5 aprile: il giorno in cui morì il grunge. Kurt Cobain e Layne Staley uniti da una tragica ricorrenza

Il 5 aprile sarà per sempre ricordato come il giorno il cui il grunge morì. Non cessò di esistere il genere nato in quel di Seattle, quello no, ma l’esistenza delle sue due stelle più luminose. Kurt Cobain, fondatore, cantante – chitarrista e leader dei Nirvana, e Layne Staley, cantante degli Alice In Chains. Chi la strada l’ha tracciata e chi la strada l’ha seguita. Due musicisti straordinariamente talentuosi, due uomini terribilmente fragili, schiavi della propria emotività e delle proprie fragilità.

Un destino ineluttabile, scritto con largo anticipo. Cosa vuoi che importi la scalata al successo fino alle punte più alte, cosa che vuoi che possano rappresentare milioni di dischi venduti o cosa vuoi che interessi se nel giro di brevissimo tempo si è diventati i massimi esponenti di un filone che vedrà negli anni ’90 la sua massima espressione e che coinvolgerà milioni di persone in tutto il mondo, se poi, dentro di te, nel profondo del tuo cuore, si annidano demoni subdoli e tentatori?

MyZona

Nulla. Tutto ciò non conta nulla. A Kurt e Layne non è mai interessata la fama, esattamente come il vendere dischi o essere i migliori lì, sopra quel palco nel quale il proprio ego poteva trovare l’unica stabilità possibile. Due uomini in missione, verrebbe da dire. Effettivamente era così. Dare voce agli ultimi, rompere con quel sistema che vedeva nell’ordinarietà e nell’ostentazione i punti cardine cui aggrapparsi, ridicolizzare il music business, spesso tanto effimero quanto asettico e privo di contenuti umani.

Leggi anche: Buon compleanno a Jerry Cantrell, ultimo interprete e protagonista della scena grunge

Largo alle emozioni più nascoste, al grido di disperazione di una generazione, al disagio di una società ipocrita e malata. Tutto ciò alla fine ha avuto il sopravvento, ha logorato, sfinito e dilaniato l’animo dei due artisti che, sotto il peso di questi flagelli, ha ceduto. Il picco è stato raggiunto il 5 aprile. Anni diversi, modalità non propriamente analoghe ma tragicamente simili. A loro modo precursori anche in questo. Come non citare le drammatiche coincidenze che legano la morte di John Lennon e Dimebag Darrell.

Kurt Cobain si suicida il 5 aprile del 1994, dopo aver imbracciato il suo fucile calibro 20 ed essersi sparato in testa. Il corpo viene ritrovato tre giorni dopo, nella sua villetta nella contea di King, nello stato di Washington, da Gary Smith, elettricista che si trovava a lavoro nei paraggi. Racconterà di aver visto un corpo riverso a terra e di averlo inizialmente scambiato per un manichino. Solo in un secondo momento avrebbe notato una pozza di sangue. L’autopsia accerterà che nel sangue del cantante dei Nirvana c’è una quantità esagerata di eroina e valium.

Leggi anche: Jar of Flies, 26 anni di magia per l’EP degli Alice in Chains

Mark Lanegan, amico di Kurt Cobain e componente degli Screaming Trees dichiarò: “Non lo sentivo da almeno una settimana. Non mi ha chiamato e non ha chiamato neanche altre persone. Non ha chiamato la sua famiglia, non ha chiamato gli amici, non ha chiamato nessuno“.

Layne Staley, invece, non si è sparato in testa. Non ha scelto una morte violenta, si è abbandonato al peggiore nemico, la droga. Venne ritrovato morto il 19 aprile del 2002, due settimane dopo una dose fatale di speedball. Il cadavere, già in procinto di decomporsi, fu l’ultimo, umiliante, atto del talentuoso vocalist. La depressione, mista all’uso di stupefacenti e vicissitudini personali, lo han condotto lentamente verso un destino che in molti avevano intravisto. Un’angosciante caduta verso il basso culminata con l’eccesso che meglio gli riusciva. Isolato dal mondo esterno, lontano dall’energia espressa con gli Alice In Chains, Staley capitolò il 5 aprile di diciotto anni fa.

Leggi anche: 25 anni di Above, come i Mad Season cambiarono il volto alla scena grunge di Seattle

Layne, come Kurt, non ha mai giocato a essere un’altra persona. Non ha mai sacrificato alla gloria la sua personalità. Non fiero, non orgoglioso, semplicemente reale, se stesso. La tossicodipendenza del padre è stata la chiave di volta verso una vita vissuta sempre sull’orlo del precipizio. Una debolezza mai celata, mai messa da parte. Quella debolezza, però, è stata la sua forza, capace di veicolare una vena artistica stupefacente. Ma quel senso di vuoto no, non l’abbandonerà mai e lo traghetterà verso le sponde della perdizione. Un viaggio di sola andata. Fatale, purtroppo.

Da leggere anche

Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli