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Mark Chapman, l’uomo che spense il sogno di John Lennon

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di John Lennon. L’8 dicembre 1980, poco dopo le 22.50, l’ex membro dei The Beatles, fu colpito a morte da 4 proiettili sparati alle spalle da Mark David Chapman

Antonella Valente

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Il nostro speciale “AmaROCKriminale” in occasione della scomparsa di John Lennon. Di e con l’attore Alessandro Martorelli ( Teatranti TraTanti) con la partecipazione di Alberto Bianchi e Matteo Troili

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di John Lennon. L’8 dicembre 1980, poco dopo le 22.50, l’ex membro dei The Beatles, fu colpito a morte da 4 proiettili sparati alle spalle da Mark David Chapman.

Venticinquenne texano, Mark, a detta di amici e conoscenti, non sarebbe mai stato in grado di commettere un omicidio. Le cose non andarono esattamente per il verso giusto, però. Vittima di bullismo durante l’età infantile, Mark Chapman è un ragazzo socievole, molto intelligente. Trascorsa l’età adolescenziale, si avvicina alla fede, fidanzandosi con una ragazza, come lui, connessa ai Cristiani Rinati, un gruppo religioso tendente all'”estremismo cattolico”.

Innamorato fino all’eccesso de “Il Giovane Holden” di Salinger, tanto da trasformare il protagonista nel suo spirito guida, Chapman era come la maggior parte un fan dei The Beatles e di John Lennon. Il suo amore, però, subisce una trasformazione quando Lennon dichiara: “Noi siamo più popolari di Gesù”. Da quel momento in avanti lui e il suo gruppo non la presero bene. Addirittura si diceva che cantassero “Imagine” con una strofa che augurasse la morte al cantante inglese.

Dopo un periodo turbolento vissuto tra crisi, depressione e pensieri suicidi, Mark si riprende. Trova un lavoro, si sposa, ma ha sempre un pensiero fisso, anzi diremmo un odio fisso: quello verso John Lennon “che predica la pace e naviga nell’oro”.

Circa un mese prima di quel tragico 8 dicembre, Mark compra ad Honolulu una calibro 38 scorta, ma prima di poter reperire delle pallottole trascorre alcune settimane tra New York, Atlanta e le Hawaii. Il 6 dicembre, però, il ragazzo tornerà nella Grande Mela, con l’intento di assassinare John Lennon.

Il pomeriggio dell’8 dicembre Mark Chapman si trovava all’ingresso del Dakota Buildings, insieme ad altri fan. John Lennon e Yoko Ono stavano lasciando l’appartamento per recarsi ai Record Plant Studios. Chapman coglie quindi l’occasione per farsi autografare “Double Fantasy”, l’ultimo album di Lennon, messo all’asta per 400 milioni di dollari qualche giorno prima.

Leggi anche: Il tragico destino incrociato di John Lennon e Dimebag Darrell, dreamer & rocker, simboli e leggende

Non era ancora il momento giusto. Mark infatti avrebbe aspettato il ritorno della coppia in tarda serata per uccidere John Lennon. Con in mano “Il Giovane Holden” acquistato poche ore prima, Chapman uccise con quattro colpi di pistola l’ex Beatle. Non scappò. Restò fermo lì ad aspettare la polizia alla quale raccontò per filo e per segno come aveva appena assassinato il cantante inglese.

Da quella notte Mark Chapman è in galera, nonostante le numerose richieste di scarcerazione e di scuse alla famiglia. Yoko Ono, infatti, nonostante siano trascorsi 40 anni, non perdona l’uomo che ha assassinato il suo John.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Disse il corvo: “Mai più”. L’oscurità creativa del genio di Poe

Alessio Di Pasquale

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Siamo ormai lontani almeno un centinaio di milioni di anni dal XIX secolo di Edgar Allan Poe. Stiamo vivendo l’epoca del pro(re)gresso scientifico, la nuova dogmatica religione a cui ci si affida ciecamente per non pensare o riflettere più. Quella più intransigente, che non ammette errori o revisioni di sorta. Quella che ha tolto le libertà fondamentali dell’individuo, barattandole con un illusorio, fasullo senso di protezione.

Che ha deciso e stabilito che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più “uguali” degli altri. Ma non è così. E lo stiamo imparando. Che ci piaccia o meno, la natura è aristocratica, gerarchica, e assegna ruoli. C’è chi contribuisce di più, chi di meno alla causa umana. Solo che oggi non esiste più nessuna causa per cui lottare, e i ruoli di conseguenza sono invertiti. Chi dunque avrebbe tanto da dare al vero progresso, di cui nessuna crisi di governo potrà mai spogliare, e cioè quello interiore, è tagliato fuori e lasciato a morire al freddo e al gelo. Succede questo quando il materialismo scientifico diventa il braccio armato o la puttana lussuriosa del Dio denaro. E noi lo abbiamo anche permesso. E ora ce lo teniamo. 

L’800 dal punto di vista del progresso umano/interiore è stato come mettere il turbo ad una nuova creazione, togliendo di mezzo le macerie delle illusioni razionalistiche lasciate in eredità da quei poveri ingenui degli illuministi del secolo precedente, ricostruendo così su un terreno più fertile. Un’epoca che ha visto nascere alcune tra le più grandi menti di sempre in ogni branca dell’arte, e non è un caso dunque se fu proprio agli inizi di questo secolo, il 19 gennaio del 1809, che nacque il genio tormentato e sconfinato di Edgar Allan Poe.

Il pericolo di essere manchevoli quando si parla di simili uomini fuori dal comune come Poe è sempre in agguato, ma ci proveremo lo stesso.

C’è una locuzione latina che scava nel profondo, e che riassume la vita di Poe: “Natura abhorret a vacuo“. Tradotto: la natura odia il vuoto. Tutti abbiamo dei vuoti nelle nostre vite, che i nostri istinti naturali ci portano a tentare goffamente di riempire con qualsiasi cosa: dal lavoro al sesso, dall’alcol di pessima qualità al crearci una famiglia disfunzionale, mentre qualcosa dal profondo ci suggerisce che è una battaglia persa in partenza. Ma noi mettiamo a tacere quella voce con altro alcol, altro lavoro, altro sesso.

Alcuni invece sono un’eccezione alla regola: non nascono con dei miserabili buchi; nascono con delle vere e proprie voragini insanabili nell’anima. E la vita di Poe è stata tutta un susseguirsi di disgrazie dovute al maldestro tentativo di colmarle in qualche modo, partorendo però dal caos della sua esistenza opere letterarie di inestimabile valore. Basti dire che senza di Edgar Allan Poe non esisterebbe il genere poliziesco e non avremmo la letteratura dell’orrore, di cui è stato di entrambi pioniere. Inoltre, per reazione a catena, probabilmente non avremmo nulla di tutto ciò che abbia a che fare con i misteri imperscrutabili della mente in ogni campo dell’arte, dal cinema alla musica. 

Nato a Boston come Edgar Poe da David Poe ed Elizabeth Arnold (una coppia di attori girovaghi) fu abbandonato dal padre alcolizzato a soli 2 anni, mentre sua madre morì qualche mese dopo di tubercolosi in un albergo di Richmond. Nessuno per due giorni si accorse dei pianti disperati del piccolo Edgar chiuso in quella stanza, con il cadavere di sua madre che iniziava a decomporsi.

A seguito di questa orribile esperienza, il tema della morte di una donna amata lo tormenterà per tutta la vita, e ricomparirà in moltissimi suoi scritti come Beatrice o Ligeia, e non lo lascerà mai andare nemmeno nella realtà la maledizione della perdita delle sue amate. Come del resto scrisse lui stesso: “Dunque la morte di una bella donna è, fuor di discussione, il più poetico tema in tutto il mondo“. Dopotutto, non siamo quasi mai il risultato dei nostri brevi momenti felici. Siamo spesso il risultato dei nostri drammi e dolori.

Venne dunque adottato da un’amica di sua madre, Frances K. Valentine, che si prese cura di Edgar insieme al marito John Allan (da cui prese l’altro suo cognome), ricco mercante di tabacco e di schiavi di Richmond. Nonostante l’alto tenore di vita che gli permisero di condurre, la tristezza non lo abbandonò mai. E come avrebbe potuto in fondo. Senza un padre a dargli coraggio e con una imago materna malata, logora, morente. Come tutte le donne della sua vita, non a caso.

Dopo aver trascorso pochi anni in Inghilterra, studiando e ricevendo un’educazione prettamente inglese, tornò in America con la sua famiglia adottiva e nel 1825 si iscrisse all’accademia di Richmond, ma fu espulso in breve tempo per i suoi comportamenti dissoluti e grossi debiti di gioco. Fu qui che si innamorò per la prima volta di una donna, Jane Stith Stanard, ma la perse in breve tempo a causa della di lei morte. Inconsolabile, si recava di notte e sotto la pioggia, vento e neve sulla sua tomba a piangerla. Fu la prima donna che riaprì in lui la sua antica, originaria ferita dell’abbandono.

Provando a reagire al dolore, si iscrisse successivamente all’università della Virginia per studiare lingue antiche e moderne, ma anche qui non ebbe fortuna. Invaghitosi di un’altra donna, Sarah Elmira Royster, gli fu impedito di continuare a vederla dal padre di lei per vecchi rancori col suo padre adottivo John Allan. Quest’ultimo inoltre si rifiutò di pagare i debiti di gioco che Edgar aveva contratto all’università, e fu costretto dunque ad abbandonarla.

Per sublimare il dolore dell’ennesima perdita, si arruolò nell’esercito americano e scrisse Tamerlano e altri poemi, una raccolta di poesie che ebbe però scarso successo. Lasciò l’esercito e si iscrisse all’accademia militare di West Point, dove passava le giornate a leggere e a disobbedire agli ordini (come ogni genio che si rispetti), ottenendo di conseguenza, solo otto mesi dopo, l’espulsione per insubordinazione. A causa di ciò, e per continui altri contrasti, fu in seguito anche diseredato dal signor Allan Sr. dal suo testamento.

Iniziò così ad impegnarsi seriamente nel vivere di sola scrittura, ma si scontrò ben presto con un periodo nero per l’editoria che difettava perfino di una legge sul diritto d’autore, e dovette spesso ricorrere ad altri saltuari impieghi per sopravvivere. Incoraggiato da alcuni editori, che videro nelle sue manie e nelle sue stranezze di pensiero e comportamento un punto di forza, iniziò quindi a scrivere i primi racconti horror e giallo psicologico per diversi giornali di Richmond, Baltimora e New York. Pubblicò così nel 1838 (senza successo) il suo unico romanzo Storia di Arthur Gordon Pym. 

Si guadagnò subito invece una discreta fama di spietato, tagliente critico e furioso polemista, specialmente di testi popolari del suo tempo. Era infatti una persona dal temperamento molto nervoso e dal senso dell’umorismo satirico e pungente, in controtendenza con quasi tutto ciò che riguardava la sua epoca, ma era anche estremamente intelligente.

Di fatti, ad ogni giornale a cui approdava come redattore, ne moltiplicava immediatamente le vendite, e fu sotto il Burton’s Gentleman Magazine di Filadelfia che pubblicò il suo primo vero successo La caduta della casa degli Usher, insieme ad altri racconti. Fu però solo negli anni ’40 che iniziò a farsi un nome con scritti come Lo scarabeo d’oro, Il gatto nero, Il cuore rivelatore, La maschera della morte rossa, Il pozzo e il pendolo (solo per citarne alcuni tra i più conosciuti) e la sua poesia più gotica e famosa di sempre: Il corvo. Una poesia a dir poco meravigliosa, commovente, che ha aperto la strada a tutta una serie di subculture sotterranee che non hanno mai cessato di esistere, e sono tuttora sempre in fermento.

Nel 1841 scrive per il Graham’s Magazine, con il quale pubblicò I delitti della Rue Morge, considerato da molti critici il primo vero racconto di genere poliziesco della storia, in cui compare la figura di Auguste Dupin (criminologo), padre simbolico del più conosciuto investigatore logico-deduttivo Sherlock Holmes.

Nel frattempo, le nubi cariche delle sue ossessioni si fanno sempre più dense e oscure sulla sua vita, e il suo carattere irrequieto, emotivamente instabile, lo induce a consumare sempre più alcol per resistere ai demoni che lo tormentano dalla nascita, che lo chiamano a gran voce dalle ferite profondissime nella sua anima. Si dice che spesso finiva a bere fino a mattino nei pub, dove parlava con le persone comuni dei suoi racconti, ma questo non faceva altro che provocargli ulteriore frustrazione, in quanto non veniva ovviamente capito e spesso anche deriso dai suoi (dis)simili.

La situazione emotiva per lui si aggravò ulteriormente quando sua moglie Virginia, una cugina di secondo grado che aveva sposato qualche anno prima e di cui era perdutamente innamorato, si ammalò anche lei come sua madre di tubercolosi. Si rivolse quindi con ancor più feroce disperazione all’unica che lo capiva veramente, capace di lenire le sue sofferenze: la bottiglia.

Nel 1844 si trasferì a New York, e divenne proprietario del Broadway journal, col quale si fece conoscere grazie anche al suo Il corvo. Ciononostante, il giornale fallì pochi mesi dopo per motivi finanziari, ed ebbe il suo vero tracollo di depressione nervosa nel 1846 quando, trasferitosi in un cottage a Fordham in condizioni di estrema povertà, sua moglie morì ventiquattrenne. Di nuovo, esattamente come sua madre. L’alcol non bastava più, e si diede al laudano, peggiorando le sue condizioni di salute psicofisica. Diversamente dagli altri poeti maledetti, iniziò col laudano in tarda età solo per placare la sua profonda malinconia, e non per cercare ispirazione.

Per qualche anno tentò di sopravvivere tenendo conferenze, ma alla fine la sua solitudine esistenziale ebbe la meglio sul suo spirito già duramente provato dalla sorte: morì il 7 Ottobre del 1849, a soli quarant’anni. Le circostanze della sua morte non furono mai del tutto chiarite. Le fonti dicono che fu trovato delirante lungo le strade di Baltimora, con addosso vestiti non suoi e, portato in ospedale da un passante, non riuscì mai a riacquisire la lucidità necessaria per spiegare cosa gli fosse successo. Ci sono varie teorie sulla causa della sua morte, ma non entreremo nel merito. A volte è più importante come si vive che come si muore. Le sue ultime parole furono: “Signore, aiuta la mia povera anima“. Dopodiché si adagiò sul letto, chiuse gli occhi… e non li riaprì mai più.

Poe, come tutte le persone dotate di una grande intelligenza, di un viscerale intuito per i segreti insondabili della psiche umana e di un delicato senso artistico, non fu capito dai suoi contemporanei. È probabilmente il destino che gli dèi assegnano a persone di tale sensibilità, quello di essere postumi mentre sono ancora in vita. Di essere capiti molto tempo dopo. Di essere terribilmente, tristemente, disperatamente soli. 

Fu solo grazie alle traduzioni dei suoi testi fatte dal suo collega europeo Charles Baudelaire che ebbe, dopo la sua morte, finalmente la visibilità che meritava. Baudelaire provava infatti per Poe una sincera ammirazione e un tenero affetto, tali da condurlo non solo a tradurre le sue opere, ma anche a scrivere dei saggi sulla sua vita. È bello essere riconosciuti ed amati da chi è in grado di capirti. 

Concludiamo con alcune parole proprio di Charles Baudelaire, che fanno al caso nostro: “Nei disordini di momenti come questi alcuni uomini socialmente, politicamente e finanziariamente a disagio, ma assolutamente ricchi di un’energia innata, possono concepire l’idea di stabilire un nuovo tipo di aristocrazia, ancora più difficile da abbattere perché basata sulle più preziose e durevoli facoltà e su doni divini che il lavoro e il denaro sono incapaci di donare.”

Amate l’arte, e non morirete mai di realtà.

Disse il corvo: «Mai più». 

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Speciale Magritte: “L’impero delle luci”, il quadro simbolo del surrealismo

Redazione

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L’impero delle luci” è senz’altro uno dei dipinti più straordinari realizzati da René Magritte, per la sensazione atmosferica che riesce a comunicare, ed è uno dei quadri che richiama di più gli ideali surrealisti. L’impero delle luci venne realizzato da Magritte nel 1954, usando la tecnica dei colori a olio; in realtà esistono diverse versioni di questo dipinto: la prima, del 1950, conservata nel Museum of Modern Art di New York; la seconda, del 1954, esposta al Musées Royaux des Beaux-Arts in Belgio; una terza opera realizzata nel 1967 e conservata in una collezione privata.

Quella del 1954 è oggi esposta presso la Collezione Peggy Guggenheim a Venezia. Esso è la rappresentazione apparente di una villetta, che sembra un po’ isolata nel verde, immersa in una profonda e totale oscurità.

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Dentro ogni quadro, infatti, c’è un mondo raccontato o una storia inattesa da raccontare. Se mi immergo nel suo panorama prende dimensione e forma, la mia visione fantastica: quella di un’Italia che lotta contro un invasore invisibile e malvagio. La villetta raffigurata, infatti, diviene, nella mia immaginazione, la mia casa, oggi confine forzato e invalicabile se non per comprovate ragioni di necessità. Un confine e un simbolo che unisce e divide nello stesso tempo. Un luogo di tensione in bilico fra difensiva e offensiva. Una barriera che ci isola e separa dall’altro che fino a ieri era rappresentato dallo straniero e dal diverso.

Oggi, invece, ci isola e separa da noi stessi e dal nostro modo di vivere la vita nelle strade e nella piazze. La socialità è stata di fatto sacrificata al monito necessario dell’isolamento. Chiusi in una casa dentro uno Stato che si chiude. A chi apparteniamo adesso?

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E poi, nel dipinto di Magritte, gli alberi e tanta oscurità: una oscurità che seppur sembra inghiottire ogni cosa, viene interrotta dalle luci artificiali provenienti dall’interno di alcune camere della casa. Quelle luci sono chiaramente la rappresentazione di una vita che si svolge comunque e nonostante tutto. Ma il buio viene contrastato anche dalla luce di un lampioncino che rischiara il giardino esterno e il laghetto antistante la casa. Quella luce, che può sembrare debole, è invece forte e coraggiosa perché è lì fuori a proteggere la casa.

Nella mia ricostruzione fantastica, a rappresentare quella luce sono i medici e gli infermieri, schierati in prima linea a fare da barriera umana contro il male invisibile e pronti a sacrificare se stessi per il valore primario della salute. “Eroi moderni senza poeti a raccontare il loro coraggio”, si è letto su uno striscione dinnanzi ad un ospedale di Firenze. Nello sfondo del dipinto, che si staglia dietro l’abitazione, però, non si trova la notte, ma un cielo pomeridiano, di un azzurro chiaro e morbido che voglio leggere come il segno della rinascita.

Notte e giorno condividono lo spazio della tela, in un’opera che vuole eliminare il tempo: come spesso succede, Magritte annulla infatti la linea temporale, rendendo possibile l’apparire simultaneo di cose che, nel reale, si possono vedere solo in successione. E dunque egli ci mostra il presente costellato di buio ma anche un futuro dal cielo azzurro, i cui confini si mescolano sino a scomparire.

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«Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia». (René Magritte)

Queste settimane cruciali per il nostro paese hanno disegnato la tela di una nuova guerra, che ci ha resi soldati inconsapevoli e inesperti e ci ha chiamati a mettere in campo solo responsabilità. Una responsabilità che si deve concretizzare nel prendere doverosa e giusta distanza dagli altri e nel rispetto delle istituzioni e del loro valore sociale, ma che comunque non deve far dimenticare e impedire la vicinanza alle esigenze altrui.

Dobbiamo affrontare un dopo-guerra doloroso e difficile, giacché siamo arrivati alla guerra del Coronavirus stremati dalla politica delle lacrime e del sangue che, negli anni, ha operato tagli alla cieca: c’è in ballo l’economia della Nazione, il suo mondo del lavoro, il suo futuro immediato e quello meno vicino.

Nel 1946 gli Stati Uniti adottarono il Piano Marshall, un programma di sostegni materiali e finanziari che aiutò l’Italia a ricostruirsi sino al miracolo economico del finire degli anni 50. Oggi, dovremmo contare sull’Europa, la nostra virtuale assicurazione che ci potrebbe garantire le risorse, le alleanze, gli elementi di forza occorrenti per riprendere il cammino.

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L’unica certezza, per il momento, sulla quale possiamo fondare il nostro impero delle luci è quella degli eroi senza maschera, mantello e cavallo, armati solo di mascherina, camice e guanti: ogni giorno combattono battaglie silenziose per salvare quante più vite possibili. E oggi più che mai sono impegnati nella dura lotta contro il coronavirus.

Medici e infermieri in tutti gli ospedali d’Italia sono all’opera senza sosta per contrastare il Covid-19, il loro coraggio e la loro costanza sono l’ancora a cui si è aggrappata la popolazione, che a sua volta si è attivata per contraccambiare. Eroi che hanno commosso perfino star internazionali come Bono Vox che ha dedicato loro, dai social, il brano: “Let your love be know” (Fai conoscere il tuo amore).

Sing as an act of resistance
Sing though your heart is overthrown
When you sing there is no distance
So let your love be’ know, oh let your love be know.
Though your heart is overthrown
Let your love be know

Nelle nostre case siamo chiamati a riflettere.  

Chi è ora l’altro? Il nemico da abbattere?

Che dimensione hanno ora i disperati che scappano da guerre, sofferenze e malattie?

Cosa divengono, dinnanzi a tutto ciò, gli immigrati, il male nero?

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Io credo che viviamo costantemente per attraversare luoghi che pur essendo apparentemente l’‘altrui’ di qualcosa, di qualcuno, allo stesso tempo sono nostri, ci appartengono e non possono che appartenerci per interposta persona: difatti la linea di soglia delle frontiere è una linea scavata nella vita, nella coscienza e nell’anima di chi si è sempre trovato “in mezzo”, né da una parte né dall’altra, e che ha sempre pacificamente rivendicato il riconoscimento di una posizione e di un posto, nel tempo e nello spazio. Uno spazio che, come un impero di luci, è abitato e deve essere abitato dalla pietas di Mia Lecomte:

Pietà di noi, qua dentro, pietà/ con le finestre finte/ pietà, dell’abitarci assente/ del non poterci stare/ pietà, pietà, pietà/ in questa nostra altrui.

Guardando verso il basso, dunque, vedo le radici dei popoli, di ogni popolo, non solo le mie, che di diritto abitano la terra e si muovono, per errare da un posto all’altro.

Articolo di Daniela Pisca, vice direttore www.progetto-radici.it

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James Joyce e la neve che cade su tutti

A ottant’anni dalla morte di James Joyce, rileggiamo uno dei passi più belli e attuali della sua letteratura: il finale di ‘Gente di Dublino’

Alberto Mutignani

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C’è un trucco che viene insegnato ai giovani sceneggiatori in crisi creativa: quando non sapete che fare, – recita il trucco, – cambiate il meteo. Così, una pioggia improvvisa o l’arrivo del sole, possono mescolare le carte sul tavolo e sconvolgere gli eventi narrati, la vita dei personaggi e il senso stesso della storia.

A volte, accade che il meteo giochi un ruolo decisivo per la catarsi dell’opera, come un evento trascendentale che piomba sulle teste degli uomini. Vite senza ritorno, storie che rimangono sospese, senza punti d’inversione, a cui provvede un intervento dall’alto. Le rane della piaga biblica, che tornano nello splendido finale di ‘Magnolia’ (Paul Thomas Anderson, 2007), la pioggia dello ‘Schiavo d’Amore’ di Maugham, ma soprattutto la neve di James Joyce.

Nel racconto finale di ‘Gente di Dublino’, intitolato ‘I Morti’, Joyce fa scendere la neve su tutta l’Irlanda: “La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina, dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti”, scrive James Joyce.

Oggi la vita ci appare come la discesa di una neve infinita, che copre tutti, che non fa sconti, e lo scorrere ordinario che conoscevamo si è cristallizzato. Perché la neve di Joyce racconta le nostre debolezze, distrugge la possibilità di rifugio nelle certezze che abbiamo, che costruiscono i gradini sociali e le gerarchie del mondo.

Tutto viene coperto dalla patina della neve, della pioggia, delle rane. Di un cataclisma che arriva per caso, per sconvolgere gli eventi e raccontarci dell’uomo in una prospettiva inedita. Aspettiamo la fine di questa neve guardando alle stagioni che seguiranno come la rivelazione della luce, il discioglimento.

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