“I miei soggetti come simulacri”, l’arte della pittura secondo Davide Serpetti

Classe 1990, Davide Serpetti è un pittore aquilano fortemente legato alla sua terra d’origine, motivo anche di ispirazione e approccio per il suo lavoro. Si laurea in Pittura e Arti Visive alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti Milano, proseguendo gli studi in Belgio all’Accademia di belle arti KASK. Da sei anni la pittura, però, è la sua unica attività.

Performer alla Biennale di Venezia, al MACRO a Roma con Marcello Maloberti, per il Crepaccio (spazio per artisti emergenti a Milano),è stato finalista per il Komask Prize con una doppia esposizione presso la Royal Academy di Anversa e il Grand Curtius Museum di Liegi. Vincitore nel 2020 del Combat Prize nella sezione pittura, negli ultimi due anni ha concentrato prevalentementeil suo lavoro nel capoluogo abruzzese per la mc2 Gallery di Milano.

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All’interno del panorama della pittura contemporanea, dove ti collochi, a tuo avviso?

E’ una domanda al quale non so rispondere, anche perché seguo ogni genere di pittura che sia onesto e consapevole. Guardo un sacco di pittori americani contemporanei e ovviamente i miei colleghi italiani.

Quando hai deciso che la pittura sarebbe stata il lavoro della tua vita?

Penso di averne avuto un lieve sentore nei primi anni milanesi. La consapevolezza è arrivata quando mi trasferii in Belgio nel 2014.

Chiunque può essere il soggetto di un tuo ritratto?

Fondamentalmente si. Di base mi invento delle storie immaginifiche che poi si realizzano nel dipinto, e che vedono coinvolte statue, animali, idoli del nostro tempo. Ma sono convinto che con le giuste premesse ogni soggetto potrebbe suscitare il mio interesse. In fin dei conti ogni soggetto si palesa a noi come uno sconosciuto, il ritratto è un modo per comprenderlo meglio.

Leonardo DiCaprio è spesso protagonista delle tue opere. Come mai?

Lo è stato in passato, quando mi stabilii in Belgio, mentre frequentavo il KASK a Ghent. Ero reduce da una mostra a Milano nella quale avevo presentato una serie di ritratti dal vero riguardanti amici e conoscenti, ma anche “amici di amici” che si erano prodigati nel venire nel mio studio e posare per me 2 ore della loro vita. Realizzai all’incirca una trentina di piccoli ritratti ad olio su cartone preparato. Alla fine della serie, mi misi subito a analizzare le debolezze di quei quadri , per capire come essere “più universale”. Voglio dire, ero convinto che il legame emotivo su quei ritratti riguardasse solo me e che per qualsiasi altra persone essi rimanessero dei “semplici ritratti di persone sconosciute”.

Il mio bisogno di universalità mi portò a focalizzarmi sul concetto di celebrità e di “immaginario collettivo”. Era dicembre 2014 e guardavo le news dal computer. Mi apparse una foto di DiCaprio in costume circondato da modelle che festeggiava l’anno nuovo in un’isola deserta “presa in affitto”. La cosa ancora assurda è che lui non assomigliava affatto alla mia idea di Leonardo DiCaprio. Infatti in quel periodo stava recitando per il film “The Revenant” e egli appariva barbuto e con un pony tail molto singolare. Da li iniziai a sperimentare ritraendolo da immagini pubbliche e private, per poi sceglierlo come argomento di tesi.

Mi costrinsi a dipingere solamente DiCaprio per un anno e mezzo, per allontanare l’idea che quella potesse essere una serie nata da un fan dell’attore. Volevo mostrare l’ossessione che attraverso la ripetizione cambia la natura del soggetto. Volevo mostrare a me stesso fin dove potevo immergermi nel suo mondo. Mi ossessionai così tanto alla sua vita che provai anche a trovare modi di contattarlo. Entrai in contatto con delle assistenti di una galleria del quale lui era cliente, ma purtroppo non riuscii a ottenere i suoi contatti perché avrei provocato il licenziamento del personale in questione. L’unico mio rammarico dell’averlo ritratto per così tanto tempo è stato di non essere riuscito a esporre l’intera serie da qualche parte. Smisi di dipingerlo nel 2017.

Davide Serpetti, The Environmentalist, 2015, dettaglio

Quanto ha influito e influisce la tua terra di origini nel tuo lavoro?

Penso che la visceralità sia un pensiero ricorrente in quello che faccio. Le questioni sono due: o fa parte delle caratteristiche del mio segno zodiacale oppure l’essere abruzzese (“forti e gentili”, ma anche spontanei aggiungerei) mi ha portato ad agire in questo modo. La nostra è una terra bassamente popolata, divisa in piccoli paesi adornati da montagne o dal mare. Siamo molto calorosi con chi viene da fuori o con i nostri amici, ma allo stesso tempo amiamo la privacy, il silenzio e la quite che le montagne o il mare ci portano. In questo siamo simili ai fiamminghi, però loro vivono nella pianura continua e razionale, mentre noi abbiamo abbiamo le montagne che ci dimostrano quanto sia irrazionale la vita e le logiche legate ad essa.

Ci sono zone dell’Italia in cui è più difficile fare arte? Qual è stata la tua esperienza?

Senza ombra di dubbio fare arte in Abruzzo è come essere Don Chisciotte coi mulini a vento, ma questo è un discorso complesso che richiederebbe più tempo e più domande. Anche se negli ultimi tempi qualcosa si sta muovendo, speriamo in positivo.

Parlando del tuo lavoro, c’è una tecnica particolare che utilizzi per le tue opere?

Di base abbozzo le figura con matite colorare o dell’acrilico, successivamente uso l’olio per modulare le forme, in fine ritocco e accentuo alcuni punti con dello spray acrilico.

Come si conciliano i tuoi soggetti a partire dai volti fino ad arrivare agli animali?  

Che io dipinga volti, sculture o animali, la mia idea di fondo è sempre la stessa: quella di “affrontare” questi soggetti come fossero dei simulacri. A volte in un certo senso lo sono già, come quando utilizzo volti di persone famose. L’uso delle icone è un modo per raggiungere l’universalità, in questo modo ogni persona che guarda le mie opere le sente più familiari, quindi può immergervisi più facilmente.

In un’intervista rilasciata durante il lockdown dicesti: “Spero che questa quarantena ci migliori, nelle relazioni sociali, nei rapporti interpersonali. Con meno soldi in tasca e qualche mese di reclusione in spalla forse impareremo tutti a essere più umili e bisognosi di un vero dialogo, che va oltre Whatsapp, FaceTime e Instagram”. È stato così?

Rispetto a quando feci quell’intervista penso di essere peggiorato. Voglio dire, mi sento come un animale in cattività. Ad ogni modo, non penso che il nostro periodo di lockdown sia terminato, viste le continue chiusure generali, quindi forse non è ancora il momento di rispondere a questa domanda. Non appena si potrà mi concederò un viaggio in qualche posto lontano e caldo con pochi amici.

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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