Musica e relazioni tossiche: Da Jim Morrison ai Måneskin, passando per i Pooh

É il sedici di marzo e mancano due giorni all’uscita di “Teatro d’Ira”, seconda fatica discografica dei Måneskin. Le tracce contenute nell’album vengono presentate sul profilo Instagram della band grazie a una serie di fotografie con la seguente didascalia: “For your love”. Lo stesso brano, ad esempio, é introdotto da un ritratto della bassista Victoria che osserva il cantante Damiano con occhi sognanti. Subito sotto, si leggono le seguenti parole: “per il tuo amore”.

Una serata alcolica, l’amore a prima vista, il possesso e l’ossessione. Una relazione tossica tra il protagonista e la sua musa. “Per il tuo amore farò tutto ciò che vuoi”. La ribellione é bellissima e affascinante, soprattutto se accompagnata da irriverente coraggio. Detto ciò, é davvero una buona idea giocare sul concetto di relazione “tossica”, mentre migliaia di ragazzini leggono e commentano la fotografia con cuoricini e occhi luccicanti?

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Il protagonismo mediatico delle relazioni “tossiche” nella cultura post-sessantottina ha innegabilmente segnato la società moderna.

All’immagine della famiglia felice che si gode l’allunaggio dalla nuova televisione, si contrappone l’amore libero, senza vincoli e senza responsabilità. Al “come dovrebbe essere” si oppone il “come potrebbe essere ma non é accettato dai bigotti”. Indubbiamente non tutte le relazioni progressiste sono tossiche e non tutte le relazioni tradizionali sono sane: la generalizzazione è da intendersi in riferimento ai modelli e l’”amore libero” é un modello che inizia ad amplificarsi (e degenerare) verso la metà degli anni Sessanta.

Da adolescenti molti di noi si sono inginocchiati al fascino dannato di Jim Morrison e Pamela Courson, perfetto esempio di “amore libero” come reazione alla società di massa. Abbiamo sognato quella mistica passione, fatta di tira e molla, che è stata il motore per diverse bellissime canzoni. Lui, uno sciamano reincarnato (come si autodefiniva); lei, emanatrice di aura Sioux grazie alle proprie origini. La loro relazione è sopravvissuta ad anni di tira e molla, litigi violenti, storie parallele. L’epilogo é il peggiore possibile: lui muore misteriosamente a ventisette anni, lei tre anni più tardi per overdose di eroina. Insomma, non proprio un successo.

Un altro esempio controverso é il rapporto tra Joan Baez e Bob Dylan – una storia tanto ricca di interessi in comune quanto di contrasti, che non finisce benissimo. Bob conduce in segreto una vita parallela con la futura moglie, prima di essere smascherato. Certo, non é necessario andare troppo lontano per trovare esempi di relazioni complesse e problematiche, che sotto i riflettori vengono illuminate da una luce romantica e attraente.

All’inizio degli anni settanta, proprio quando i Pooh sono sulla buona strada per diventare i Rolling Stones italiani, Riccardo Fogli lascia la band per una donna. Si tratta di Patty Pravo, indiscussa personalità carismatica della musica italiana. La fortissima energia che caratterizza la relazione attira un clamore mediatico colossale ed esaspera i Pooh, dai quali Riccardo Fogli si separerà per il bene di tutti. Anche in questo caso la storia procede tumultuosamente tra alti e bassi – tra i quali ricordiamo un matrimonio celtico in Scozia, un pasticciaccio legale, visto che i due sono in realtà già sposati con altre persone.

É difficile definire una relazione “tossica” in poche righe

Ma i rapporti citati hanno tutti una serie di caratteristiche in comune: passione, impulsività, squilibrio, alcuni palesi difetti di comunicazione. Stiamo parlando di emozioni che possono farti andare dritto all’inferno, o elevarti al più sublime paradiso. Spesso, tuttavia, questo é un cocktail disfunzionale, il genere di film che finisce bruscamente e male. Tutto quello che c’è stato in mezzo, segnato da emozioni contrastanti e squilibrate è, però, generalmente intenso.

Quell’intensitá é la stessa che ci fa piangere ascoltando il testo di una canzone: belli i pezzi che parlano di storie d’amore felici, ma vogliamo mettere quelli che parlano di storie d’amore tristi?

Basti pensare alla potenza del manifesto femminista di Loredana Berté “Sei Bellissima”, il quale altro non é che una velata denuncia di una relazione abusiva. Le parole raccontano la ricerca di conferme, la svalutazione, l’annullamento: “Che strano uomo avevo io (…) se cercavo di essere seria Per lui ero solo un pagliaccio/ e poi mi diceva sempre /non vali che un po’ più di niente, Io mi vestivo di ricordi/ per affrontare il presente/ e ripensavo ai primi tempi/ quando ero innocente (…)/ quando ambiziosa come nessuna/ mi specchiavo nella luna/ e lo obbligavo a dirmi sempre/ sei bellissima

Le relazioni controverse sono state analizzate a fondo da uno dei più importanti menestrelli della canzone italiana, la cui produzione si appoggia su due colonne portanti: la politica e i sentimenti. Francesco Guccini ha scritto alcuni tra o pezzi più belli che parlano di storie complesse, nate e decadute proprio in quel clima di libertà sentimentale anarchica post-sessantotto. “Quattro Stracci” racconta l’amaro epilogo di un rapporto limitante tra due persone incompatibili: “ Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto/ racconto e dico e ti sembro muto/ fumare e scrivere ti suona strano/ meglio le mani di un artigiano / e cancellarmi è tutto quel che fai”.

Venendo alla musica italiana piú recente, é impossibile non citare la schiettezza degli Afterhours. Manuel Agnelli descrive tematiche sentimentali tumultuose pesando ogni singola parola, che arriva al cuore dell’ascoltatore diretta come una lama. “Ci sono molti modi” é un urlo disperato rivolto ad un amore malato: “Lo so che il mio amore é una patologia/ vorrei che mi uccidessero ora”. Intensità dei sentimenti a parte, la questione potrebbe essere vista da un altro lato.

Quando a Luigi Tenco fu chiesto perché le sue canzoni fossero per lo piú tristi, egli rispose: “perché di solito quando sono felice esco”. Allo stesso modo, quando viviamo un rapporto tranquillo non abbiamo bisogno di immedesimarci nelle parole di qualcun altro, perché ci basta ció che stiamo vivendo. Quando siamo nel mezzo di una storia tormentata, invece, i nostri sentimenti sono alla costante ricerca di validazione.

Ed é cosí che spesso il testo di “I don’t wanna miss a thing” degli Aerosmith ha meno impatto su di noi di una “Diamonds and Rust” di Joan Baez. Chi si trova in una relazione abusiva e ascolta “Scream” di Chris Cornell, alle parole “Hey, perché devi sempre urlarmi addosso? credevo che il silenzio fosse prezioso, perdi la testa quando mi urli addosso” tende a sentirsi meno solo.

Certo é che le emozioni hanno un prezzo: l’intensità dei sentimenti che porta a scrivere testi duri e d’impatto, spesso scaturisce da rapporti poco equilibrati, complessi, abusivi o “tossici” che hanno caratterizzato la vita dei cantautori. Chris Cornell non é noto per il aver avuto una vita tranquilla: i problemi con le sostanze, la sua morte e le sue canzoni ne sono la testimonianza. “Scream” non é l’unico suo pezzo che parla di rapporti tormentati, e non é difficile immaginare l’altalena emotiva che ha caratterizzato le relazioni interpersonali del cantautore di Seattle.

Allo stesso modo, possiamo immaginare che nella vita privata di Loredana Berté, di Manuel Agnelli e di Francesco Guccini ci siano stati rapporti intensi e difficili, che hanno creato situazioni dolorose: é abbastanza chiaro quanto certe parole scaturiscano da un profondo tormento. Ma come possiamo dire che sentirsi tormentati é sempre uno sbaglio? Noi non siamo nessuno per affermare che in qualsiasi caso la pace dei sentimenti è da anteporre alla loro intensitá (o viceversa). Gli esseri umani, dopotutto, sono animali razionali guidati dai sentimenti, all’eterna ricerca di un equilibrio.

Non ce la sentiamo di battere il cinque ai Måneskin per la loro plateale elogiazione alla “tossicitá” in un post letto da migliaia di ragazzini: la tossicitá é pericolosa, se ne sentono le conseguenze estreme nei fatti di cronaca. Tuttavia, se dicessimo che non ne siamo affascinati saremmo degli ipocriti. Si tratta di una questione complessa, fatta di sfumature grigognole tra un estremo bianco e uno nero. La scelta é nostra. É possible vedere la tossicitá come un piatto che “preferiamo evitare di assaggiare, per vedere se il gusto se ne va” (da “Strategie”, Afterhours). Oppure possiamo riconoscere che da essa scaturiscono emozioni che, in quantitá moderate, valgono la pena di essere provate. Possiamo condannare la tossicitá a priori, o possiamo vederla come una rosa da cui spetta a noi togliere le spine in eccesso, grazie a esperienza ed amor proprio.

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Marta Scamozzi
Valtellinese di nascita espatriata in Danimarca. Tra le sue missioni c’è quella di insegnare al mondo la pronuncia corretta della parola “Måneskin”. Laureata in ingegneria e appassionata di musica e cinema, divide la propria vita tra scrittura, arte e impianti termodinamici. Le sue religioni sono la Scienza, la comunicazione, Ingmar Bergman, gli Iron Maiden e Dodi Battaglia.

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