L’illusione di Don Chisciotte cantata da Guccini

L’arte, qualunque essa sia, ha sempre rappresentato una valvola di sfogo per l’individuo. Una via di fuga dalla routine, dalla piattezza del quotidiano. Uno strumento per la sopravvivenza oltre che una ricerca del proprio io. Ma anche un’esplicitazione dell’ego dell’artista. Forse pochi anni, come questo 2020, rischiano di trascinare l’uomo nel baratro rappresentato dallo scrolling compulsivo dovuto ad intere giornate passate tra quattro mura a causa del lockdown.

Gli occhi ormai stanchi e annoiati da un mondo visto attraverso i filtri di uno smartphone, di un pc o di una tv, potrebbero altresì rilassarsi lasciando spazio a quel senso che ormai poco siamo abituati ad usare. L’udito. Le orecchie, cullate da alcune melodie, possono rifocillare corpo e mente. 

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Andando dunque a riscoprire autori troppo spesso considerati di nicchia, se non datati, si può compiere una doppia esperienza storico-artistica. E’ il caso di alcuni brani di Francesco Guccini, dove l’arte musicale incontra la poesia delle sue parole per raccontare la storia di personaggi storici o della letteratura. Sono passati venti anni dalla pubblicazione dell’album “Stagioni” in cui compariva il capolavoro “Don Chisciotte”. Quasi sei minuti in cui la voce del cantautore modenese si alterna a quella del chitarrista Juan Carlos Biondini in un dialogo che narra gli illusi, gli innamorati, i pazzi. 

Un mondo in cui si disprezza la noia che attanaglia la mente e per cui il cavaliere spagnolo non vuole più starsene immobile “come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza”. Don Chisciotte, la cui voce è quella di Guccini, invita il suo scherano Sancho Panza ad abbandonare il materialismo per non perdersi nel tramonto degli ideali e dei sentimenti, ricercando invece la giustizia nel mondo. 

E anche se siamo soltanto due romantici rottami sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”. Con queste parole il Don Chisciotte di Guccini chiude la reprimenda ai dubbi di Sancho Panza. Un invito a non farsi abbattere dal buio che circonda le loro vite.

Il buio che li accerchia non deve travolgere le illusioni, pane dell’anima e rifugio dalla realtà poiché il cavaliere preferisce “le sorprese di quest’anima tiranna che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti”.

Le illusioni, così care a Cervantes nella sua opera di inizio ’600, sono state topoi del pensiero di poeti dei secoli successivi come Foscolo e Leopardi. Entrambi vittime del proprio tempo rivolgono i loro scritti al mondo facendosi portavoce di sogni, speranze e appunto illusioni. Di queste ultime sono l’amore, la bellezza, la poesia, l’amicizia ad aiutare l’uomo a superare tragedie e ingiustizie.  La poesia in particolare, se pura e scevra da cortigianeria, è la più alta forma di queste chimere. Secondo Foscolo è uno dei pochi strumenti, se non l’unico, per ottenere l’immortalità. 

Se per il poeta di Zacinto le illusioni sono qualcosa a cui l’uomo arriva nel percorso della vita attraverso slanci eroici e sofferenze, per Leopardi queste sono insite nei fanciulli e si perdono con lo sviluppo della ragione e con la crescita. L’illusione non è continuativa, la natura matrigna e l’assenza di fede ne rendono vuota ogni forma

Il Don Chisciotte di Cervantes, cantato magistralmente da Guccini, prende in mano il suo destino perché ha bisogno “d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto”. Non gli importa delle conseguenze, di cosa possono pensare i realisti e materialisti. Le sue illusioni lo guidano. Il suo cuore puro, lontano da condizionamenti esterni, è la sua stella polare.  A distanza di più di quattro secoli un buio che circuisce le menti è certamente ancora presente. I mulini a vento sono la noia e ciò che ci allontana dalla bellezza dell’arte. Che sia essa musica, letteratura, pittura, scultura. 

C’è bisogno quindi di un “sogno matto” per andare oltre le colonne d’Ercole del proprio io. Per compiere un viaggio verso l’ignoto, verso la scoperta, come Cristoforo Colombo, la cui storia proprio Guccini ha messo in musica. Essere curiosi potrebbe essere un buon modo per affrontare questi tempi di appiattimento, sia culturale che mentale. D’altronde un poeta del calibro di Victor Hugo pensava che la curiosità fosse una forma di coraggio.

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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