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2020 Boccaccio e Manzoni: le epidemie in letteratura

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Il 2020: un anno che sarà raccontato sui libri di scuola

Il 2020 sarà sicuramente ricordato come l’anno di una delle più grandi epidemie della storia. Il covid19 lascerà strascichi ancora a lungo. Sia a livello economico che sociale. Tante cose sono cambiate e tante cambieranno. A cominciare dai rapporti interpersonali. Anche quando questa estate c’è stato un allentamento delle misure di contenimento del virus, molte persone avevano atteggiamenti restii, anche incondizionati, ad avvicinarsi ad altri seppur solo per un saluto o a frequentare locali aperti al pubblico.

Virologi, infettivologi, medici, infermieri, sociologi ma anche semplici cittadini continuano a pensare che mascherine e distanziamenti, leitmotiv di questo 2020, entreranno nella routine almeno per qualche tempo. I numeri di morti ed infettati d’altronde parlano chiaro e la psicosi generata sarà difficile da eliminare in poco tempo.

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La storia però insegna, così come la letteratura. L’umanità nei secoli è sempre riuscita a risollevarsi da periodi bui e a superare epidemie varie senza la tecnologia e le conoscenze mediche odierne.

Atene 430 a.C. : da Teucidide a Lucrezio, racconti di una epidemia tragica

Le prime attestazioni letterarie di epidemie sono quelle riguardanti la peste nera che colpì Atene nel 430 a.C. di cui parlano lo storico greco Teucidide ne “La guerra del Peloponneso” e Lucrezio nel “De rerum natura”.
Quest’ultimo ci descrive la tragica situazione con una dovizia di particolari per cui sembra purtroppo semplice immaginare la scena dello strazio dei malati.


“E molti altri segni di morte si manifestavano allora:
la mente sconvolta, immersa nella tristezza e nel timore,
le ciglia aggrondate, il viso stravolto e truce,
le orecchie inoltre, tormentate e piene di ronzii,
il respiro frequente o grosso e tratto a lunghi intervalli,
e stille di sudore lustre lungo il madido collo
sottili sputi minuti, cosparsi di color di croco
e salsi, a stento cavati attraverso le fauci da una rauca tosse.”

Lucrezio, differentemente da Teucidide dal quale prese spunto, con l’uso di particolareggiato di elementi macabri assegna ai suoi esametri dattilici il compito di descrivere l’impotenza dell’uomo dinanzi la forza distruttrice della natura. Uomo che però ha la ragione come arma e lo invita ad usarla per sconfiggere questa piaga.

Boccaccio e il Decameron: 100 novelle per una Firenze devastata dalla peste

L’opera che però occupa il ruolo di protagonista in questo sottogenere letterario, è sicuramente il “Decameron” di Giovanni Boccaccio. Test scritto tra il 1349 ed il 1351, quindi negli anni immediatamente successivi alla peste nera che colpì l’Europa, è una raccolta di cento novelle di vario tema raccontate da 10 novellatori che l’autore immagina essere fuggiti in campagna da Firenze, devastata dalla peste. L’epidemia fa da cornice alla narrazione, è ciò che mette in discussione in primis la vita, lo status quo, i legami tanto che “era con sì fatto spavento questa tribolazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello abbandonava il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; che maggior cosa è e quasi non credibile? Li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”.

Boccaccio rappresenta la vita di tutti i giorni, approfittando anche del volgare italiano, di cui la sua opera rappresenta il capostipite letterario. Tramite la cornice narrativa, tipica della letteratura indiana, fa un quadro chiaro della situazione di Firenze ispirandosi anche all’opera di Paolo Diacono “Historia Langobardorum”. La città toscana era sconvolta e i suoi 10 ragazzi cercarono rifugio quasi in una realtà alternativa. Boccaccio tramite le loro parole, come Lucrezio, vuole dimostrare che l’uomo tramite la sua intelligenza è in grado di superare prove durissime, come appunto la peste del 1348.

Il rifugiarsi in campagna assomiglia molto all’isolamento odierno. Una sorta di auto-lockdown ante litteram. La pandemia crea incertezza nel presente e per il futuro, la diffidenza verso il prossimo visto talvolta come un untore.
Questi sono tutti temi che si rintracciano nelle scritture relative alle epidemie. Come in Alessandro Manzoni che ne “I promessi Sposi” narra della situazione della peste che colpì Milano nel 1630.

Manzoni e gli untori nella Milano del XVII secolo

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia”.

La peste fu un “regalo” dei Lanzichenecchi, che dopo aver distrutto e saccheggiato la città lasciarono questo virus in eredità. I milanesi cercarono di aggrapparsi alla fede chiedendo al Cardinale Federico Borromeo di autorizzare una processione per chiedere la grazia a San Carlo Borromeo. Quello che oggi verrebbe definito un inutile assembramento creò un picco di contagi tanto che la zona del lazzaretto era colma di morti trascinati dai monatti alle fosse comuni.
Ma la morte, la sofferenza fisica, non il solo male che colpì Milano. La mente dei cittadini meneghini fu sconvolta. L’irrazionalità e la superstizione dilagarono. Si cercava ad ogni costo l’untore che, spinto da ragioni politiche, decideva di infettare gli altri. Una nuova caccia alle streghe che diffuse il terrore verso l’altro, verso l’ignoto e subdolo.
Manzoni fu ispirato da questa situazione per l’opera “La colonna infame” in appendice all’edizione definitiva de “I promessi sposi”.

Le parole scritte dal milanese nipote di Cesare Beccaria furono riprese anche da Edgar Allan Poe. Il poeta amante del mistero e del terrore in un articolo del 1835 nel Southern Literary Messenger scrisse che “le scene descritte da Manzoni ci danno cognizione di vera vita vissuta[…]. E può anche servire a persuaderci che la pestilenza dalla quale fummo afflitti recentemente fu, al contrario, uno zuccherino”.

Il ‘900: le epidemie come metafore della vita

Nel XX secolo invece fu Albert Camus con il suo “La peste” del 1957 ad immaginare un’epidemia parlando anche di un tema drammaticamente attuale: il negazionismo. Tema che in questo fine 2020, con l’avvento del vaccino, è tornato più che mai alla ribalta.
E’ un continuo districarsi tra la morte e chi tenta di negare il dolore.
“Si contano i vivi, i morti, e il gioco è fatto. Ma questa porcheria di peste! Anche coloro che non l’hanno la portano nel cuore”. Come a dire, appunto, che il virus non colpisce solo il fisico.

Anche Jack London ad inizio ‘900 in “La peste scarlatta” descrive la distruzione della società a causa di una malattia che riporta l’uomo alla civiltà del tutti contro tutti. All’idea di mors tua vita mea.
Il virus non colpisce solo il fisico. Ma anche la mente. Entra subdolamente nella vita dell’uomo imponendogli non solo un modus vivendi fatto di rinunce e paure, ma alimentando anche una forma mentis per cui lo spirito comunitario può perdere di valore a discapito del bisogno del singolo.

La storia in qualche modo sembra ripetersi, ponendo l’uomo davanti a prove che sembrano insormontabili. Esattamente come l’attuale coronovirus.


Ma come insegna Dante “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Basta non far entrare il virus anche nelle nostre teste. Cercando il nostro Virgilio, magari, tra i libri. Cosicché il problema sia il 2020 in sè. Non il 2020 in noi.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Madame, il tweet riaccende la polemica sul divismo

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Madame divismo ian curtis

Il tweet della discordia mette al centro delle polemiche la 19enne cantante veneta Madame.

“Se non hai ascoltato il disco o se non hai preso il cd o il biglietto o se non sai di che parlo, se non hai fatto nulla per me non farmi alzare mentre mangio per una foto. Perché io sono Madame 24 h solo per chi mi usa per la musica, per il resto sono una scorbutica veneta 19 yo”.

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I fans, ovviamente, non l’hanno presa bene. Tra i commenti più emblematici c’è quello di un utente che scrive “io ho fatto qualcosa per te, cara Madame, ho pagato il canone Rai per permetterti di esibirti”. Il che riporta a un assunto vecchio quanto l’idea dell’essere divo. Senza pubblico l’idolo non sarebbe tale.

Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ’80 e simbolo dell’anti-divo, una volta disse che “non dovete ringrazirmi, sono io che sono grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

Altri tempi, altri uomini, altro mondo. Non per forza migliore.

MADAME, TRA DIVISMO E INTIMITÀ VIOLATA

Quanto scatenato da Madame fornisce l’opportunità per affrontare un tema che oggi è sempre più in auge. Soprattutto nel mondo della musica, dove un ottimo profilo Instagram rende più che un testo o una melodia accattivante. Ma cosa è il divismo? É un fenomeno nato ad inizio del ‘900 con l’affermarsi dei primi attori del cinema. Piano piano si è ampliato a qualsiasi altra forma d’arte e soprattutto verso personaggi famosi. Probabilmente nato in Italia negli anni dieci si è poi sviluppato soprattutto a Hollywood.

Consisteva nel “divinizzare” quelli che oggi sono chiamati VIP. Nell’identificarsi nel loro modo di essere. Nelle tendenze che influenzano.

Il gossip, la sete del pubblico di avere informazioni personali dei loro idoli. Tutte cose che rendono (teoricamente) questi personaggi al di sopra dei “very normal people”. La celebrità ha uno scotto. La perdita, o quasi, della propria intimità. E se fino all’avvento dei social questo era dovuto ai paparazzi o a fans troppo invadenti precursori degli stalker, ora sono gli stessi “divi” a rendere pubblico ogni attimo della loro vita.

Tutto gira intorno all’apparire. Più likes e followers si hanno, maggiore è la dose di fama a cui si è sottoposti.

Il successo, il bagno di folla sono qualcosa che gli attori, i cantanti, i personaggi del mondo dello spettacolo in generale, ricercano. La ricerca dell’applauso è oggi sostituita dal puntare a un “mi piace”. Checché se ne dica è difficile pensare al disinteressa per la gloria. Per l’essere riconosciuti in pubblico. Quantomeno agli esordi della propria carriera. Perché è lecito che, anni e anni dopo il raggiungimento del successo, si voglia (e pretenda) maggiore riservatezza e tranquillità.

Ma senza dimenticare che senza pubblico, senza i fans che richiedono un autografo o una foto, il divo non sarebbe tale. L’esempio sono tutte quelle meteore, molte delle quali nel mondo della musica, rimasti per poco tempo sulla cresta dell’onda, salvo poi sparire e ritrovarsi a cantare nelle sagre di piccoli paesi. Non che ci sia nulla di male. Ma sarebbe stupido non ammettere che passare dal fare un concerto all’Olimpico di Roma al suonare in piazza in un paesino di 300 anime non sia degradante per un artista.

Il divismo è qualcosa che facilmente porta dalle stelle alle stalle. Personaggi come Marilyn Monroe, Kurt Cobain, Ian Curtis sono tra le celebrità più famose ad essersi suicidate. Nonostante la fama, la depressione ebbe la meglio. Probabilmente il troppo successo, l’essere sempre al centro delle attenzioni e visti come “divi”, ha spostato la luce dei riflettori dai problemi di queste persone.

Alla gloria va pagato questo prezzo. Al pubblico non interessano i problemi. L’idolo lo si vuole sempre sorridente e disponibile. Schiavi di quella vecchia (e sbagliata) idea secondo cui “il cliente ha sempre ragione”. Il fan si vede così. Consumatore di un prodotto. Composto dalle performance del vip e della sua intimità. Ignorando talvolta di avere davanti una persona come lui.

L’amore per il divo, la divinizzazione del personaggio celebre, è anche rischioso dunque. John Lennon insegna. Ma la gratitudine per chi, con il proprio sostegno disinteressato anche solo per una canzone e per una discografia (filmografia, bibliografia ecc.) scarna, non va mai dimenticata. Né disprezzata.

Esistono le buone maniere, certo. E se si ricerca un po’ di riservatezza, in un mondo dove l’apparire ha reso possibile che una cantante di 19 anni venga riconosciuta al ristorante, di certo non è scrivendolo su un social che la si può raggiungere.

Madame non è ovviamente né la prima né l’ultima a infastidirsi per un fan troppo invadente. E la sua risposta alle critiche non è tardata ad arrivare. La cantante ha sottolineato come lei sia Madame solo per chi è veramente un fan. Come se il suo personaggio sparisse una volta scesa dal palco (o spenti i social). E che nonostante ciò ha concesso la foto mentre era a cena con la sua famiglia.

La nuova fase dell’essere un divo passa per il divismo a ore. D’altronde in un mondo di dissing preparati e di scoop inventanti, non è così strano che anche un cantante sia un attore.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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