Quando la protesta è culturale: Valeria Saggese presenta “Sospesi”

“Sospesi” nasce dall’incontro di tre creativi salernitani, il fashion designer Peppe Volturale, la giornalista musicale e conduttrice radiofonica Valeria Saggese e il fotografo Lello D’Anna. Un progetto che ha il sapore della protesta, della rivoluzione culturale, che fa eco agli anni ’70, quando un’ondata musicale di enorme intensità e creatività senza eguali invase il mondo.

Quell’ondata iniziata negli anni ‘60 in modo pacifico, con l’aggregazione di centinaia di migliaia di giovani abbracciati sotto i palchi a cantare la pace e l’amore. Fu il 1969 a Woodstock, fu il 1970 all’isola di Wight in Gran Bretagna, per citare due tra gli eventi che cambiarono la storia. Epoche in cui la musica e l’arte in tutte le sue forme, – partendo dalla nascita della minigonna a Londra nel ’63, passando per il Beatles e arrivando alla Joplin – erano un punto di riferimento essenziale per le nuove generazioni che pretendevano diritti contro ogni discriminazione sociale.

MyZona

Oggi, cinquant’anni dopo, nel periodo “Post Covid” immaginare quelle forme di aggregazione è un miraggio e in Italia gli artisti vivono in una posizione marginale. Si sentono umiliati dalle istituzioni, sono arrabbiati e sentono di non essere riconosciuti per il ruolo rilevante che rivestono.

Ci racconti quale è stata la genesi di questa particolare collaborazione che ha dato vita a “Sospesi” e in che modo tu, Volturale e D’Anna avete pensato di dare continuità e di sviluppare il progetto in futuro?

Durante i mesi del lockdown, attraverso la radio ho puntato un occhio di bue quotidiano sui diritti dei musicisti e di tutto il settore artistico. Attraverso il mio programma ho cercato di mettere in collegamento i musicisti con le istituzioni, denunciando ciò che non andava. Sono diventata un punto di riferimento per molti artisti e questo mi fa piacere. Lo stilista Peppe Volturale che stava preparando una sua collezione, seguendo la mia trasmissione è stato ispirato proprio dalla musica che raccontavo, quella degli anni ’70. Quella che rivoluzionò il mondo. Si è ispirato all’attrice Florinda Bolkan, colei che abbatté l’immagine della donna bambola e che con classe e sobrietà, divenne a modo suo simbolo del mondo dei diritti degli omosessuali. “Sospesi” nasce dal nostro incontro, dalla sua richiesta di farmi “interpretare” i suoi abiti. Mi ha chiesto di esprimere ciò che avevo raccontato nei mesi precedenti. Dovevo ispirarmi all’immagine della Bolkan e alla protesta degli anni ’70.

Questa volta non dovevo usare la voce, ma il mio corpo. Comunicare in silenzio. Per la fotografia è stato scelto molto più di un fotografo, un vero artista creativo, Lello D’Anna. E’ il racconto attraverso le immagini del lavoro duro che c’è dietro ogni artista, della difficoltà che vive questo settore, dell’umiliazione per essere messi ai margini, di non essere riconosciuti come lavoratori, è “un grido silenzioso” di protesta ma allo stesso tempo vuole essere uno stimolo a ciò che tutti e tre sogniamo, un “Rinascimento creativo”. Il progetto non si limita allo shooting, ma stiamo costruendo mostre fotografiche associate a concerti e una sfilata (con modelle – non con me sia chiaro) con estemporanee di danza, teatro e musica.

L’ispirazione di questo lavoro affonda le proprie radici nella magia del rock degli anni Settanta e dell’universo di stile e cultura che lo ammantava. Per un nuovo “Rinascimento” del mondo artistico non si può davvero fare a meno di questo salto indietro di mezzo secolo e perché, secondo te?

La musica, già partendo dalla fine degli anni ’60, rappresentava un vero e proprio faro per le giovani generazioni e non solo. Grandi eventi come Woodstock nel ‘69 o quello all’isola di Wight nel 1970 sono l’esempio dell’importanza che le persone ponevano nella musica e nei musicisti. Ore, giorni riuniti sotto i palchi, pronti ad ascoltare lunghissimi assoli di chitarra, parole di pace o di protesta. La musica era un motore trainante di creatività, aveva un ruolo sociale importantissimo, riuniva persone che riuscivano a mettersi in ascolto fra di loro. L’obbiettivo era raggiungere un bene comune, ciò che attualmente manca. Per un nuovo rinascimento bisogna per forza fare un salto indietro di almeno 50 anni. Oggi la gente vuole i selfie con i rappresentanti politici che giocano il ruolo delle nuove star fra talk show e social e poi non sappiamo ascoltare … Decisamente meglio ispirarsi al passato.

Riesci ad immaginare, concretamente, quali possano essere delle forme di supporto istituzionale per far sì che tutti i creativi italiani possano sperare di tornare a guardare il futuro con ottimismo?

Prima di arrivare alle concretezze, bisogna cambiare mentalità. Non si può ottenere nulla di buono con una visione errata. Ci piacerebbe essere visti, ogni artista sente il bisogno di essere riconosciuto come “lavoratore” per il ruolo importante che riveste a livello sociale e culturale. La musica, ad esempio, è considerata mero intrattenimento. Il presidente del Consiglio recentemente ha definito gli artisti come coloro che “ci fanno tanto divertire …”, ecco, già da questo possiamo trarre la sintesi della visione che il nostro paese ha della cultura. Mozart nel ‘700 veniva a Napoli per studiare Pergolesi e Cimarosa, eppure non mi risulta che nelle scuole non specialistiche questo si studi. Eppure si tratta della storia del nostro paese. La storia della musica, con le altre materie affini, è importante quanto l‘economia, quanto la letteratura italiana. Se non partiamo dalla formazione, dall’istruzione primaria e secondaria con queste materie, la vedo dura che si arrivi in parlamento e si comprenda qualcosa sull’importanza “della vicenda”. Nel 2015, il Centre for Performance Science, una partnership dell’Imperial College London e del Royal College of Music ha portato avanti un esperimento live a due concerti di musica classica in Inghilterra. Nel 2016 è stato replicato da Assomusica (associazione italiana dei promoter musicali), a due concerti pop, a Genova. Al di là di alcune differenze, a seconda del genere musicale, il risultato comune è che l’ascolto della musica riduce notevolmente l’ormone dello stress, il cortisolo, aumentando la melatonina e la serotonina che donano equilibrio e serenità. Con l’ascolto della musica aumenta la quantità dell’ormone Dhea che attiva un ringiovanimento cellulare, quindi un effetto rigenerante sul nostro cervello. Il dna e le nostre cellule sono in diretta comunicazione con le emozioni. Insomma, la musica è davvero “un bene di prima necessità”. Se questo non lo si riconosce, qualsiasi proposta fatta a una certa categoria di politici è come combattere contro i mulini a vento – giusto per citare il Don Chisciotte di Cervantes.

Il Covid 19 ha disintegrato il concetto che avevamo di “luogo performativo” per l’arte e per il suo pubblico. Come andrà ripensato nei mesi a venire e che valenza pensi possa avere l’utilizzo delle tecnologie che abbiamo oggi a disposizione per dare vita a nuovi spazi (sia fisici che virtuali)?

Premettendo che mi auguro di poter ritornare a vivere i teatri, gli stadi e gli altri spazi condivisi al più presto, credo che l’utilizzo delle tecnologie che abbiamo a disposizione possa correre in aiuto in qualche modo. Ad esempio, se in una determinata location non ci può entrare più di un tot numero di persone, il concerto o lo spettacolo di turno possono essere ripresi e trasmessi su piattaforme, così chiunque anche a distanza può in qualche modo assistere all’evento. Diversi club e festival si stanno già attrezzando. Certamente, però, sono contraria alla sostituzione dell’evento virtuale con quello reale. I musicisti, gli attori, i danzatori hanno bisogno del pubblico e vice versa. L’osmosi si crea solo dal vivo. L’emozione profonda, l’arricchimento si genera nello scambio vero. L’empatia si sviluppa dal confronto, dal contatto. Il nostro pc deve essere un ripiego provvisorio in momenti di impossibilità. Mi auguro che questa emergenza non ci faccia assumere abitudini “malsane”. I cinema si sono svuotati perché la maggior parte sceglie di vedere i film sulle piattaforme, vorrei non avvenisse mai per il teatro e i concerti. Diventerebbe tutto molto asettico, freddo … a meno che non aspiriamo a diventare robot …

Da operatrice radiofonica di lungo corso, credi che questo lungo periodo di sospensione e forzata chiusura che abbiamo vissuto abbia restituito qualcosa in termini di importanza all’etere? Come ti immagini debba essere il mondo della radio 3.0 per tornare ad attrarre la gente a discapito dello strapotere dei social?

In questi mesi di isolamento ho cercato ancor di più di far entrare la radio nelle case delle persone. Ho ricevuto messaggi e video messaggi dai più disparati luoghi del mondo. Mi ringraziavano per la musica e la vicinanza. Collaboro con Rcs75, una storica radio libera nata nel 1976. Oltre all’FM è anche digitale, riuscendo così ad arrivare davvero molto lontano. La radio a differenza della TV rende attivi, unisce il radioascoltatore allo speaker, permette a chiunque di parlarti, di scriverti, di ricevere risposte. Ogni persona può entrare per magia in un mondo affascinante anche se il riferimento restano i conduttori e ovviamente la musica. Sui social questo non può avvenite, chiunque è protagonista. Si fa confusione di ruoli e non c’è vero ascolto. I mezzi come facebook, instagram, a mio avviso, andrebbero utilizzati solo come ponte di collegamento al mezzo di comunicazione madre. Inoltre, hanno il limite di non poter trasmettere la musica che viene bannata per il copyright, ad esempio. Credo che la chiave sia sempre la musica, quella di qualità. Da giornalista musicale racconto gli aneddoti che ci sono dietro a un artista o a un album. Incuriosisco cerco di far viaggiare nel tempo e nello spazio. Immagino le persone mentre sono in macchina o a casa. Il potere più grande resta quello delle note che crea ponti, abbatte muri senza la necessità di parole.

Dal microfono al set che “salto” è stato? Al di là di quello che si vede nelle immagini di D’Anna, come si racconta il disagio che stiamo vivendo attraverso il corpo?

Prima di tutto ci tengo a precisare che mai mi sognerei di sostituirmi a una modella. Non ne sarei capace. Ho accettato la proposta di Volturale perché mi ha chiesto di interpretare un ruolo attraverso le sue creazioni e il mio corpo. Non mi ha chiesto di fare un normale shooting di moda, non credo che avrei accettato. Prima di essere una conduttrice e una giornalista, sono stata una danzatrice e anche se a 40 anni ho smesso di ballare dedicandomi ad altre forme di comunicazione, è un linguaggio, quello della danza che non perdi mai. Ho interpretato tantissimi personaggi, sono salita sul palco per la prima volta a 6 anni e ho avuto collaborazioni importanti in diversi ambiti, teatro, tv. Il linguaggio del corpo è quello più antico, avviene molto prima della parola e non mente mai, come la musica. Con Peppe e Lello abbiamo lavorato in profonda sinergia, in una piscina vuota, un cantiere con scale, impalcature e secchi di pittura. Dietro ogni scatto di D’Anna, c’è un mio movimento, una sorta di mini coreografia improvvisata, micro gesti che nascondono la tecnica e ognuno racchiude un significato profondo che ho cercato di trasmettere. Il silenzio, il salto nel vuoto, la caduta, l’immobilità, il senso di impotenza, la delusione, la rabbia sottile, il duro lavoro e il sentirsi profondamente sospesi. Infine c’è la rinascita, la forza di rialzarsi attraverso i colori, grazie all’arte stessa che genera la vita. Ci sono alcuni scatti che mi sono rimasti dentro.

In chiusura, una curiosità: qual è la musica che passeresti in una tua trasmissione “ideale” della durata di un paio d’ore? Chi dovrebbe proprio esserci?

Questa è la domanda più difficile perché se escludo qualcuno mi sento di tradirlo o di tradire me stessa. Diciamo che in una trasmissione ideale (come già spesso faccio) inserirei brani decisamente più lunghi della media. Ti rispondo con un piccolo viaggio nella musica gold e in tre paesi, USA, Inghilterra, Italia che è un po’ il mio format “In viaggio con Valeria”. Partendo dagli USA non potrebbero mai mancare: Stevie Wonder, Miles Davis, Wheather Report, Janis Joplin, Ray Charles, Chet Beker. Dall’Inghilterra farei ascoltare The Beatles, The Who, Queen, Pink Floyd, Jimi Hendrix (anche se è americano lo inserisco ovviamente in UK) Eric Clapton, David Bowie e Sting. Dall’Italia sicuramente Pino Daniele, Ivano Fossati e il chitarrista Antonio Onorato che ringrazio infinitamente, in quanto ci ha gentilmente regalato il suo brano silent shout che ha fatto da colonna sonora al videoclip del backstage “Sospesi” diretto dal giovane regista Luca Landi

Da leggere anche

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli