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Interviste

Quando la protesta è culturale: Valeria Saggese presenta “Sospesi”

Domenico Paris

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“Sospesi” nasce dall’incontro di tre creativi salernitani, il fashion designer Peppe Volturale, la giornalista musicale e conduttrice radiofonica Valeria Saggese e il fotografo Lello D’Anna. Un progetto che ha il sapore della protesta, della rivoluzione culturale, che fa eco agli anni ’70, quando un’ondata musicale di enorme intensità e creatività senza eguali invase il mondo.

Quell’ondata iniziata negli anni ‘60 in modo pacifico, con l’aggregazione di centinaia di migliaia di giovani abbracciati sotto i palchi a cantare la pace e l’amore. Fu il 1969 a Woodstock, fu il 1970 all’isola di Wight in Gran Bretagna, per citare due tra gli eventi che cambiarono la storia. Epoche in cui la musica e l’arte in tutte le sue forme, – partendo dalla nascita della minigonna a Londra nel ’63, passando per il Beatles e arrivando alla Joplin – erano un punto di riferimento essenziale per le nuove generazioni che pretendevano diritti contro ogni discriminazione sociale.

Oggi, cinquant’anni dopo, nel periodo “Post Covid” immaginare quelle forme di aggregazione è un miraggio e in Italia gli artisti vivono in una posizione marginale. Si sentono umiliati dalle istituzioni, sono arrabbiati e sentono di non essere riconosciuti per il ruolo rilevante che rivestono.

Ci racconti quale è stata la genesi di questa particolare collaborazione che ha dato vita a “Sospesi” e in che modo tu, Volturale e D’Anna avete pensato di dare continuità e di sviluppare il progetto in futuro?

Durante i mesi del lockdown, attraverso la radio ho puntato un occhio di bue quotidiano sui diritti dei musicisti e di tutto il settore artistico. Attraverso il mio programma ho cercato di mettere in collegamento i musicisti con le istituzioni, denunciando ciò che non andava. Sono diventata un punto di riferimento per molti artisti e questo mi fa piacere. Lo stilista Peppe Volturale che stava preparando una sua collezione, seguendo la mia trasmissione è stato ispirato proprio dalla musica che raccontavo, quella degli anni ’70. Quella che rivoluzionò il mondo. Si è ispirato all’attrice Florinda Bolkan, colei che abbatté l’immagine della donna bambola e che con classe e sobrietà, divenne a modo suo simbolo del mondo dei diritti degli omosessuali. “Sospesi” nasce dal nostro incontro, dalla sua richiesta di farmi “interpretare” i suoi abiti. Mi ha chiesto di esprimere ciò che avevo raccontato nei mesi precedenti. Dovevo ispirarmi all’immagine della Bolkan e alla protesta degli anni ’70.

Questa volta non dovevo usare la voce, ma il mio corpo. Comunicare in silenzio. Per la fotografia è stato scelto molto più di un fotografo, un vero artista creativo, Lello D’Anna. E’ il racconto attraverso le immagini del lavoro duro che c’è dietro ogni artista, della difficoltà che vive questo settore, dell’umiliazione per essere messi ai margini, di non essere riconosciuti come lavoratori, è “un grido silenzioso” di protesta ma allo stesso tempo vuole essere uno stimolo a ciò che tutti e tre sogniamo, un “Rinascimento creativo”. Il progetto non si limita allo shooting, ma stiamo costruendo mostre fotografiche associate a concerti e una sfilata (con modelle – non con me sia chiaro) con estemporanee di danza, teatro e musica.

L’ispirazione di questo lavoro affonda le proprie radici nella magia del rock degli anni Settanta e dell’universo di stile e cultura che lo ammantava. Per un nuovo “Rinascimento” del mondo artistico non si può davvero fare a meno di questo salto indietro di mezzo secolo e perché, secondo te?

La musica, già partendo dalla fine degli anni ’60, rappresentava un vero e proprio faro per le giovani generazioni e non solo. Grandi eventi come Woodstock nel ‘69 o quello all’isola di Wight nel 1970 sono l’esempio dell’importanza che le persone ponevano nella musica e nei musicisti. Ore, giorni riuniti sotto i palchi, pronti ad ascoltare lunghissimi assoli di chitarra, parole di pace o di protesta. La musica era un motore trainante di creatività, aveva un ruolo sociale importantissimo, riuniva persone che riuscivano a mettersi in ascolto fra di loro. L’obbiettivo era raggiungere un bene comune, ciò che attualmente manca. Per un nuovo rinascimento bisogna per forza fare un salto indietro di almeno 50 anni. Oggi la gente vuole i selfie con i rappresentanti politici che giocano il ruolo delle nuove star fra talk show e social e poi non sappiamo ascoltare … Decisamente meglio ispirarsi al passato.

Riesci ad immaginare, concretamente, quali possano essere delle forme di supporto istituzionale per far sì che tutti i creativi italiani possano sperare di tornare a guardare il futuro con ottimismo?

Prima di arrivare alle concretezze, bisogna cambiare mentalità. Non si può ottenere nulla di buono con una visione errata. Ci piacerebbe essere visti, ogni artista sente il bisogno di essere riconosciuto come “lavoratore” per il ruolo importante che riveste a livello sociale e culturale. La musica, ad esempio, è considerata mero intrattenimento. Il presidente del Consiglio recentemente ha definito gli artisti come coloro che “ci fanno tanto divertire …”, ecco, già da questo possiamo trarre la sintesi della visione che il nostro paese ha della cultura. Mozart nel ‘700 veniva a Napoli per studiare Pergolesi e Cimarosa, eppure non mi risulta che nelle scuole non specialistiche questo si studi. Eppure si tratta della storia del nostro paese. La storia della musica, con le altre materie affini, è importante quanto l‘economia, quanto la letteratura italiana. Se non partiamo dalla formazione, dall’istruzione primaria e secondaria con queste materie, la vedo dura che si arrivi in parlamento e si comprenda qualcosa sull’importanza “della vicenda”. Nel 2015, il Centre for Performance Science, una partnership dell’Imperial College London e del Royal College of Music ha portato avanti un esperimento live a due concerti di musica classica in Inghilterra. Nel 2016 è stato replicato da Assomusica (associazione italiana dei promoter musicali), a due concerti pop, a Genova. Al di là di alcune differenze, a seconda del genere musicale, il risultato comune è che l’ascolto della musica riduce notevolmente l’ormone dello stress, il cortisolo, aumentando la melatonina e la serotonina che donano equilibrio e serenità. Con l’ascolto della musica aumenta la quantità dell’ormone Dhea che attiva un ringiovanimento cellulare, quindi un effetto rigenerante sul nostro cervello. Il dna e le nostre cellule sono in diretta comunicazione con le emozioni. Insomma, la musica è davvero “un bene di prima necessità”. Se questo non lo si riconosce, qualsiasi proposta fatta a una certa categoria di politici è come combattere contro i mulini a vento – giusto per citare il Don Chisciotte di Cervantes.

Il Covid 19 ha disintegrato il concetto che avevamo di “luogo performativo” per l’arte e per il suo pubblico. Come andrà ripensato nei mesi a venire e che valenza pensi possa avere l’utilizzo delle tecnologie che abbiamo oggi a disposizione per dare vita a nuovi spazi (sia fisici che virtuali)?

Premettendo che mi auguro di poter ritornare a vivere i teatri, gli stadi e gli altri spazi condivisi al più presto, credo che l’utilizzo delle tecnologie che abbiamo a disposizione possa correre in aiuto in qualche modo. Ad esempio, se in una determinata location non ci può entrare più di un tot numero di persone, il concerto o lo spettacolo di turno possono essere ripresi e trasmessi su piattaforme, così chiunque anche a distanza può in qualche modo assistere all’evento. Diversi club e festival si stanno già attrezzando. Certamente, però, sono contraria alla sostituzione dell’evento virtuale con quello reale. I musicisti, gli attori, i danzatori hanno bisogno del pubblico e vice versa. L’osmosi si crea solo dal vivo. L’emozione profonda, l’arricchimento si genera nello scambio vero. L’empatia si sviluppa dal confronto, dal contatto. Il nostro pc deve essere un ripiego provvisorio in momenti di impossibilità. Mi auguro che questa emergenza non ci faccia assumere abitudini “malsane”. I cinema si sono svuotati perché la maggior parte sceglie di vedere i film sulle piattaforme, vorrei non avvenisse mai per il teatro e i concerti. Diventerebbe tutto molto asettico, freddo … a meno che non aspiriamo a diventare robot …

Da operatrice radiofonica di lungo corso, credi che questo lungo periodo di sospensione e forzata chiusura che abbiamo vissuto abbia restituito qualcosa in termini di importanza all’etere? Come ti immagini debba essere il mondo della radio 3.0 per tornare ad attrarre la gente a discapito dello strapotere dei social?

In questi mesi di isolamento ho cercato ancor di più di far entrare la radio nelle case delle persone. Ho ricevuto messaggi e video messaggi dai più disparati luoghi del mondo. Mi ringraziavano per la musica e la vicinanza. Collaboro con Rcs75, una storica radio libera nata nel 1976. Oltre all’FM è anche digitale, riuscendo così ad arrivare davvero molto lontano. La radio a differenza della TV rende attivi, unisce il radioascoltatore allo speaker, permette a chiunque di parlarti, di scriverti, di ricevere risposte. Ogni persona può entrare per magia in un mondo affascinante anche se il riferimento restano i conduttori e ovviamente la musica. Sui social questo non può avvenite, chiunque è protagonista. Si fa confusione di ruoli e non c’è vero ascolto. I mezzi come facebook, instagram, a mio avviso, andrebbero utilizzati solo come ponte di collegamento al mezzo di comunicazione madre. Inoltre, hanno il limite di non poter trasmettere la musica che viene bannata per il copyright, ad esempio. Credo che la chiave sia sempre la musica, quella di qualità. Da giornalista musicale racconto gli aneddoti che ci sono dietro a un artista o a un album. Incuriosisco cerco di far viaggiare nel tempo e nello spazio. Immagino le persone mentre sono in macchina o a casa. Il potere più grande resta quello delle note che crea ponti, abbatte muri senza la necessità di parole.

Dal microfono al set che “salto” è stato? Al di là di quello che si vede nelle immagini di D’Anna, come si racconta il disagio che stiamo vivendo attraverso il corpo?

Prima di tutto ci tengo a precisare che mai mi sognerei di sostituirmi a una modella. Non ne sarei capace. Ho accettato la proposta di Volturale perché mi ha chiesto di interpretare un ruolo attraverso le sue creazioni e il mio corpo. Non mi ha chiesto di fare un normale shooting di moda, non credo che avrei accettato. Prima di essere una conduttrice e una giornalista, sono stata una danzatrice e anche se a 40 anni ho smesso di ballare dedicandomi ad altre forme di comunicazione, è un linguaggio, quello della danza che non perdi mai. Ho interpretato tantissimi personaggi, sono salita sul palco per la prima volta a 6 anni e ho avuto collaborazioni importanti in diversi ambiti, teatro, tv. Il linguaggio del corpo è quello più antico, avviene molto prima della parola e non mente mai, come la musica. Con Peppe e Lello abbiamo lavorato in profonda sinergia, in una piscina vuota, un cantiere con scale, impalcature e secchi di pittura. Dietro ogni scatto di D’Anna, c’è un mio movimento, una sorta di mini coreografia improvvisata, micro gesti che nascondono la tecnica e ognuno racchiude un significato profondo che ho cercato di trasmettere. Il silenzio, il salto nel vuoto, la caduta, l’immobilità, il senso di impotenza, la delusione, la rabbia sottile, il duro lavoro e il sentirsi profondamente sospesi. Infine c’è la rinascita, la forza di rialzarsi attraverso i colori, grazie all’arte stessa che genera la vita. Ci sono alcuni scatti che mi sono rimasti dentro.

In chiusura, una curiosità: qual è la musica che passeresti in una tua trasmissione “ideale” della durata di un paio d’ore? Chi dovrebbe proprio esserci?

Questa è la domanda più difficile perché se escludo qualcuno mi sento di tradirlo o di tradire me stessa. Diciamo che in una trasmissione ideale (come già spesso faccio) inserirei brani decisamente più lunghi della media. Ti rispondo con un piccolo viaggio nella musica gold e in tre paesi, USA, Inghilterra, Italia che è un po’ il mio format “In viaggio con Valeria”. Partendo dagli USA non potrebbero mai mancare: Stevie Wonder, Miles Davis, Wheather Report, Janis Joplin, Ray Charles, Chet Beker. Dall’Inghilterra farei ascoltare The Beatles, The Who, Queen, Pink Floyd, Jimi Hendrix (anche se è americano lo inserisco ovviamente in UK) Eric Clapton, David Bowie e Sting. Dall’Italia sicuramente Pino Daniele, Ivano Fossati e il chitarrista Antonio Onorato che ringrazio infinitamente, in quanto ci ha gentilmente regalato il suo brano silent shout che ha fatto da colonna sonora al videoclip del backstage “Sospesi” diretto dal giovane regista Luca Landi

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#TWOF1: 40 anni di giornalismo rock con Federico Guglielmi

Redazione

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Una passione lunga tutta una vita, elevata a lifestyle e occupazione principale. Il sacro verbo del rock’n’roll, nelle mani di Federico Guglielmi, tra i giornalisti di settore più autorevoli e apprezzati in Italia, è al sicuro e in ottime mani. Nell’intervista esclusiva rilasciata a The Walk Of Fame in occasione del primo compleanno del magazine, Guglielmi ha ripercorso le tappe salienti di 40 anni di giornalismo rock.

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I Punkreas sono più forti della pandemia: l’intervista tra passato e futuro

“La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”

Federico Falcone

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Il 2020 è stato un anno nero per la musica, tanto in chiave live vista l’impossibilità di portare avanti un certo tipo di concerti, quanto in studio di registrazione, a causa della difficoltà, in più momenti, di vedersi per comporre e registrare. Proviamo solo a pensare al senso di smarrimento degli esponenti di un certo tipo di musica, quella che fa dell’adrenalina, del coinvolgimento fisico e della necessità di scatenarsi sotto a un palco l’anima dei propri show.

“Il distanziamento sociale si dichiara colpevole, vostro onore. Ma ammette di non aver agito da solo”

Il pubblico è parte integrante dello stesso, non un contorno. Come si può restare impassibili, inerti, statici, mentre si prende parte a un concerto punk/hc oppure heavy metal o rock più in generale? Pogare, quanto di più caro a un fan, è stato a larghi tratti proibito. Troppo alto il rischio di contagio. Per non parlare, poi, di quelle poche sale al chiuso che dopo il lockdown hanno riaperto vedendo più che dimezzata la propria capienza e prevedendo, inoltre, un rigido distanziamento. Anche quando tutto sembrava volgere al meglio, come in estate.

I concerti all’aperto sono stati tanti, ma tutti sottoposti a una rigida sorveglianza.

E tutti sono stati diversi.

Una fase di passaggio, quella estiva, che ci aveva illusi di un ritorno alla normalità.

E ora, cosa accade? Prende piede il paradosso di sperare di poter rivivere quanto vissuto in estate, cioè il “meglio poco che niente“. L’Italia è stretta tra la morsa di una seconda ondata che in alcune regioni si sta rivelando devastante e una crisi economica ben più gravosa di quella del 2008. Ad ora, quindi, neanche il poco è concesso.

Ma c’è chi lotta, chi non si rassegna, chi prova ad andare avanti contro tutto e tutti. Chi, insomma, reagisce e non abbassa la testa. Come i Punkreas.

“Un anno nero certamente lo è stato. Per molti è stato anche l’anno zero, per altri un anno di transizione. Ma adesso è un disastro, non se ne esce. Ci sono categorie particolarmente colpite che vedono svanire i sacrifici di una vita”, dichiara Gabriele “Paletta” ai nostri microfoni. Lui, con Angelo “Cippa” e Paolo “Noyse” ha dato il via alla band nel 1989. Quest’anno ricorrevano i primi 30 anni di vita del gruppo che nel dicembre del 1990 dava alle stampe la demo “Isterico“. E tutto era pronto per una festa lunga dodici mesi, tra concerti elettrizzanti, ricordi e raduni con amici di vecchia e nuova data. Una grande famiglia che avrebbe voluto, e dovuto, tributare i Punkreas, band di punta della scena punk italiana.

Quale migliore occasione per festeggiare con un tour celebrativo una carriera lunga e ricca di soddisfazioni?

E quale peggior scherzo del destino se non quello di una pandemia che lo ha impedito?

E pensare che l’anno era iniziato alla grande: un disco per ripercorrere l’intera carriera (XXX – 1989-2019: The Best) e una festa di compleanno clamorosa (il 25 gennaio all’Alcatraz di Milano). Da “Acà Toro” a “Disgusto totale“, dalla “Canzone del Bosco” a “Voglio Armarmi” fino all’ultimo singolo, “Sono Vivo“: tutto era allineato per dare fuoco agli amplificatori e scatenare stage diving e furore sotto al palco. Dopo il 25 gennaio tutto è cambiato e i primi casi di contagio da covid 19 a Codogno e Vò Euganeo hanno fatto calare il sipario sulla live music in Italia.

Prime chiusure, fuga di treni tre le regioni e tutti a casa senza potersi allontanare per più di 200 metri.

Appena passata la primavera, suddivisa tra Fase 1 e Fase 2, i Punkreas sono tornati in pista, con un nuovo show, riadattato per l’occasione. Il trio storico per portare avanti un concerto storico, in chiave acustica. Un rialzare la testa tipico dei grandi, di coloro che vivono di passione e per coloro che, invece, vivono di lavoro. Perché la musica è un lavoro e chi di essa campa è rimasto fermo al palo. I più fortunati hanno ottenuto qualche bonus e alcuni ristori. I più fortunati, appunto. Aspetto, questo, che ha ulteriormente convinto Paletta e soci a organizzare un tour estivo per festeggiare ugualmente i 30 anni di carriera.

Ci siamo dovuti adattare al momento con una tournée organizzata dal niente. Abbiamo totalmente rimodulato il tour e i canoni stilistici precedentemente previsti per dare vita a uno spettacolo più coerente con il momento storico”, spiega Paletta. “Abbiamo previsto il racconto di una serie di aneddoti dal 1989 a oggi, tutti divertenti proprio per sorridere e rallegrarci, che non fa male. Abbiamo raccontato il nostro percorso e anche i momenti più esaltanti, come il concerto di spalla ai Rage Against The Machine o l’incontro con Joe Strummer. Ma anche di quando la mattina andavamo a scuola e la sera, invece, a suonare in giro”.

La musica è una medicina per far sorridere la gente. Ai nostri concerti c’è assembramento, ovviamente, e ciò adesso non può esserci, come non poteva esserci in estate. L’acustico è stato interessante e soddisfacente, abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Se siamo invecchiati? Non lo so, anzi, direi che negli ultimi dischi abbiamo ripreso un po’ lo sprint che avevamo all’inizio. Suoniamo sempre quello che ci piace fare. Come un buon vino, siamo invecchiati bene”.

Come in tutte le storie trentennali, ci sono stati momenti esaltanti e momenti anche negativi.

“I primi anni era bello poter andare in giro per ogni regione italiana, tra i vari centri sociali. Erano momenti di aggregazione dove la gente veniva senza neanche conoscerti, adesso i posti non ci sono più e le band emergenti – ce ne sono molte interessanti – non hanno la possibilità di esibirsi. I grandi festival erano il top, come l’Heineken Jammin’ dove suonarono, appunto, i RATM davanti a 60mila persone. Ricordi negativi? Il G8 di Genova, ma sicuramente anche questo anno che è passato. Abbiamo iniziato la tournée con un sold out all’Alcatraz e il giorno dopo è crollato tutto, non abbiamo più potuto fare niente. E’ stato l’anno più brutto“.

Non riuscire suonare dal vivo è un disastro e se il web ha ridotto le distanze è anche vero che la musica è fatta per essere suonata di fronte a un pubblico. La tecnologia non può sopperire a tutto. Non è questione di essere parte della vecchia scuola, ma di sapere esattamente cosa vuol dire il brivido di un concerto. La nostra attitudine è sempre stata quella, l’unica cosa che sappiamo fare è mandare messaggi per fare riflettere. La scena, da un punto di vista concettuale, si è impoverita. Per quanto riguarda il nostro pubblico c’è sempre una super attenzione. In generale devo ammettere che i contenuti sono sempre di meno”. Le etichette ancora decidono cosa pubblicare. Ancora oggi le lobby decidono cosa pubblicare”.

Una storia vecchia, quella del mercato discografico spesso ottuso e incapace di andare oltre al trend del momento. Come storia vecchia è il rapporto tra musica e politica. Le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sono state tra le più seguite (e votate) della storia.

“Con le lobyy di mezzo escono fuori sempre voti dell’ultimo momento, ma peggio di Trump non si poteva fare. Ne ero già consapevole prima, e lo sono tutt’ora. In otto anni Obama ha fatto una fatica strepitosa per la sanità e per accorciare la distanze tra le classi sociali. Poi è arrivato Trump e ha di fatto azzerato – se non riportato gli States ancora più indietro – quanto fatto dal suo predecessore”.

E’ stato l’anno più brutto. Ma è il momento di guardare avanti.

Nuovi obiettivi da porsi e nuovi traguardi da raggiungere.

Il momento di tornare alla normalità arriverà.

Questa pandemia, come ha avuto un inizio avrà una fine e la voglia di scatenarsi sotto a un palco sarà più viva che mai.

“Avevamo in cantiere la tournée e da lì vogliamo ripartire. E’ stata preparata bene. Per quanto riguarda la nostra musica: abbiamo buttato giù altre idee e diverse nuove canzoni. L’idea è quella di fare uscire qualcosa di nuovo come regalo ai nostri fans. La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”. Come dargli dargli torto.

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Interviste

La dark wave italiana è più viva che mai con La Grazia Obliqua

Domenico Paris

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In attesa che il nuovo anno ci regali la loro seconda fatica discografica e ci permetta di tornarli a vedere dal vivo, abbiamo fatto un veloce punto della situazione con Alessandra “Trinity” Bersiani, polistrumentista e cantante de La Grazia Obliqua, il combo romano che in questi ultimi anni ha fatto molto parlare di sé nella scena dark wave italiana e non solo.

Cominciamo con le novità: nel 2021 è prevista l’uscita di un vostro album intitolato “Canzoni d’amore e morte e altri eventi accidentali”. Puoi fornirci qualche anticipazione sul progetto e raccontarci come è nata l’idea?

“Canzoni d’amore e morte e altri eventi accidentali” nasce come una sorta di secondo capitolo rispetto al primo album, nel quale il focus era il disorientamento a seguito dell’incontro con la dimensione della crisi sia sociale che personale dell’uomo, che si sente perso per la mancanza di punti di riferimento. In questo secondo capitolo si passa ad una fase in cui dal disorientamento ci si immerge in una serie di emozioni diverse tra loro, da momenti più depressivi ad altri in cui c’è maggiore esuberanza, ma soprattutto affrontiamo il tema della paura della perdita dell’anima e la ricerca di nuovi sentimenti. È il capitolo della “presa di coscienza”, del contatto con il dolore che porta però verso una speranza.

La vostra ultima sortita discografica, l’EP “Oltre”, rispetto al vostro debutto “Canzoni per tramonti e albe – al crepuscolo dell’Occidente”, sembra suggerire una virata musicale su territori più contemporanei ed eterogenei rispetto al dark wave. È così e, se sì, dove vi proponete di arrivare nel vostro percorso evolutivo?

È vero, ci siamo un po’ staccati da certi stilemi dark e ci stiamo allargando ad ampio raggio verso una dimensione forse più vicina alla scuola di Firenze – città simbolo della wave italiana – o comunque più personale che fa parte anche di un percorso di ricerca. Quando si cerca qualcosa di nuovo lo si cerca ovunque, e così è per noi nella musica. Di conseguenza, gli stili musicali che lambiamo in questo nuovo album sono decisamente più variegati. E già sappiamo che la nostra ricerca non si fermerà qui, sappiamo esattamente fin d’ora dove vogliamo arrivare con i lavori che seguiranno questo “Canzoni d’amore e morte e altri eventi accidentali”. Siamo avidi di sperimentazione e la nostra musica sarà sempre più d’avanguardia.

Sempre rimanendo a questa release, le canzoni “Resta” e “Waiting For The Dawn” ti vedono nei panni di lead vocalist. Pensi che nel futuro prossimo ti troveremo più spesso in questa veste o comunque più impegnata dietro al microfono rispetto al passato?

Nell’EP “Oltre”, due brani su quattro mi vedono impegnata come cantante principale (“Resta” e “Waiting For The Dawn”). Il motivo per cui nel precedente album ho cantato un solo brano (“Lilith”) è perché sono entrata nella band a registrazioni quasi completate. Ma ormai l’utilizzo della doppia voce, insieme al lead vocalist Alessandro Bellotta, è un marchio di fabbrica de La Grazia Obliqua, quindi penso che il mio contributo dietro al microfono continuerà ad essere molto significativo.

La ristampa del vostro primo full length è stata distribuita da un’etichetta storica dell’underground italiano ed europeo come la Contempo. Quali sono stati i riscontri ad oggi ed è ipotizzabile che questa collaborazione possa ripetersi per le prossime uscite? Ah, ovviamente ci piacerebbe sapere anche come vi siete trovati con la label fiorentina.

Sì, abbiamo presentato la ristampa del nostro primo album a cura della Contempo a fine settembre nel negozio storico a Firenze, insieme ai Pankow che in quell’occasione presentavano a loro volta il loro nuovo EP. Il riscontro, per quanto riguarda la partecipazione di pubblico all’evento, è stato ottimo. Sicuramente con questa etichetta abbiamo un canale preferenziale di comunicazione, ma al momento qualsiasi considerazione in termini di produzione e distribuzione del nuovo album è prematura perché, a parte l’EP appena uscito, siamo ancora impegnati nella stesura di gran parte dei brani che lo comporranno. Noi siamo fan di quello che ha pubblicato la Contempo negli anni, siamo cresciuti ascoltando le loro produzioni, quindi è stato naturale sentirci a casa e trovarci bene con loro.

Nel collettivo de La Grazia Obliqua il tuo contributo è molto importante, essendo tu la polistrumentista della band, oltre ad occuparti dei backing vocals su diverse tracce. Pensi che questa esperienza, da un punto di vista tuo personale, sia quella più appagante della tua carriera? Potresti anche farci una panoramica completa di quelle che l’hanno preceduta (e anche di quelle in atto al di fuori della “casa madre”)?

Ogni band con cui ho suonato è stata un tassello fondamentale per la mia crescita artistica e personale. La mia prima esperienza risale agli anni ’80, come tastierista di una band progressive metal chiamata Seth. Come batterista e polistrumentista avevo un mio progetto di post-rock/psichedelia, i Glareshift, con cui abbiamo realizzato due album. Sempre come batterista ho suonato in diverse situazioni molto eterogenee tra loro: dal gothic metal degli Alchem al grunge dei Seattle In Rome, da una tribute band dei Cure al rock irlandese degli Her Pillow, al glam rock degli Oak Glam (con i quali siamo stati inseriti in un cofanetto prodotto dalla nota etichetta Black Widow di Genova). Ho collaborato come flautista e cantante con alcuni musicisti sia italiani che stranieri, tra cui Kota, l’ex bassista giapponese dei Christian Death. Sicuramente La Grazia Obliqua è il contesto che più mi dà la possibilità di esprimermi anche come compositrice e arrangiatrice, un aspetto del fare musica che mi appaga e mi stimola enormemente. Inoltre, al momento, anche se con tempi molto dilatati, ho un mio side-project chiamato Double Dare in cui canto repertorio dark rivisitato in versione acustica. E, notizia in anteprima, presto mi siederò nuovamente dietro le pelli in occasione della reunion di una band storica, ma per ora non voglio svelare troppi dettagli.

Il concept espressivo del gruppo sembra essere improntato al culto della bellezza, inteso soprattutto come capacità di resistenza alle storture e alla disintegrazione di certi principi estetici che sembrano non appartenere più alla nostra società, attraverso il disallineamento ideologico. Al di fuori della musica, questo atteggiamento vi pertiene anche come individui? Qual è la tua, la vostra attitudine fuori dal palco?

Hai esattamente messo a fuoco quella che è la nostra caratteristica peculiare. Nella scrittura e composizione dei nostri brani ricerchiamo sempre la bellezza, ma soprattutto utilizziamo l’arte per compensare quello che non riusciamo a realizzare nella vita di tutti i giorni. Nel nostro caso è difficile, se non impossibile, discernere il musicista dalla persona. Poi, per carità, tutto è “spettacolo”, però la nostra attitudine è principalmente artistica e solo incidentalmente di intrattenimento, quindi direi che ciò di cui parliamo nelle nostre canzoni è esattamente ciò che siamo.

A proposito di palco: l’attuale stato di emergenza legato al COVID, nonostante qualche recente live romano, credo abbia penalizzato fortemente anche voi nella promozione dei vostri dischi. State già pensando a come creare un calendario per il prossimo anno? E, soprattutto, considerato il vostro genere, state cercando di pianificare anche delle date all’estero? E, già che ci siamo, quale pensi possa essere il Paese più ricettivo nei confronti di una proposta come la vostra?

Il Covid in realtà non ci ha penalizzati perché le piattaforme digitali hanno funzionato ugualmente a pieno regime per quanto riguarda la promozione e la distribuzione della nostra musica. In merito ai live, nel rispetto delle norme e dei decreti siamo riusciti comunque a suonare, l’unico stop forzato è stato durante il lockdown di marzo ma ne abbiamo approfittato per registrare a distanza le canzoni dell’EP “Oltre” e per alcuni di noi è stato anche un momento per dedicarsi a progetti paralleli anche di un certo spessore: ad esempio Valerio Michetti, il nostro batterista, ha suonato nell’ultimo album dei Submarine Silence di Cristiano Roversi (musicista/collaboratore abituale di Massimo Zamboni dei CCCP/C.S.I.) ed in quello solista di Flavio Ferri dei Delta V, al fianco di nomi come Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP e C.S.I.) e Livio Magnini (Bluvertigo). Al momento non abbiamo date anche perché all’estero stanno vivendo il lockdown con tempistiche diverse rispetto a noi. Comunque, ipotizzando dei paesi idealmente adatti alla nostra musica, senz’altro punteremmo a Germania, Inghilterra, Giappone e Stati Uniti.

Quali sono le pietre angolari nella tua formazione di musicista e, più in generale, a livello artistico?

Sono cresciuta ascoltando fin da molto piccola la musica più disparata, dal jazz alla classica, passando per il metal e l’elettronica/sperimentale. I miei primi grandi amori musicali sono stati Beatles, The Who, Genesis, Jefferson Airplane, Talking Heads e Police. Ad oggi, per fare un sunto, direi che i miei maggiori riferimenti compositivi sono Rozz Williams, Coil, Aphex Twin, Nico come solista, György Ligeti e, per quanto riguarda il nostro Paese, sicuramente Andrea Chimenti e C.S.I.

Una curiosità per concludere: faresti di tutto per condividere un tour con?

Avendo un background musicale piuttosto ricco, sono moltissimi gli artisti con cui vorrei condividere il palco, ma forse, sopra ogni altro, mi piacerebbe poter suonare insieme ai Christian Death, una quarantennale band di culto del movimento goth internazionale.

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