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Il tragico destino incrociato di John Lennon e Dimebag Darrell, dreamer & rocker, simboli e leggende

Per un tragico scherzo del destino, entrambi hanno perso la vita lo stesso giorno. Quasi alla stessa ora. Solo gli anni del decesso sono diversi

Federico Falcone

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L’8 dicembre, per gli amanti della musica, non sarà mai una data come le altre

Beffardo e calcolatorio, il destino è lì, nascosto in un angolo, pronto a sgambettarti quando meno te lo aspetti. Insospettabile e ingiusto, vile e meschino, è spesso artefice di trame complesse e imprevedibili. È qualcosa che aleggia sopra di noi e che, con arrogante insolenza, ogni tanto ci ricorda che ciò che accade non sempre ha una giustificazione. Accade e basta.

Ne sanno qualcosa John Lennon e Dimebag Darrell, uomini, musicisti, icone. Per un tragico scherzo del destino, entrambi hanno perso la vita lo stesso giorno. Quasi alla stessa ora. Solo gli anni del decesso sono diversi. A unirli, però, è qualcosa che, se vogliamo, è ancora più macabro. La vita gli è stata strappata da due folli sputati fuori dall’inferno. Due squilibrati che hanno deciso di porre fine all’esistenza di due geni della musica e dell’immaginario collettivo. John e Dime, due talenti puri capaci di brillare di luce propria, di quelli che non nascono di frequente.

Il legame tra loro è ulteriormente sancito dalle modalità con le quali sono stati uccisi: a colpi di pistola. È qualcosa che, se non fosse accaduto a distanza di ventiquattro anni, si faticherebbe a credere. L’ex leader dei The Beatles trovò la morte mentre rincasava nel suo lussuoso appartamento al Dakota Building di New York City. Erano le 22.50, circa, dell’8 dicembre del 1980. Ad attenderlo c’era Mark David Chapman con una calibro 38. Colui che, poche ora prima, lo aveva atteso per chiedere di autografare una copia dell’album Double Fantasy.

Hey, Mr. Lennon“: l’omicida esplose cinque colpi di cui quattro raggiunsero Lennon che stava rincasando con la moglie, Yoko Ono, dopo una sessione di registrazione al Record Plant Studio. Inutili i soccorsi, l’autore di “Imagine” venne dichiarato morto alle 23.15. I medici affermarono che chiunque, in quelle condizioni, non avrebbe potuto sopravvivere per più di una decina di minuti.

La follia di Chapman lo portò, appena compiuto l’atto, a restare sul luogo del delitto per leggere una copia de “Il giovane Holden

Secondo una testimonianza accreditata, un uomo gli chiese se si fosse reso conto del gesto e lui, per tutta risposta, confermò di si con la testa, affermando: “ho appena sparato a John Lennon“. Ex tossicodipendente affetto da problemi psichici, tali da giustificarne un ricovero coatto in diverse circostanze, fu condannato a venti anni di galera. Nel 2010, dichiarò: “Mi spiace aver causato tanto dolore“.

Darell Lance Abbot, meglio noto come Dimebag Darrell, è stato, senza timore alcuno di smentita, tra i chitarristi rock più influenti degli ultimi trenta anni. Talento da vendere, diamante grezzo da bambino, stella tra le più luminose da adulto. Non basterebbero i numerosi riconoscimenti ad attestarne l’autorevolezza, né sarebbe sufficiente ricordare come, già a 13 anni, gli veniva impedito di iscriversi ai concorsi per chitarra. Li avrebbe vinti in partenza. Con lui non c’era storia.

Darrell, come Lennon, era un sognatore. Non un filosofo, però. A parlare, per lui, era la chitarra. E che discorsi, che aforismi, che epitaffi. Cofondatore, assieme all’amatissimo fratello Vinnie Paul, dei Pantera, raggiunse, tra gli anni ’90 e l’inizio dei 2000, ogni vetta esplorabile per un essere umano. Da una città di medie dimensioni degli States, dove la massima aspirazione poteva essere fare il “vaccaro” o il commerciante, Dime divenne simbolo di una decade e di una rivoluzione musicale. Aveva realizzato il sogno.

Già, un sogno. Di gloria, di fama, di condivisione di ideali e passione per la musica, che portò avanti anche quando i Pantera, dilaniati dai conflitti interni dei suoi componenti, si sciolsero. Con il fratello, che prima ancora di essere tale era il migliore amico, fondò i Damageplan e riniziò da capo, con la stessa passione, quasi fosse un emergente. Quel sogno, chiamato rock n’roll e che, nel suo caso, coincideva drammaticamente con una cosa più grande chiamata esistenza, cessò improvvisamente l’8 dicembre del 2004 a Columbus, Ohio.

Dime si stava esibendo all’Alrosa Villa, locale tra i più noti in città, quando venne raggiunto sul palco da Nathan Gale, ex marine in congedo per infermità mentale, che lo colpì mortalmente

E, in omaggio al concetto di tragico scherzo del destino sopra espresso, anche lui venne ucciso da un “fan”. Con una pistola che esplose cinque colpi. Esattamente come John Lennon, si. Come detto, si fatica a crederci. Quel giorno non perse la vita solo lui, ma anche Jeff Thompson, addetto alla sicurezza della band, Erin Halk, un impiegato del locale e Nathan Bray, uno spettatore. In molti rimasero feriti e/o colpiti. Gale fu poi neutralizzato da un poliziotto che lo colpì alla nuca con un colpo di fucile.

Una scena analoga, dai risvolti ancora più drammatici e assurdi, si ripeterà il 13 novembre del 2015 al Bataclan di Parigi

La morte di Darrell, per quanto illogica, è, per qualcuno, da accreditarsi alla perversione statunitense legata al possesso delle armi. La morte violenta, chiunque riguardi, è sempre difficile da accettare, figuriamoci da prevedere. Ma per Dime, come per John, il mix di fattori è stato tanto letale quanto imprevedibile. Columbus come New York, un live club come l’atrio di un appartamento di lusso, l’heavy metal come il pop.

Una pistola, cinque colpi, un orario quasi coincidente e una data, una stramaledetta data: l’8 dicembre

Entrambi sognavano un mondo migliore, chi fatto di pace, chi di “rock n’roll all night and party every day“. Entrambi, come simboli generazionali, culturali, filosofici, ci hanno insegnato che i sogni si inseguono, si rincorrono, e che credere in essi è quanto di più stimolante possa esserci. La loro eredità musicale è sconfinata. Il solo tentativo di dosarla, di circoscriverla ai numeri, è azzardato.

Non passa giorno che in qualche angolo del mondo un teenager o un adulto non siano attaccati al proprio stereo, o alle proprie cuffie, ad ascoltare “Jealous Guy” o “Cowboys From Hell“. Non c’è moda che riesca a oltrepassare i canoni stilistici dei Baronetti di Liverpool o l’aggressività abrasiva di un palm muting thrash metal. E’ vero, l’eredità di John e Dime è immensa, ma Dio solo sa quanto, in tempi bui come quelli che viviamo, avremmo ancora bisogno di loro su un palco.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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“Beatles più famosi di Gesù”: perché John Lennon fu costretto a scusarsi con gli Stati Uniti

Federico Falcone

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Che negli anni Sessanta i Beatles fossero famosi, amati e idolatrati era cosa nota. Non c’erano i social network né internet, ma il fanatismo verso la band inglese correva altrettanto velocemente, toccando in egual misura tutti gli angoli del globo terrestre. I baronetti di Liverpool erano ai massimi storici, il loro appeal era spaziale e ogni nuova canzone scritta si trasformava automaticamente in una hit scala classifiche. Insomma, non ne sbagliavano una. O forse si?

Certo è che a qualcuno non dev’essere andata a genio la frase “Siamo più popolari di Gesù“, pronunciata da John Lennon durante una conferenza stampa nel corso della quale non riuscì a tenere a freno il suo smisurato ego. E così, per recuperare a quelle parole tanto esilaranti quanto altezzose e maldestre pronunciate a marzo, l’11 agosto del 1966 fu costretto a scusarsi pubblicamente. Sempre attraverso una conferenza stampa.

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In quel di Chicago Lennon fece ammenda. Nell’occhio del ciclone, oltre a quella dichiarazione, finirono anche altre frasi, incriminate come contrarie ai “principi e valori espressi dalla religione cristiana”. Le scuse, va da sé, furono del tutto circostanziali. Senza di esse molte delle date previste per il tour statunitense rischiavano di saltare. I fedeli e i puritani americani non digerirono affatto quell’azzardo del cantante e chitarrista inglese. Anche perché, solamente tre giorni prima, i Beatles diedero alle stampe Revolver. Dettaglio non da poco.

“Il cristianesimo scomparirà. Si consumerà e poi svanirà […] Siamo più popolari di Gesù. Non so cosa scomparirà prima: il rock’n’roll o il cristianesimo”. Queste le parole pronunciate da John Lennon a marzo.

Se in patria, cioè in Inghilterra, queste frasi non ebbero conseguenze particolarmente catastrofiche, negli States invece sì. Non solo i Beatles rischiavano un boicottaggio senza precedenti ma finirono addirittura nel mirino di organizzazioni più o meno lecite come il Ku Klux Klan. Sul momento si temette addirittura per l’incolumità della band stessa, al tal punto da far pensare a un annullamento del tour. Le scuse, a quel punto, furono l’unica soluzione.

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“Non sono contro Dio, contro Cristo o contro la religione. Non avevo alcuna intenzione di criticarla. Non ho affatto detto che noi eravamo migliori o più famosi. Non ho paragonato noi a Gesù Cristo come persona o a Dio come entità o qualsiasi altra cosa esso sia […]. Ho detto che avevamo più influenza sui ragazzi di qualsiasi altra cosa, compreso Gesù […]. Se avessi detto che la televisione era più popolare di Gesù probabilmente l’avrei passata liscia”. Così Lennon in conferenza stampa l’11 agosto del 1969.

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La strage del 10050 di Cielo Drive, quando la Manson Family sconvolse Hollywood

Federico Falcone

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10050 di Cielo Drive, Bel-Air, Los Angeles. Un indirizzo passato tragicamente alla storia, ancora oggi avvolto da nubi di mistero, inquietudine e dolore. La sera del 9 agosto del 1969 salì alle cronache poiché teatro di cinque omicidi perpetrati dalla Family di Charles Manson, la setta composta da fanatici squilibrati, seguaci di colui che non molto tempo più tardi si definì il Diavolo.

L’infanzia infelice di Manson, figlio di una prostituta e di padre ignoto, ne segnò inevitabilmente la vita. Abbandonato, solo, in miseria, carico di turbe psichiche, fin da adolescente entrava e usciva di prigione con una certa facilità, dapprima per piccoli crimini e poi come protettore di prostitute. Giro che gli valse le prime condanne più importanti.

Negli anni della Love Generation, dell’amore libero e degli hippy, riuscì comunque ad avocare a sé un numero importante di ragazzi asociali, disagiati, ai margini della società, affascinati dalla sua indiscutibile ars oratoria.

Per loro era un guru, un Messia, colui che avrebbe ristabilito l’ordine delle cose in una società promiscua, devota al classismo e alla vacuità. Non solo, professava il satanismo e la cultura dell’olocausto razziale, auspicando il trionfo della razza bianca e la scomparsa di quella nera. Manson era anche appassionato della necromanzia, della magia nera, dell’esoterismo e dell’ipnotismo.

Una figura che, sulle menti più deboli e sulle personalità meno forti, esercitava un fascino letale. Da Cincinnati, dove nacque, si trasferì a San Francisco nell’estate del ’67. Era anche un patito dei Beatles, tanto da considerarsi il loro quinti componente nonché autore di alcuni brani.

Nella villa al 10050 di Cielo Drive viveva Roman Polanski con sua moglie Sharon Tate che, in quegli anni, pur non essendo dotata di un talento incredibile, era comunque una giovane attrice in rapida ascesa. Polanski, invece, era già un affermato regista. Il suo “Rosemary’s Baby” aveva trionfato non solo a Hollywood ma anche in Europa. Proprio il 9 agosto di quell’anno si trovava a Londra per impegni lavorativi connessi al film.

Quella sera d’agosto nella villa c’erano, oltre alla Tate che era al nono mese di gravidanza, anche alcuni amici della coppia: Jay Sebring, parrucchiere molto noto a Hollywood, Wojciech Frykowski, attore, e la sua fidanzata Abigail Folger, attivista per i diritti civili.

Manson fu il mandante della strage che inizialmente prevedeva un’altra vittima: Terry Melcher, produttore musicale (figlio di Doris Day), ma fu allontanato da un fotografo amico della Tate che gli aveva rivelato che la villa era invece di Polanski e dell’attrice. Non era il primo omicidio che veniva commesso dalla Family. Manson rimase nel ranch dove risiedeva e la strage fu commessa da Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel Linda Kasabian che però rimase fuori a fare da palo.

Entrarono nella residenza durante la notte, armati di coltelli, una pistola e una corda di nylon lunga 13 metri. Prima però tagliarono i fili del telefono, per isolare la villa e scongiurare che le vittime potessero chiamare aiuto.

Poco prima dell’irruzione incontrarono un giovane del posto, Steven Parent. Era amico del guardiano della casa, lo stesso che non si accorse di nulla fino all’arrivo, il giorno dopo, della polizia. Lo freddarono senza pietà. Una volta dentro, la Manson Family non risparmiò nessuno, compresa la giovane Tate, incinta al nono mese.

La Atkins si accanì ulteriormente, prendendo uno straccio intriso del sangue della Tate e scrivendo sulla porta la parola “Pig” usato in modo dispregiativo nei confronti dei poliziotti e “Helter Skelter”  sullo specchio del bagno. Parole, queste, che danno anche il titolo a una famosa canzone dei Beatles.

Quella strage fece calare uno spettro di orrore su Hollywood, pose fine a cinque giovani vite e uccise per sempre il sogno di una Hollywood lontana da odio e disperazione. La tanto ostentata omologazione su cui costruire una apparente e male celata tranquillità finì quella notte. Manson venne condannato alla pena di morte. Come lui anche agli altri membri della Famiglia. Nel 1972, però, l’esecuzione capitale fu abolita nello Stato della California, perciò la pena venne commutata in ergastolo. Il 19 dicembre 2017 Manson è morto per un’emorragia intestinale, all’età di 83 anni.

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Don’t cry for me Argentina: la storia di Evita Peròn

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di Daniela Musini

La luce. Era questo che incantava guardandola: la luce evanescente e carismatica che il suo volto riverberava

Bionda ed elegante, sorriso dolce e sguardo deciso: così era Evita Perón, la donna più potente e amata dell’Argentina del Novecento. Eva Maria (questo il suo nome all’anagrafe) nacque il 7 maggio 1919 a La Unión, una tenuta agricola a un tiro di schioppo dal paese di Los Toldos, in provincia di Buenos Aires, tenuta che faceva parte delle proprietà terriere di Juan Duarte, dove sua madre, Juana Ibarguren, era al servizio come cuoca.

Lui era sposato e aveva una famiglia regolare in un’altra località distante un centinaio di chilometri, Chivilcoy, ma le carni brune e gli occhi incendiari di Juana gli scatenarono una passione rapace. Ci sono amori nati per volare in cieli limpidi e amori nati per rimanere colpevoli e clandestini. Quello fra padrone e cuoca fu uno di questi.

Juana partorì cinque figli illegittimi fra i pettegolezzi e i mormorii della gente e il malevolo astio della famiglia regolare di Juan, il quale poco dopo la nascita dell’ultimogenita Eva Maria abbandonò amante e prole e se ne tornò a vivere sotto il tetto coniugale di Chivilcoy. Juana, disperata ma non vinta, prese i bambini e i pochi bagagli che possedeva e lasciò anche lei la tenuta, trasferendosi a Los Toldos dove un giorno la piccola Eva, chiamata affettuosamente Evita, entrando in classe vide scritto sulla lavagna a caratteri cubitali: «No eres Duarte, eres Ibarguren»: non sei una Duarte, sei una Ibarguren (il cognome della madre).

Una lama di coltello nello stomaco fu per lei quella umiliazione e mentre i suoi compagni continuavano a sghignazzare con la (in)consapevole crudeltà della loro età, lei lentamente, rigida e altera, lo sguardo fisso davanti a sé senza una lacrima, la bocca serrata diventata un taglio, andò a sedersi al suo banco. Fu quel giorno che decise il suo riscatto: diventerò qualcuno e gliela farò pagare a tutti.

Nel gennaio 1926 intanto suo padre Juan Duarte muore in un incidente d’auto, e allora Juana, vedova non riconosciuta e donna sola con tante bocche da sfamare, decide di andare a vivere con i suoi figli nella bella cittadina di Junin, e qui, china tutto il giorno sulla sua macchina da cucire Singer, diventa una sarta apprezzata dalle eleganti signore della borghesia.

A Junin Evita, che ormai ha 15 anni, osserva con ammirazione e un pizzico di invidia le donne dell’alta borghesia passeggiare la domenica sotto braccio ai loro mariti azzimati, sfoggiando gioielli e pellicce e ne rimane incantata

Lei non è come le altre sorelle che sognano un futuro tranquillo e modesto: lei è sì romantica, ma è soprattutto volitiva e determinata, ambiziosa e risoluta. Entrare a far parte del mondo lussuoso e luccicoso del Cinema è il suo obiettivo; diventare ricca e famosa il suo traguardo, ma non sa che il Fato ha deciso per lei un futuro ancora più glorioso e tragico.

Conosce nel frattempo il celebre cantante di tango Augustin Magaldi al quale rivela il fuoco sacro che cova dentro di sé per il palcoscenico e lui, che è una vecchia volpe, l’accoglie a braccia aperte e, si dice, anche nel suo letto. Evita si trasferisce così a Buenos Aires per tentare la fortuna: comincia a muovere i primi passi a Teatro e a frequentare il mondo dello spettacolo.

Non è più la modesta ragazza di provincia: ha tinto i capelli di biondo che accentuano la sua pelle di latte e per contrasto evidenziano i suoi occhi neri e vivaci e si trasforma in una giovane donna piena di fascino; pur non essendo una bellezza vistosa (è minuta e piccolina) si fa notare per i modi accattivanti, il glamour innato, e la grinta che traspare da ogni suo gesto.

Nel frattempo inizia a recitare in radio in quei radiodrammi ricchi di pathos e colpi di scena che ogni sera tenevano avvinghiati migliaia di persone: la sua voce calda e carezzevole e le indubbie doti interpretative fanno sì lei diventi l’attrice radiofonica più apprezzata del Paese e raggiunge ben presto fama e benessere economico.

«Nella vita di ogni donna c’è almeno un giorno meraviglioso e il mio è quello in cui ho incontrato Perón» scriverà rapita nella sua autobiografia La razon de mi vida. E l’incontro con l’uomo che diventerà la ragione della sua vita avviene il 22 gennaio 1944 quando lei partecipa insieme ad altri personaggi dello spettacolo e della politica ad un festival organizzato per raccogliere fondi per la cittadina di San Juan martoriata da un terremoto disastroso.

Il colonnello Juan Domingo Perón era uno dei capi del Grupo de Oficiales Unidos che l’anno precedente aveva provocato con un colpo di Stato militare la caduta dell’allora presidente Ramon Castillo a favore del Generale Edelmiro Farrel e da questi ricompensato con le cariche di segretario del Lavoro e degli Affari sociali.

Lei ha 24 anni e un passato chiacchierato, lui ne ha 48, è vedovo e uno degli uomini più potenti e influenti dell’Argentina: si guardano e Cupido scocca una freccia infuocata. Alla fine della serata escono insieme sottobraccio e per lei inizia la leggenda. Evita s’innamora in modo impetuoso di quest’uomo alto, possente, fascinoso e dal sorriso contagioso, la cui avvenenza era il frutto di un meticciato di varie etnie: scozzese, italiana, uruguayana, tehuelche (ossia i nativi della Patagonia).

Perón è un uomo ambiziosissimo e nell’anno successivo diventa nel contempo ministro della guerra, segretario del lavoro e vicepresidente: troppo per i suoi nemici all’interno delle stesse forze armate che il 9 ottobre lo costringono alle dimissioni e lo arrestano.

Dal carcere dove è rinchiuso scrive a Evita parole d’amore e di rimpianto: «Adesso so quanto ti amo e che non posso vivere senza di te. La mia immensa solitudine è piena del tuo ricordo». Passano solo pochi giorni e gli operai reagiscono in modo sorprendente e risoluto: in migliaia, una vera fiumana, si riversano per le strade chiedendo a gran voce la liberazione di Perón. Fa caldo quel giorno di ottobre (nell’emisfero australe in quel mese è primavera), la calca è asfissiante e allora i manifestanti, con un gesto che passerà alla Storia, si tolgono la camicia mentre scandiscono rabbiosi Perón libre, Perón libre: sono i descamisados (i senza camicia) e a galvanizzarli è proprio Evita, nel frattempo diventata una fervente attivista.

Perón viene liberato a furor di popolo e il 22 ottobre 1945 sposa la sua compagna in un tripudio di consenso popolare

Lei da allora in poi si firmerà Maria Eva Duarte de Perón, ma per il popolo argentino lei è semplicemente Evita, la Reina de los descamisados. È proprio a loro e alle migliaia di cabecitas negras, le “testoline nere” ovvero i contadini e i poveri dalla pelle scura delle zone interne del Paese che il processo di urbanizzazione aveva fatto confluire a Buenos Aires, che lei si rivolge nei suoi fiammeggianti comizi in cui sempre di più appare come trascinatrice di folle e incantatrice di cuori.

Sa come incendiare gli animi, sa parlare al cuore della gente: è sincera e ardente, appassionata e generosa e non dimentica le proprie origini, anche se gira con truccatore e parrucchiere al seguito, indossa abiti sontuosi e costosi (di Dior soprattutto), cappellini eleboratissimi e gioielli da favola (alla sua morte in cassaforte gliene ritrovarono per un valore di sei milioni di pesos). «Sono una di voi. So cos’è la fame» ripete spesso in pubblico e migliorare la condizione di poveri e diseredati, difendere i loro diritti, legittimare i figli nati fuori dal matrimonio (come lei) e dar voce alle prerogative delle donne sarà sempre il suo obiettivo primario, la sua missione fino alla fine.

Il 24 febbraio 1946, pochi mesi dopo la sua liberazione, Juan Domingo Perón diventa Presidente di quel grande Paese e così lei, l’ex ragazzina illegittima e umiliata dai compagni di classe, è la nuova Primera Dama e in quella veste svolgerà con passione e abnegazione il ruolo che più le sta a cuore: quello di abanderada de los humildes (portavoce degli umili). È lei la vera paladina del perónismo, il sincretico movimento politico che mira a tracciare una terza via tra capitalismo e comunismo, la seguace più ardente e convinta di suo marito Perón, figura assai controversa e discussa, idolatrato da molti e odiato da tantissimi.

Evita raggiunge in breve una fama smisurata: riceve in media dodicimila lettere al giorno, lavora nel suo ufficio fino a notte fonda, gira fra i poveri e i baraccati senza sosta non lesinando parole di conforto e abbracci, portando speranza e aiuti economici (nel corso della sua breve esistenza si parlò di 50 milioni di pesos elargiti).

Fa costruire scuole, 21 ospedali, case di riposo, quattromila alloggi per i diseredati (che costituiranno la cosiddetta Evita city), attrezza colonie estive per i bambini e, memore di sua mamma che era riuscita a mantenere una famiglia di sei persone grazie ad una macchina da cucire, ne fa distribuire a milioni tra le famiglie

Il 9 settembre 1947 grazie a lei e alle sue lotte, il Parlamento approva il disegno di legge che consente il diritto di voto alle donne che gliene saranno sempre grate e diventeranno, anche per questo, le sue più ferventi sostenitrici. Le donne argentine imitano il suo chignon basso e la sua sfumatura particolare di biondo, gli impeccabili tailleur e gli chemisier à pois, le acconciature floreali tra i capelli e le scarpe bianco dal tacco alto. Ma anche lei ha nemici che l’accusano di nascondere parecchi scheletri nell’armadio e di usare ipocritamente le sue munifiche elargizioni per tenere buono e asservito il popolo.

Coloro che mi attaccavano non potevano perdonare ad una giovane donna di aver avuto così tanto successo

Sue acerrime nemiche sono anche le dame dell’aristocrazia e delle classi sociali più elevate: per loro Evita, anzi, Eva Ibarguren, come si ostinano a chiamarla, è solo una modesta attrice che aveva fatto fortuna, una scaltra arvenue che aveva saputo far breccia nel cuore dell’uomo più appetito e potente d’Argentina, una con un passato “disinvolto” e spregiudicato.

Per questo la prestigiosa e snob Sociedad de beneficencia le rifiuta il ruolo di presidentessa che per prassi era riservata da sempre alla moglie del Presidente in carica. Lei, che è di natura magnanima ma anche impulsiva, dura e autoritaria, fa chiudere la Sociedad con atto governativo per istituire al suo posto la Fundacion Maria Eva Duarte de Perón.

Dato il carisma irresistibile e la popolarità in continua ascesa, suo marito Perón nel 1947 la invia in Europa per quello che sarà ribattezzato il Rainbow Tour e in molti Stati, Italia compresa, la Primera Dama d’Argentina viene accolta come una Regina. Ma nel 1950 destino personale s’ammanta all’improvviso dei colori cupi della tragedia: comincia ad accusare forti dolori allo stomaco che lei volutamente trascura: «i doveri verso il mio popolo sono più pressanti della mia salute» ripete a tutti, ma la sofferenza si fa di giorno in giorno più rapace e grifagna.

Il verdetto è crudele: cancro all’utero

Evita rifiuta l’intervento chirurgico perché suo marito nel febbraio 1951 è di nuovo in corsa per le elezioni che si sarebbero tenute a Novembre e lei vuole essere al suo fianco, deve essere al suo fianco «per il bene dell’Argentina» ribadisce con forza.

Non si risparmia neanche questa volta: infaticabile, prodiga, combattiva, sostiene il marito ed è sempre accanto a lui nei comizi e nelle arringhe, sempre elegante e senza un capello fuori posto anche se i dolori diventano sempre più atroci e il pallore e la magrezza si fanno sempre più inquietanti. Il male se la mangia vorace in poco tempo. È da un letto d’ospedale che infila la scheda elettorale nell’urna: è emaciata, ma ancora bellissima e combattiva.

L’11 novembre 1951 Perón vince con una maggioranza schiacciante e il corteo presidenziale si snoda per le strade di Buenos Aires: è un trionfo, un tripudio di gente, bandierine, petali di fiori e acclamazioni. Evita è in piedi accanto al suo Juan, luminosa e diafana: sorride serrando i denti perché i dolori nonostante la morfina sono implacabili ed è talmente debole che deve indossare un particolare busto di metallo che la sorregga durante la parata.

Il primo maggio 1952 appare in pubblico. Parla a fatica, la voce rotta dalla commozione

In pochi s’accorgono che sta in piedi solo perché il suo Juan la sostiene da dietro. Quando termina il suo discorso s’accascia tra le sue braccia e piange. Sarà la sua ultima apparizione in pubblico. Ma Perón era davvero addolorato?

C’è chi giura che no e il confine tra realtà e mistificazione in questi casi si fa labile: molti raccontavano che lui era sempre accanto a lei in quel letto di sofferenza inaudita e che fosse straziato dal dolore; altri invece sussurravano a mezza bocca che in realtà il Presidente, provando una sorta di dolorosa repulsione per quel corpo ischeletrito, dormisse lontano e si rifiutasse addirittura di farle visita.

Ed è a questo punto della storia che s’innesta un evento sconcertante: nel 2005 il neurochirurgo ungherese George Udvarhelyi dichiara in un’intervista di aver fatto parte dell’equipe medica che nel 1952 aveva praticato una lobotomia a Evita senza il suo consenso. La decisione, così si racconta, sarebbe stata presa dallo stesso marito su pressioni del governo.

Se così effettivamente è stato, quali furono ragioni che avrebbero indotto Perón a farle praticare quell’intervento così devastante? Era stato per aiutarla a sopportare gli inenarrabili dolori che il tumore le provocava? O la ragione, più sconvolgente, risiede nella volontà di azzerare così il potere politico di Evita? Quali che fossero le motivazioni, quell’intervento fu per lei esiziale: smise praticamente di nutrirsi arrivando a pesare 37 chili e trascorse gli ultimi giorni in uno stato pressoché vegetativo.

Il 26 luglio 1952 alle 20,25 i commentatori e gli annunciatori di tutti i canali radio dell’Argentina si fermano per annunciare, con la voce rotta dall’emozione, che «Eva Perón, capo spirituale della nazione, è entrata nell’immortalità.» Era morta all’età di trentatré anni, come nostro Signore Gesù, sottolinearono tutti. Un lugubre pianto si levò allora dall’intero Paese. Per quindici giorni due milioni di persone ammutoliti dal dolore sfilarono davanti al suo feretro di vetro dove lei riposava imbalsamata: gli uomini con il capo chino, le donne soffocando i singhiozzi nei fazzoletti

Don’t cry for me Argentina, ma tutta la Nazione piange e si dispera

Piangevano i suoi descamisados, piangevano le donne per i cui diritti lei si era battuta come una leonessa, piangevano i giovani che avevano individuato in lei una guida autorevole e materna. Quando il 19 settembre 1955 gli esponenti della Revolucion libertadora attuano un colpo di Stato e costringono Perón ad andare in esilio prima in Paraguay e poi in Spagna, per le spoglie di Evita inizia una sorta di calvario.

I golpisti vogliono cremarne il corpo per evitare che l’esposizione della salma perpetui la devozione del popolo nei suoi confronti, ma grazie anche al supporto del Vaticano, i peronisti riescono a far arrivare i resti mortali in Italia. Il 13 maggio 1957 Evita viene sepolta sotto il falso nome di Maria Maggi de Magistris nel cimitero di Musocco a Milano. Solo nel 1976 le sue spoglie giungono finalmente a Buenos Aires dove riposano in una piccola tomba di marmo nera nel Cementerio de la Recoleta, il cimitero monumentale della città. Sulla lapide lei, la Reina de los descamisados, aveva ordinato di incidere queste parole: Tornerò. E sarò milioni.

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