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Censura e cultura, due mondi incompatibili

Federico Rapini

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La bocca dello stolto è il suo castigo. Non la censura.

Censura dal latino censura, nome della magistratura istituita nel 443 a.C. al fine di tenere regolari censimenti della popolazione, per registrare i cittadini e i loro beni.

In seguito, nell’antica Roma i censori divennero quei magistrati incaricati di vigilare sulla condotta morale dei cittadini, oggi indica il controllo morale o ideologico su determinate opere, azioni, pensieri.

I primi esempi di censura nella storia

Possiamo ricordare il conservatore Marco Porcio Catone, famoso ai più come colui che pronunciò la famosa frase “Carthago delenda est” al termine di un discorso in Senato, ma che ottenne l’appellativo di “censore” per il ruolo che ricoprì per 4 anni con moralismo austero e una fervida lotta contro l’ellenismo che, a suo dire, avrebbe corrotto il mos maiorum.

Già 4 secoli prima di Catone però possiamo rintracciare un primo caso di censura. Quello del re del regno di Giuda, Ioachim, che mutilò la Bibbia strappando le parole del profeta Geremia che lo indicava come un vaso vecchio e frantumato che non avrebbe avuto eredi sul trono.

Di eventi e personaggi inerenti alla censura verso la cultura (lasciamo ora da parte la censura sui social o TV) la storia ne è colma, in particolare nell’ambito del potere spirituale. I due concili di Nicea, rispettivamente nel 325 e nel 787, redassero una lista di libri e autori sottoposti a censura. I libri di Ario, Pietro Abelardo, Arnaldo da Brescia e Francesco Stabili furono banditi e alcuni finirono addirittura al rogo.

L’indice dei libri proibiti nel ‘700

Ma fu il XVI il secolo per eccellenza nella censura dei libri. Il secolo dell’Index Librorum Prohibitorum, l’indice dei libri proibiti, emanato nel 1559 da papa Paolo IV per cui “nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”.

La lista che veniva aggiornata periodicamente conteneva testi come il “De monarchia” di Dante, il “Decameron” di Boccaccio, le opere di Diderot, Kant, Voltaire, Montesquieu, Victor Hugo.

Un effetto di tale provvedimento fu l’auto censura che alcuni autori imposero a loro stessi.

Un esempio, non sempre conosciuto, riguarda il poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli, autore di oltre 2000 sonetti, che nell’800 per non cadere nella censura pensò di non pubblicare mai i suoi versi, testimoni di importanza incommensurabile per l’attestazione del romanesco. Fortunatamente decise di affidarli ad un suo amico, che insieme al figlio li pubblicarono dopo la sua morte.

La lista delle opere, degli scrittori, dei pensatori, dei filosofi sottoposti a censura sarebbe ancora molto lunga se andassimo a scavare nei secoli più o meno lontani. Giordano Bruno, la cui statua domina Piazza Campo de’ Fiori a Roma, è sicuramente uno dei principali personaggi storici le cui idee, che mai rinnegò gli costarono il rogo proprio nella piazza dove oggi è raffigurato.

Grease e l’Odissea: due casi di inquisizione post litteram

Ma da un pò di tempo sembra di vivere un’inquisizione di ritorno. Praticamente post litteram. Assistiamo a riletture di opere scritte secoli fa, a condanne verso film e cartoni animati che qualche decennio fa hanno fatto la storia ed il pieno in termini di accoglienza da parte di critica e pubblico. Una revisione politically correct che il più delle volte sembra una mero isterismo.

In ordine cronologico gli ultimi che rischiano di cadere sotto i colpi della mannaia censoria abbiamo Greaseper quanto riguarda il cinema, e nientepopodimeno che Omero e la sua “Odissea”.

Al musical con protagonista John Travolta viene mossa l’accusa di essere sessista, misogino, omofobo e razzista. La punta più alta della critica, sbirciando su Twitter, è nei confronti della canzone “Summer night” rea di incitare allo stupro. Sebbene tali atteggiamenti siano da condannare, il film cult degli anni ‘60 tutto sembra tranne che un inno a ciò.

Ma l’esegesi moderna di opere del passato non ha ancora toccato l’apice.Chiunque abbia seguito almeno cinque o sei lezioni tra liceo e/o università si sarà imbattuto in Omero e nell’opera narrante il viaggio di Ulisse verso la sua Itaca, dalla sua amata Penelope.I temi più ricorrenti sono sicuramente il viaggio eroico, avventuriero, la guerra, l’astuzia, la curiosità.

#disrupttext: le motivazioni della cancel culture

Eppure secondo Heather Levine, insegnante della Lawrence High School di Lawrence nel Massachusetts, Omero è il capostipite della “mascolinità tossica”. Ma è anche razzista, poiché descrive i suoi eroi come uomini dalla pelle bianca e dai biondi capelli. La docente si è dichiarata “molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum”.

Nel calderone della censura vengono inseriti anche autori come Mark Twain e il suo “Huckleberry Finn” e Nathaniel Hawthorne con “La lettera scarlatta” che l’insegnante Evin Shinn di Seattle “preferirebbe morire” piuttosto che insegnarli.

Omero, dunque. Davvero? Quello scrittore che si dice fosse cieco e che forse non è mai esistito. Omero che narra di Polifemo, uno dei personaggi più negativi ma non per la sua origine, per il suo appartenere al popolo dei Ciclopi. Non c’è nulla di razzista. Ma semplicemente è colui che si macchia di uno dei più grandi disonori per la cultura greca: non rispetta l’ospite.

L’ospitalità che riecheggia sempre nei classici latini e greci.

Censura americana vs classici latini: una storia già vista

A proposito di classici latini, gli Stati Uniti già nel 2015 si resero protagonisti di una censura che definirla strana è un eufemismo. Gli studenti della Columbia University chiesero di cancellare dal corso Great Books (studio delle grandi opere letterarie da Omero ad oggi) le “Metamorfosi” di Ovidio. Le fragili menti degli studenti di una delle migliori università americane si lamentarono delle conseguenze traumatiche che potrebbero conseguire dalla lettura dei passi sulla violenza sessuale ai danni di Proserpina e Dafne.

Bisogna sottolineare come ai professori universitari statunitensi è chiesto di indicare quali materiali del proprio corso possano scatenare dei “triggers” nei loro studenti. I triggers sono delle cause scatenanti di reazioni per chi in precedenza ha subito traumi derivanti da esperienze violente. Perciò i giovani studenti americani avevano paura che episodi riguardanti Proserpina e Dafne avrebbero potuto scatenare dei triggers in studenti di colore e per quelli di bassa estrazione sociale.

Peccato che nei 15 libri di Ovidio sono ripresi oltre 200 miti greci. Dall’origine del mondo con il mito di Chaos fino alla morte di Gaio Giulio Cesare. Il tema dello stupro è certamente presente, ma non vi si può ridurre un’opera di questo calibro. Evidentemente non si è colta la carica letteraria ovidiana.

Ovidio che racconta la bellezza di Dafne e la sua fuga che la rende ancor più bella è qualcosa che da oltre 2000 attraversa le pagine della storia.

Ma se il gioco è censurare qualsiasi opera o idea, seppur antica, che riletta in chiave moderna potrebbe richiamare temi oggi dibattuti, bisognerebbe cancellare opere come quella del Bernini, il cui marmo scolpito racconta la bellezza di Dafne nel momento in cui venne raggiunta da Apollo.

Ma anche i testi di Ippocrate e Aristotele i quali, rispettivamente in “Arie acque e luoghi” e “Politica”, sottolineavano le differenze tre elleni e i barbari asiatici esaltando le caratteristiche dei proto-europei.Così come dovremmo cancellare Nietzsche che in “Al di là del bene e del male” scrisse che “paragonati nel complesso uomo e donna, possiamo dire: la donna non avrebbe il genio dell’ornamento se non avesse l’istinto del suo ruolo secondario”.

Eresie per il pensiero unico moderno.

Il fuoco della censura contro il bello della cultura

Ma a questo punto sembra di vivere nel mondo di “Fahrenheit 451” in cui Ray Bradbury racconta di un mondo dove esiste il “reato di lettura”, in cui i bravi cittadini dovevano informarsi solo attraverso la televisione gestita ovviamente dal governo. Un mondo in cui i pompieri erano invece gli addetti a bruciare quei libri non il linea.

“Era una gioia appiccare il fuoco.Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.[…] mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio”. Cosi Montag descrive lo scenario in cui vive. Una scena macabra. A cui oggi figurativamente assistiamo.

Quello di oggi sembra un mondo dove non esisterebbero “Una poltrona per due”, “Vacanze di Natale 83”, “Selvaggi”, tanto per citare film con battute e personaggi politicamente scorrette apprezzati a più riprese per la loro leggerezza e perché scevri da qualsiasi intento discriminatorio.

La cultura, l’arte, la cinematografia, la circolazione di idee e pensieri deve essere favorita. Soprattutto se da secoli ha successo. Se viene tramandata e mai presa come spunto per discriminazioni o violenze.

Come già detto la bocca dello stolto è il suo castigo. Quindi se per caso dovesse venire il turno di altre opere pietre miliari della cultura, se l’Eneide, la Divina Commedia o la Democrazia in America di Tocqueville (tanto per citare opere diverse, di epoche diverse, di temi diversi) dovessero ispirare qualche moderno inquisitore, costui pensi molto prima di parlare e urlare alla censura.

Perché è anche il successo di un’opera a dargli il ruolo che merita nella storia. Se dovesse veicolare idee non più gradite non avrà più successo. Il castigo gli verrà dato dal disprezzo presso il pubblico. Non dalla censura.

Ma vedendo il successo avuto nei secoli da tante opere criticate, quali l’Odissea e le Metamorfosi, gli stolti che riceveranno il castigo, ossia l’oblio, saranno questi odierni cacciatori di streghe. Non gli autori di opere immortali.


Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Speciale Magritte: “L’impero delle luci”, il quadro simbolo del surrealismo

Redazione

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L’impero delle luci” è senz’altro uno dei dipinti più straordinari realizzati da René Magritte, per la sensazione atmosferica che riesce a comunicare, ed è uno dei quadri che richiama di più gli ideali surrealisti. L’impero delle luci venne realizzato da Magritte nel 1954, usando la tecnica dei colori a olio; in realtà esistono diverse versioni di questo dipinto: la prima, del 1950, conservata nel Museum of Modern Art di New York; la seconda, del 1954, esposta al Musées Royaux des Beaux-Arts in Belgio; una terza opera realizzata nel 1967 e conservata in una collezione privata.

Quella del 1954 è oggi esposta presso la Collezione Peggy Guggenheim a Venezia. Esso è la rappresentazione apparente di una villetta, che sembra un po’ isolata nel verde, immersa in una profonda e totale oscurità.

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Dentro ogni quadro, infatti, c’è un mondo raccontato o una storia inattesa da raccontare. Se mi immergo nel suo panorama prende dimensione e forma, la mia visione fantastica: quella di un’Italia che lotta contro un invasore invisibile e malvagio. La villetta raffigurata, infatti, diviene, nella mia immaginazione, la mia casa, oggi confine forzato e invalicabile se non per comprovate ragioni di necessità. Un confine e un simbolo che unisce e divide nello stesso tempo. Un luogo di tensione in bilico fra difensiva e offensiva. Una barriera che ci isola e separa dall’altro che fino a ieri era rappresentato dallo straniero e dal diverso.

Oggi, invece, ci isola e separa da noi stessi e dal nostro modo di vivere la vita nelle strade e nella piazze. La socialità è stata di fatto sacrificata al monito necessario dell’isolamento. Chiusi in una casa dentro uno Stato che si chiude. A chi apparteniamo adesso?

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E poi, nel dipinto di Magritte, gli alberi e tanta oscurità: una oscurità che seppur sembra inghiottire ogni cosa, viene interrotta dalle luci artificiali provenienti dall’interno di alcune camere della casa. Quelle luci sono chiaramente la rappresentazione di una vita che si svolge comunque e nonostante tutto. Ma il buio viene contrastato anche dalla luce di un lampioncino che rischiara il giardino esterno e il laghetto antistante la casa. Quella luce, che può sembrare debole, è invece forte e coraggiosa perché è lì fuori a proteggere la casa.

Nella mia ricostruzione fantastica, a rappresentare quella luce sono i medici e gli infermieri, schierati in prima linea a fare da barriera umana contro il male invisibile e pronti a sacrificare se stessi per il valore primario della salute. “Eroi moderni senza poeti a raccontare il loro coraggio”, si è letto su uno striscione dinnanzi ad un ospedale di Firenze. Nello sfondo del dipinto, che si staglia dietro l’abitazione, però, non si trova la notte, ma un cielo pomeridiano, di un azzurro chiaro e morbido che voglio leggere come il segno della rinascita.

Notte e giorno condividono lo spazio della tela, in un’opera che vuole eliminare il tempo: come spesso succede, Magritte annulla infatti la linea temporale, rendendo possibile l’apparire simultaneo di cose che, nel reale, si possono vedere solo in successione. E dunque egli ci mostra il presente costellato di buio ma anche un futuro dal cielo azzurro, i cui confini si mescolano sino a scomparire.

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«Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia». (René Magritte)

Queste settimane cruciali per il nostro paese hanno disegnato la tela di una nuova guerra, che ci ha resi soldati inconsapevoli e inesperti e ci ha chiamati a mettere in campo solo responsabilità. Una responsabilità che si deve concretizzare nel prendere doverosa e giusta distanza dagli altri e nel rispetto delle istituzioni e del loro valore sociale, ma che comunque non deve far dimenticare e impedire la vicinanza alle esigenze altrui.

Dobbiamo affrontare un dopo-guerra doloroso e difficile, giacché siamo arrivati alla guerra del Coronavirus stremati dalla politica delle lacrime e del sangue che, negli anni, ha operato tagli alla cieca: c’è in ballo l’economia della Nazione, il suo mondo del lavoro, il suo futuro immediato e quello meno vicino.

Nel 1946 gli Stati Uniti adottarono il Piano Marshall, un programma di sostegni materiali e finanziari che aiutò l’Italia a ricostruirsi sino al miracolo economico del finire degli anni 50. Oggi, dovremmo contare sull’Europa, la nostra virtuale assicurazione che ci potrebbe garantire le risorse, le alleanze, gli elementi di forza occorrenti per riprendere il cammino.

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L’unica certezza, per il momento, sulla quale possiamo fondare il nostro impero delle luci è quella degli eroi senza maschera, mantello e cavallo, armati solo di mascherina, camice e guanti: ogni giorno combattono battaglie silenziose per salvare quante più vite possibili. E oggi più che mai sono impegnati nella dura lotta contro il coronavirus.

Medici e infermieri in tutti gli ospedali d’Italia sono all’opera senza sosta per contrastare il Covid-19, il loro coraggio e la loro costanza sono l’ancora a cui si è aggrappata la popolazione, che a sua volta si è attivata per contraccambiare. Eroi che hanno commosso perfino star internazionali come Bono Vox che ha dedicato loro, dai social, il brano: “Let your love be know” (Fai conoscere il tuo amore).

Sing as an act of resistance
Sing though your heart is overthrown
When you sing there is no distance
So let your love be’ know, oh let your love be know.
Though your heart is overthrown
Let your love be know

Nelle nostre case siamo chiamati a riflettere.  

Chi è ora l’altro? Il nemico da abbattere?

Che dimensione hanno ora i disperati che scappano da guerre, sofferenze e malattie?

Cosa divengono, dinnanzi a tutto ciò, gli immigrati, il male nero?

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Io credo che viviamo costantemente per attraversare luoghi che pur essendo apparentemente l’‘altrui’ di qualcosa, di qualcuno, allo stesso tempo sono nostri, ci appartengono e non possono che appartenerci per interposta persona: difatti la linea di soglia delle frontiere è una linea scavata nella vita, nella coscienza e nell’anima di chi si è sempre trovato “in mezzo”, né da una parte né dall’altra, e che ha sempre pacificamente rivendicato il riconoscimento di una posizione e di un posto, nel tempo e nello spazio. Uno spazio che, come un impero di luci, è abitato e deve essere abitato dalla pietas di Mia Lecomte:

Pietà di noi, qua dentro, pietà/ con le finestre finte/ pietà, dell’abitarci assente/ del non poterci stare/ pietà, pietà, pietà/ in questa nostra altrui.

Guardando verso il basso, dunque, vedo le radici dei popoli, di ogni popolo, non solo le mie, che di diritto abitano la terra e si muovono, per errare da un posto all’altro.

Articolo di Daniela Pisca, vice direttore www.progetto-radici.it

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James Joyce e la neve che cade su tutti

A ottant’anni dalla morte di James Joyce, rileggiamo uno dei passi più belli e attuali della sua letteratura: il finale di ‘Gente di Dublino’

Alberto Mutignani

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C’è un trucco che viene insegnato ai giovani sceneggiatori in crisi creativa: quando non sapete che fare, – recita il trucco, – cambiate il meteo. Così, una pioggia improvvisa o l’arrivo del sole, possono mescolare le carte sul tavolo e sconvolgere gli eventi narrati, la vita dei personaggi e il senso stesso della storia.

A volte, accade che il meteo giochi un ruolo decisivo per la catarsi dell’opera, come un evento trascendentale che piomba sulle teste degli uomini. Vite senza ritorno, storie che rimangono sospese, senza punti d’inversione, a cui provvede un intervento dall’alto. Le rane della piaga biblica, che tornano nello splendido finale di ‘Magnolia’ (Paul Thomas Anderson, 2007), la pioggia dello ‘Schiavo d’Amore’ di Maugham, ma soprattutto la neve di James Joyce.

Nel racconto finale di ‘Gente di Dublino’, intitolato ‘I Morti’, Joyce fa scendere la neve su tutta l’Irlanda: “La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina, dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti”, scrive James Joyce.

Oggi la vita ci appare come la discesa di una neve infinita, che copre tutti, che non fa sconti, e lo scorrere ordinario che conoscevamo si è cristallizzato. Perché la neve di Joyce racconta le nostre debolezze, distrugge la possibilità di rifugio nelle certezze che abbiamo, che costruiscono i gradini sociali e le gerarchie del mondo.

Tutto viene coperto dalla patina della neve, della pioggia, delle rane. Di un cataclisma che arriva per caso, per sconvolgere gli eventi e raccontarci dell’uomo in una prospettiva inedita. Aspettiamo la fine di questa neve guardando alle stagioni che seguiranno come la rivelazione della luce, il discioglimento.

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Da Tombstone all’O.K. Corral, la leggenda di Wyatt Earp

Riccardo Colella

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Il 17 novembre del 1869, Nicholas Earp sceriffo di Lamar, una cittadina nella contea di Barton nello stato del Missouri, rassegna le dimissioni per diventare giudice di pace. A succedergli è un giovane scavezzacollo che, essendo uno dei tre figli, porta il suo stesso cognome. Si tratta di Wyatt Earp: colui che sarà ricordato come il più celebre sceriffo del selvaggio west, nonché abile giocatore d’azzardo, cacciatore di bisonti e futuro gestore di saloon negli stati di “frontiera”.

Negli anni seguenti si trasferirà prima nell’importante snodo ferroviario di Dodge City, costruendosi la fama di bravo uomo di legge e stringendo una sincera amicizia col celebre pistolero e giocatore d’azzardo Doc Holliday, e poi a Tombstone (AZ), venendo reclutato come agente operativo degli US Marshals. Proprio nella cittadina dell’Arizona, Wyatt si ricongiungerà con i suoi due fratelli Virgil e James, oltre che con l’amico Doc Holliday, finendo col vedere il suo nome per sempre associato al famigerato duello dell’O.K. Corral.

L’ANTEFATTO – In quegli anni, Tombstone era caratterizzata da un tumultuoso sviluppo dovuto sia alle numerose miniere d’argento sparse lungo il territorio, sia al continuo proliferare di case da gioco e bordelli, congiuntamente a una larga concessione governativa di licenze da vendita di liquori. La ridotta distanza dal confine messicano, inoltre, non contribuiva a migliorare la situazione.

La cittadina era territorio dei “Cowboys”, una banda di fuorilegge che, proprio in Tombstone vedeva la sede perfetta per i suoi traffici: dal commercio illegale del bestiame agli efferati omicidi.

Se però gli stessi Cowboys venivano considerati dagli Earp, che nel frattempo svolgevano il ruolo di polizia locale, alla stregua di volgari banditi e razziatori (non a caso il termine Cowboy veniva usato con tono dispregiativo, a indicare quei soggetti che scorrazzavano per le cittadine commettendo i più disparati crimini), diversa era la fama di cui gli stessi godevano proprio a Tombstone. Dagli abitanti della cittadina, infatti, la banda composta da Billy Claiborne, i fratelli McLaury, Ike e Billy Clanton (soprattutto quest’ultimo), venivano visti di buon occhio proprio in virtù delle loro attività che contribuivano ad arricchire le case da gioco e i saloon.

La popolarità dei fratelli Earp, di contro, era ai minimi storici a causa dei metodi con cui tentavano di ristabilire l’autorità, considerati da molti troppo spavaldi.

IL DUELLO ALL’O.K. CORRAL – I continui scontri anche a livello personale e politico tra le due fazioni (Wyatt Earp perse la corsa al posto di primo sceriffo nella Contea di Cochise in favore di Johnny Behan, spalleggiato proprio dal clan Cowboys), inasprirono il già precario clima che si respirava a Tombstone. La tensione tra i due schieramenti toccò l’apice tra il marzo e l’ottobre del 1881, con l’assalto alla diligenza che registrò la morte del conducente e di un passeggero.

Nel primo di pomeriggio del 26 ottobre, col pretesto di attuare l’ordinanza che imponeva a tutti gli abitanti di girare disarmati, Wyatt, Virgil e Morgan Earp assieme a Doc Holliday duellarono con i Cowboys di fronte all’O.K. Corral. Il duello fu selvaggio e in trenta secondi vennero sparati trenta colpi d’arma da fuoco. Lo scontro si concluse con la vittoria degli Earp e la morte dei fratelli McLaury oltre a quella di Clanton.

Virgil e Morgan Earp furono feriti mentre Ike Clanton e Claiborne riuscirono a dileguarsi dopo aver rubato due cavalli. Lo scontro verrà ricordato come il più celebre del Far West, e darà poi il via a una serie di rappresaglie che culmineranno con l’uccisione di Morgan Earp e la conseguente Vendetta degli Earp.

LA LEGGENDA – Come ultimo dei fratelli Earp, Wyatt morirà il 13 gennaio 1929, all’età di ottant’anni e per complicazioni legate al suo già precario stato di salute. Il corpo verrà rinvenuto dall’interno del suo bungalow a Colma, una cittadina della contea di San Mateo (CA), dallo sceriffo del luogo.

A testimonianza di un’epoca in cui la “frontiera” era terra di nessuno e la legge faticava ad imporsi sui banditi, se non attuando metodi altrettanto brutali, il fatto entrò prepotentemente nell’immaginario popolare tanto da ispirare numerosi film western, fumetti e canzoni.

Agli albori della sua carriera, il regista John Ford conobbe personalmente Wyatt Earp, venendo a conoscenza del fatto dalle stesse parole dell’ex sceriffo. Ai racconti dello stesso Wyatt, Ford si ispirò per uno dei suoi maggiori successi: Sfida Infernale – My Darling Clementine, facendo da apripista per le future generazioni di cineasti quali Martin Scorsese, Akira Kurosawa, Sergio Leone, Wim Wenders e Francois Truffaut. Tra le decine di film dedicate al famigerato episodio, trovano poi il podio l’adattamento di John Sturges, che nel 1957 dirige Burt Lancaster in Sfida all’O.K. Corral e il Wyatt Earp di Kevin Costner del 1994, dove l’attore americano interpreta il protagonista affiancato da Dennis Quaid nei panni di Doc Holliday.

Quello che, però, sembra essere universalmente riconosciuto come il miglior adattamento cinematografico del fatto, è il Tombstone del 1993 interpretato da Kurt Russell, Val Kilmer e il compianto Billy Paxton. Curioso è il fatto che, proprio la pellicola di George Cosmatos, sia uscita sei mesi prima del film “rivale” di Kevin Costner e che, sempre allo stesso Costner fosse stata offerta, previo rifiuto da parte dell’attore, la parte di Wyatt Earp.

Anche il mondo dei fumetti pare affascinato dalla leggendaria figura del celebre sceriffo. Se per l’attuale Sergio Bonelli Editore troviamo un intero numero della collana I protagonisti dedicata nel 1975 a Wyatt Earp, lo stesso personaggio appare nella saga di Paperon de’ Paperoni, in diverse storie ambientate nella corsa all’oro del Klondike. Immancabile, poi, il richiamo in Lucky Luke di Morris, in cui il protagonista incontra tutti i fratelli Earp.   

Menzione d’onore per l’immortale Johnny Cash, ultimo cowboy armato di chitarra della sua generazione. Nell’album Sings the Ballads of the True West del 1965, infatti, troviamo The Ballad of Boot Hill, ispirata ai fatti di Tombstone.

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