Si conclude Venezia 78, “siamo tornati a casa, siamo tornati al cinema”

Si è conclusa, ieri 11 settembre, dopo la consegna dei premi, seguita dalla proiezione de “Il bambino nascosto” di Roberto Andò, la 78esima edizione della mostra cinematografica di Venezia. E che dire, giorni intensi e carichi di emozione. Quest’anno più che mai, dopo quasi due anni di restrizioni, è stato questo, simbolo di rinascita e di condivisione. Un anno decisamente propizio, il quale ha visto una serie di pellicole e di lavori di eccelsa qualità, come ha ricordato il Direttore del festival, Alberto Barbera: “Tutti i film, tranne qualche rara eccezione, sono stati accolti benissimo, molto graditi e apprezzati. È stata un’annata eccezionale.

È un progetto, quello della mostra cinematografica di Venezia, che oggi siamo riusciti a realizzare a pieno”. E alla domanda su quale sia stata la più grande sorpresa di questa 78esima edizione, Barbera ha risposto: “Non ci aspettavamo così tanti accreditati e spettatori, questa è stata la più grande sorpresa di Venezia 78”.

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Serena Rossi, madrina del festival, ha aperto la cerimonia conclusiva soffermandosi sull’importanza della condivisione e sui bisogni umani. Tra questi, il bisogno, per chi ama il cinema, di sedersi su una poltrona e sognare, guardando in una direzione comune, quella dello schermo.

“Sono stati giorni intensi perché la mostra è stata intensa, al centro gli esseri umani e le loro fragilità che sono i punti di forza. È stata una mostra gioiosa, le star internazionali di tutto il mondo, sono stati giorni incredibili, persone provenienti da tutte le parti del mondo a parlare di cinema, le sale sempre piene. Ci siamo ritrovati, siamo ritornati a casa, seduti seppur distanziati, uno accanto all’altro sotto il grande schermo. Finalmente. Grazie alle persone che con dedizione fanno cinema, alle persone che sono tornate e quelle che torneranno al cinema”.

In questa 78esima edizione, protagonista indiscusso è stato un cinema introspettivo e profondo, le cui pellicole che lo compongono, posizionano l’essere umano al centro. Un essere umano in quanto portatore di bisogni, fragilità, sentimenti e ricerca di riscatto. Da “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, vincitore del Leone d’Argento, a il “Giocatore di Carte” di Paul Schrader, a “Madres Paralelas” di Pedro Almodòvar, fino alla pellicola vincitrice della francese Audrey Diwan, “L’Èvénement”. Tutte pellicole portatrici di una forte umanità.

E in questo triste momento storico che stiamo vivendo, ricordando anche le brutalità che stanno accadendo da settimane a questa parte in Afghanistan, un messaggio come quello che porta la regista francese ci serve. Raccontando la storia di una ragazza nella Francia degli anni ’60 e di un aborto clandestino, la regista pone l’accento sull’ignoranza e la brutalità a cui le donne, spesso e volentieri sono state e vengono sottoposte tutt’oggi. Un messaggio di speranza di cui abbiamo bisogno, ora più che mai.

È stato un anno, questo, di grande riscatto per il lavoro cinematografico femminile. È il secondo anno che a vincere il Leone d’Oro è una regista, l’anno scorso la vittoria di Chloé Zhao con il suo “Nomadland“, vincitore inoltre dell’Oscar al Miglior Film e Miglior Regia, e quest’anno tocca a Audrey Diwan. Pochi mesi fa, ricordiamo che la Palma d’Oro a Cannes è andata a Julia Ducournau per “Titane“. Voci estremamente potenti che parlano di fragilità ma anche di un bisogno potente di riscatto.

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Un cinema umano, che speriamo, serva a smuovere le coscienze. E quale mezzo è più potente del cinema? Insomma, questo festival è stato senza dubbio portatore di rinascita, di voglia di ripartire, di umanità e finalmente di unione e condivisione, le quali mancavano da tanto, troppo tempo. E nonostante tutte le bufere mediatiche, le critiche, gli insulti e le risposte volate in questi giorni, inerenti alla perdita o meno dell’identità di un festival nato come portatore della bellezza pura del cinema, beh che dire, è la, a volte, triste, fredda e macchinosa era moderna.

Ma come ha detto il primo giorno di festival il padre di “Parasite”, Bong Joo-ho, presidente di giuria, “nulla fermerà il cinema“. Il vero cinema, si intende. Solo questo perdura nel tempo.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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