The Hateful Eight: quando cinema e teatro s’incontrano

Un western d’isolamento o di carpenteriana memoria. Così potremmo definire The Hateful Eight, ottavo film di Quentin Tarantino, uscito nel 2015. I paragoni reggono, non tanto per richiami stilistici a uno dei maestri del genere horror o dei futuri distopici, quanto, invece, per l’ambientazione degli eventi snocciolanti nell’arco dei centottantasette minuti che richiamano alla mente alcune pellicole cult del genere.

Da un punto di vista strettamente tecnico è probabilmente il film più ambizioso del regista autore di “Pulp Fiction” e “Le Iene”, girato in 70 mm in ambiente chiuso e con pochi esterni, tale, quindi, da ricordare una pièce teatrale. “Ho pensato che potesse rendere le inquadrature più intime, soprattutto nei primi piani”, affermò il regista all’alba dell’uscita nelle sale cinematografiche.

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In alcune scene sono ben otto i personaggi filmati grazie al sapiente uso della ripresa in quadrangolare. Un esercizio di camera notevole, perfettamente riuscito nelle intenzioni e nella sostanza. Si passa da spazi stretti, quasi claustrofobici, a scene larghe dove la scenografia è composta da elementi minimali come la fiamma di un camino accesso o una coperta di lana posta su una poltrona di fronte a esso.

E poi ci sono i dialoghi, vero punto di forza della produzione cinematografica di Tarantino. Tre ore che oscillano tra dissacrazione e violenza, tra ironia e slang che, anche quando tradotto in italiano, preserva il suo linguaggio “a effetto”. A impreziosire il lavoro del regista vi sono poi la fotografia di Robert Richardson e i costumi di Courtney Hoffman.

Il cast stellare è composto da Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Michael Madsen e Bruce Dern.

E poi, c’è la ciliegina sulla torta, l’eccezionalità che rende il film ancora più pregevole e di spessore: la colonna sonora composta dal Maestro Ennio Morricone. Candidato a tre premi Oscar nell’edizione del 2016 (miglior fotografia, miglior colonna sonora, miglior attrice non protagonista) se ne è aggiudicato uno, quello, appunto, per la migliore colonna sonora.

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Il riconoscimento valse a Ennio Morricone, al tempo ottantottenne, il secondo Oscar in carriera dopo quello onorario del 2007. Non solo, grazie alla soundtrack della pellicola, l’autorevole compositore italiano vinse anche un Golden Globe e un premio BAFTA. Tarantino, che non ha mai nascosto l’ammirazione per il Maestro, arrivò a paragonò a Mozart, ammettendo di essere da sempre un suo fan.

“Quando mi sono messo a scriverlo non era un film politico, lo è diventato quando ho messo per la prima volta la penna su carta e ho cominciato a scrivere. Quando i personaggi hanno cominciato a dialogare e a discutere di com’era la vita dopo la Guerra Civile, mi sono reso conto che c’erano dei riferimenti alla situazione politica attuale fra democratici e repubblicani. Durante la lavorazione del film poi, sono accaduti eventi politici e sociali che hanno reso la storia sempre più pertinente all’attualità. Semplicemente a volte sei fortunato e riesci a trovare un legame con quello che accade nella realtà”, spiegò il regista in seguito alle connotazioni politiche che la stampa a stelle e strisce cercò di attribuire al film.

Tarantino racconta la sosta forzata in una locanda di legno e pietra di un manipolo di sconosciuti diretti alla città di Red Rock. E’ il 1867, la Guerra Civile è alle spalle e gli eventi si svolgono nel Wyoming. Fuori dal ricovero e lontani dal calore del camino presente al suo interno, impazzano una bufera di neve e atroci sferzate di vento ghiacciato.

Una diligenza è impossibilitata a proseguire il proprio viaggio e così è costretta a fermarsi alla locanda. Tra i diversi ospiti a bordo c’è il cacciatore di taglie John Ruth che deve scortare la sua prigioniera Daisy Domergue fino al patibolo, l’ex soldato Marquis Warren, il nuovo sceriffo Chris Mannix, un boia diretto nella stessa città, un misterioso cowboy e un anziano generale confederato.

Gira voce, però, che la banda di Daisy sia sulle sue tracce per liberarla, così ognuno degli ospiti della locanda è un potenziale sospettato criminale sotto copertura. La taglia sulla prigioniera è di diecimila dollari.

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“Non sto cercando di farne un film attuale, voglio solo raccontare la storia che ho in mente. Diventa tutto pesante quando cerchi l’attualità a ogni costo, quando provi a fare un western alternativo”, dichiarò Tarantino ai microfoni di Vanity Fair. The Hatefull Eight, insomma, il western d’isolamento dove ognuno può vedere i riferimenti politici che vuole.

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