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Cobain: Montage of Heck, l’inchiesta che descrive il Kurt mai raccontato

Resta un punto di riferimento irrinunciabile per gli amanti del grunge, per i feticisti della musica… per chi ha più volte confrontato il proprio animo e vissuto con le parole e le note regalateci da Kurt Cobain

Francesca Lucidi

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Cobain: Montage of Heck è un film documentario sul leader dei Nirvana Kurt Cobain del 2015

L’idea di un progetto del genere era già nella volontà della Vedova Cobain: Courtney Love (volto, voce e gambe dello storico gruppo punk-rock The Hole). Il regista Brett Morgen fu, quindi, coinvolto. L’unica figlia di Courtney e Kurt, Frances Bean Cobain, è la produttrice esecutiva del film. Il titolo scelto trae origine da un collage musicale realizzato da Kurt Cobain, nel 1988, con un registratore a cassette.

Uscito solo in un numero ristretto di date e in sale selezionate, ma attualmente acquistabile in DVD e Blu-ray o visionabile sulle maggiori piattaforme di streaming, resta un punto di riferimento irrinunciabile per gli amanti del grunge, per i feticisti della musica… per chi ha più volte confrontato il proprio animo e vissuto con le parole e le note regalateci da Kurt Cobain. Però, guardando il docu-film non ci troviamo di fronte esclusivamente a materiale per appassionati… in realtà è anche un’inchiesta culturale su uno spaccato generazionale, sui prodromi che hanno generato un gusto musicale e uno “stile” a tutto tondo.

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Dalla contestualizzazione della realtà di Seattle, fino al racconto delle etichette discografiche indipendenti e delle stanze troppo piccole che hanno assistito alla realizzazione di un sound che ha cambiato la storia della musica, Montage of Heck è un’inchiesta culturale, è un diario; è un abbraccio alle anime sensibili, agli artisti: il tutto attraverso il cammino cui ci invita rivivendo la vita privata e artistica di Kurt Cobain.

La pellicola è intimista, intensa e indimenticabile: è una crepa profonda attraverso cui traspare tutta la luce e l’oscurità di Cobain, in una forza motrice universalizzante che è in grado di “parlare” di ciò che spesso è taciuto o messo da parte. Montage sfida ogni convenzione e ogni pregiudizio artistico e culturale. L’informazione e l’empatia riescono perfettamente a legarsi in una deflagrante parentesi che si manifesta immediatamente nella sua potenza espressiva.

Nei primissimi istanti veniamo subito risucchiati da una colonna sonora che ha un ruolo narrativo fondamentale: si intuisce sin da subito. Dopo le prime note avvertite ecco che viene ad accoglierci un bellissimo bambino biondo e sorridente, circondato da questa musica di sottofondo, struggente e meravigliosa. Ogni “crepa” attraverso cui ci viene permesso di guardare è fiori e vetri e arte in tutte le sue forme. Essendo il primo e unico documentario approvato dai familiari di Cobain possiamo fruire di una grande quantità di materiale inedito: filmati privati, interviste, registrazioni estemporanee. Il tutto è reso ENORME e penetrante da alcuni stralci caratterizzati dalla stessa voce di Kurt che ci parla.

Il film è l’occasione per soffrire tramite la catartica conoscenza di una personalità unica, rara: tutti i luoghi comuni vengono abbattuti da una realtà presentataci senza filtri. Non si parla in senso stretto e unilaterale della rockstar; dell’icona o del drogato… ma di un bambino iperattivo e intelligentissimo, di un adolescente sofferente e sensibile rifiutato da più famiglie… di un’anima complessa più volte fraintesa. Non il drogato ma un esile ragazzo che ha combattuto tutta la vita con un dolore fisico cronico senza soluzione… un padre… e un artista capace di sublimare i dolori personali e sociali attraverso molteplici forme di espressione.

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Tutto è in linea con il carattere “visivo” della personalità di Cobain, che forse ha prodotto più disegni, collage e quadri che canzoni. Alcune parti del documentario sono, infatti, sotto forma di cartoni animati: realizzati da Stefan Nadelman e Hisko Hulsing.

Tra le testimonianze dirette troviamo gli interventi dei familiari di Kurt: a partire da sua sorella… fino al nonno di un nipote diventato così famoso in un modo quasi incomprensibile per quel piccolo mondo che gli ha dato i natali. Il nonno di Kurt parla a un piccolo giocattolo-effige del nipote: una scena forte, difficilmente dimenticabile.

Tra i tanti volti e voci anche una chicca, un regalo che si ritorce un po’ contro di noi che all’inizio ci rallegriamo di quei minuti i quali via via trafiggono a tradimento per quanto sono strabordanti di realtà, amore e confusione… sgomento: la chicca è il racconto di Tracy Marander, la prima fidanzata ufficiale e convivente di Kurt, alla quale fu dedicata da quest’ultimo la canzone dei Nirvana About a Girl. Tracy è stata un appoggio fondamentale per l’avvio della carriera della band. Mentre Kurt se ne stava chiuso in casa a “produrre” la donna andava a lavoro; infatti Tracy così racconta:

“Se uscivi al rientro trovavi un nuovo dipinto sul muro o una canzone”

Anche le testimonianze di Krist Novoselic, bassista dei Nirvana dai primi battiti della band, sono un pugno nello stomaco spinto dalla forza di un affetto ancora presente e palpabile. Gli occhi di Novoselic si gonfiano di lacrime e ricordi mentre ci parla di un personaggio così noto… che era per lui innanzitutto un amico.

Nella carrellata di tutti i satelliti umani che hanno circondato la vita di Cobain è presente anche la figura del batterista dei Nirvana Dave Grohl: personalità oggi molto nota perché leader della band dei Foo Fighters. Grohl è inserito nel documentario tramite materiale di repertorio.

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Il filo conduttore del racconto è sicuramente Kurt: i suoi disegni compaiono sullo schermo tramite animazioni convulse e schizofreniche. La tecnica particolarissima utilizzata da Morgen è fatta carne attraverso le parole, le voci e le intonazioni di chi ci parla… soprattutto Kurt.

In questo trip di due ore e ventisette minuti si può parlare con Cobain, che così, indirettamente e da una dimensione lontana e altrettanto vicina da essere soffocante, parla di se stesso:

“Ero un ragazzino sottosviluppato, immaturo, che non scopava mai!
Oh POVERO RAGAZZINO! “

Se siete pronti, vale la pena allacciarsi le cinture e allertare tutti i sensi per Montage of Heck.

“Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati.”

Tratto dalla famosa “lettera d’addio” di Kurt Cobain.

Sto a gambe incrociate tra lo Zen e il Rock n’ Roll: tra la ricerca del vuoto illuminato e la passione per un rumoroso “Tutto” da cui farmi avvolgere. Dopo tutti gli studi comandati, ho incorniciato al muro la mia grande voglia di “incontrare”.

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I nostri dieci fumetti preferiti da leggere ad Halloween

Riccardo Colella

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È la notte di Halloween: la vigilia di Ognissanti e il momento in cui le anime tormentate dei defunti tornano dall’Aldilà per vagare sulla terra.

Fuori fa freddo, è buio pesto e avete deciso di rimanere in casa (scelta, di questi tempi, tutt’altro che peregrina). Forse non avete voglia di vedere un film o di leggere un libro. E allora? Ecco che la Nona Arte può rappresentare un valido condotto per l’Oltretomba. The Walk of Fame propone una selezione di fumetti e graphic novel che vi guideranno per addentrarvi nella notte più spaventosa dell’anno!

BATMAN: IL LUNGO HALLOWEEN

È senza dubbio uno dei cicli narrativi più famosi del pipistrello e la miniserie che ha ispirato, almeno in parte, Il Cavaliere Oscuro, seconda pellicola di Christopher Nolan. Nell’opera, ritenuta una delle migliori storie di Batman (se non la migliore), il duo Loeb/Sale struttura l’intero universo mafioso che più volte incontreremo nelle avventure dell’eroe incappucciato. Lo stesso Batman dovrà misurarsi, oltre che col proprio Io, anche con l’infinita parata di criminali dell’universo di Gotham City. Un albo in cui si andrà a scavare nel profondo dei personaggi e a seguire la lenta ma inesorabile discesa negli inferi di Harvey Dent: da incorruttibile Procuratore Distrettuale di Gotham al supercriminale Due Facce. Parliamo di un capolavoro senza tempo, arricchito dalle tavole di Tim Sale, dove proprio i disegni, al pari della storia, fano la parte del leone. IMPERDIBILE.

LA TOMBA DI DRACULA

In questo caso parliamo forse del più grande tra i classici dell’horror: che sia in ambito fumettistico, cinematografico o in quello letterario, la figura di Dracula è quella che più di ogni altra, ha incarnato un incubo orrorifico senza tempo. Nel più classico dei formati Omnibus targato Panini, La tomba di Dracula (Vol. 1 e 2) raccoglie le migliori storie sul celebre vampiro pubblicate negli anni ’70. Da Blade a Van Helsing, il genio creativo di Marv Wolfman e il comparto grafico d’eccezione di Gene Colan, danno vita ad un’opera che non risente minimamente dell’età e, anzi, può essere considerata senza ombra di dubbio, un must have per appassionati e collezionisti. Horror di livelli altissimi, come nella migliore tradizione dell’epoca.

HELLBLAZER

John Constantine è forse l’antieroe per eccellenza. Una figura così potente e radicata nel panorama fumettistico mondiale con cui, come accaduto per Superman, tutti i maggiori autori hanno voluto confrontarsi. Garth Ennis, Neil Gaiman, Grant Morrison e Jamie Delano sono solo alcuni dei nomi che, nel corso degli anni, hanno dato vita alle storie del celebre detective dell’occulto che sfida le forze demoniache dell’aldilà. Dicono di lui: “Cosa saresti disposto a sacrificare? Quanti amici e amanti lasceresti soffrire, o addirittura morire, prima che il numero delle perdite diventi troppo considerevole e, di conseguenza, pesante da sopportare?”.

Constantine è una figura perennemente tormentata: il rimorso per non essere riuscito a salvare i suoi amici e la sua ex ragazza, il tumore ai polmoni che lo attanaglia e i continui fallimenti lo umanizzano fin troppo, rendendolo quanto di più lontano esista dall’eroe classico. Poco da aggiungere: se non l’avete mai letto, fatevi un regalo e rimediate.

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UZUMAKI: SPIRALE

Junji Ito può, a ragione, essere considerato il maestro dell’horror a fumetti. Non esiste, al momento, un autore che, con altrettanta semplicità, riesca a prendere degli elementi apparentemente innocui (e che altrimenti non apparterrebbero ai canoni classici dell’horror) e tirarne fuori delle storie così viscerali, claustrofobiche, e d’atmosfera per il lettore, in pieno stile Lovecraftiano. Protagonista della storia è Kirie Goshima che dovrà affrontare gli inspiegabili eventi sovrannaturali che stanno sconvolgendo il tranquillo paesino di Kurozu-cho. L’horror è solo una sovraccoperta: di fondo, troviamo tematiche di ben più attualità, quali il bullismo, l’amicizia e l’amore. Ne viene fuori un’opera per palati fini, in grado di apprezzare le sottili trame orientali.

IL CORVO

Qui ci troviamo davanti a un fumetto che, nella sua trasposizione più famosa, ha davvero fatto la storia del Cinema. Un grande classico dove horror, gotico, fantastico, romanticismo, amore e dolore convergono per dar vita allo sfogo e alle frustrazioni del creatore James O’Barr. L’opera, infatti, trae spunto dalle vicissitudini personali dell’autore, a seguito di un incidente in cui perse la vita la fidanzata. Il punto di forza di quello che a tutti gli effetti può essere considerato un vero e proprio cult delle graphic novel, non sta propriamente nella particolarità dei disegni, che pure sono di altissimo livello, ma nello strazio e la disperazione che la storia emana. Un’opera davvero imperdibile per gli amanti del fumetto, che riesce nella sua tragicità, a eclissare addirittura il successo planetario dell’ultimo film di Brandon Lee.

DEVILMAN

Quando il nome dell’autore vale, da solo, il “prezzo del biglietto”. Perché Go Nagai è questo: forse il più famoso mangaka di tutti i tempi e autore di opere che hanno contribuito in maniera quasi inarrivabile alla diffusione del fumetto nel mondo. Creatore di Mazinga e Goldrake, dichiarerà di essersi ispirato alle illustrazioni di Gustavo Dorè ne La Divina Commedia, per dar luce a Devilman e Mao Dante. L’Apocalisse è alle porte e i demoni hanno deciso di annientare la razza umana e tornare a dimorare sulla terra. L’unica speranza di sopravvivenza, è affidata al timido Akira Fudo che, fusosi con il demone Amon, combatterà le orde demoniache che si nascondono tra noi. In questo manga c’è tutto: amore, odio, vendetta, violenza, e sacrificio. Alla base dell’opera troviamo l’eterno dualismo tra bene e male e lo scavare più profondo nell’animo umano, in un crescente connubio tra drammaticità e orrore. In una parola: PERFETTO.

IL MOSTRO. FRANKENSTEIN E ALTRE STORIE

Ancora Junji Ito nella nostra speciale selezione a tema Halloween. Il volume è una raccolta di ben 10 storie dell’artista giapponese; e quella centrale e più corposa si rifà, nemmeno a farlo apposta, all’omonimo romanzo di Mary Shelley. L’adattamento di Ito è una delizia per gli occhi, tanto da aggiudicarsi l’Eisner Award nel 2019. Al centro della raccolta vi è il tema del body horror: il protagonista delle prima cinque storie, Toru Oshikiri, non accetta il suo corpo per via della sua bassa statura; mentre la creatura di Viktor Frankenstein incute terrore negli occhi di chi lo guarda. Chiude l’albo la “critica” dell’autore alla società moderna, attraverso due storie liberamente autobiografiche. Lo stile di Junji Ito è quello di sempre, efferato, a volte disturbante ma di sicuro impatto. L’opera non è tra le più famose, ma sicuramente meritevole di essere letta la notte di Halloween.     

DYLAN DOG

Nato dalla mente di Tiziano Sclavi e realizzato magistralmente (almeno agli inizi) da Claudio Villa, è impossibile non citare uno di quei personaggi che hanno fatto la storia del fumetto italiano. Tra i più longevi protagonisti di casa Bonelli, Dylan Dog è l’indagatore dell’incubo che, a bordo del fedele maggiolone e accompagnato dall’inseparabile aiutante Groucho, affronta lupi mannari, vampiri, demoni, fantasmi e assassini seriali. Recentemente ha subito un profondo “restyling”, ottenendo le più disparate ed eterogenee critiche sia dalla vecchia guardia che dalle nuove generazioni. È, però, indiscutibile l’influenza di questa testata, così come la qualità di moltissime storie che coprono l’intero ciclo narrativo. Albo consigliato per la notte delle streghe? Uno dei miei preferiti: tra filastrocche, spettri e serial killer, il numero 34, Il Buio

HIDEOUT

Scritto da Masasumi Kakizaki, è un manga autoconclusivo che si rifà nemmeno troppo velatamente allo Shining di Stephen King. Anche qui, infatti, il protagonista è uno scrittore alle prese col classico blocco creativo che, in vacanza con la famiglia, dovrà fare i conti, presto o tardi, con una vorticosa discesa nel turbinio della follia. Attenzione però, non tutto è quello che sembra e il confine tra vittima e carnefice è davvero sottile. I disegni di prim’ordine e le tonalità dark, si sposano perfettamente col genere horror e lo stile narrativo dell’autore. Di difficile reperibilità e, forse, sconosciuto ai più, il consiglio è quello di recuperarlo senza pensarci due volte.

SANDMAN

Qui la facciamo davvero breve: Sandman è roba di Neil Gaiman. E chi ama il poliedrico artista americano, sa bene cosa questo voglia dire. Caposaldo del fumetto mondiale e assoluto capolavoro di quello americano moderno: qualcosa che si rifiuta di trovare collocazione in un unico genere. Una storia complessa e onirica, quasi surreale; tutte caratteristiche intrinseche nell’allora casa editrice Vertigo. Il protagonista è figura eterna e personificazione dei sogni. Sandman attraversa miriadi di temi, generi e mondi. Una lettura fondamentale per appassionati e neofiti, ma non da svago. Parliamo di un’opera che racchiude in sé tratti mistici. Semplicemente colto, appassionante e al di sopra del fumetto terreno. Se dico “La Divina Commedia del fumetto” è troppo?

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Halloween, curiosità sulle origini della festa più spaventosa del calendario

Licia De Vito

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Ormai tutti sanno che la festa di Halloween non nasce negli Stati Uniti ma ha origini antichissime che affondano le radici tra i riti e le tradizioni dell’Irlanda dei Celti. L’ultima notte di ottobre corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. Gli antichi irlandesi erano prevalentemente un popolo di pastori, i ritmi della loro vita non erano quelli imposti dal raccolto e dai campi ma quelli dettati dagli animali. Alla fine della stagione calda i pastori riportavano a valle le loro greggi e si preparavano all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno.

Per i Celti quindi l’anno iniziava il I novembre, esattamente alla fine della stagione estiva, quando arrivano freddo e tenebre. Prima di chiudersi in casa per diversi mesi, però, il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti. Lo Samhain che deriverebbe dal gaelico “samhuinn”, significa infatti “summer’s end”, fine dell’estate.

La morte era il tema principale di queste celebrazioni ovviamente in sintonia con ciò che contemporaneamente avveniva in natura. Durante la stagione invernale la vita sembra cessare mentre in realtà si rinnova sotto la terra dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i defunti. Da qui ecco come viene chiarito l’accostamento dello Samhain al culto dei morti. I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti che ormai si trovavano in una landa di gioia perpetua chiamata Tir nan Oge. Proprio in questa notte le forze degli spiriti potevano rientrare nel mondo dei viventi provocando il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio permettendo ai fantasmi di vagare indisturbati sulla Terra.

Col passare dei secoli Halloween non fu completamente cancellata ma in un certo senso “cristianizzata”. Con l’istituzione del giorno di Ognissanti, il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 novembre, le celebrazioni cattoliche si sovrapposero a quelle pagane. Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione per i popoli occidentali. Nel IX secolo d.C. Papa Gregorio IV, istituzionalizzò ufficialmente la festa di Ognissanti. L’influenza del culto di Samhain non fu dimenticata e infatti la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa il 2 Novembre, il Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime di chi è scomparso.

Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia e per sfuggire alla povertà molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti dove svilupparono una forte comunità. Venivano così mantenute vive le tradizioni ed i costumi della terra di origine e tra le varie celebrazioni, il 31 ottobre, veniva festeggiato anche Halloween. Ben presto questa usanza si diffuse in tutto il continente americano e in Europa diventando la famosissima festa che tutti noi conosciamo.

Il nome

“All Hallows Eve” (vigilia di Ognissanti) nel corso del tempo queste parole hanno subito delle variazioni fino a contrarsi nell’ unico, ormai famosissimo, “Halloween” intorno al diciottesimo secolo. A dare il nome alla festa avrebbe contribuito soprattutto la chiesa cattolica che festeggiava il primo novembre la festa di “Tutti i santi” (All Hallows) che in molti casi iniziava già dalla sera precedente, la vigilia di Ognissanti, il 31 ottobre, appunto All Hallows Eve.

Le maschere

Anche i costumi di Halloween provengono da un’usanza tramandata dai Celti: la notte del 31 Ottobre, infatti, era dedicata ai sacrifici che venivano compiuti indossando maschere mostruose che spaventassero gli spiriti maligni e nei tre giorni successivi alla festa si indossavano pelli di animali morti per terrorizzare e scacciare i defunti tornati sulla terra dall’oltretomba.

La zucca

La storia di Jack-o’-lantern, la zucca simbolo iconico di Halloween affonda le sue radici in un’antica leggenda. Ancora una volta, irlandese. Secondo la storia, Jack era un fabbro che riuscì più volte ad ingannare il diavolo ma che alla fine dovette pagare un prezzo altissimo: rifiutato sia dal paradiso che dall’inferno, Jack fu costretto a vagare come un fantasma nel mondo dei vivi per l’eternità. Si dice che durante la notte di Halloween Jack vaghi per le strade alla ricerca di un rifugio e che appendendo una zucca illuminata fuori dalla propria casa si segnala al povero, errante Jack che lì, no, lui non può entrare.

Dolcetto o scherzetto?

Sempre partendo dall’ Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci delle proprie dimore e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi. Anche se Trick or treat è la formula di rito con cui si annunciano tutti i bambini la notte del 31 ottobre bussando alla porta dei vicini, nella tradizione celtica, come già detto, gli abitanti dei villaggi vagavano per la città con addosso le pelli di animali e scacciando gli spiriti, ricevendo in cambio vino e cibo. Col diffondersi del culto cristiano dei morti si vagava per le strade chiedendo come elemosina un dolce fatto con l’uvetta chiamata “pane d’anima”: per ogni dolce ricevuto veniva dedicata una preghiera a un morto..

Anche la luna piena viene spesso associata alla notte di Halloween, in realtà è estremamente difficile che il fenomeno si manifesti esattamente alla fine del mese ma provate a indovinare in quale, già fortunato anno, si verificherà questo rarissimo incontro tra la luna piena e la notte dei morti, delle streghe, delle tenebre? Esatto, il 2020. Paura eh?

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Dal passato al futuro, “Johnny B. Goode” è l’essenza del Rock’n’Roll

Quale legame intercorre tra “Ritorno al futuro” e “Johnny B.Goode”?

Federico Falcone

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Per gli appassionati di cinema, come di rock’n’roll, alcune date sono più importanti di altre. Legate, magari, a episodi particolarmente significativi o carichi di suggestioni, rappresentano quella simbologia irrinunciabile per un fan o, perché no, per un nerd. Essere nerd è bello, bellissimo, diciamolo apertamente. O, almeno, “a me, me piace“. Essere devoti al sacro verbo del rock’n’roll, per dirla con Jack Black in “School of Rock“, è la quintessenza dei piaceri della vita sulla Terra.

Il 15 ottobre, dicevamo, rappresenta un appuntamento imperdibile sul calendario. Nel 1985 usciva nei cinema italiani il primo capitolo di “Back to the FutureRitorno al futuro“, trilogia culto degli anni Ottanta tra le più amate di sempre e tutt’ora punto di riferimento per l’universo culturale a trecentosessanta gradi. Capacità di influenzare le masse? 10! E lasciatecelo affermare con molto, molto entusiasmo. Torniamo tutti alla Lyon Estates?

Il 18 ottobre del 1926 nasceva Chuck Berry, tra i padri fondatori del rock’n’roll. Anche questa è una data da annotare sul calendario. Il nativo di Saint Louis è stato semplicemente sconfinato nella sua capacità di influenzare il rock e i chitarristi venuti dopo di lui. Irriverente (non come Little Richard, certamente), stiloso (non come Elvis Presley, beninteso), carismatico, adrenalinico, è stato tra i primissimi a utilizzare sarcasmo e ironia per descrivere fenomeni e costumi della società civile di allora.

La rivolta adolescenziale è stata spesso al centro dei suoi testi, così come la voglia di libertà e di indipendenza, a lungo manifestata ed espressa dalla società afroamericana. Tutto ben descritto all’interno di “Johnny B. Goode”, probabilmente tra le sue hit più famose in assoluto. E dunque, quale legame intercorre tra “Ritorno al futuro” e “Johnny B. Goode”? Ma lo sappiamo tutti, non cadiamo dalle nuvole. Qualora così non fosse…beh, vi siete persi una tra le scene più entusiasmanti del cinema hollywoodiano degli ultimi trentacinque anni.

Nella prima pellicola della trilogia diretta da Robert Zemeckis, un giovanissimo Michael J. Fox interpreta Marty McFly. Questi si reca al ballo della scuola dove i suoi genitori – proprio perché si tratta di un “ritorno al passato” – si baciano per la prima volta dando così vita al loro amore. I teenager ballavano sulle note di “Earth Angel” dei The Penguis, ballada smielata strappabaci e strappalacrime. Di quelle che, insomma, tanto piacciono ai romanticoni.

Solo a loro, però, perché il potere del rock’n’roll è ben altro. E così, il buon Marty imbraccia una Gibson, attacca il jack all’amplificatore e fa partire il riff di “Johnny B. Goode“. Cambia la musica, in tutti i sensi, e ci si scatena con la celebre hit di Chuck Berry.

Johnny B. Goode

Deep down in Louisiana close to New Orleans
Way back up in the woods among the evergreens
There stood an  old cabin made of earth
and wood
Where lived a country boy named Johnny B.
Goode
Who never learned to read or write so well
But he could play a guitar just like
ringing a bell
Go, go, go Johnny. Go, go, go  Johnny
Go, go, go  Johnny. Go, go, go  Johnny
Johnny B. Goode
He used to carry his guitar in a gunny sack
Sat beneath the tree by the railroad track
An engineer could see him sitting  in the shade
Strumming with the rhythm that the drivers made
The People passing by, they would stop and say
Oh my, how that little country boy  could play
His mother told him, someday you will be a man
You will be the leader of a big old band
Many people coming from miles around
To hear you play your music when the sun goes down
And maybe someday your name will be
in lights
Saying: “ Johnny B. Goode Tonight”.

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