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Speciale Magritte: “L’impero delle luci”, il quadro simbolo del surrealismo

Redazione

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L’impero delle luci” è senz’altro uno dei dipinti più straordinari realizzati da René Magritte, per la sensazione atmosferica che riesce a comunicare, ed è uno dei quadri che richiama di più gli ideali surrealisti. L’impero delle luci venne realizzato da Magritte nel 1954, usando la tecnica dei colori a olio; in realtà esistono diverse versioni di questo dipinto: la prima, del 1950, conservata nel Museum of Modern Art di New York; la seconda, del 1954, esposta al Musées Royaux des Beaux-Arts in Belgio; una terza opera realizzata nel 1967 e conservata in una collezione privata.

Quella del 1954 è oggi esposta presso la Collezione Peggy Guggenheim a Venezia. Esso è la rappresentazione apparente di una villetta, che sembra un po’ isolata nel verde, immersa in una profonda e totale oscurità.

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Dentro ogni quadro, infatti, c’è un mondo raccontato o una storia inattesa da raccontare. Se mi immergo nel suo panorama prende dimensione e forma, la mia visione fantastica: quella di un’Italia che lotta contro un invasore invisibile e malvagio. La villetta raffigurata, infatti, diviene, nella mia immaginazione, la mia casa, oggi confine forzato e invalicabile se non per comprovate ragioni di necessità. Un confine e un simbolo che unisce e divide nello stesso tempo. Un luogo di tensione in bilico fra difensiva e offensiva. Una barriera che ci isola e separa dall’altro che fino a ieri era rappresentato dallo straniero e dal diverso.

Oggi, invece, ci isola e separa da noi stessi e dal nostro modo di vivere la vita nelle strade e nella piazze. La socialità è stata di fatto sacrificata al monito necessario dell’isolamento. Chiusi in una casa dentro uno Stato che si chiude. A chi apparteniamo adesso?

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E poi, nel dipinto di Magritte, gli alberi e tanta oscurità: una oscurità che seppur sembra inghiottire ogni cosa, viene interrotta dalle luci artificiali provenienti dall’interno di alcune camere della casa. Quelle luci sono chiaramente la rappresentazione di una vita che si svolge comunque e nonostante tutto. Ma il buio viene contrastato anche dalla luce di un lampioncino che rischiara il giardino esterno e il laghetto antistante la casa. Quella luce, che può sembrare debole, è invece forte e coraggiosa perché è lì fuori a proteggere la casa.

Nella mia ricostruzione fantastica, a rappresentare quella luce sono i medici e gli infermieri, schierati in prima linea a fare da barriera umana contro il male invisibile e pronti a sacrificare se stessi per il valore primario della salute. “Eroi moderni senza poeti a raccontare il loro coraggio”, si è letto su uno striscione dinnanzi ad un ospedale di Firenze. Nello sfondo del dipinto, che si staglia dietro l’abitazione, però, non si trova la notte, ma un cielo pomeridiano, di un azzurro chiaro e morbido che voglio leggere come il segno della rinascita.

Notte e giorno condividono lo spazio della tela, in un’opera che vuole eliminare il tempo: come spesso succede, Magritte annulla infatti la linea temporale, rendendo possibile l’apparire simultaneo di cose che, nel reale, si possono vedere solo in successione. E dunque egli ci mostra il presente costellato di buio ma anche un futuro dal cielo azzurro, i cui confini si mescolano sino a scomparire.

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«Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia». (René Magritte)

Queste settimane cruciali per il nostro paese hanno disegnato la tela di una nuova guerra, che ci ha resi soldati inconsapevoli e inesperti e ci ha chiamati a mettere in campo solo responsabilità. Una responsabilità che si deve concretizzare nel prendere doverosa e giusta distanza dagli altri e nel rispetto delle istituzioni e del loro valore sociale, ma che comunque non deve far dimenticare e impedire la vicinanza alle esigenze altrui.

Dobbiamo affrontare un dopo-guerra doloroso e difficile, giacché siamo arrivati alla guerra del Coronavirus stremati dalla politica delle lacrime e del sangue che, negli anni, ha operato tagli alla cieca: c’è in ballo l’economia della Nazione, il suo mondo del lavoro, il suo futuro immediato e quello meno vicino.

Nel 1946 gli Stati Uniti adottarono il Piano Marshall, un programma di sostegni materiali e finanziari che aiutò l’Italia a ricostruirsi sino al miracolo economico del finire degli anni 50. Oggi, dovremmo contare sull’Europa, la nostra virtuale assicurazione che ci potrebbe garantire le risorse, le alleanze, gli elementi di forza occorrenti per riprendere il cammino.

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L’unica certezza, per il momento, sulla quale possiamo fondare il nostro impero delle luci è quella degli eroi senza maschera, mantello e cavallo, armati solo di mascherina, camice e guanti: ogni giorno combattono battaglie silenziose per salvare quante più vite possibili. E oggi più che mai sono impegnati nella dura lotta contro il coronavirus.

Medici e infermieri in tutti gli ospedali d’Italia sono all’opera senza sosta per contrastare il Covid-19, il loro coraggio e la loro costanza sono l’ancora a cui si è aggrappata la popolazione, che a sua volta si è attivata per contraccambiare. Eroi che hanno commosso perfino star internazionali come Bono Vox che ha dedicato loro, dai social, il brano: “Let your love be know” (Fai conoscere il tuo amore).

Sing as an act of resistance
Sing though your heart is overthrown
When you sing there is no distance
So let your love be’ know, oh let your love be know.
Though your heart is overthrown
Let your love be know

Nelle nostre case siamo chiamati a riflettere.  

Chi è ora l’altro? Il nemico da abbattere?

Che dimensione hanno ora i disperati che scappano da guerre, sofferenze e malattie?

Cosa divengono, dinnanzi a tutto ciò, gli immigrati, il male nero?

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Io credo che viviamo costantemente per attraversare luoghi che pur essendo apparentemente l’‘altrui’ di qualcosa, di qualcuno, allo stesso tempo sono nostri, ci appartengono e non possono che appartenerci per interposta persona: difatti la linea di soglia delle frontiere è una linea scavata nella vita, nella coscienza e nell’anima di chi si è sempre trovato “in mezzo”, né da una parte né dall’altra, e che ha sempre pacificamente rivendicato il riconoscimento di una posizione e di un posto, nel tempo e nello spazio. Uno spazio che, come un impero di luci, è abitato e deve essere abitato dalla pietas di Mia Lecomte:

Pietà di noi, qua dentro, pietà/ con le finestre finte/ pietà, dell’abitarci assente/ del non poterci stare/ pietà, pietà, pietà/ in questa nostra altrui.

Guardando verso il basso, dunque, vedo le radici dei popoli, di ogni popolo, non solo le mie, che di diritto abitano la terra e si muovono, per errare da un posto all’altro.

Articolo di Daniela Pisca, vice direttore www.progetto-radici.it

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

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Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

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Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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