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San Patrizio, storia e leggende della festa d’Irlanda

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San Patrizio, il patrono d’Irlanda che ricorre il 17 marzo, giorno della Festa Nazionale irlandese.

Saint Patrick’s Day (noto anche come Paddy’s Day) è una festa oggi popolare in tutto il mondo, un’occasione per bere fiumi di birra, ma che affonda le proprie radici in molti secoli fa.

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Storia di San Patrizio

San Patrizio, nato Maewyin Succat, nacque nella Britannia romana nel 385 e a soli 16 anni fu rapito da pirati irlandesi e venduto come schiavo. In questo periodo si convertì al cristianesimo e riuscì a fuggire intraprendendo la via dell’uomo di Chiesa. Tornò in Irlanda come missionario cominciando a predicare nella lingua locale mescolando insegnamenti cristiani e tradizioni autoctone.

Nacque così il cristianesimo celtico che porta con sé simboli come la croce celtica, che unisce la croce latina con la croce solare.
Il santo morì a Saul, nell’odierna Ulster, proprio il 17 marzo del 461.

Il giorno della sua dipartita divenne inizialmente una festa di carattere religioso assumendo solo più avanti il carattere patriottico e di occasione ludica. Erano infatti ancora gli anni Settanta quando le leggi irlandesi prevedevano che i pub rimanessero chiusi il 17 marzo. Poi per ragioni economiche e turistiche dal 1995 il governo decise di promuovere la festività popolare per attrarre turisti e far conoscere la cultura irlandese nel mondo. Allo stesso modo, al digiuno e all’astinenza da carne per la Quaresima ai fedeli cattolici irlandesi viene generalmente concessa un’eccezione dai vescovi locali se la festività cade di venerdì. Il cantante degli U2, Bono, a tal proposito afferma che “la Quaresima, come ogni irlandese potrà confermare, si ferma il giorno di San Patrizio”.

Oggi al giorno di San Patrizio si associano le strade affollate, le parate in molte città. Secondo alcuni la prima parata fu lontano dall’isola, in Massachusetts, negli Stati Uniti, dove la folta comunità di immigrati irlandesi festeggiò per la prima volta questa ricorrenza per le vie dei sobborghi. Ma la prima testimonianza della festa risale a Londra nel 1717 grazie allo scrittore irlandese Jonathan Swift che in “Diario a Stella” scrisse che il Parlamento di Westminster era chiuso in occasione del St Patrick’s Day e che tutta la città era addobbata con decorazione “irish”. La prima parata in Irlanda invece risale al 1903 a Wateford, mentre a Dublino solo nel 1931.

Colori, simboli e serpenti

Sebbene a questa festa si accosti il colore verde, originariamente era il blu ad essere il protagonista. Difatti la bandiera presidenziale irlandese raffigura l’Arpa, simbolo nazionale, del grande condottiero e sovrano d’Irlanda all’inizio dell’XI secolo Brian Boru. Lo strumento appare dorato e con le corde in argento, su uno sfondo blu chiamato dagli Irlandesi “Saint Patrick’s blue”, ovvero “blu di San Patrizio”. Il passaggio al verde avvenne intorno al XVIII secolo per alcuni motivi: il sostegno alla causa indipendentista irlandese, il tipico paesaggio delle brughiere e per il trifoglio.

La pianta a 3 foglie è uno dei simboli del popolo irlandese anche se non rientra nell’iconografia ufficiale. Ma è legato a San Patrizio poiché leggenda vuole che nella sua missione apostolica usò proprio il trifoglio per spiegare agli abitanti dell’isola il mistero della Trinità. Da qui il legame tra “The Shamrock” e il 17 marzo. 

Un altro mito legato a San Patrizio è l’idea che sia stato lui a cacciare i serpenti dall’Irlanda quando dalla montagna sacra Croagh Patrick gettò un’enorme campana nell’attuale Baia di Clew scacciando i rettili e le impurità.

San Patrizio in modalità covid

Avvolta tra miti e leggende questa festa oggi ha contagiato tutto il mondo. Quest’anno oltre 400 monumenti si coloreranno di verde: One World Trade Center e l’Empire State Building di New York, le fontane di Trafalgar Square e il London Eye di Londra, la Grande Muraglia Cinese, la Basilica del Sacro Cuore di Parigi fino al Colosseo a Roma, la Torre di Pisa, Castel Nuovo a Napoli.

In questo 2021, in cui non sarà possibile affollare strade e locali, è stato lanciato l’evento “St Patrick’s Day at Home with Tourism Ireland”, una serata in diretta da 3 iconici pub di Dublino, Belfast e Dingle in cui per 90 minuti ci si immergerà nelle atmosfere irlandesi con musica tradizionale, canti, balli e collegamento speciale con la “Guinness Storehouse” da dove un mastro birraio spiegherà come versare una pinta perfetta da una lattina (come ben si sa una Guinness prevede una metodologia particolare per la sua spillatura).

Non resta che collegarci a questo evento (http://www.youtube.com/tourismireland oppure https://www.facebook.com/turismoirlanda) , bere una (o forse più) buona birra irlandese, chiudere gli occhi e immaginare di essere al bancone del Temple Bar, oppure tra le vie di Galway o a brindare tra Cork e Kilkenny.

O magari guardando qualche film dedicato al mondo e al popolo irlandese. Come “Il vento che accarezza l’erba” ambientato nel 1919 durante la prima guerra d’indipendenza irlandese in cui Cillian Murphy (Thomas Shelby di Peaky Blinders) interpreta i panni di Damien O’Donovan, un giovane medico che decide di rinunciare a partire per Londra per difendere la sua patria.

Oppure, visto il legame odi et amo tra irlandesi e americani, “Gangs of New York” di Martin Scorsese, un film ambientato negli USA di metà ‘800  che narra lo scontro tra immigrati dell’Eire cristiani e i nativi protestanti.

Oppure se vi appassionano le leggende e le tradizioni non può mancare “Magiche leggende” del 1999 in cui i protagonisti sono i lepricani, folletti irlandesi che nascondono alla fine dell’arcobaleno la loro pentola piena d’oro. Ma anche “Lyndon” film del 1975 del maestro Stanley Kubrick che tratta le avventure di Barry Lyndon accompagnate dall musica folk del gruppo “The Chieftains”.

E ancora “Svegliati Ned” diretto da Kirk Jones, “Due sulla strada” basato sull’omonimo romanzo di Roddy Doyle e con le musiche di Eric Clapton.

San Patrizio, dunque, non è solo fiumi di birra, risate e musica folk. Rappresenta parte di un popolo, di una Nazione fiera delle proprie tradizioni, dei propri miti e leggende.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Enciclica Quam Grave: mossa politica contro i don Bastiano

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A metà del XVIII secolo la Chiesa di Roma, rappresentata da papa Benedetto XIV, godeva ancora di un certo peso politico oltre che spirituale.

Nonostante la diffusione della cultura illuminista e del giurisdizionalismo che provocò una certa limitazione dei privilegi di cui godeva il clero.

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A questo bisogna aggiungere che la frattura interna al mondo cattolico, con la propagazione delle dottrine protestanti e calviniste, diede sicuramente uno scossone alle alte autorità ecclesiastiche.

In questo contesto si inserisce l’enciclica Quam Grave del pontefice Benedetto XIV del 2 agosto 1757. Un tentativo di tirare le redini e rafforzare la gerarchia intestina.

L’intento era quello di combattere la celebrazione abusiva delle Messe da parte di preti non autorizzati. I quali, inoltre, si spingevano a confessare i fedeli. A queste pratiche era data buona parte della colpa della degradazione della Chiesa e della perdita di fiducia nella stessa.

Lutero, nel 1500, aveva piantato in questo senso il seme della discordia. Tra le sue tesi vi era quello di una lettura autonoma e personale delle Sacre Scritture. Un avvicinamento a Dio del tutto privo di filtri clericali. La volontà era quindi quella di ricondurre i cattolici, e con essi anche i riformisti, sulla via segnata dai predecessori di Benedetto XIV.

Leggi anche “La scomunica di Martin Lutero: 500 anni fa la rivoluzione religiosa”

“Riteniamo superfluo dimostrare con molte parole quanto grave ed orrendo delitto commette chiunque, non investito dell’Ordine sacerdotale, presume di celebrare il sacrificio della Messa, dal momento che a tutti sono evidenti le motivazioni per le quali un simile sacrilego crimine giustamente si ritiene che sia da detestare e da punire con una rigorosa applicazione di sanzioni. Sarà sufficiente qui richiamare le Costituzioni Apostoliche dei nostri Predecessori, che stabiliscono pene severissime contro i colpevoli del delitto sopraddetto; quelle cioè che furono emanate dai Romani Pontefici di felice memoria, Paolo IV, Sisto V, Clemente VIII e Urbano VIII; in base alle quali si stabilisce che chiunque è stato scoperto a celebrare la Messa senza avere il carattere sacerdotale debba essere consegnato al Foro secolare per una giusta punizione”.

Il primo punto dell’enciclica è esplicativa ed esauriente al riguardo. Ma soprattutto, dal punto di vista della Chiesa, era fondamentale diffonderla e applicarla.

La Roma papalina dell’800 era ancora in questa situazione. Un esempio, seppur cinematografico, è Don Bastiano de “Il Marchese del Grillo”. Il personaggio interpretato da Flavio Bucci era un prete che praticava senza autorizzazione papale, revocatagli in seguito ad un omicidio per vendicare l’onore della propria famiglia.

“Io dico messe, comunico, battezzo, consacro, confesso, sposo. Ti vuoi sposare marchese mio? Ti sposa don Bastiano tuo”.

Una battuta di pochi secondi che fa ben capire quale fosse la realtà della Chiesa di Roma. Dove la figura e l’autorità papale era minata dalla presenza di varie correnti politiche, più che spirituali. Così come la presenza francese, a inizio ‘800, era portatrice di idee anticlericali propendenti all’Impero, sia come istituzione che come ideale.

L’enciclica Quam Grave fu una mossa politica di un papa che capì la direzione che stava prendendo il suo movimento. Dove i dogmi venivano meno e il decentramento politico aveva iniziato un percorso inarrestabile.

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Leggi anche “22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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