Sigourney Weaver, quando la protagonista di Alien sfidò i ruoli di genere

Woody Allen si sa, è bravo a scovare giovani talenti. Forse è grazie a lui se oggi Sigourney Weaver, all’anagrafe Susan Alexandra Weaver, è una delle attrici più apprezzate e talentuose della sua generazione e se il pubblico ha potuto godere di tante performance di eccellenza della stessa.

Difatti, l’attrice americana, che nasceva a New York oggi 8 ottobre, fece la sua prima apparizione nel lontano 1977 nella pellicola più famosa del buon vecchio Woody, “Io e Annie“.

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Da qui, per l’artista, la strada fu tutta in discesa. Apprezzata da registi di fama internazionale, nel corso della sua lunga carriera ha rivestito i più svariati ruoli. Da Dana Barrett nella commedia fantascientifica “Ghostbusters” (1984) di Ivan Reitman, alla traumatizzata Paulina Lorca Escobar nel drammatico “La morte e la fanciulla” (1994) di Roman Polanski, al divertente e sopra le righe “Heartbreakers – Vizio di famiglia” (2001) di David Mirkin, nel quale interpretò la maga della truffa Max che, insieme alla figlia, circuiva uomini facoltosi per farsi sposare e poi… farsi tradire. Fino ad arrivare, dopo “Alien – Scontro finale” alla seconda collaborazione con James Cameron nel film campione d’incassi “Avatar” (2009).

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Ma, diciamolo il ruolo per cui tutti la ricordano e la pellicola a cui associano il suo nome è “Alien” di Ridley Scott, capolavoro di fantascienza del 1979 e film che le portò la fama e l’affermazione sull’Olimpo di Hollywood. In “Alien”, Sigourney Weaver interpretò il tenente Ellen Ripley e le caratteristiche con cui Ridley Scott decise di dipingere questo personaggio, per gli anni che erano, fu assolutamente decisivo e non scontato. Da tipico eroe maschile ad eroina, Ellen Ripley divenne una delle protagoniste femminili più importanti dell’arte cinematografica. “Alien”, così come “Aliens – Scontro finale” (1986), sfidarono letteralmente i ruoli di genere nel cinema di azione, definendo un tipo di donna forte e combattente, per quanto umana e fragile, che non si era mai visto prima.

E a proposito di questo aspetto, il critico cinematografico e scrittore John Scalzi, nel 2011 scrisse: “Lei non un braccio destro, una compagna dell’eroe, né una fanciulla da salvare. In Alien Ripley era un membro dell’equipaggio perfettamente competente – certamente non sempre apprezzata, e a volte persino trattata senza il dovuto rispetto, ma mantenendo la sua professionalità. Più i film progrediscono, più lei si mette in prima fila ad affrontare le sfide – è lei l’eroe dell’occasione. Ripley non una semplice versione fantastica di una donna.

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La fantascienza è piena di donne che fanno cose impossibili con le armi da fuoco mentre balzano come degli acrobati in una lavatrice. Per quanto sia divertente assistere a un tale spettacolo non è che le donne vengano trattate troppo bene, essendo trattate come robot idealizzati invece che come veri essere umani. Ripley, al contrario, è cocciuta, aggressiva, maleducata, ferita, sofferente del disturbo post-traumatico da stress, furba, materna, arrabbiata, empatica, e determinata a salvare gli altri, anche se ciò significa sacrificarsi. Tutto questo senza essere una robot assassina“.

E se Ellen Ripley portò una notevole ventata di novità circa il ruolo rappresentato dalla donna nell’universo fantascientifico e d’azione, questa non fu l’unica. Per la sua performance nel film sequel “Alien – Scontro finale” (1986), Sigourney Weaver ricevette la nomination all’Oscar per la miglior attrice. Quell’anno l’artista divenne la prima donna nella storia degli Oscar a ricevere una nomination per un film di fantascienza.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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