Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino: aspettando la nuova serie di Amazon Prime Video

Sono tanti i registi che nel corso degli anni hanno trattato il tema delicato e doloroso della dipendenza dalle droghe. Una dipendenza che, oltre ad essere fisica, è mentale e che spesso nasconde un dolore estremamente radicato, un buco dell’anima, una mancanza e un senso di inadeguatezza.

Dal “Trainspotting” (1996) di Danny Boyle al “Requiem for a Dream” (2000) di Darren Aronofsky, fino ad arrivare al “Paradiso+Inferno” (2006) di Neil Armfield. Questi sono solo alcuni dei registi portatori della triste, dolorosa e scomoda tematica in questione. Prima di loro ci fu chi diede vita a uno dei film che meglio riuscì a descrive le dinamiche della dipendenza da stupefacenti.  Il regista tedesco Uli Edel (Ultima fermata Brooklyn, Il mio amico vampiro) nel 1981 portò sul grande schermo “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, pellicola che dopo quarant’anni è ancora un pugno nello stomaco e in cui riusciamo ad avvertire un senso di malessere, un’atmosfera di una degradazione così profonda che arriva fin dentro le ossa.

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Questa sensazione arriva in maniera così potente allo spettatore per via del fatto che l’atmosfera che fa da contorno alla vicenda non è stata ricreata o imitata. Infatti, è fedele ricostruzione del clima che si respirava in quegli anni in Germania durante le riprese del film. Ancora in piena Guerra Fredda vediamo una Berlino divisa e spaccata dal lungo muro lungo 156 km che divideva Est da Ovest.  

Il film è basato sulla vera storia della protagonista Christiane Vera Felscherinow, tra il 1975 e il 1977. La storia della ragazza venne raccontata per la prima volta dai giornalisti tedeschi K. Hermann e H. Rieck che, in seguito a un’intervista della durata di circa due mesi fatta a Christiane, nel 1978 ne pubblicarono il libro autobiografico facendo conoscere al mondo la vita e la caduta nell’inferno della giovane, iniziata appena tredicenne.

La storia narra le vicende di una ragazza come tante, Christiane che si appresta a entrare nella fascia delicata dell’adolescenza. Cresce insieme a una madre poco presente, nel degradato contesto di Gropiusstadt, Berlino Ovest, in una situazione che aggravata dall’improvvisa assenza della sorella che si trasferisce dal padre.

In cerca della propria identità, sulle note di “Heroes” di David Bowie vediamo una ragazza correre con in mano il suo sacchetto di plastica contenente le scarpe di ricambio per la stazione ferroviaria Berlin Zoologischer Garten. Una ragazza che nonostante la consapevolezza è disposta a tutto pur di ottenere un minimo di accettazione e di considerazione, cose che in famiglia le sono sempre mancate. Assistiamo alle amicizie, al primo innamoramento e alla caduta nel baratro. Un baratro in cui è così facile cadere, ma non è altrettanto facile uscirne. Ma soprattutto assistiamo a una metamorfosi, alla trasformazione di una persona e a cosa è disposta a fare e a diventare una volta caduta nell’inferno delle dipendenze, un demone che in questo caso prende il nome di eroina.

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è sicuramente una pellicola impegnativa, difficile da guardare e da digerire ma merita di essere vista almeno una volta nella vita.

Aspettiamo dunque di vedere cosa ha tirato fuori da questo cult degli anni Ottanta Amazon Studios con questa serie divisa in otto episodi, diretta da Philipp Kadelbach (Riviera, Perfume) e sceneggiata da Annette Hess (Love in Thoughts, The Beautiful Spy) che sarà visibile sulla piattaforma Amazon Prime Video a partire da questo 7 maggio 2021. L’ambientazione sarà sempre la Berlino notturna degli anni Settanta in cui si snoderanno le vicende e le vite dei sei adolescenti che, lasciandosi alle spalle regole e limiti, verranno risucchiati dal vortice della droga e della prostituzione minorile.

Forse è esagerato aspettarsi una serie che sia all’altezza del film cult che ha segnato la generazione degli anni Ottanta, ma diamo fiducia e speriamo ne valga la pena.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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