Pulp Fiction: il 1994 fu l’anno zero del cinema postmoderno

Pulp Fiction”, probabilmente non esiste persona sulla faccia della terra che non lo abbia visto o che non si sia mai imbattuta in una delle iconiche sequenze, ormai divenute storia, che lo compongono. Di conseguenza, ogni recensione ed ogni analisi su di esso non potrebbe mai rendere giustizia al capolavoro di Quentin Tarantino del 1994. “Pulp Fiction” è un’esperienza che va assaporata. Semplicemente, va vissuta.

Nel maggio del 1994 il film venne presentato al festival di Cannes, vincendo la Palma d’Oro. Critici di fama internazionale compresero immediatamente il peso che questo lavoro avrebbe avuto negli anni successivi. E non si sbagliarono, l’impatto che la pellicola ebbe sull’allora attuale panorama cinematografico si rivelò, difatti, fondamentale.

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Il regista di Knoxville, ispirandosi alle riviste denominate Pulp Fiction, caratterizzate da carta di bassa qualità e composte da racconti violenti e osceni, riuscì a dar vita ad un nuovo modo di narrare sul grande schermo. Un lavoro estremamente innovativo e coraggioso. Mescolando vari generi, il regista andò ad attualizzare e a conferire una nuova anima a situazioni cinematografiche classiche, optando, ancora una volta per una destrutturazione della sceneggiatura.

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Dopo il successo della prima pellicola “Le Iene” (1992), il regista propose nuovamente una narrazione non lineare, composta da un intreccio che va avanti e indietro nel tempo, all’interno del quale, piano piano, tutti i pezzi vengono collocati nel posto giusto e il puzzle diviene completo.

“Pulp Fiction”, inizialmente concepito come una serie di cortometraggi, è composto da storie apparentemente slegate, le quali vanno successivamente ad unirsi e a dar vita ad un unico universo. Il film comincia e termina nel medesimo luogo, la tavola calda in cui Zucchino (Tim Roth) e Coniglietta (Amanda Plummer) stanno per compiere la rapina più famosa di sempre.

Si riprende poi con la presentazione di due personaggi chiave, i due killer assodati dal malavitoso Marcellus Wallace (Ving Rhames), collante di tutta la vicenda, Jules (Samuel L. Jackson) e Vincent (John Travolta). Questi, dando vita ad alcuni dei dialoghi più brillanti del film, vanno a recuperare, per conto del loro capo, una fondamentale valigetta, il cui contenuto non viene mai mostrato.

Ma questo non è importante, dal momento che l’oggetto rappresenta il più classico dei McGuffin, termine coniato da Alfred Hitchcok, il quale va a rappresentare semplicemente un oggetto del desiderio utilizzato per far nascere curiosità negli spettatori, il contenuto è assolutamente superfluo alla trama.

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Da qui in poi vengono presentati altri personaggi e altre situazioni. Un pugile (Bruce Willis) ormai alla fine della carriera che viene pagato da Marcellus per perdere al prossimo imminente incontro, Mia (Uma Thurman), la moglie del boss in questione, che durante l’uscita con Vincent, braccio destro del marito, darà vita ad una delle sequenze più iconiche della storia del cinema, il ballo al Jack Rabbit Slim’s sulle note di You Never Can Tell di Chuck Berry. Un piano sequenza lungo quasi 5 minuti ormai entrato nell’immaginario collettivo.

E ancora, lo spacciatore di fiducia Lance (Eric Stoltz), Mr Wolf (Harvey Keitel), colui che risolve problemi e che aiuterà, insieme a Jimmie (Quentin Tarantino), i gangster a sbarazzarsi di uno scomodo cadavere. Insomma, questi sono solo alcuni dei personaggi, estremamente iconici, delineati magistralmente e assolutamente indelebili, che danno vita alle esilaranti vicende.

Queste figure, interpretate da un cast a dir poco stellare, sono uno dei punti di forza della pellicola, insieme ad alcuni dei dialoghi più brillanti mai concepiti. Innovazione, originalità e intelligenza, sono questi gli aggettivi che si accostano a “Pulp Fiction” e al suo ideatore, all’epoca poco più che trentenne, capace di dare una svolta alla settima arte e segnando una sorta di anno zero in quel lontano 1994.

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Pulp Fiction”, concludendo, potrà piacere o non piacere, ma senza dubbio diede inizio ad una nuova epoca cinematografica, da sempre e per sempre immortale, così potente da influenzare buona parte del cinema successivo.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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