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Interviste

Piergiorgio Seidita: “La regia? Credo sia stata lei a scegliere me”

Laura Aurizzi

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Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei più talentuosi artisti emergenti. Ci siamo seduti a tavolo con Piergiorgio Seidita. Originario di Erice, il regista classe ’86 ha già vinto dei premi come il “Critics Choice award” in Australia nel 2018, “Angelo d’oro” nel 2018, “Premio Troisi Regista Emergente” nel 2019. Ma come ha intrapreso questa carriera? Facciamocelo raccontare!

A che età ti sei appassionato al mondo del cinema? Quando hai capito di volerne fare la tua professione?

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Non ricordo un momento specifico, quindi sono sicuro che sia da sempre. Poi in casa, avendo Nonno fotografo e proiezionista al Cinema, questa passione girava per casa e mi ha sempre tenuto compagnia, nutrendomi e provando a renderla migliore. Quindi, non esiste nemmeno un momento specifico di quando scelsi di farla diventare una professione, credo sia stata lei a scegliere me e il resto è avvenuto in maniera del tutto naturale.

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Cosa serve per emergere nel mondo del cinema?

Modi originali nel raccontare una storia già raccontata. Perché ormai abbiamo anni e anni di cinema alle spalle, con grandi artisti che hanno raccontato ogni sfumatura della vita. Quindi, penso che l’originalità nel raccontare emozioni già conosciute, sia il vero segreto.

Tra i tuoi corti più recenti troviamo “Perfetti” e “Teo”; ti andrebbe di parlarcene?

Sarò ripetitivo, ma “TEO” è un pezzo di me. Quest’anno mi ha regalato, anzi CI ha regalato tante emozioni e premi e questo è motivo d’orgoglio per me. Perché è una storia che sono sicuro tocchi tutti, indistintamente. Il riscontro da parte dei festival e delle persone mi ha dato il coraggio di rendermi conto che essere totalmente fiero di un proprio progetto, non è presunzione, ma una totale dichiarazione d’amore. Ecco, io amo “Teo” e tutti gli Artisti che ne fanno parte. “Perfetti” l’ho scritto in una giornata. È uno spaccato di realtà quotidiana che spesso abbiamo paura di riconoscere, nei nostri rapporti e nelle nostre relazioni. Gli attori li ho visti totalmente coinvolti sul set e questo ha reso il progetto molto vero, che è il risultato a cui puntiamo sempre noi registi.

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Qual è il genere cinematografico a cui sei più legato?

Sicuramente il genere drammatico, che è anche quello a cui mi ispiro da sempre. Ma ammetto che negli ultimi anni, mi sia anche immerso nel genere Pulp. Uniti insieme, spesso, possono dar vita scenari emotivi non indifferenti, partendo dalla scrittura, per poi finire in video. Insomma, sicuramente sono due generi che raccontano in maniera cruda e diretta la Vita, senza fronzoli o messaggi in codice.

Qual è il regista a cui più ti ispiri?

Amo molto Xavier Dolan, trovo la sua regia penetrante e vera. Per quanto spesso provi a metterlo oggettivamente in discussione, ogni suo film mi colpisce dentro e quando accade, bisogna arrendersi, andando oltre l’oggettività. Poi direi che mi ispiro a Christopher Nolan, ma sorrido sempre quando lo dico, perché bisognerebbe avere un gran budget per ispirarsi a lui. Ciò nonostante faccio riferimento al suo totale studio delle sceneggiature e degli intrecci da perdere la testa, ma tenendo sempre il cuore connesso. Non so se ho reso l’idea…

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Nei tuoi corti quanto c’è di reale? Hai mai riportato fatti realmente accaduti nella tua vita?

Sì, provo sempre a partire da qualcosa che ho vissuto o che ho provato. Poi dipende da come sto nel momento in cui scrivo e decido se essere totalmente crudo o dare dei risvolti magari “positivi” alla storia. Ma in generale, credo che sia normale partire da qualcosa che si conosce, anche se non vissuto personalmente, ma tramite un racconto di altri. Rivedere tutto in video è una bella seduta psicologica. Ahahah…

Quali sono i lavori a cui sei più legato?

La classica domanda cui è sempre difficile rispondere. Sicuramente direi: “Teo”, “L’inizio” e “Buona notte”. Ad oggi rimangono i tre lavori che ogni volta che li rivedo mi fanno battere il cuore come la prima volta che li ho girati. E poi, nel tempo, ho notato che sono quelli più citati dalle persone che mi hanno conosciuto per caso.

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Fotografa romana, si occupa prevalentemente di ritratto, moda, eventi e stage photography, ma sempre con la macchina fotografica a portata di mano per cogliere l’attimo. Dottoressa in lingue e letterature moderne. Appassionata di arti visive e musica. Alla continua ricerca di se stessa. In altre sedi, speaker radiofonica e redattrice web. Insomma, stare con le mani in mano non è il suo hobby.

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Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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Interviste

Greta Zuccoli: vivo la musica senza confini, Sanremo grande opportunità

Federico Falcone

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Greta Zuccoli è tra gli astri nascenti della musica italiana. La sua voce ha conquistato artisti come Damien Rice e Diodato e ora, con il brano “Ogni cosa di te“, mira a fare breccia nel cuore del pubblico e della giuria del Festival di Sanremo, dove parteciperà nella categoria Nuove Proposte. Il brano scritto da Greta stessa, vede la produzione artistica di Diodato e Tommaso Colliva. Una voce che si muove con un certo agio dal brit-folk alla melodia italiana, portando con sé gli echi delle suggestioni musicali che fanno parte del background artistico di Greta Zuccoli: trip hop, cantautorato, brit rock.  

“Mi piace pensare che attraverso la musica io riesca a sciogliere tutti i miei contrasti, mettere insieme le diverse sfumature di quello che sono; tracciare un confine, per poi cancellarlo e spingermi sempre oltre i miei limiti”, dichiara Greta.

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Arrivi al Festival di Sanremo con sound personale e frutto delle tue influenze. Credi che l’Ariston stia spalancando le sue porte a sonorità più moderne e meno tradizionali?

Sicuramente si. Anche vedendo quella che è la proposta artistica di quest’anno, sia tra big che nuove proposte, c’è sicuramente spazio per sonorità non proprio consuetudinarie. Sarà un’edizione particolare, che prende vita all’interno di un anno difficile e delicato per il mondo dello spettacolo. Ci auguriamo tutti che sia un punto di ripartenza per il nostro settore. Ho scelto di presentarmi per l’artista che sono, con le mie influenze e i mondi che sento più vicini a me. Classifico poco i generi musicali, ma ci tengo molto alla mia identità. Ciò che realmente mi interessa è far arrivare la sincerità della mia musica. Ritengo che con mediante essa si possa sperimentare e guardare avanti, anche verso un rinnovamento.

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Il brano con cui gareggi mostra la tua eclettica estrazione musicale. E’ questo il tuo punto di forza?

Amo moltissimo la musica folk, Joni Mitchell, e il cantautorato femminile di artiste come Joan Baez. Mi piace un sound molto essenziale e minimale. Negli anni sono arrivata The National, Bon Iver, e alla scena indie che adesso rappresenta una fetta importante della scena musicale attuale. Adoro le atmosfere di Massive Attack, Bjork, Portished che hanno condizionato il mio modo di intendere l’arte e l’approccio dietro al microfono.

In che modo, l’incontro con Diodato e Tommaso Colliva, ha inciso sul brano? Quanto e quale è stato il loro apporto in sala di produzione?

La produzione è di Diodato e Tommaso Colliva. Insieme abbiamo cercato di far venire fuori le mie influenze e le mie idee creative. Antonio condivide con me le stesse influenze. Durante i tour estivi abbiamo sempre proposto, perché entrambi la amiamo, “Out of time” dei Blur. Apprezziamo gli stessi artisti. Poi ci sono gli archi di Rodrigo D’Erasmo, anch’egli esponente di una scena che adoro. Quando senti dentro qualcosa di forte, poi alla fine si percepisce quando un sound è sincero. E’ il tuo modo di esprimerti. E’ il mio modo di fare arrivare la mia musica.

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L’indie è il nuovo pop?

Da questo punto di vista non mi piace fare classificazioni o dare etichette. La musica la vivo come se non ci fossero confini specifici. La qualità prima di tutto. Penso all’epoca dei nostri nonni, dove la musica jazz era considerata pop. Dipende dall’accezione che uno vuol dare al concetto di popolare.

Cosa ti aspetti dall’esperienza al Festival di Sanremo?

E’ senz’altro un’esperienza importante iniziata diversi mesi fa con le selezioni. Per me, già questo passaggio, rappresentava una dimensione nuova. Non mi era mai capitato di esibirmi in un contesto dove ci fosse una selezione. Vivo la musica con molta serenità e condivisione, anche con gli artisti che hanno preso parte a questo viaggio. Soprattutto per il periodo che stiamo vivendo, c’è bisogno di ritrovare una comunione artistica. Non vedo l’ora di andare lì e immergermi nel contesto musicale per eccellenza. E’ la cosa che adoro di più al mondo. Speriamo che l’arte possa ripartire proprio dall’Ariston.

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Interviste

Il ritorno di Chicoria: Servizio Funebre II è la colonna sonora dei tempi che corrono

Antonella Valente

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A distanza di diciassette anni dal suo debutto, Chicoria torna con un nuovo album, pubblicato per Sucream in licenza a Sony Music Entertainment Italy, Servizio Funebre 2: 10 tracce rappate stando in piedi sulle macerie di un paese e di un sistema, che esalta il furbo e la svolta e dimentica di raccontarti come vanno a finire quelli che svoltano facile.

La testimonianza artistica e umana di un percorso musicale di strada, vent’anni di storia vissuta in prima persona. Vent’anni in cui il rap è passato dal ghetto alle classifiche, dai crimini ai capelli colorati, spesso appannaggio dell’ego celebrazione dei rapper, piuttosto che del racconto del quartiere e della città. Il rap è il medium della comunità, Chicoria il conduttore più inadatto a non dire quello che pensa.

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A 17 anni dal tuo debutto come è cambiato il rap?

Il rap negli ultimi 17 anni è passato da essere una manifestazione estremamente di nicchia a diventare fenomeno di massa e genere preponderante nella musica italiana. Davvero pochissimi pionieri che hanno iniziato con questa musica in Italia provengono dal ghetto per come lo si intende.

Il tuo progetto discografico è “Servizio Funebre 2”, spiegaci come nasce questo progetto e perchè scegli questo titolo?

È il seguito del primo capitolo uscito nel 2014 che nacque dal mio incontro con Edoardo Di Fazio aka Depha Beat, produttore romano con cui trovo molta sintonia nel lavoro, ed è colui che oltre a produrre la maggior parte delle melodie anche questa volta, è anche un po’ il regista dei mood dei dischi. Il titolo riflette un po’ il messaggio che voglio veicolare, ossia che a un certo punto quando le cose non vanno, bisogna fargli il funerale che non significa la fine, ma un nuovo inizio.

Il disco affronta tematiche molto forti, quale è il suo messaggio e a chi è rivolto?

È rivolto ai giovani soprattutto. Non bisogna mai smettere di combattere, se c’è un problema bisogna risolverlo, ignorarlo non porterà a nulla. La società fa schifo? No interessandoti alla politica la situazione peggiorerà e basta. Se sei ignorante è facile che cadi vittima di chi ti vuol fregare o che pensi davvero che la vita illegale porti a qualcosa… Non mi sembra nella realtà esistano delinquenti che delinquono perennemente e ce la fanno, non è come in Gomorra che la polizia si fa viva 2 volte in 4 stagioni, quella è una fiction, una finzione appunto…

Quanto è presente l’esperienza personale in questo disco?

Trasuda. Tutto il disco è pervaso delle mie esperienze di vita, non potrebbe che essere altrimenti.

Servizio Funebre 2 è quindi la colonna sonora dei nostri tempi. In che modo però si può risorgere?

Io nella mia vita non volevo fare il rapper, volevo solo essere il miglior cancro della società. Se vendi droga, a meno che non si tratti di droghe leggere, stai avvelenando la società intorno a te per il tuo esclusivo tornaconto. Non puoi dire: “il mondo è una merda e non cambierà mai” perché se il tuo agire è questo anche tu sei causa di questa mondezza. Se io e persone ancora più incancrenite di me, abbiamo capito e siamo cambiati, anche tu puoi riuscirci. Nel momento in cui tu diventerai una persona migliore anche il mondo sarà meglio.

All’anagrafe Armando Sciotto, in arte Chicoria: perchè questo nome e quando ti avvicini al mondo del rap?

Viene dai graffiti perché teggavo ‘Chico’, poi la gente sapeva che fumavo tantissimo… ecc… ecc… e da lì l’hanno storpiato in ‘cicoria’ che è un nomignolo romano con cui chiamano l’erba e da lì a ‘Chicoria’ il passo è breve. Mi sono interessato all’hip hop a 13/14 anni. Già andavo sullo skate ma sono diventato famoso prima per i graffiti. Poi ho vissuto ad Amsterdam per qualche anno e quando sono tornato alcuni miei amici writers avevano iniziato a rappare e io ero preso benissimo. Poi hanno letto quello che scrivevo e mi hanno spronato a registrare e li è nato il mio primo gruppo rap “In the panchine”, il resto è storia.

Video: “S.O.S Sold Out?”, la cultura è ferma al palo: parlano i protagonisti


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