano nel Purgatorio con Corrado Malaspina e Oderisi da Gubbio, mentre in altri personaggi Dante utilizza l’identificazione figurale come Romeo di Villanova ministro del Conte di Provenza Raimondo Berlinghiere, il quale nonostante la grande abilità dimostrata in politica estera fu calunniato e costretto all’esilio. Condanna vissuta però con grande dignità tanto da meritarsi il Paradiso.

Dante incontrerà anche Boezio, filosofo ministro di Teodorico, ingiustamente considerato traditore della Patria e giustiziato a Pavia.

Nella Commedia la parola essilio compare solo 6 volte e una proprio con Boezio “ed essa da martiro/ e da essilio venne a questa pace”. Martire come l’avo di Dante, Cacciaguida, morto da crociato che nel Paradiso gli preannuncia le sofferenze e le umiliazioni dell’esilio, ma anche i benefici che riceverà da chi lo ospiterà.

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L’esilio di Dante come esperienza d’ascensione

Attraverso l’esperienza dell’esilio Dante comprende a fondo la metafora biblica secondo cui tutta l’umanità è in esilio da quando fu cacciata dal paradiso terrestre e vive lontana da Dio, sua patria. L’immagine biblica, diffusa nel Medioevo, Dante la fa pronunciare proprio ad Adamo, il progenitore colpevole di questo esilio. Ed è dunque questo il significato dell’incipit della Commedia: la vita è un percorso per il ritorno alla casa del padre dopo l’esilio.

Il poeta grazie alla sua opera compie questo viaggio fino alla patria celeste. Rispetto a Firenze però si ha un capovolgimento dei valori: non è più la patria alla quale dedicare rimpianti e nostalgia, ma diventa luogo dell’esilio terreno dalla vera patria celeste. Firenze è perciò la città terrena e corrotta che scaccia i buoni e i giusti. Che esilia il “ghibellin fuggiasco” a cui Foscolo consacra il mito romantico del genio perseguitato che si riscatta nella sublimità della sua poesia.

D’altronde lo stesso poeta di Zante sottolinea come “le Muse sono amiche degli esuli”. E Dante morì da esule a Ravenna nel 1321.

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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