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Nirvana, Roma – 22/02/1994: la nostra testimonianza di un concerto passato alla storia

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Accendiamo la macchina nel tempo. Torniamo indietro di 27 anni, al 22 febbraio del 1994. Destinazione Roma, Via Appia, Palaghiaccio di Marino. Io sono in macchina con mio padre, mia sorella e la mia cugina più grande. I biglietti comprati pagando un vaglia in posta, col desiderio di partecipare ad un evento che non sapevamo sarebbe entrato a suo modo nella storia del rock. Sul palco infatti  sono attesi i Nirvana, arrivati in Italia il giorno prima in occasione del concerto di Modena.

Vivere come volare
Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere
Del resto non si può ignorare
La voce che dice che oltre le stelle
C’è un posto migliore

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Di nuovo in sella alla macchina del tempo. Siamo sempre nel 1994, ma è l’8 di aprile. Il corpo esanime di Kurt Cobain, cantante e personalità di riferimento dei Nirvana e della scena grunge mondiale, viene trovato nella serra accanto al garage nella sua casa sul Lago di Washington. Io compivo i miei diciotto anni, e dalla piccola tv in cucina venni a sapere di questa morte. Immobilizzata di fronte a quello strambo appuntamento con la storia e con la mia giovinezza.

Un giorno qualunque ti viene la voglia
Di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero
Che non sei soltanto una scatola vuota
O l’ultima ruota del carro più grande che c’è

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Oggi Cobain avrebbe avuto 54 anni, e io, all’alba dei miei 45 – nonostante gli anni passati, mi ritrovo a ripensare a quei mesi, a quegli avvenimenti come se fossero prossimi, vividi ricordi di una me giovinetta, a caccia di risposte e desiderosa di vivere. Quel concerto ha rappresentato per me uno spartiacque, un momento insieme di svolta e di consapevolezza. Le premesse perché fosse un gran concerto c’erano tutte: moltissimi erano gli adolescenti che come me erano arrivati lì carichi di entusiasmo per l’apertura dei cancelli.

Ricordo perfettamente i varchi, le perquisizioni – fermarono anche mio padre che all’epoca aveva la mia età di oggi, portava i capelli lunghi raccolti in un codino e fumava Marlboro rosse. Aveva accettato di buon grado di accompagnarci, non avremmo avuto diversamente il permesso di arrivare fino a Roma da sole, ma anche perché Nevermind era uno dei suoi dischi preferiti, aveva la cassetta nello stereo della macchina con cui tutte le mattine ci accompagnava a scuola.

In verità Cobain non era al massimo della forma, stava vivendo già da tempo (o forse non era mai stato diversamente da così?) un periodo difficile, fatto di uso di droghe e disagio profondo. Rimase fermo sul palco durante tutto il concerto, non muovendosi mai dalla sua posizione; sembrava stanco quasi distaccato da tutto quello che gli succedeva intorno. La gente sotto al palco si accalcava pogando e creando un magnifico e dirompente giro di corpi, spesso interrotti dal bassista Novoselic che in un italiano spagnoleggiante, lanciando anche più di qualche imprecazione, si preoccupava delle persone nella calca che avevano la peggio, con svenimenti e calpestamenti.

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D’altronde c’era davvero tanta gente, un gran caldo e poco ossigeno – io con il mio gruppetto ero nella parte centrale del secondo o terzo anello di quello che allora si chiamava PalaLottomatica, e ricordo che il fumo denso di sigarette e canne aveva saturato l’aria e reso l’atmosfera fosca e pesante.

Ricordo che la scaletta filò liscia per un bel po’, fino a che Kurt non voltò le spalle al noi altri sparendo dietro le quinte e da lì afferrando e scaraventando una delle sue chitarre sul palco, oltre gli amplificatori. Un gesto strambo che mal si sposò con la sua fissità in scena, forse un gesto di ribellione, che mi parve più simile ad un clichè che a una vera e propria esigenza, o anche solo voglia di spettacolarizzare. Per poi sparire definitivamente dopo aver lasciato il palco senza neanche un ciao, lasciando il resto della band a suonare in attesa, divenuta poi vana, del suo ritorno.

La chiusura fu definitivamente chiara quando Dave Grohl – allora batterista del gruppo, che poi diventerà leader dei Foo Fighters, abbandonando la batteria si mise al posto di Cobain, davanti al microfono lasciato abbandonato dicendo, alzando le braccia tese in aria “I’m the rockstar!”. Penso non lo dimenticherò mai!

Fu un concerto insomma caratterizzato da molti segnali di stanchezza e di sofferenza della band, in continuo bilico, oggi possiamo dire prova di un vero e proprio scollamento in atto, dipendente di certo dall’umore e dal carattere del nostro Kurt.

Il resto poi è storia. La settimana successiva al concerto – mentre era a Roma con la moglie e la figlia, fu ricoverato a causa di una overdose da farmaci e alcool. Curtney disse tempo dopo che quello era stato di certo un tentativo di suicidio da parte del marito, sempre più martoriato dalle droghe che avevano lasciato emergere il buio, l’insofferenza profonda che abitava chi come Kart Cobain aveva da sempre odiato il machismo di una certa musica rock, e mal sopportato il clamore eccessivo e l’onda spasmodica e straniante del successo.

Ma chiedilo a Kurt Cobain
Come ci si sente a stare sopra a un piedistallo
E a non cadere
Chiedilo a Marilyn
Quanto l’apparenza inganna
E quanto ci si può sentire soli
E non provare più niente
Non provare più niente
E non avere più niente
Da dire
Vivere come sognare
Ci si può riuscire spegnendo la luce
E tornando a dormire

Un poeta moderno, un interprete del malessere profondo che attraversò quegli anni novanta, con la sua carica dirompente, a tratti distruttiva, fino alle estreme conseguenze.

Da parte di chi come me era lì a ballare e urlare alla sua vita, e oggi si trova a ripensarsi alla luce della enorme fragilità in cui ci siamo trovati (non tanto) repentinamente immersi, non può che continuare ad esserci amore profondo per quel tempo e per quella musica, che in quei giorni d’inizio aprile ha visto la fine del Grunge insieme a quella di uno dei maggiori, o per chi non sarà d’accordo, almeno dei più rilevanti interpreti del rock moderno.

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A 26 anni da quel ritrovamento, a 26 anni da quel corpo allungato a terra privo di vita, da quell’ultimo concerto a Roma, Kurt Cobain resta consegnato al mito, personale e collettivo – non già per via dei milioni di dischi venduti in pochi anni, ma per la sua fragile ruvidezza, per la sua incapacità a difendersi da se stesso, dall’urto con quel mondo in cui gli era capitato di trovarsi.

Vivere come nuotare
Ci si può riuscire soltanto restando a pelo del mare
D’altronde non si può tacere
La voce che dice che in fondo a quel mare
C’è un mondo migliore
E proprio quel giorno ti viene la voglia
Di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero
Che il senso profondo di tutte le cose
Lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo*[1]

SETLIST NIRVANA ROMA 1994:

Radio Friendly Unit Shifter
(Deep Purple “Smoke On The Water” Intro)
Drain You
Breed
Serve the Servants
Come as You Are
Smells Like Teen Spirit
Sliver
Dumb
Run to the Hills (Iron Maiden cover) (Jam session)
In Bloom
About a Girl
Lithium
Pennyroyal tea
School
Polly
Very Ape
Lounge Act
Rape Me
Territorial Pissings
Encore:
All Apologies
On a Plain
Scentless Apprentice
Heart-Shaped Box + Jam


[1] Kurt Cobain, Brunori Sas in Il Cammino di Santiago in taxi, vol. 3 (2014)

Filosofa, cineasta e femminista di montagna, incessantemente lotta e filosofeggia per riportare alla luce il valore fondante delle vulnerabilità. Vive nell’Abruzzo montano con 11 gatti, studia e lavora per la progettazione e le relazioni pubbliche della Peperonitto, agenzia di produzione esecutiva per l’audiovisivo e la comunicazione, che ha contribuito a fondare. E' filosofa e counselor filosofica. Nel 2018 viene coinvolta da Fabrice Olivier Dubosc nel gruppo di lavoro di Clinica della Crisi, dal quale, dopo un anno, viene fuori il progetto culturale prima e editoriale poi del “Lessico della Crisi e del Possibile”, edito da SEB27 – di cui è coautrice.

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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G8 genova carlo giuliani rai documentario

Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

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Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

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INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

Photocredit by Google Creative Commons

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Villa Medici ospita il fotoreporter Martin Parr

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Villa Medici Martin Parr Maurizio Cattelan

A Roma, dal 2 luglio al 31 ottobre 2021, l’Accademia di Francia – Villa Medici, ospiterà “VillaToilet MartinMedici PaperParr”, esposizione che unisce il lavoro di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari (curatori del magazine Toiletpaper) con quello di Martin Parr (fotoreporter britannico, precursore della fotografia a colori) in un itinerario stracolmo di colori.

Il percorso espositivo presenta oltre quaranta immagini che occupano un ampio spazio di Villa Medici, architettato da Alice Grégoire e Clément Périssé, in cui i visitatori possono vagare liberamente scegliendo il punto d’inizio e di fine, allontanandosi o avvicinandosi alle opere a loro piacere

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L’esposizione raccoglie e accosta le immagini più iconiche degli archivi prolifici dei tre artisti succitati. Il corpo umano, il cibo, gli animali sono i motivi ricorrenti di questo progetto fotografico che interroga la nostra ossessione contemporanea, il nostro uso-abuso delle immagini.

Troviamo le foto su grande o medio formato, appese su alberi o poggiate su monumenti. Altre invece sono stampate su delle sdraio che consentono al pubblico di prendere una pausa prima di continuare a vagare in questo labirinto di fotografie surreali che sposano il paesaggio in un gioco di rapporti che sottolinea lo spirito graffiante e impertinente dei loro autori.

Leggi anche “Un bicchiere al bar Vitelli, nella terra del Padrino che si affaccia sul mare e sul tramonto”

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