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Censura e cultura, due mondi incompatibili

Federico Rapini

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La bocca dello stolto è il suo castigo. Non la censura.

Censura dal latino censura, nome della magistratura istituita nel 443 a.C. al fine di tenere regolari censimenti della popolazione, per registrare i cittadini e i loro beni.

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In seguito, nell’antica Roma i censori divennero quei magistrati incaricati di vigilare sulla condotta morale dei cittadini, oggi indica il controllo morale o ideologico su determinate opere, azioni, pensieri.

I primi esempi di censura nella storia

Possiamo ricordare il conservatore Marco Porcio Catone, famoso ai più come colui che pronunciò la famosa frase “Carthago delenda est” al termine di un discorso in Senato, ma che ottenne l’appellativo di “censore” per il ruolo che ricoprì per 4 anni con moralismo austero e una fervida lotta contro l’ellenismo che, a suo dire, avrebbe corrotto il mos maiorum.

Già 4 secoli prima di Catone però possiamo rintracciare un primo caso di censura. Quello del re del regno di Giuda, Ioachim, che mutilò la Bibbia strappando le parole del profeta Geremia che lo indicava come un vaso vecchio e frantumato che non avrebbe avuto eredi sul trono.

Di eventi e personaggi inerenti alla censura verso la cultura (lasciamo ora da parte la censura sui social o TV) la storia ne è colma, in particolare nell’ambito del potere spirituale. I due concili di Nicea, rispettivamente nel 325 e nel 787, redassero una lista di libri e autori sottoposti a censura. I libri di Ario, Pietro Abelardo, Arnaldo da Brescia e Francesco Stabili furono banditi e alcuni finirono addirittura al rogo.

L’indice dei libri proibiti nel ‘700

Ma fu il XVI il secolo per eccellenza nella censura dei libri. Il secolo dell’Index Librorum Prohibitorum, l’indice dei libri proibiti, emanato nel 1559 da papa Paolo IV per cui “nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”.

La lista che veniva aggiornata periodicamente conteneva testi come il “De monarchia” di Dante, il “Decameron” di Boccaccio, le opere di Diderot, Kant, Voltaire, Montesquieu, Victor Hugo.

Un effetto di tale provvedimento fu l’auto censura che alcuni autori imposero a loro stessi.

Un esempio, non sempre conosciuto, riguarda il poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli, autore di oltre 2000 sonetti, che nell’800 per non cadere nella censura pensò di non pubblicare mai i suoi versi, testimoni di importanza incommensurabile per l’attestazione del romanesco. Fortunatamente decise di affidarli ad un suo amico, che insieme al figlio li pubblicarono dopo la sua morte.

La lista delle opere, degli scrittori, dei pensatori, dei filosofi sottoposti a censura sarebbe ancora molto lunga se andassimo a scavare nei secoli più o meno lontani. Giordano Bruno, la cui statua domina Piazza Campo de’ Fiori a Roma, è sicuramente uno dei principali personaggi storici le cui idee, che mai rinnegò gli costarono il rogo proprio nella piazza dove oggi è raffigurato.

Grease e l’Odissea: due casi di inquisizione post litteram

Ma da un pò di tempo sembra di vivere un’inquisizione di ritorno. Praticamente post litteram. Assistiamo a riletture di opere scritte secoli fa, a condanne verso film e cartoni animati che qualche decennio fa hanno fatto la storia ed il pieno in termini di accoglienza da parte di critica e pubblico. Una revisione politically correct che il più delle volte sembra una mero isterismo.

In ordine cronologico gli ultimi che rischiano di cadere sotto i colpi della mannaia censoria abbiamo Greaseper quanto riguarda il cinema, e nientepopodimeno che Omero e la sua “Odissea”.

Al musical con protagonista John Travolta viene mossa l’accusa di essere sessista, misogino, omofobo e razzista. La punta più alta della critica, sbirciando su Twitter, è nei confronti della canzone “Summer night” rea di incitare allo stupro. Sebbene tali atteggiamenti siano da condannare, il film cult degli anni ‘60 tutto sembra tranne che un inno a ciò.

Ma l’esegesi moderna di opere del passato non ha ancora toccato l’apice.Chiunque abbia seguito almeno cinque o sei lezioni tra liceo e/o università si sarà imbattuto in Omero e nell’opera narrante il viaggio di Ulisse verso la sua Itaca, dalla sua amata Penelope.I temi più ricorrenti sono sicuramente il viaggio eroico, avventuriero, la guerra, l’astuzia, la curiosità.

#disrupttext: le motivazioni della cancel culture

Eppure secondo Heather Levine, insegnante della Lawrence High School di Lawrence nel Massachusetts, Omero è il capostipite della “mascolinità tossica”. Ma è anche razzista, poiché descrive i suoi eroi come uomini dalla pelle bianca e dai biondi capelli. La docente si è dichiarata “molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum”.

Nel calderone della censura vengono inseriti anche autori come Mark Twain e il suo “Huckleberry Finn” e Nathaniel Hawthorne con “La lettera scarlatta” che l’insegnante Evin Shinn di Seattle “preferirebbe morire” piuttosto che insegnarli.

Omero, dunque. Davvero? Quello scrittore che si dice fosse cieco e che forse non è mai esistito. Omero che narra di Polifemo, uno dei personaggi più negativi ma non per la sua origine, per il suo appartenere al popolo dei Ciclopi. Non c’è nulla di razzista. Ma semplicemente è colui che si macchia di uno dei più grandi disonori per la cultura greca: non rispetta l’ospite.

L’ospitalità che riecheggia sempre nei classici latini e greci.

Censura americana vs classici latini: una storia già vista

A proposito di classici latini, gli Stati Uniti già nel 2015 si resero protagonisti di una censura che definirla strana è un eufemismo. Gli studenti della Columbia University chiesero di cancellare dal corso Great Books (studio delle grandi opere letterarie da Omero ad oggi) le “Metamorfosi” di Ovidio. Le fragili menti degli studenti di una delle migliori università americane si lamentarono delle conseguenze traumatiche che potrebbero conseguire dalla lettura dei passi sulla violenza sessuale ai danni di Proserpina e Dafne.

Bisogna sottolineare come ai professori universitari statunitensi è chiesto di indicare quali materiali del proprio corso possano scatenare dei “triggers” nei loro studenti. I triggers sono delle cause scatenanti di reazioni per chi in precedenza ha subito traumi derivanti da esperienze violente. Perciò i giovani studenti americani avevano paura che episodi riguardanti Proserpina e Dafne avrebbero potuto scatenare dei triggers in studenti di colore e per quelli di bassa estrazione sociale.

Peccato che nei 15 libri di Ovidio sono ripresi oltre 200 miti greci. Dall’origine del mondo con il mito di Chaos fino alla morte di Gaio Giulio Cesare. Il tema dello stupro è certamente presente, ma non vi si può ridurre un’opera di questo calibro. Evidentemente non si è colta la carica letteraria ovidiana.

Ovidio che racconta la bellezza di Dafne e la sua fuga che la rende ancor più bella è qualcosa che da oltre 2000 attraversa le pagine della storia.

Ma se il gioco è censurare qualsiasi opera o idea, seppur antica, che riletta in chiave moderna potrebbe richiamare temi oggi dibattuti, bisognerebbe cancellare opere come quella del Bernini, il cui marmo scolpito racconta la bellezza di Dafne nel momento in cui venne raggiunta da Apollo.

Ma anche i testi di Ippocrate e Aristotele i quali, rispettivamente in “Arie acque e luoghi” e “Politica”, sottolineavano le differenze tre elleni e i barbari asiatici esaltando le caratteristiche dei proto-europei.Così come dovremmo cancellare Nietzsche che in “Al di là del bene e del male” scrisse che “paragonati nel complesso uomo e donna, possiamo dire: la donna non avrebbe il genio dell’ornamento se non avesse l’istinto del suo ruolo secondario”.

Eresie per il pensiero unico moderno.

Il fuoco della censura contro il bello della cultura

Ma a questo punto sembra di vivere nel mondo di “Fahrenheit 451” in cui Ray Bradbury racconta di un mondo dove esiste il “reato di lettura”, in cui i bravi cittadini dovevano informarsi solo attraverso la televisione gestita ovviamente dal governo. Un mondo in cui i pompieri erano invece gli addetti a bruciare quei libri non il linea.

“Era una gioia appiccare il fuoco.Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.[…] mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio”. Cosi Montag descrive lo scenario in cui vive. Una scena macabra. A cui oggi figurativamente assistiamo.

Quello di oggi sembra un mondo dove non esisterebbero “Una poltrona per due”, “Vacanze di Natale 83”, “Selvaggi”, tanto per citare film con battute e personaggi politicamente scorrette apprezzati a più riprese per la loro leggerezza e perché scevri da qualsiasi intento discriminatorio.

La cultura, l’arte, la cinematografia, la circolazione di idee e pensieri deve essere favorita. Soprattutto se da secoli ha successo. Se viene tramandata e mai presa come spunto per discriminazioni o violenze.

Come già detto la bocca dello stolto è il suo castigo. Quindi se per caso dovesse venire il turno di altre opere pietre miliari della cultura, se l’Eneide, la Divina Commedia o la Democrazia in America di Tocqueville (tanto per citare opere diverse, di epoche diverse, di temi diversi) dovessero ispirare qualche moderno inquisitore, costui pensi molto prima di parlare e urlare alla censura.

Perché è anche il successo di un’opera a dargli il ruolo che merita nella storia. Se dovesse veicolare idee non più gradite non avrà più successo. Il castigo gli verrà dato dal disprezzo presso il pubblico. Non dalla censura.

Ma vedendo il successo avuto nei secoli da tante opere criticate, quali l’Odissea e le Metamorfosi, gli stolti che riceveranno il castigo, ossia l’oblio, saranno questi odierni cacciatori di streghe. Non gli autori di opere immortali.


Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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110 anni dalla sventurata nascita di Emil Cioran

Redazione

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L’8 aprile è ricorso l’anniversario di nascita di Emil Cioran, filosofo e aforista rumeno, nato a Rășinari nel 1911 e divenuto senza dubbio uno dei pensatori più tragici e contemporanei del nostro tempo. Vissuto dal 1933 al 1935 a Berlino, si traferì poi definitivamente in Francia come apolide fino alla sua morte, sopraggiunta il 20 giugno del 1995 a Parigi all’età di 84 anni.

“Essere pieni di sè – non nel senso dell’ orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore […] sentirsi morire di vita”

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Come pensatore Cioran risulta estremamente vicino, ma allo stesso tempo molto distante, al pensiero esistenzialista e, per quanto concerne le sue maggiori influenze, nei suoi scritti si può avvertire il tragico miasma di Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e Leopardi. Risulta abbastanza chiaro già da questo il peso pachidermico del pensiero di Cioran. Per quanto concerne il suo stile di scrittura egli ne ha sempre adottato uno diretto e sincero, lontano dagli orpelli e dai tecnicismi così tipici e ricorrenti di Mamma Filosofia, caratteristica che lo classifica (come già era stato per Nietzsche, come sarà po’ riconosciuto) come scrittore contemporaneo.

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La contemporaneità è la scrittura che si arrende alla sincerità dell’essere, il lirismo che si abbandona, senza tuttavia distruggersi, alla necessità di espressione psicoanalitica, la parola diretta, l’intimità sviscerata e sublime di una persona vera, messa a nudo. Emil Cioran non è un esistenzialista come noi ce lo rappresentiamo, forse in modo anche un po’ stereotipato, come un filosofo che fa della suo pensiero un’opera analitica e devota all’attualismo, con l’impermeabile e la pipa che vaga per le strade di Parigi alla ricerca di una speranza politica che possa redimere l’uomo dalla sua condizione vitale.

Cioran è un filosofo egoista, che morde la pagina con estrema intimità, ma chiuso in sè stesso, lontano dall’umanitarismo e dalla collettività, nutrito di leopardiana misantropia che lo porta costantemente lontano dal mondo, eremita nelle cime della disperazione della vita. Il suo essere contemporaneo è un profezia di solitudine, di odio, di vertigine e di insonnia.

Proprio quest’ultima lo rende, agli occhi di una ipotetica storia della “mitologia” novecentesca, un personaggio tragico, dannatamente tragico, un Prometeo incatenato nel suo monte della vita, dove a divorarlo non sono più i corvi inviati da un Dio ma è, in altra forma, la vertigine data dall’angoscia di esistere, l’impossibilità di un sonno che doni oblio quotidiano. Tuttavia questo è solo un esempio di visualizzazione “cinematografica” se così vogliamo, poiché Cioran, come purtroppo è successo (come a molti altri) è stato mitizzato nella realtà e questo è un’errore di valutazione in cui gli adepti del pensiero in generale cadono spesso.

Il nostro è quanto di più lontano si possa pensare da un idolo, un Dio o un eroe. Non si può idolatrare un uomo che è l’apolide della vita stessa, sarebbe qualcosa di ridicolo e vergognoso, nonché estremamente umano.

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Ma se l’uomo moderno si trova incatenato i ceppi angosciosi senza la possibilità esistenziale di liberarsi da essi, la liberazione concreta, seppur a suo dire momentanea, è la filosofia, o meglio, la scrittura che diventa per il prigioniero la “terapia”. L’esternare su carta i movimenti dell’abisso, le onde nere che si stagliano sulla nostra vita, come se noi fossimo nient’altro che immobili scogli picchiati dal mare dell’assurdo senso del morire e del vivere, questa è la possibile e reale redenzione.

Come persone moderne abbiamo il dovere, conferitoci da noi stessi, di fare della vita un’espressione, come prevedeva un secolo prima Baudelaire, rendere lo Spleen visibile a noi stessi, conferire forma a tutto ciò, partorire più e più volte la vita che esplode dentro i nostri corpi, questo è il senso che può, o forse, deve avere la scrittura e l’arte in generale nella nostra epoca. Cioran ha cantato dell’assurdo e della morte, il suo è un sermone del Nulla, se cerchiamo un’incarnazione del nichilismo di cui tanto si parla, a ragione, nel nostro secolo, lui è un esempio, uno dei numerosissimi esempi di persone che affondano le mani nelle tenebre dell’esistenza e che, per un enigmatico e umano miracolo, ne tirano fuori qualcosa che, a leggerlo, tranquillizza.

“La creaione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte”

Al culmine della disperazione, 1934

di Riccardo Di Girolamo

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“La Patente” di Pirandello: umorismo e pessimismo dal sapore agrodolce

Giuseppe Tomei

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Pubblicata nel 1911 e poi confluita nella celebre raccolta Novelle per un anno, “La patente” è testo assolutamente emblematico sia per la poetica di Pirandello sia per alcune costanti filosofiche dello scrittore siciliano. La vicenda narrata ripercorre le tematiche principali della scrittura pirandelliana, mettendo in scena il dramma tipicamente novecentesco di un ”io” scisso e privato della sua stessa identità, che, per esistere, è costretto ad assumere la “maschera” che gli altri calcano a forza sul suo volto, temi che ritornano ne “Il fu Mattia Pascal” e che si ritrovano sia nella ricca produzione teatrale sia nei successivi romanzi, come “Uno, nessuno e centomila“.

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Un modesto impiegato del monte dei pegni, Rosario Chiarchiaro, viene licenziato perché sospettato di essere uno iettatore. L’uomo sporge denuncia presso la magistratura contro due giovani, che al suo passaggio avrebbero fatto il classico gesto di superstizione popolare delle “corna” per allontanare il malaugurio. Il giudice si trova allora di fronte ad un caso paradossale, dato che, in quanto esponente della legge e della razionalità, non può in alcun modo cedere alle credenze popolari riguardanti la sfortuna né può tutelare in alcun modo gli interessi di Chiarchiaro che, a causa delle malelingue del paese, oltre ad aver perso il posto di lavoro, non riesce a far sposare le figlie ed è costretto a tenere segregata in casa l’intera famiglia contro le malelingue del paese.

La situazione, fortemente intrisa dell’umorismo pirandelliano e dell’inevitabile pessimismo esistenziale che in tutte le sue opere lo accompagna fedelmente passo dopo passo, si complica ulteriormente quando Chiarchiaro è convocato in tribunale per dare la sua versione dei fatti: anziché difendersi o ritirare la denuncia, il poveruomo, vestitosi per giunta da autentico menagramo, reclama con ostinato coraggio e convinzione di andare a processo, e anzi di poter ottenere un riconoscimento – una patente, appunto – del suo status di “porta sfortuna“.

Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto di un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno

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L’analisi di Chiarchiaro è tanto acuta quanto spietata; se il mondo gli ha imposto, nella sua rozza ignoranza, una “maschera”, tanto vale accettare di propria volontà questa sorta di grottesca parte teatrale, fino a ricavarne un giusto tornaconto, fino a trasformare la propria coatta condizione in una vera e propria professione.

Chiarchiaro è costretto nella forma dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini, e cerca di liberarsene in un modo del tutto inconsueto: non tenta, infatti, di uscire dalla maschera, vuole, invece, renderla proficua, vuole che sia la sua identità, perciò non sarà più jettatore per diceria, ma jettatore patentato dal regio tribunale, grazie al documento da lui stesso richiesto

Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare intorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

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Chiarchiaro diviene così un tragicomico se non addirittura grottesco impiegato comunale, stipendiato perché non causi il malocchio al resto della cittadinanza. Il protagonista, da vittima, si fa persecutore; il suo gesto, apparentemente folle oltre ogni umana comprensione, risulta saggio; l’appellativo attribuitogli, da ingiurioso diventa utile. L’ignoranza e la superstizione hanno fatto di Chiarchiaro un improbabile spietato vendicatore. La sua storia, che può essere ritenuta divertente e caricaturale, è comunque triste e commovente. Cela, sotto uno strato di sapiente umorismo, una vena di profonda amarezza e di autentica pietà e diventa emblematica della beffa della vita e delle menzogne in cui l’uomo si dibatte, in una società ignorante e superstiziosa.

Sono centrali, ne La Patente, le tematiche più riconoscibili della scrittura pirandelliana: la moltiplicazione della personalità umana e la contraddittoria libertà che deriva dall’assumere un travestimento sociale di fronte agli altri, non importa quanto assurdo ed irrazionale.

Proprio per questo motivo, Pirandello rielabora la novella in una fortunato atto unico (prima in dialetto siciliano e poi in lingua nazionale) del 1917, che bissa clamorosamente il successo del racconto breve; qui, per giunta, la beffa del protagonista ai danni della giustizia si basa su una geniale invenzione drammaturgica, un ulteriore colpo di scena finale, in cui Chiarchiaro fa crollare a terra la gabbia di un povero cardellino, dimostrando esplicitamente il proprio “potere”, e di conseguenza l’urgente necessità della “patente” ufficiale di iettatore. Chiarchiaro verrà poi interpretato da Totò nel film ad episodi Questa è la vita (1954), diretto da Luigi Zampa.

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Musica e relazioni tossiche: Da Jim Morrison ai Måneskin, passando per i Pooh

Marta Scamozzi

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É il sedici di marzo e mancano due giorni all’uscita di “Teatro d’Ira”, seconda fatica discografica dei Måneskin. Le tracce contenute nell’album vengono presentate sul profilo Instagram della band grazie a una serie di fotografie con la seguente didascalia: “For your love”. Lo stesso brano, ad esempio, é introdotto da un ritratto della bassista Victoria che osserva il cantante Damiano con occhi sognanti. Subito sotto, si leggono le seguenti parole: “per il tuo amore”.

Una serata alcolica, l’amore a prima vista, il possesso e l’ossessione. Una relazione tossica tra il protagonista e la sua musa. “Per il tuo amore farò tutto ciò che vuoi”. La ribellione é bellissima e affascinante, soprattutto se accompagnata da irriverente coraggio. Detto ciò, é davvero una buona idea giocare sul concetto di relazione “tossica”, mentre migliaia di ragazzini leggono e commentano la fotografia con cuoricini e occhi luccicanti?

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Il protagonismo mediatico delle relazioni “tossiche” nella cultura post-sessantottina ha innegabilmente segnato la società moderna.

All’immagine della famiglia felice che si gode l’allunaggio dalla nuova televisione, si contrappone l’amore libero, senza vincoli e senza responsabilità. Al “come dovrebbe essere” si oppone il “come potrebbe essere ma non é accettato dai bigotti”. Indubbiamente non tutte le relazioni progressiste sono tossiche e non tutte le relazioni tradizionali sono sane: la generalizzazione è da intendersi in riferimento ai modelli e l’”amore libero” é un modello che inizia ad amplificarsi (e degenerare) verso la metà degli anni Sessanta.

Da adolescenti molti di noi si sono inginocchiati al fascino dannato di Jim Morrison e Pamela Courson, perfetto esempio di “amore libero” come reazione alla società di massa. Abbiamo sognato quella mistica passione, fatta di tira e molla, che è stata il motore per diverse bellissime canzoni. Lui, uno sciamano reincarnato (come si autodefiniva); lei, emanatrice di aura Sioux grazie alle proprie origini. La loro relazione è sopravvissuta ad anni di tira e molla, litigi violenti, storie parallele. L’epilogo é il peggiore possibile: lui muore misteriosamente a ventisette anni, lei tre anni più tardi per overdose di eroina. Insomma, non proprio un successo.

Un altro esempio controverso é il rapporto tra Joan Baez e Bob Dylan – una storia tanto ricca di interessi in comune quanto di contrasti, che non finisce benissimo. Bob conduce in segreto una vita parallela con la futura moglie, prima di essere smascherato. Certo, non é necessario andare troppo lontano per trovare esempi di relazioni complesse e problematiche, che sotto i riflettori vengono illuminate da una luce romantica e attraente.

All’inizio degli anni settanta, proprio quando i Pooh sono sulla buona strada per diventare i Rolling Stones italiani, Riccardo Fogli lascia la band per una donna. Si tratta di Patty Pravo, indiscussa personalità carismatica della musica italiana. La fortissima energia che caratterizza la relazione attira un clamore mediatico colossale ed esaspera i Pooh, dai quali Riccardo Fogli si separerà per il bene di tutti. Anche in questo caso la storia procede tumultuosamente tra alti e bassi – tra i quali ricordiamo un matrimonio celtico in Scozia, un pasticciaccio legale, visto che i due sono in realtà già sposati con altre persone.

É difficile definire una relazione “tossica” in poche righe

Ma i rapporti citati hanno tutti una serie di caratteristiche in comune: passione, impulsività, squilibrio, alcuni palesi difetti di comunicazione. Stiamo parlando di emozioni che possono farti andare dritto all’inferno, o elevarti al più sublime paradiso. Spesso, tuttavia, questo é un cocktail disfunzionale, il genere di film che finisce bruscamente e male. Tutto quello che c’è stato in mezzo, segnato da emozioni contrastanti e squilibrate è, però, generalmente intenso.

Quell’intensitá é la stessa che ci fa piangere ascoltando il testo di una canzone: belli i pezzi che parlano di storie d’amore felici, ma vogliamo mettere quelli che parlano di storie d’amore tristi?

Basti pensare alla potenza del manifesto femminista di Loredana Berté “Sei Bellissima”, il quale altro non é che una velata denuncia di una relazione abusiva. Le parole raccontano la ricerca di conferme, la svalutazione, l’annullamento: “Che strano uomo avevo io (…) se cercavo di essere seria Per lui ero solo un pagliaccio/ e poi mi diceva sempre /non vali che un po’ più di niente, Io mi vestivo di ricordi/ per affrontare il presente/ e ripensavo ai primi tempi/ quando ero innocente (…)/ quando ambiziosa come nessuna/ mi specchiavo nella luna/ e lo obbligavo a dirmi sempre/ sei bellissima

Le relazioni controverse sono state analizzate a fondo da uno dei più importanti menestrelli della canzone italiana, la cui produzione si appoggia su due colonne portanti: la politica e i sentimenti. Francesco Guccini ha scritto alcuni tra o pezzi più belli che parlano di storie complesse, nate e decadute proprio in quel clima di libertà sentimentale anarchica post-sessantotto. “Quattro Stracci” racconta l’amaro epilogo di un rapporto limitante tra due persone incompatibili: “ Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto/ racconto e dico e ti sembro muto/ fumare e scrivere ti suona strano/ meglio le mani di un artigiano / e cancellarmi è tutto quel che fai”.

Venendo alla musica italiana piú recente, é impossibile non citare la schiettezza degli Afterhours. Manuel Agnelli descrive tematiche sentimentali tumultuose pesando ogni singola parola, che arriva al cuore dell’ascoltatore diretta come una lama. “Ci sono molti modi” é un urlo disperato rivolto ad un amore malato: “Lo so che il mio amore é una patologia/ vorrei che mi uccidessero ora”. Intensità dei sentimenti a parte, la questione potrebbe essere vista da un altro lato.

Quando a Luigi Tenco fu chiesto perché le sue canzoni fossero per lo piú tristi, egli rispose: “perché di solito quando sono felice esco”. Allo stesso modo, quando viviamo un rapporto tranquillo non abbiamo bisogno di immedesimarci nelle parole di qualcun altro, perché ci basta ció che stiamo vivendo. Quando siamo nel mezzo di una storia tormentata, invece, i nostri sentimenti sono alla costante ricerca di validazione.

Ed é cosí che spesso il testo di “I don’t wanna miss a thing” degli Aerosmith ha meno impatto su di noi di una “Diamonds and Rust” di Joan Baez. Chi si trova in una relazione abusiva e ascolta “Scream” di Chris Cornell, alle parole “Hey, perché devi sempre urlarmi addosso? credevo che il silenzio fosse prezioso, perdi la testa quando mi urli addosso” tende a sentirsi meno solo.

Certo é che le emozioni hanno un prezzo: l’intensità dei sentimenti che porta a scrivere testi duri e d’impatto, spesso scaturisce da rapporti poco equilibrati, complessi, abusivi o “tossici” che hanno caratterizzato la vita dei cantautori. Chris Cornell non é noto per il aver avuto una vita tranquilla: i problemi con le sostanze, la sua morte e le sue canzoni ne sono la testimonianza. “Scream” non é l’unico suo pezzo che parla di rapporti tormentati, e non é difficile immaginare l’altalena emotiva che ha caratterizzato le relazioni interpersonali del cantautore di Seattle.

Allo stesso modo, possiamo immaginare che nella vita privata di Loredana Berté, di Manuel Agnelli e di Francesco Guccini ci siano stati rapporti intensi e difficili, che hanno creato situazioni dolorose: é abbastanza chiaro quanto certe parole scaturiscano da un profondo tormento. Ma come possiamo dire che sentirsi tormentati é sempre uno sbaglio? Noi non siamo nessuno per affermare che in qualsiasi caso la pace dei sentimenti è da anteporre alla loro intensitá (o viceversa). Gli esseri umani, dopotutto, sono animali razionali guidati dai sentimenti, all’eterna ricerca di un equilibrio.

Non ce la sentiamo di battere il cinque ai Måneskin per la loro plateale elogiazione alla “tossicitá” in un post letto da migliaia di ragazzini: la tossicitá é pericolosa, se ne sentono le conseguenze estreme nei fatti di cronaca. Tuttavia, se dicessimo che non ne siamo affascinati saremmo degli ipocriti. Si tratta di una questione complessa, fatta di sfumature grigognole tra un estremo bianco e uno nero. La scelta é nostra. É possible vedere la tossicitá come un piatto che “preferiamo evitare di assaggiare, per vedere se il gusto se ne va” (da “Strategie”, Afterhours). Oppure possiamo riconoscere che da essa scaturiscono emozioni che, in quantitá moderate, valgono la pena di essere provate. Possiamo condannare la tossicitá a priori, o possiamo vederla come una rosa da cui spetta a noi togliere le spine in eccesso, grazie a esperienza ed amor proprio.

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