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Cinema

Svelato il nuovo volto di Batman, Robert Pattinson pronto a conquistare il grande pubblico

Federico Falcone

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A sorpresa, senza alcun lancio, Matt Reeves ha svelato il primo sguardo di Robert Pattinson nelle vesti di Batman per l’omonimo film. Per presentare al pubblico il nuovo interprete del supereroe di Gotham City, il regista ha scelto twitter, scatenando subito migliaia di reazioni e generando, inevitabilmente, un grande hype.

Il film, la cui musica nel trailer è stata composta da Michael Giacchino, uscirà il prossimo anno, precisamente il 21 giugno 2021. Della sceneggiatura non sappiamo ancora granché. Non è stato rivelato nulla e vecchi rumors vedrebbero Bruce Wayne/Batman alle prese con una serie di misteriose morti. Da qui, la ricerca della verità mediante una serie di indagini per scoprire cosa si cela dietro ai delitti.

Il cast vedrà la partecipazione di Zoë Kravitz nel ruolo di Selina Kyle, Paul Dano (nel ruolo di Edward Nashton, Jeffrey Wright nel ruolo di James Gordon del GCPD, John Turturro nel ruolo di Carmine Falcone; Peter Sarsgaard nel ruolo del procuratore distrettuale di Gotham, Gil Colson; Jayme Lawson, candidata sindaco Bella Reál. Ci saranno anche Andy Serkis nel ruolo di Alfred e Colin Farrell in quello di Oswald Cobblepot.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Cinema

Esiste un cinema di serie b? Alle origini della questione, con Vittorio Gassman

Una tavola rotonda del 1985 vide coinvolti alcuni dei più importanti nomi del cinema comico italiano: Bombolo, Alvaro Vitali, Mario Merola e Gassman a dirigere l’orchestra. La domanda era: esiste un cinema italiano di serie b?

Alberto Mutignani

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In questi giorni in cui si è tornati all’attacco dei cinepanettoni, scongelando gli slogan del natale scorso sull’arte, la trascendenza e l’autorialità, è bene farsi trovare pronti. Nascondersi in un bunker e aspettare che tutto finisca, come Walter Chiari in Noi due soli, o partire con il contrattacco. Il discorso l’abbiamo già fatto: prendersela con i cinepanettoni è una pratica fessa, infatti piace molto a Enrico Ghezzi. Inutile partecipare a questa ricorrenza che ogni anno coinvolge nomi eminenti della critica, e che sembra anche stuzzicare una buona fetta di pubblico – è più divertente parlare del cinepanettone che guardare il cinepanettone.

Una visione originale sull’argomento: nel 1985 si tenne a Roma una tavola rotonda presieduta da Vittorio Gassman sul cinema italiano di serie b. L’occasione è di quelle indimenticabili: ci sono Bombolo, Alvaro Vitali, Mario Merola, Marino Girolami, Marco Giusti, Michela Miti, Renato Nicolini e il pluri-rattristato Enrico Ghezzi, che abbiamo già citato. Gassman fa da arbitro, figura neutrale abituata già ai farfugliamenti intellettualistici, essendo il nemico più caro di Carmelo Bene.

La tavola infatti vede contrapposti due macro-schieramenti. Ci sono quelli che il cinema nostro incassa e piace al pubblico, e quelli che il cinema è arte e deve essere impegnato. Si mettono in croce recenti successi come ‘Le vacanze del Cactus’ e qualche pellicola di Castellano e Pipolo, addirittura si spara a zero su Monicelli e Risi. Gassman cerca giocosamente di far dire a tutti quale sia il loro film peggiore, solo un paio rispondono. Vitali propone di ridurre il prezzo dei film italiani in sala, e raddoppiare quello degli stranieri. Vieni fuori un lungo soggetto di ‘Morte a Pomezia’ con Franco e Ciccio. Ma è anche un’occasione per scoprire Bombolo fuori dal set, in uno dei pochissimi filmati in cui appare.

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Cinema

Elliot Page e il privilegio della libertà

Marielisa Serone

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La vicenda di Elliot Page porta con sé diversi spunti e questioni da affrontare, primo fra tutti il tema biografico, che interessa in prima persona Eliott, la sua capacità di stare al mondo, la sua visione del futuro e la idea di sé stesso.

Ma ad interessare c’è anche il fatto preminentemente politico per cui dovremmo ringraziarlo perché le sue vicende biografiche – certo importanti ma tutte sue, se non fosse che in passato si è reso protagonista di film ancora oggi indimenticati come Juno o The Umbrella Accadamy – lo hanno portato a non nascondere la sua omosessualità tanto da arrivare nel 2014 al coming out e oggi a raccontarci, tramite lettera pubblica, di essere transgender – che trovate qui (a questo link la lettera).

Un nuovo passaggio della sua biografia e della sua vita pubblica quindi con cui chiede che si utilizzino, nei suoi confronti, pronomi maschili: scelte e richieste che lo riguardano e che quindi attengono ad una etica della responsabilità, della liberazione, dell’inclusione – tutti punti legati alla cosiddetta questione di genere, alle discriminazioni, al grandissimo mondo LGBTQ+.

Nella sua missiva dice “sono orgoglioso di essere trans e di essere qui”. C’è un ulteriore passaggio che giustifica questa uscita pubblica così importante: i temi di una politica che si sta provando ad adeguare ai vissuti e alle richieste dei e delle cittadinə in quello che è il tema dell’appartenenza di genere e del transessualismo – che portano irrimediabilmente con sé altri temi.

Per cui Elliot Page prende su di sé quella che è una battaglia di sensibilizzazione e coscientizzazione di una tematica che non è affatto secondaria, per i numeri che la vedono protagonista ma anche per la forza con la quale viene osteggiata da alcuni Stati e dalle legge. Pensiamo che in Italia, solo oggi nel 2020, si sta discutendo una legge contro l’odio omotransbilesbofobico e contro la misoginia (Ddl Zan), ad oggi passata alla Camera dei Deputati e in fase di approvazione al Senato. O anche alla Polonia che, con la scusa della pandemia, ha tolto ai transessuali e agli e alle omosessuali lo statuto di ‘esistenti’, cancellandoli come se non esistessero (per non parlare degli attacchi feroci alla libertà di autodeterminazione delle donne che vogliono interrompere una gravidanza).

Ecco perché l’opera di Page è estremamente importante, soprattutto per via della sua popolarità,  potendo quindi raggiungere tante persone, e riuscendo quindi a normalizzare una questione che interessa moltissime persone che vivono tutto ciò con sofferenza in qualsiasi ambito della propria vita, dal lavoro alla vita famigliare.

Prima di lui, ci piace ricordare l’esperienza di Laura Jane Grace che ha raccontato in un suo libro uscito l’anno scorso proprio i momenti, gli anni dell’apice del suo sentirsi disadattato come uomo, dell’outing, del passaggio che oggi è concluso da uomo a donna: era (ed è) la leader degli Against Me, gruppo folk rock – folk punk ancora oggi attivo nato nel 1997 in America fondato da lei quando era ancora Tom Gabel.

Noi di TWoF abbiamo letto “Tranny, confessioni di una punk anarchica venduta” che è appunto il racconto autobiografico, forte ed emozionantissimo insieme della transizioni da Tom a Laura in cui si comprendono la forza e il coraggio di questa presa di posizione, coraggio che anche Elliot esprimeva chiare lettere nella sua ‘confessione pubblica’ assieme alla paura quando dice:

“La mia gioia è reale ma anche fragile, la verità è che nonostante mi senta profondamente felice e sappia quanti privilegi ho, ho anche paura dell’invadenza, dell’odio, degli scherzi e della violenza”

Questa paura accompagna persino lui che sa di essere privilegiato, sapendo di poter vivere un’esperienza straordinaria con meno difficoltà e limiti di altrə. Sa di poter fare suo il tema che in tantə vivono, cioè quello della transizione. Occorre sottolineare come ci si trova di fronte al diritto – come proclamato da Emi Koayma in The Transfeminist Manifesto – «di ciascun individuo ad autodeterminarsi e possedere arbitrio esclusivo sul proprio corpo, vita e felicità», diritto posto all’interno di un movimento di e per le persone trans che vedono la loro liberazione intrinsecamente connessa alla liberazione di tutti e tutte, aperto cioè anche a tutte le soggettività non trans che vedono nell’alleanza una necessità per la liberazione, appunto.

E quindi viva Elliot, benvenuto Elliot.

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Cinema

Auguri a Ridley Scott, il suo Alien cambiò il cinema

Tanti auguri a Ridley Scott, regista poliedrico e prolifico. Nel ’79 firmò la regia di un capolavoro che non smette di affascinare, primo capitolo di una fortunata serie.

Federico Falcone

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Alien sta alla fantascienza cinematografica come l’ossigeno sta alla vita. Anche a quella xenomorfa, sì. Ridley Scott, che proprio oggi spegne 83 candeline, fu regista del capolavoro uscito nel lontano 1979. Un film che, come pochi, contribuì a sdoganare la figura aliena come dotata di intelligenza speculativa, quella in grado di premeditare, organizzare e agire.

Per gli appassionati della settima arte, il primo capitolo della lunga saga resta tutt’ora uno dei punti massimi del cinema di Ridley Scott. Il merito fu, tra gli altri, quello di portare il conflitto inter species a vette di pathos e di tensione raramente esplorate in precedenza. Tutto fu studiato nel dettaglio, dalle bozze grafiche dell’artista svizzero H.R. Giger ,“padre” dell’alieno, fino al set cinematografico talmente accurato da sembrare una vera base spaziale. Un lavoro minuzioso che è sopravvissuto alla prova del tempo e che sembra non invecchiare mai.

Per il film si stanziò un budget di 10 milioni di euro, chiamando anche un’attrice dalle enormi potenzialità: Sigourney Weaver. Ma il cinema statunitense, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, deve ben più di qualcosa a quello nostrano e Dan O’Bannon, che di Alien era lo sceneggiatore, ammise candidamente di aver tratto ispirazione da alcune opere di Mario Bava come Terrore nello spazio.

Il mondo degli xenomorfi, specie aliena predatoria e parassita che si annida nei corpi dell’equipaggio della Nostromo, deve parte della sua ideazione al film It! The Terror from Beyond Space del 1958, dove una bestia aliena faceva strage di astronauti dispersi su Marte. Ma lo Xenomorfo ha anche origini italiane. Già, la sua ascendenza trova riscontro in quel Carlo Rambaldi, che per il suo lavoro vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali. Ma originariamente l’Alien avrebbe dovuto essere molto più grande, permettendo alla sua Facehugger di avvolgere l’intera testa della vittima.

Oggi il capolavoro di Ridley Scott, inserito al 33esimo posto tra i 500 film fondamentali secondo l’Empire, non smette di spaventare. Pensato come una versione nello spazio di ‘Non aprite quella porta’, Alien è soprattutto metafora della prevaricazione, coloniale e tecnologica, dell’uomo sull’uomo e sul mondo esterno.

La sfida contro l’inumano, verso il quale subiamo una fascinazione misteriosa, è guidata dal primo grande personaggio anti-machista del cinema hollywoodiano: Ripley. Forte, coraggiosa, determinata, è un esempio di grande forza femminile, 40 anni prima che questo diventasse oggetto di dibattito nel pubblico di massa. Ma soprattutto, Alien rimane senza discussione la più grande pagina di fantascienza degli anni ’70, da vedere e rivedere per scoprire o rivivere il genio di uno Scott in stato di grazia.

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