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Musica

X Factor: vince Casadilego ma lo show è tutto di Manuel Agnelli

Che i produttori abbiano un po’ di coraggio e ripartano da Manuel Agnelli, scopriranno che il rock e i suoi derivati non sono generi di nicchia

Antonella Valente

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X Factor alla fine ha calato l’asso. Una puntata conclusiva che ha riscattato un’edizione controversa, non in grado di fare breccia nel cuore degli spettatori e, per questo, dagli ascolti relativamente bassi. Ma aveva l’asso nella manica, appunto. Lo ha sempre avuto, in realtà: Manuel Agnelli. Il leader degli Afterhours si è letteralmente fatto carico di una stagione che ha presentato più ombre che luci, complice un parterre di giudici non affiatato e di scarso appeal sul pubblico. Mika ed Hell Raton non sono Fedez e Mara Maionchi, e la differenza si vede e si sente. Eccome.

Neanche una puntata finale scoppiettante ha riscattato il loro ruolo, quello di giudici, interpretato con compitino da sufficienza e, a larghi tratti, poco credibile. Le assenze citate in precedenze non sono state degnamente rimpiazzate. Neanche un po’. Così come Emma Marrone, che in fatto di presenza scenica e attenzioni da parte del pubblico non è seconda a nessuno, per lo meno tra gli esponenti dell’attuale scena pop italiana, è riuscita a stare al passo del rocker meneghino. Lui, Agnelli, di fatto è stata l’unica costante di questa edizione. Quattro giudici, di cui tre a fare da sparring partner.

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C’è addirittura chi ha rimpianto Lodo “Lodorroico” Guenzi e Levante dalla piangina facile. Maionchi e Fedez, però, non si possono sostituire. Per carisma, competenza e capacità di intrattenere il pubblico sono mostri sacri, ormai, anche della televisione italiana. Non si dica il contrario, si incapperebbe nella disonestà intellettuale.

X Factor 2020 si può considerare un’edizione di transizione in cui il cambiamento radicale è parte attiva di questo voltare pagina? Oppure dobbiamo pensare che sia prossima a chiudere i battenti?

Per un pubblico meno votato al mainstream ma tendenzialmente rivolto a una solidità musicale che non si può ricercare (e ci mancherebbe altro) negli esordienti, è andata bene così. Per chi è amante delle sonorità rock, poi, meglio ancora. Agnelli è un baluardo in tal senso e i suoi Afterhours invecchiano dannatamente bene, sfornando dischi, facendo concerti e coinvolgendo un parterre di attenzioni sempre più ampio e variegato.

Pensiamo anche alla recente collaborazione di Rodrigo D’Erasmo (violinista e polistrumentista della band) che oramai è parte integrante della band di supporto a Diodato, il cantante italiano che quest’anno ha vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere. Un fuoriclasse, insomma.

La serata conclusiva, andata in onda ieri sera, è stata bella e interessante. Parole genuinamente semplici perché altre, mirate all’esaltazione o alla pontificazione di una puntata che ha giocato il ruolo di vaso di coccio tra i vasi di ferro (dicevamo, le precedenti non è che abbiano avuto questo appeal straripante) è stata poco più che gradevole. Preconfezionata e studiata a tavolino per intrattenere e tenere incollati allo schermo in attesa dell’ennesima sorpresa dietro l’angolo. E’ un programma televisivo, perché immaginare o, peggio ancora, chiedere altro?

Nella puntata finale Alessandro Cattellan ha dato l’addio allo show. Peccato, lui si che è davvero un one man show come pochi in Italia. La sua assenza peserà moltissimo e non sarà facile sostituirlo. Lo attende il Festival di Sanremo? I Negramaro salgono sul palco e il tepore per un po’ si fa da parte. Vergo canta “Bomba” e ci si chiede se per lui il futuro musicale sarà più roseo di molti suoi colleghi.

Ma lo show è tutto per lui, Manuel Agnelli, cantante, chitarrista e leader maximo degli Afterhours. Che, nell’esibizione al fianco dei Little Pieces of Marmelade (Dio non voglia che diventino – commercialmente parlando – gli eredi dei Maneskin) dimostra che il rock è il vero elisir di lunga vita.

A petto nudo irrompe sul palco e con la band alle sue spalle si lancia nella cover di “Veleno“, brano cult degli Afterhours.

Il palco non è più un elemento scenografico appartenente al mondo del grande schermo ma diventa, di fatto, quello di un concerto. E che gran concerto. Carisma da vendere, adrenalina che corre nel sangue con una velocità da far paura e qualità, tanta, tanta qualità alla base della proposta. “E’ solo una cover, cos’altro avrebbero dovuto fare?“. E se fosse stata solo una cover, e se non avrebbero dovuto fare altro, allora spiegatecelo voi perché si è elevata su tutto il resto, al tal punto da pareggiare il livello d’esecuzione di Casadilego, vincitrice di questa edizione di X Factor.

Qui il video dell’esibizione: Manuel Agnelli e LPM

Perché si chiama qualità. E quando è tale non appartiene a un singolo genere ma tutti, compresi i più bigotti e oltranzisti nel giudizio critico, devono o dovrebbero riconoscerne il valore.

Casadilego (all’anagrafe Elisa Coclite) è una piccolo diamante grezzo (non solo per l’età, 17 anni) da lavorare con coscienza e intelligenza. Un talento in erba tutto da coltivare. Ma potrebbe anche essere un cristallo, talmente fragile da rompere con estrema facilità. Il rischio di bruciarla, come fatto in concreto con molti altri artisti prima di lei, è concreto. E per questo evitabile. L’Italia ha bisogno di questa gioventù artistica e lei può rappresentarne una parte importante. Qualcuno le rimprovera scarso carisma. Ma basta, piantatela con questa lagna. E’ una musicista, apprezzatela per ciò che suona, non per ciò che umanamente è. “Se al pubblico piaccio così come sono mi sta bene, altrimenti se ne farà una ragione“, affermò una volta tale Lucio Battisti.

Qui il video dell’esibizione di Casadilego: Casadilego canta VITTORIA nellla manche Finale di #XF2020

Ma, per tornare sul punto, se di annata di transizione si trattava, cosa aspettarci dal futuro? Il rinnovamento con l’addio di Cattellan è ormai completo e Agnelli è l’ultimo della “vecchia guardia” di X Factor. Perderlo equivarrebbe a una trasformazione definitiva del programma che, nel caso, si scrollerebbe totalmente di dosso quella patina, se pur leggera e superficiale, di rock che invece il pubblico sembra apprezzare. E l’apprezza sul serio!

Che i produttori abbiano un po’ di coraggio e ripartano da Manuel Agnelli, scopriranno che il rock e i suoi derivati non sono generi di nicchia. Al tempo stesso potrebbero distinguersi sul serio dal maremagnum di talent musicali, prodotti televisivi talmente studiati a tavolino da vanificare qualsiasi trovata o idea extra e spiccare per originalità e passione in un palinsesto televisivo, anche se privato, come quello di Sky. Il 2020 è stato un anno tremendo per la musica, anche per la televisione, e la sensazione è che nel futuro la gente non vorrà ripartire esclusivamente dal passato e da ciò che è stato, ma andrà in cerca di novità, proprio per per voltare pagina. E’ il momento giusto.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Greta Van Fleet, fuori l’album “The Battle at Garden’s Gate”: una riflessione sulla crescita personale dei componenti

Redazione

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Venerdì 16 aprile è uscito il nuovo album dei Greta Van Fleet, The Battle at Garden’s Gate, disponibile in digitale e in formato CD, doppio LP e doppio LP verde tie dye. Per celebrare l’uscita del loro nuovo progetto discografico, la band si è esibita al “Jimmy Kimmel Live!” con il singolo Heat Above.

«The Battle at Garden’s Gate riguarda la speranza e il superamento delle sfide che l’umanità deve affrontare. Viviamo in un mondo alimentato da istituzioni superficiali e questo album ci ricorda che sta a noi cantare fuori dal silenzio» commenta Sam Kiszka, bassista e tastierista dei Greta Van Fleet.

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Leggi anche: “Achille Lauro e l’ultima “furbata” : parla di ritiro dalle scene per promuovere l’album

Il produttore Greg Kurstin (Paul McCartney, Foo Fighters, Adele) aggiunge che «Ascoltare queste canzoni evolversi in ampi paesaggi sonori mi ha portato in un incredibile viaggio. Adoro il fatto che abbiano esplorato canzoni con complesse strutture e che la band abbia cercato accordi, melodie e testi che vanno oltre al normale. Soprattutto, ammiro che i Greta Van Fleet siano rimasti fedeli a se stessi ». L’album, oltre al singolo Heat Above, contiene i brani precedentemente pubblicati Broken Bells, Age of Machine e il singolo #1 nella classifica Active Rock Radio My Way, Soon. Rolling Stone è entusiasta del fatto che la band «mira ad abbattere vecchi muri», mentre UPROXX li descrive come «elettrizzanti». MOJO commenta: «i Greta Van Fleet si stanno evolvendo».

The Battle at Garden’s Gate ha un’eleganza mai vista prima per la giovane band. Grazie a orchestre d’archi e canzoni esplorative, i Greta Van Fleet costruiscono ogni traccia che dà vita a una storia visiva anche attraverso i video, il merchandising, collaborazioni e altro ancora. Il disco riflette sulla crescita personale e spirituale dei singoli membri durante la loro ascesa, partita dai tour nei bar rock di Detroit e Saginaw e arrivata agli spettacoli da headliner in tutto il mondo con oltre un milione di biglietti venduti in solo tre anni.

«Durante la creazione di questo album, c’è stata una auto-evoluzione, grazie alle esperienze che abbiamo vissuto. Sicuramente dopo questo disco, siamo cresciuti in tanti modi; ci ha insegnato molto, sulla vita in generale, su noi stessi e sul mondo in cui viviamo», spiega il cantante Josh Kiszka. «L’album riflette molto sul mondo che abbiamo visto e penso che rifletta anche tante verità personali», afferma il chitarrista Jake Kiszka.

Tracklist:

1. Heat Above

2. My Way, Soon

3. Broken Bells 

4. Built by Nations

5. Age of Machine

6. Tears of Rain

7. Stardust Chords

8. Light My Love

9. Caravel

10. The Barbarians

11. Trip the Light Fantastic

12. The Weight of Dreams

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Achille Lauro e l’ultima “furbata” : parla di ritiro dalle scene per promuovere l’album

Federico Rapini

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Achille Lauro nuovo album furbata

Se dovessimo dare un titolo alla carriera di Achille Lauro sarebbe “La ricerca dell’attenzione”. Come un bambino, il cantante romano ha un atteggiamento puerile di chi non può fare a meno di far parlare di sé. 

Appurato che le sue doti canore siano nettamente inferiori a quelle di creatore di scandalo, l’ultima trovata del wannabe-David Bowie è questa: “A un certo punto mi piacerebbe sparire come Mina e lasciare solo la musica”.

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Tirare in ballo un mostro sacro della musica italiana è una trovata niente male per pubblicizzare il suo ultimo album. Esce infatti oggi, 16 aprile, il suo ultimo album “Lauro”, per Elektra Records/Warner Music Italy, che arriva dopo tre dischi “fuori da ogni logica” pubblicati l’anno scorso ed è stato anticipato dai singoli Solo Noi e Marilù.

Il nuovo look alla Backstreet Boys è qualcosa di visto e rivisto. Come d’altronde i suoi mille trucchi e costumi presentati a Sanremo e non solo. A proposito del Festival Achille Lauro non ha rimorsi. “Io non mi pento di quello che ho fatto. Dietro ogni mio lavoro c’è un grande studio e una grande preparazione, sono ossessionato dai dettagli. Ho voluto far vedere che esiste qualcosa di diverso dalla globalizzazione. Anche nella musica: per me l’inferno è l’esistenza del solo reggaeton. Se fosse stato un flop, sarei ripartito da un altro punto di vista. I fallimenti fanno parte del successo”.

Il disco è “nato in maniera spontanea, ogni canzone è una tempesta dell’anima, con riflessioni su di me, sull’amore, sul cinismo, sull’attrazione sessuale”. Il sesso, la sessualità. Temi triti e ritriti che l’artista usa a suo piacimento per attrarre su di sé l’attenzione. E ci riesce benissimo. Bisogna ammetterlo.

Altrettanto bisogna sottolineare che l’idea dell’abbandono della scena, o quantomeno la minaccia, risulta studiata a tavolino. Nanni Moretti in Ecce Bombo domandava “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Beh Achille Lauro con questa uscita sembra voler ricalcare questo dilemma. Dandone però al tempo stesso una mezza risposta. Nel dubbio lo dice. Riesce comunque a far parlar di sé. Per qualche giorno il suo album avrà recensioni. Ascolti su Spotify, su Youtube e chi più ne ha più ne metta. Poi state pur certi che, qualora dovesse sparire dai radar per un po’, riapparirà magicamente. Come 1727. Quello di “ho preso er muro fratellì”.

Ma il buon Achille Lauro il marketing sembra conoscerlo meglio. D’altronde bene o male “purché se ne parli”. Ma come ha detto lui stesso, Renato Zero è solo uno. E se “l’amore ha l’amore come solo argomento” di deandriana memoria, così l’arte e la musica riusciranno a perpetuare chi è stato arte e musica. Perché c’è una differenza abissale tra fare arte ed essere arte.

La stessa differenza tra essere e apparire. Bam bam Achi’.

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Extraliscio, online il singolo “È Bello Perdersi”: un folle tango-rock

Redazione

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Da venerdì 16 aprile sarà in radio È Bello Perdersi, il nuovo singolo degli Extraliscio. Un sorprendente e folle “tango-rock”, estratto dall’omonimo album (Betty Wrong Edizioni Musicali / Sony Music) disponibile in digitale, doppio cd e doppio vinile. Il brano è stato scritto da Mirco Mariani e Elisabetta Sgarbi e composto da Mirco Mariani che lo ha registrato con il suo speciale ‘Mariani Orchestrone’, un’invenzione nata nel suo Labotron di Bologna per poter suonare da solo più strumenti contemporaneamente.

Il singolo sarà accompagnato da un video girato al Globe Theatre di Bologna, un cabinet de curiosité labirintico pieno di oggetti di arredamento vintage. Un mondo paradossale e festoso che ben rappresenta l’anima degli Extraliscio. Mirco Mariani, lo scienziato pazzo della musica, e sua figlia Gilda si muovono con naturalezza tra gli oggetti raccolti negli anni dal visionario scenografo e costumista Steno Tonelli. Non basteranno delle scarpe di cemento per far rimanere Mirco con i piedi per terra!

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Dopo il successo al 71° Festival di Sanremo con il brano Bianca Luce Nera, continua la missione di Mirco Mariani, Moreno Il Biondo e Mauro Ferrara di contaminare la tradizione con un mondo ricco di suoni e arrangiamenti, allo stesso tempo popolare e colto. Prodotti da Elisabetta Sgarbi con la sua Betty Wrong Edizioni Musicali, gli Extraliscio fanno incontrare la musica della Romagna che ha fatto ballare intere generazioni con le chitarre noise, l’elettronica, il rock, il pop in un’esplosione di suoni, ironia e libertà.

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