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Cinema

Whoopi Goldberg sarà una delle voci del film d’animazione Apple/Skydance “Luck”

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La leggendaria interprete e vincitrice dell’EGOT Whoopi Goldberg sarà la voce di uno dei protagonisti nell’attesissimo film d’animazione originale di Apple/Skydance Luck. L’attrice doppierà “The Captain”, inflessibile Capo della Sicurezza per la Terra della Buona Sorte. Il Capitano è nota per i suoi vigili occhi da falco e per la sua acuta capacità d’intuizione, ancor più della sua conoscenza dei codici di Luck Security. È impegnata nel suo lavoro di tenere lontana la sfortuna e proteggere i ragazzi fortunati a tutti i costi. Whoopi Goldberg si unisce all’altro membro del cast vocale già annunciato, Jane Fonda.

Diretto da Peggy Holmes (“Trilli e il segreto delle ali“, “Trilli e la nave pirata“, “La sirenetta – Quando tutto ebbe inizio“) e scritto da Kiel Murray (“Cars“, “Cars 3“), Luck” racconta la storia della ragazza più sfortunata del mondo, che, dopo essersi imbattuta nel mondo mai visto prima della buona e della cattiva sorte, deve unirsi a creature magiche per scoprire una forza più potente persino della fortuna stessa. John Lasseter, David Ellison, Dana Goldberg e David Eisenmann lo producono per Skydance Animation.

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Whoopi Goldberg fa parte dell’élite di artisti che hanno vinto il Grammy, l’Academy Award, il Golden Globe, l’Emmy e il Tony. È anche una prolifica produttrice, imprenditrice ed è famosa in tutto il mondo per i sue numerose battaglie umanitarie. Nata e cresciuta a New York City, si è esibita a San Diego e nella Bay Area con la compagnia teatrale Blake Street Hawkeyes. È stato lì che ha creato i personaggi che hanno dato vita allo spettacolo teatrale “The Spook Show”, divenuto poi spettacolo di successo a Broadway, vincitore del Grammy all’album dell’anno. e allo speciale della HBO che ha contribuito a lanciare la sua carriera. Whoopi Goldberg è apparsa di recente nell’adattamento del romanzo best-seller di Stephen King “The Stand”, serie limitata in streaming su CBS All Access. La vedremo anche in un ruolo ricorrente nel prossimo “Harlem” di Amazon.

All’inizio di quest’anno, Apple ha annunciato un’ampia partnership pluriennale con Skydance Animation per offrire film premium d’animazione innovativi e le prime serie televisive animate di alta qualità in oltre 100 paesi su Apple TV+. Oltre a “Luck“, il film musicale “Spellbound“, la serie TV “The Search for Wondla” e il cortometraggio inaugurale “Blush” danno il via alla partnership insieme a molti altri lungometraggi e a serie televisive che saranno annunciati nel corso dell’accordo. “Blush” è stato presentato in anteprima mondiale come parte del programma di cortometraggi animati del Tribeca Festival, curato proprio dalla stessa Whoopi Goldberg, lo scorso 13 giugno.

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“Cinema d’Estate”: Stand by Me – Ricordo di un’estate

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Ragazzi, vi va di vedere un cadavere?”. Cala il silenzio nella casetta di legno costruita sull’albero. I quattro ragazzini, poco più che dodicenni, si guardano con gli occhi sgranati, trattenendo il respiro. Spaventati ma troppo incuriositi per lasciarsi scappare un’occasione del genere. Gordie Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio, sono i protagonisti di Stand by me – Ricordo di un’estate, film del 1986 e diretto da Rob Reiner.

Un film che fa sentire l’odore dei boschi d’estate, che ti porta indietro nel tempo a quando giravi in bicicletta per strade e luoghi che oggi non esistono più. Il viaggio, l’avventura, la scoperta della morte e l’elaborazione del lutto, la crescita interiore e il passaggio dalla giovinezza all’adolescenza. Un capolavoro senza tempo che sviscera mille aspetti psicologici, in un’unica pellicola.

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Il film si apre con un Gordie cinquantenne, il Richard Dreyfuss de Lo squalo, che apprende dai giornali l’omicidio del suo amico d’infanzia Chris (River Phoenix). Ne nasce un lungo flashback che ci immergerà nell’estate del 1959 e nel viaggio che i quattro protagonisti intraprendono alla ricerca del cadavere di un loro compagno di scuola, scomparso misteriosamente qualche giorno prima.

Per ciascuno dei quattro, sarà l’occasione per affrontare i propri demoni e rinascere come adulti, nel delicato passaggio dalla giovinezza all’adolescenza. La poesia di un’avventurosa escursione tra amici, tra un racconto, un litigio, una risata e un pianto, il tutto pervaso da una vena malinconica, che accomuna i protagonisti.

Così Gordie, ragazzino intelligente e dotato di incredibile vena narrativa che lo porterà a diventare uno scrittore, è divorato dal perenne ricordo del fratello maggiore scomparso in un incidente d’auto, e dall’inadeguatezza che vive dentro di lui e che percepisce, soprattutto da parte del padre, immaginando come questi gli avesse sempre preferito il fratello.

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Chris, tra tutti il ragazzo di maggiore maturità e responsabilità, vive rassegnato al ruolo di teppistello e ladruncolo che la società di Castle Rock gli affibbia, in virtù dello status familiare da cui proviene. Allo stesso modo dell’effervescente Teddy che, nonostante il pesante fardello di degrado e violenze domestiche che porta sulle spalle, continua insistentemente a difendere il padre, reduce dello sbarco in Normandia. Attenzione, poi, a Vern, il più timido e impacciato dei quattro, bonariamente preso in giro dal resto del gruppo ma colui che, grazie alla propria goffaggine, si farà promotore del viaggio.

L’immancabile risvolto della medaglia che si contrappone alla solida amicizia dei quattro, è rappresentata dalla banda dei “Cobra”, guidata da un Kiefer Sutherland sempre a suo agio nei panni del villain, intenzionata a scovare il corpo, anche mettendo i bastoni tra le ruote ai protagonisti.

È un viaggio introspettivo, quello raccontato in Stand by me, che li condurrà alla definitiva maturazione e alla consapevolezza di sé stessi. Maturazione che avverrà proprio nella scena del ritrovamento del cadavere, quando tutto l’entusiasmo che li aveva spinti ad intraprendere quell’avventura così segreta e coinvolgente, svanisce di colpo per lasciare posto alla scoperta della morte e alla presa di coscienza.

Il film è tratto dal racconto di Stephen King, Il corpo (The Body), contenuto nel libro Stagioni diverse e pubblicato nel 1982. È verosimilmente una delle migliori trasposizioni cinematografiche mai realizzate, pur discostandosi per alcuni dettagli dal racconto, tanto da ottenere il plauso dello stesso autore che dichiarerà: “La realizzazione del film non è stata un problema, perché film e libri cono come mele e arance, sono entrambi buonissimi ma hanno sapori completamente diversi. Se funziona, sono felice. È fantastico”.

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Nel racconto di Stephen King, “il sostegno del tuo amico può salvarti la vita”. Proprio come nella sequenza in cui Chris incentiva Gordie a non mollare e coltivare il proprio talento di scrittore. Nella scena finale, Gordie ricambierà il favore all’amico, spingendolo a lottare per andare via da Castle Rock, in cerca di una vita migliore e che possa premiarne le qualità. “Puoi fare tutto, basta volerlo…“.

Il film avrebbe dovuto chiamarsi, inizialmente, The Body, proprio come il racconto da cui è tratto, ma l’inserimento del brano di Ben E. King tra le tracce della colonna sonora, spinse i produttori a virare sul titolo che tutti conosciamo. Appena uscita, Stand by me si posiziona nella Top Ten USA e in cima alle classifiche del Regno Unito, diventando in breve tempo una delle canzoni più vendute e tradotte al mondo. In realtà ci troviamo di fronte a una sorta di paradosso temporale se pensiamo che le vicende dei protagonisti si svolgono nell’estate del 1959, mentre il brano del cantante americano uscirà solo nel 1961.

Nel film c’è tanto, tantissimo Stephen King, ma non l’horror. I tratti classici del thriller sempre presenti, così come la magia dei ricordi e dell’empatia, magistralmente trattatati dall’autore. E di nuovo tornano i bulli, le estati d’avventura, la consapevolezza del tempo che passa e lo spirito di aggregazione che lega le “diversità”. Quelle stesse caratteristiche trovate e amate un anno prima nel film I Goonies, spesso e immotivatamente contrapposto all’opera di Reiner, ripresentate dallo stesso King in It e, naturale conseguenza, che hanno influenzato, e non poco, quello Stranger Things autentico fenomeno di massa degli ultimi anni.

Lo stile di Stephen King si respira e si vive assieme ai protagonisti di quello che è forse il miglior film di Reiner. Girato magistralmente, dai dialoghi classici ma benfatti, Stand by me è un capolavoro immortale che lascia il segno e sorprende per la naturalezza con cui tratta temi così delicati. Senza retorica, la vera storia del cinema, con uno Stephen King in grande spolvero.

Il film si chiude con una riflessione del protagonista, malinconica e amara, sull’amicizia e l’adolescenza che effimere volano via. La più genuina delle riflessioni, e mai così attinente alla realtà. “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?”.

Photocredit by screenshoot from YouTube

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“L’esorcista”: in arrivo una nuova trilogia sequel

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Una colonna sonora da brividi. L’iconica immagine del prete che, nella notte e illuminato da un fascio di luce proveniente da una finestra, stava dritto davanti al tetro ingresso di una casa. La smorfia di Linda Blair che, con sorriso malevolo e il volto deturpato, osserva compiaciuta gli eventi diabolici.

Era il 1973 quando L’esorcista di William Friedkin usciva nelle sale. Da allora, il film vincitore di 2 Premi Oscar e 4 Golden Globe è diventato uno dei grandi classici del cinema horror, arrivando a terrorizzare tre generazioni di spettatori senza risentire degli anni che passano.

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È infatti il New York Times a riportare l’accordo con cui Universal Pictures, insieme a Blumhouse Productions e Morgan Creek Entertainment, per la cifra di circa quattrocento milioni di dollari, si è assicurata i diritti di produzione per una trilogia ispirata a L’esorcista e il cui primo capitolo dovrebbe vedere luce nel corso del 2023.

Il progetto sarebbe un sequel del film originale, andando a fungere da anello di congiunzione tra le vicende del 1973 e quelle attuali. Per la regia di David Gordon Green (Halloween e Halloween Kills), la storia racconterebbe di un bambino posseduto, il cui padre, interpretato da Leslie Odom Jr. (Assassinio sull’Orient Express e Hamilton), cercherà conforto e consiglio nella figura di Chris MacNeil, la madre della piccola Regan nel film di Friedkin, interpretata ancora una volta dal Premio Oscar Ellen Burstyn.

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E Linda Blair? Proprio lei che più di quarant’anni fa ricevette la candidatura all’Oscar come Migliore attrice protagonista, divenendo una delle star indiscusse del film di William Friedkin? Alla notizia dell’assenza dell’attrice, il popolo del web è insorto, chiedendo a gran voce il coinvolgimento della stessa. E la risposta di quest’ultima, tramite il suo account ufficiale Twitter, non si è fatta attendere.

A tutti i fan che mi stanno scrivendo per saperne di più su un mio coinvolgimento nel nuovo reboot dell’esorcista, posso dire che, al momento, non si è discusso su di una mia partecipazione al progetto. Auguro tutto il meglio a chi sarà coinvolto e sono davvero commossa per la fedeltà che i fan hanno dimostrato verso l’esorcista e il mio personaggio”.

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“Old”: la riflessione sul tempo di M. Night Shyamalan

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Questo 21 luglio 2021 è uscito nelle sale italiane “Old”, l’ultima fatica del regista di origini indiane M. Night Shyamalan, classe 1970.

Attivo dagli inizi degli anni Novanta, il regista naturalizzato statunitense ha alle spalle una filmografia senza dubbio interessante. La quale nel corso degli anni ha diviso parecchio la critica su due fronti. Insomma, c’è chi lo apprezza e a chi proprio non va giù. E di sicuro, per apprezzare, “Old” è utile conoscere almeno un minimo la filmografia precedente e lo stile del regista.

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IL MARCHIO DI FABBRICA DI M. NIGHT SHYAMALAN: IL TWIST ENDING

Famoso, come è ben noto, per i suoi particolari twist ending, il regista adora ribaltare tutte le premesse del film e mostrarci un finale del tutto inaspettato, il quale stravolge il senso della pellicola e si discosta da quanto ipotizzato fino a quel momento.

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Basti ricordare il film che lo rese famoso nel lontano 1999, “Il sesto senso” e la frase divenuta ormai storia “Vedo la gente morta”, pronunciata dal giovane protagonista Cole che scopre il dono di poter parlare con i morti. The Village (2004), altro esempio di film con un twist ending davvero spiazzante, in cui nulla è come sembra, e ancora The Visit (2015).

In particolar modo, queste due pellicole hanno in comune il fatto che se per quasi tutta la durata del film si è convinti di essere partecipi di un horror sovrannaturale, il finale fornirà tutt’altra chiave di lettura, in cui il sovrannaturale non trova spazio.

In ultimo, ricordiamo la saga del regista, senza dubbio la sua filmografia più commerciale ma comunque apprezzata, che cominciò nel 2000 con “Unbreakable – Il predestinato”, per poi continuare con “Split” (2016) e “Glass” (2019).

E ORA ARRIVIAMO A “OLD”

Old” è il terzo film del regista con sceneggiatura non originale. Il film, difatti, è ispirato a “Castello di sabbia”, graphic novel scritta dal francese Pierre-Oscar Levy ed illustrata dal fumettista svizzero Frederick Peeters. Shyamalan ha dichiarato in un’intervista di essere molto legato a questo fumetto, regalatogli in occasione della festa del papà.

“Per me è stato un libro molto importante, soprattutto per la tristezza che lo connota, per il modo in cui parla di razzismo, sessualità e di tanti argomenti che mi hanno sempre interessato. Si tratta di un fumetto che mi è piaciuto subito, e per questo motivo, ho deciso di trasporlo sul grande schermo”.

Tante buone intenzioni nel nuovo lavoro del regista. Tematiche di cui lui stesso si fa portatore, come affermato in questo stralcio di intervista sopra riportato, come razzismo e sessualità. Peccato che queste non arrivino poi così chiaramente nella pellicola e non siano sviluppate in maniera da poter lasciare un chiaro segno. Ma andiamo per gradi.

LA TRAMA DI “OLD”

I personaggi principali di “Old” sono una coppia in crisi prossima al divorzio, Prisca (Vicky Krieps) e Guy (Gael Garcìa Bernal), i quali insieme ai due figli Trent (Alex Wolff) e Maddox (Thomasin McKenzie) arrivano in un favoloso hotel in una location caraibica per trascorrere qualche giorno di serenità prima di sganciare la bomba ai figli inerente al divorzio e ad un problema medico della madre, la quale ha scoperto di avere un tumore.

Una volta sistemati, viene consigliato loro dal direttore del resort una gita su una spiaggia esclusiva e non facilmente accessibile, organizzata direttamente dai gestori, i quali si offrono di accompagnarli e di andare a riprenderli con il furgone dell’hotel. La coppia si ritrova dunque, insieme ad altri personaggi, sulla paradisiaca spiaggia circondata da rocce impenetrabili e da minerali rari e particolari.

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Ma in breve tempo si accorgono che qualcosa non va, in quanto iniziano ad invecchiare tutti molto velocemente. I figli che, arrivati sull’isola erano dei bambini, in breve tempo si ritrovano adolescenti. Ogni tentativo di fuga è vano, in quanto il provare a ripercorrere la strada verso il furgone porta a svenimenti e alla perdita dei sensi. Insomma, una sorta di stanza de “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel che non permette di lasciare il luogo, all’interno del quale la nevrosi e il panico iniziano a prendere il sopravvento.

A quanto pare la spiaggia, rimasta sommersa per secoli, è situata in un determinato luogo in cui le leggi naturali della fisica non funzionano (o non “prendono”, come il cellulare, a causa delle rocce impenetrabili?). Questo porta ad una accelerazione ed a un invecchiamento velocissimo delle cellule umane. E questa idea, assolutamente affascinante, è il primo punto che il regista avrebbe potuto sviluppare meglio, fornendo qualche dettaglio in più sul retroscena, sulla storia della spiaggia e sul perché succede quello che succede.

Perché, è vero che è pur sempre un horror con sfumature sovrannaturali, ma se ti imbarchi sulla scia della scienza e tiri in ballo la fisica è importante rimanere coerenti con la scelta e non accedervi solo quando “fa comodo”.

SPOILER! SE NON AVETE VISTO LA PELLICOLA, PASSATE AL PARAGRAFO SUCCESSIVO

Dal momento che in questo luogo tutto è sottoposto ad accelerazione, questo vale anche per la guarigione delle ferite. Un taglio si rimargina in un secondo. Va benissimo, però a quanto pare questa magica guarigione vale per alcuni e per altri no. Vediamo Prisca sottoposta, in maniera per forza di cose grossolana, all’estrazione del tumore, anche questo cresciuto a dismisura e grande ormai quanto una palla da bowling, uscirne illesa e fresca come una rosa dopo pochi minuti.

Se tutto è accelerato nel macabro luogo, questo dovrebbe valere anche per le infezioni. Ed estrarre un tumore a mani nude, come se si stesse schiacciando un punto nero, dovrebbe senz’altro portare a ciò. Ed infatti, più avanti, uno dei personaggi, il quale viene ferito con un coltello arrugginito, muore in pochi minuti a causa dell’infezione.

Questo è il secondo punto che fa storcere il naso. Queste situazioni prendono quasi la piega del ridicolo e avrebbero potuto essere sviluppate meglio, senza sfociare in una situazione a tratti non coerente e al limite dell’assurdo.

L’ultimo punto è il fatto che il regista si dichiara portatore di tematiche quali la sessualità e il razzismo. Senza dubbio si percepiscono in alcune scene del film, peccato che però trovino poco spazio ed appaiano appena accennate sullo sfondo, ma forse questo può anche essere fosse l’intento del regista.

IL TEMPO NON GUARDA IN FACCIA NESSUNO

La tematica principale di “Old” è il tempo. Nemico temuto, con il quale tutti, belli, brutti, poveri, ricchi, bianchi e di colore, dovranno fare i conti prima o poi. E sull’isola ognuno diviene uguale all’altro. Lo status sociale, tanto ostentato fino a poco prima, non esiste più e porta ognuno dei protagonisti a diventare la medesima cosa, cioè vittime del tempo, il quale non guarda in faccia nessuno.

Una denuncia alla società attuale trapela dalla pellicola di Shyamalan. Una società frenetica, abituata a correre continuamente per star dietro ai ritmi di questa vita, abituata a non dover o poter sprecare neanche un minuto. La società del tutto e subito deve ora fermarsi e guardare il tempo scivolare via dalle mani come la sabbia della bellissima spiaggia. Tanto paradisiaca quanto demoniaca, nella quale la bellezza, il sole, la luce e i colori stridono con quanto accade all’interno di essa.

Il regista riesce a trasmettere in maniera notevole agli spettatori quest’ansia vissuta dai protagonisti e questa eco che risuona sempre più insistente, la quale urla “non c’è più tempo”. Tra movimenti di macchina circolari da far girare la testa e riprese dall’alto che mostrano i personaggi grandi quanto un granello di sabbia, a ricordare quanto siano piccoli e insignificanti rispetto all’immenso universo, Shyamalan riesce a creare un forte impatto sugli spettatori, intriso di un climax drammatico e ansiogeno.

NON SMETTERE DI FARE CASTELLI DI SABBIA

Ma forse il messaggio più importante che vuole trasmettere il regista è proprio racchiuso in una semplice e significativa scena proposta verso la fine della pellicola. Qui vengono mostrati i due bambini, ormai cresciuti, che nonostante quanto accaduto si mettono a costruire un castello di sabbia.

Alla fine, questi non sono altro che due bambini in un corpo adulto. Forse Shyamalan vuole sottolineare l’importanza del mantenere un legame con il bambino interiore che vive dentro ogni persona, portatore di sentimenti semplici e puri.

Troppo spesso dimenticato e cancellato, il fanciullino, come direbbe Giovanni Pascoli, “rimane piccolo anche quando noi cresciamo e arrugginiamo la voce, anche quando nell’età più matura siamo occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita e meno siamo disposti a badare a quell’angolo dell’anima”.

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Si potrebbe dire che i personaggi in “Old” subiscono una sorta di trasformazione. Questi, nonostante l’invecchiamento esteriore, iniziano a riscoprire e a riascoltare la voce del fanciullino, capendo quali siano davvero le cose che contano nella vita. Vedendo risvegliati in loro sentimenti puri e semplici forse dimenticati, ora i litigi e le discussioni sembrano così lontane, futili e assurde.

Insomma, l’ultima fatica di Shyamalan presenta sicuramente qualche pecca, come accennato in precedenza. Per contro porta con sé delle tematiche molto interessanti e che fanno davvero riflettere. La metafora del tempo, nemico impalpabile contro cui non si ha potere, i legami familiari, l’importanza di non perdere la spontaneità e di ricominciare a stupirsi per le cose belle che accadono, sono tematiche centrali in “Old”.

Ovviamente, il finale è figlio degno del regista, il quale non rinuncia a proporre il personale marchio distintivo, un twist ending che, come nelle opere precedenti, lascia parecchio spiazzati. Un finale che, questa volta, non ribalta completamente il punto di vista ma che comunque fornisce molte risposte alle domande che vengono poste durante la visione.

il trailer di “old”

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