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Interviste

Quando la protesta è culturale: Valeria Saggese presenta “Sospesi”

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“Sospesi” nasce dall’incontro di tre creativi salernitani, il fashion designer Peppe Volturale, la giornalista musicale e conduttrice radiofonica Valeria Saggese e il fotografo Lello D’Anna. Un progetto che ha il sapore della protesta, della rivoluzione culturale, che fa eco agli anni ’70, quando un’ondata musicale di enorme intensità e creatività senza eguali invase il mondo.

Quell’ondata iniziata negli anni ‘60 in modo pacifico, con l’aggregazione di centinaia di migliaia di giovani abbracciati sotto i palchi a cantare la pace e l’amore. Fu il 1969 a Woodstock, fu il 1970 all’isola di Wight in Gran Bretagna, per citare due tra gli eventi che cambiarono la storia. Epoche in cui la musica e l’arte in tutte le sue forme, – partendo dalla nascita della minigonna a Londra nel ’63, passando per il Beatles e arrivando alla Joplin – erano un punto di riferimento essenziale per le nuove generazioni che pretendevano diritti contro ogni discriminazione sociale.

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Oggi, cinquant’anni dopo, nel periodo “Post Covid” immaginare quelle forme di aggregazione è un miraggio e in Italia gli artisti vivono in una posizione marginale. Si sentono umiliati dalle istituzioni, sono arrabbiati e sentono di non essere riconosciuti per il ruolo rilevante che rivestono.

Ci racconti quale è stata la genesi di questa particolare collaborazione che ha dato vita a “Sospesi” e in che modo tu, Volturale e D’Anna avete pensato di dare continuità e di sviluppare il progetto in futuro?

Durante i mesi del lockdown, attraverso la radio ho puntato un occhio di bue quotidiano sui diritti dei musicisti e di tutto il settore artistico. Attraverso il mio programma ho cercato di mettere in collegamento i musicisti con le istituzioni, denunciando ciò che non andava. Sono diventata un punto di riferimento per molti artisti e questo mi fa piacere. Lo stilista Peppe Volturale che stava preparando una sua collezione, seguendo la mia trasmissione è stato ispirato proprio dalla musica che raccontavo, quella degli anni ’70. Quella che rivoluzionò il mondo. Si è ispirato all’attrice Florinda Bolkan, colei che abbatté l’immagine della donna bambola e che con classe e sobrietà, divenne a modo suo simbolo del mondo dei diritti degli omosessuali. “Sospesi” nasce dal nostro incontro, dalla sua richiesta di farmi “interpretare” i suoi abiti. Mi ha chiesto di esprimere ciò che avevo raccontato nei mesi precedenti. Dovevo ispirarmi all’immagine della Bolkan e alla protesta degli anni ’70.

Questa volta non dovevo usare la voce, ma il mio corpo. Comunicare in silenzio. Per la fotografia è stato scelto molto più di un fotografo, un vero artista creativo, Lello D’Anna. E’ il racconto attraverso le immagini del lavoro duro che c’è dietro ogni artista, della difficoltà che vive questo settore, dell’umiliazione per essere messi ai margini, di non essere riconosciuti come lavoratori, è “un grido silenzioso” di protesta ma allo stesso tempo vuole essere uno stimolo a ciò che tutti e tre sogniamo, un “Rinascimento creativo”. Il progetto non si limita allo shooting, ma stiamo costruendo mostre fotografiche associate a concerti e una sfilata (con modelle – non con me sia chiaro) con estemporanee di danza, teatro e musica.

L’ispirazione di questo lavoro affonda le proprie radici nella magia del rock degli anni Settanta e dell’universo di stile e cultura che lo ammantava. Per un nuovo “Rinascimento” del mondo artistico non si può davvero fare a meno di questo salto indietro di mezzo secolo e perché, secondo te?

La musica, già partendo dalla fine degli anni ’60, rappresentava un vero e proprio faro per le giovani generazioni e non solo. Grandi eventi come Woodstock nel ‘69 o quello all’isola di Wight nel 1970 sono l’esempio dell’importanza che le persone ponevano nella musica e nei musicisti. Ore, giorni riuniti sotto i palchi, pronti ad ascoltare lunghissimi assoli di chitarra, parole di pace o di protesta. La musica era un motore trainante di creatività, aveva un ruolo sociale importantissimo, riuniva persone che riuscivano a mettersi in ascolto fra di loro. L’obbiettivo era raggiungere un bene comune, ciò che attualmente manca. Per un nuovo rinascimento bisogna per forza fare un salto indietro di almeno 50 anni. Oggi la gente vuole i selfie con i rappresentanti politici che giocano il ruolo delle nuove star fra talk show e social e poi non sappiamo ascoltare … Decisamente meglio ispirarsi al passato.

Riesci ad immaginare, concretamente, quali possano essere delle forme di supporto istituzionale per far sì che tutti i creativi italiani possano sperare di tornare a guardare il futuro con ottimismo?

Prima di arrivare alle concretezze, bisogna cambiare mentalità. Non si può ottenere nulla di buono con una visione errata. Ci piacerebbe essere visti, ogni artista sente il bisogno di essere riconosciuto come “lavoratore” per il ruolo importante che riveste a livello sociale e culturale. La musica, ad esempio, è considerata mero intrattenimento. Il presidente del Consiglio recentemente ha definito gli artisti come coloro che “ci fanno tanto divertire …”, ecco, già da questo possiamo trarre la sintesi della visione che il nostro paese ha della cultura. Mozart nel ‘700 veniva a Napoli per studiare Pergolesi e Cimarosa, eppure non mi risulta che nelle scuole non specialistiche questo si studi. Eppure si tratta della storia del nostro paese. La storia della musica, con le altre materie affini, è importante quanto l‘economia, quanto la letteratura italiana. Se non partiamo dalla formazione, dall’istruzione primaria e secondaria con queste materie, la vedo dura che si arrivi in parlamento e si comprenda qualcosa sull’importanza “della vicenda”. Nel 2015, il Centre for Performance Science, una partnership dell’Imperial College London e del Royal College of Music ha portato avanti un esperimento live a due concerti di musica classica in Inghilterra. Nel 2016 è stato replicato da Assomusica (associazione italiana dei promoter musicali), a due concerti pop, a Genova. Al di là di alcune differenze, a seconda del genere musicale, il risultato comune è che l’ascolto della musica riduce notevolmente l’ormone dello stress, il cortisolo, aumentando la melatonina e la serotonina che donano equilibrio e serenità. Con l’ascolto della musica aumenta la quantità dell’ormone Dhea che attiva un ringiovanimento cellulare, quindi un effetto rigenerante sul nostro cervello. Il dna e le nostre cellule sono in diretta comunicazione con le emozioni. Insomma, la musica è davvero “un bene di prima necessità”. Se questo non lo si riconosce, qualsiasi proposta fatta a una certa categoria di politici è come combattere contro i mulini a vento – giusto per citare il Don Chisciotte di Cervantes.

Il Covid 19 ha disintegrato il concetto che avevamo di “luogo performativo” per l’arte e per il suo pubblico. Come andrà ripensato nei mesi a venire e che valenza pensi possa avere l’utilizzo delle tecnologie che abbiamo oggi a disposizione per dare vita a nuovi spazi (sia fisici che virtuali)?

Premettendo che mi auguro di poter ritornare a vivere i teatri, gli stadi e gli altri spazi condivisi al più presto, credo che l’utilizzo delle tecnologie che abbiamo a disposizione possa correre in aiuto in qualche modo. Ad esempio, se in una determinata location non ci può entrare più di un tot numero di persone, il concerto o lo spettacolo di turno possono essere ripresi e trasmessi su piattaforme, così chiunque anche a distanza può in qualche modo assistere all’evento. Diversi club e festival si stanno già attrezzando. Certamente, però, sono contraria alla sostituzione dell’evento virtuale con quello reale. I musicisti, gli attori, i danzatori hanno bisogno del pubblico e vice versa. L’osmosi si crea solo dal vivo. L’emozione profonda, l’arricchimento si genera nello scambio vero. L’empatia si sviluppa dal confronto, dal contatto. Il nostro pc deve essere un ripiego provvisorio in momenti di impossibilità. Mi auguro che questa emergenza non ci faccia assumere abitudini “malsane”. I cinema si sono svuotati perché la maggior parte sceglie di vedere i film sulle piattaforme, vorrei non avvenisse mai per il teatro e i concerti. Diventerebbe tutto molto asettico, freddo … a meno che non aspiriamo a diventare robot …

Da operatrice radiofonica di lungo corso, credi che questo lungo periodo di sospensione e forzata chiusura che abbiamo vissuto abbia restituito qualcosa in termini di importanza all’etere? Come ti immagini debba essere il mondo della radio 3.0 per tornare ad attrarre la gente a discapito dello strapotere dei social?

In questi mesi di isolamento ho cercato ancor di più di far entrare la radio nelle case delle persone. Ho ricevuto messaggi e video messaggi dai più disparati luoghi del mondo. Mi ringraziavano per la musica e la vicinanza. Collaboro con Rcs75, una storica radio libera nata nel 1976. Oltre all’FM è anche digitale, riuscendo così ad arrivare davvero molto lontano. La radio a differenza della TV rende attivi, unisce il radioascoltatore allo speaker, permette a chiunque di parlarti, di scriverti, di ricevere risposte. Ogni persona può entrare per magia in un mondo affascinante anche se il riferimento restano i conduttori e ovviamente la musica. Sui social questo non può avvenite, chiunque è protagonista. Si fa confusione di ruoli e non c’è vero ascolto. I mezzi come facebook, instagram, a mio avviso, andrebbero utilizzati solo come ponte di collegamento al mezzo di comunicazione madre. Inoltre, hanno il limite di non poter trasmettere la musica che viene bannata per il copyright, ad esempio. Credo che la chiave sia sempre la musica, quella di qualità. Da giornalista musicale racconto gli aneddoti che ci sono dietro a un artista o a un album. Incuriosisco cerco di far viaggiare nel tempo e nello spazio. Immagino le persone mentre sono in macchina o a casa. Il potere più grande resta quello delle note che crea ponti, abbatte muri senza la necessità di parole.

Dal microfono al set che “salto” è stato? Al di là di quello che si vede nelle immagini di D’Anna, come si racconta il disagio che stiamo vivendo attraverso il corpo?

Prima di tutto ci tengo a precisare che mai mi sognerei di sostituirmi a una modella. Non ne sarei capace. Ho accettato la proposta di Volturale perché mi ha chiesto di interpretare un ruolo attraverso le sue creazioni e il mio corpo. Non mi ha chiesto di fare un normale shooting di moda, non credo che avrei accettato. Prima di essere una conduttrice e una giornalista, sono stata una danzatrice e anche se a 40 anni ho smesso di ballare dedicandomi ad altre forme di comunicazione, è un linguaggio, quello della danza che non perdi mai. Ho interpretato tantissimi personaggi, sono salita sul palco per la prima volta a 6 anni e ho avuto collaborazioni importanti in diversi ambiti, teatro, tv. Il linguaggio del corpo è quello più antico, avviene molto prima della parola e non mente mai, come la musica. Con Peppe e Lello abbiamo lavorato in profonda sinergia, in una piscina vuota, un cantiere con scale, impalcature e secchi di pittura. Dietro ogni scatto di D’Anna, c’è un mio movimento, una sorta di mini coreografia improvvisata, micro gesti che nascondono la tecnica e ognuno racchiude un significato profondo che ho cercato di trasmettere. Il silenzio, il salto nel vuoto, la caduta, l’immobilità, il senso di impotenza, la delusione, la rabbia sottile, il duro lavoro e il sentirsi profondamente sospesi. Infine c’è la rinascita, la forza di rialzarsi attraverso i colori, grazie all’arte stessa che genera la vita. Ci sono alcuni scatti che mi sono rimasti dentro.

In chiusura, una curiosità: qual è la musica che passeresti in una tua trasmissione “ideale” della durata di un paio d’ore? Chi dovrebbe proprio esserci?

Questa è la domanda più difficile perché se escludo qualcuno mi sento di tradirlo o di tradire me stessa. Diciamo che in una trasmissione ideale (come già spesso faccio) inserirei brani decisamente più lunghi della media. Ti rispondo con un piccolo viaggio nella musica gold e in tre paesi, USA, Inghilterra, Italia che è un po’ il mio format “In viaggio con Valeria”. Partendo dagli USA non potrebbero mai mancare: Stevie Wonder, Miles Davis, Wheather Report, Janis Joplin, Ray Charles, Chet Beker. Dall’Inghilterra farei ascoltare The Beatles, The Who, Queen, Pink Floyd, Jimi Hendrix (anche se è americano lo inserisco ovviamente in UK) Eric Clapton, David Bowie e Sting. Dall’Italia sicuramente Pino Daniele, Ivano Fossati e il chitarrista Antonio Onorato che ringrazio infinitamente, in quanto ci ha gentilmente regalato il suo brano silent shout che ha fatto da colonna sonora al videoclip del backstage “Sospesi” diretto dal giovane regista Luca Landi

Interviste

Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

Leggi anche: “Rockin’1000 Party, musica e cinema con il supergruppo all’Arena Lido di Rimini

Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Interviste

Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Interviste

Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

Leggi anche: “Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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