22 giugno 2014, i Rolling Stones scrivono la storia al Circo Massimo di Roma

Era il 22 giugno del 2014, quando vissi una tra le pagine più surreali della mia vita. Dodici ore di onirica memoria, dove emozioni e riflessi di attimi che sarebbe divenuti eterni ben si amalgamarono nel calderone di immagini, suoni e odori di una giornata irripetibile. Quel giorno i marziani sbarcarono a Roma e conquistarono la città a colpi di rock n’roll. “Roma Capta Est”. Lo sbarco non fu di un esercito, ma di quattro individui in carne, ossa ed eccessi. Rolling Stones, il loro nome.

Si, quei bad boys miracolati, sopravvissuti a tutto ciò che avrebbe potuto abbatterli. Scalfiti, ma mai domati. Dipendenze, scandali, salite mirabolanti e discese pericolose. Il Dio tempo, sempre equo e parsimonioso di seconde opportunità (ma ciò, sarà mai vero?) con loro ha avuto la peggio. Si è arreso, lasciandogli la possibilità di scegliere come e quando passare il testimone. Veri Dei pagani, irrequieti e indomabili, fieri e adrenalinici. I più dissacranti mai apparsi sotto i riflettori terrestri. L’esercito, semmai, era quello composto dai fan, più di settantamila accorsi da tutta Italia. Inutile negarlo o nasconderlo, non sarebbe credibile ma umanamente avvilente, per il sottoscritto l’entusiasmo era prossimo a raggiungere il vertice dell’umana follia. La comprensione vera, però, circa ciò a cui noi eletti avremmo assistito quel dì, sarebbe arrivata solo in un secondo momento e non a concerto in corso.

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Erano da poco passate le cinque del pomeriggio quando oltrepassammo la linea di confine che separava il paradiso, cioè l’ingresso nella suggestiva cornice del Circo Massimo, dal purgatorio, cioè quel tratto di strada in cui o sei dentro o sei fuori. In quei pochi metri ti giocavi la possibilità di vivere un momento indimenticabile, forse irripetibile. “Win or go home”, per usare un’espressione cara ai commentatori della National Basketball Association che, in quanto a sintassi motivazionale sono, per distacco, i padroni assoluti di tali concetti.

Ore di attesa solo la “callaccia” romana, cioè quel caldo afoso, asciutto, privo di vento e con un tasso di umidità straordinariamente alto e terribilmente appiccicoso. Qualche birra pagata a peso d’oro, tracannata nella speranza di trovare un fievole ristoro, si alternava a conoscenze varie sparse qua e là. Discussioni sull’artista preferito e sui ricordi a esso connesso distraevano dall’attesa. E poi loro, gli incontri inaspettati, ma piacevoli, dell’ultimo minuto. Questi, da sempre, oltre che segnare indelebilmente e nel modo più genuino il concetto di “fratellanza” applicata al rock, all’heavy metal, al blues – fate voi – spesso si rivelano come conigli estratti dal cilindro.

Carl era un ragazzo sui trentacinque anni proveniente da Israele. Haifa, per la precisione. Lo conobbi durante il set di John Mayer, opening act dello show. Era da solo, capitato casualmente nella fila virtuale di fronte a me. Un po’ spaesato, ma col sorriso cagnesco di chi la sa lunga. Così, tra una mimica facciale ai limiti del grottesco e frasi disordinate gettate nella mischia, per cercare di stabilire una piacevole chiacchierata mi raccontò di come, dal momento in cui fu annunciata la data capitolina del tour, avesse messo da parte ogni singolo centesimo a sua disposizione pur di non perdere il concerto della sua band preferita.

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Io non dovrei essere qui”. Questa frase riecheggiò nella mia testa per tutta la durata dell’evento. Esatto, evento. Non concerto, non show, non appuntamento musicale: evento. Qualcosa in grado di trascendere il concetto di spazio – tempo e la materialità del vissuto. Ciò che è andato in scena al Circo Massimo di Roma, quella sera del 22 maggio del 2014, è stato, appunto, un evento.

Si spengono le luci, parte l’attacco di “Jumpin’ Jack Flesh” e la terra sotto ai miei piedi trema. Una scarica di adrenalina come raramente mi è capitato di provare. “Let’s Spend the Night Togheter“, “It’s Only Rock’n’Roll“, accoppiata da brividi, da fomento assoluto, da gioia indescrivibile. No, non mi sono esaltato, non ho saltato e non ho cantato a squarciagola. Semplicemente non ho capito nulla circa cosa stessi vivendo. Ero in trance, completamente incapace di reagire. Basito, sconvolto. Paralizzato.

In non dovrei essere qui. Quei quattro lassù potrebbero essere i miei nonni o non avrebbero potuto essere nulla. Con la vita che hanno fatto, invece, avrebbero potuto morire dieci, trenta, quaranta anni fa“: penso di essermelo ripetuto decine di volte quella sera. Non capivo. Non stavo capendo nulla. “Tumbling Dice” e “Streets Of Love” mi fanno venire la pelle d’oca (soprattutto la seconda) e lentamente inizio a capire che mi trovavo a un concerto dei Rolling Stones. Perché la realtà, per quanto paradossale possa sembrarvi, è che non avevo la minima cognizione di quei momenti: era un sogno, e avevo paura che potesse finire. Vivevo quelle ore, e quei momenti, sospeso nel tempo.

Una dopo l’altra furono eseguite “Doom & Gloom“, “Respectable” (con ospitata di John Mayer), “Out Of Control” e “Honky Tonk Woman“. L’energia e il coinvolgimento collettivo non risparmiarono nessuno e anche le sedie iniziarono a muoversi da sole. Ma non io. Ero ancora bloccato, rigido, incapace di reagire. Mi stavo godendo ogni singolo secondo, non volevo deconcentrarmi da nulla. Non volevo che, per ballare, cantare a occhi chiusi o urlare al cielo la mia gioia, potessi perdere anche solo un secondo di quegli immortali che correvano sul palco come avessero venti anni. Volevo captare tutto, ogni singolo passo, gesto o posa davanti ai flash.

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Il concerto volò via, nonostante i miei tentativi di fermare il tempo e ingannare la mente. “Miss You” (pelle d’oca), “Gimme Shelter” (brividi), “Start Me Up” (adrenalina), “Sympathy for The Devil” (speravo non finisse mai) e “Brown Sugar” (ah, che bello essere un dio pagano del rock) chiusero la setlist prima dei bis che furono “You Can’t Always Get What You Want” e, ovviamente, “Satisfaction“. Una giornata da consegnare alla storia. Un evento tra i più straordinari dell’ultima decade musicale in Italia. E’ il potere del rock, è il potere dei sogni, è il potere di Rolling Stones.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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