Il tragico destino incrociato di John Lennon e Dimebag Darrell, dreamer & rocker, simboli e leggende

L’8 dicembre, per gli amanti della musica, non sarà mai una data come le altre

Beffardo e calcolatorio, il destino è lì, nascosto in un angolo, pronto a sgambettarti quando meno te lo aspetti. Insospettabile e ingiusto, vile e meschino, è spesso artefice di trame complesse e imprevedibili. È qualcosa che aleggia sopra di noi e che, con arrogante insolenza, ogni tanto ci ricorda che ciò che accade non sempre ha una giustificazione. Accade e basta.

Ne sanno qualcosa John Lennon e Dimebag Darrell, uomini, musicisti, icone. Per un tragico scherzo del destino, entrambi hanno perso la vita lo stesso giorno. Quasi alla stessa ora. Solo gli anni del decesso sono diversi. A unirli, però, è qualcosa che, se vogliamo, è ancora più macabro. La vita gli è stata strappata da due folli sputati fuori dall’inferno. Due squilibrati che hanno deciso di porre fine all’esistenza di due geni della musica e dell’immaginario collettivo. John e Dime, due talenti puri capaci di brillare di luce propria, di quelli che non nascono di frequente.

MyZona

Il legame tra loro è ulteriormente sancito dalle modalità con le quali sono stati uccisi: a colpi di pistola. È qualcosa che, se non fosse accaduto a distanza di ventiquattro anni, si faticherebbe a credere. L’ex leader dei The Beatles trovò la morte mentre rincasava nel suo lussuoso appartamento al Dakota Building di New York City. Erano le 22.50, circa, dell’8 dicembre del 1980. Ad attenderlo c’era Mark David Chapman con una calibro 38. Colui che, poche ora prima, lo aveva atteso per chiedere di autografare una copia dell’album Double Fantasy.

Hey, Mr. Lennon“: l’omicida esplose cinque colpi di cui quattro raggiunsero Lennon che stava rincasando con la moglie, Yoko Ono, dopo una sessione di registrazione al Record Plant Studio. Inutili i soccorsi, l’autore di “Imagine” venne dichiarato morto alle 23.15. I medici affermarono che chiunque, in quelle condizioni, non avrebbe potuto sopravvivere per più di una decina di minuti.

Leggi anche: Woman, l’omaggio di John Lennon all’universo femminile

La follia di Chapman lo portò, appena compiuto l’atto, a restare sul luogo del delitto per leggere una copia de “Il giovane Holden

Secondo una testimonianza accreditata, un uomo gli chiese se si fosse reso conto del gesto e lui, per tutta risposta, confermò di si con la testa, affermando: “ho appena sparato a John Lennon“. Ex tossicodipendente affetto da problemi psichici, tali da giustificarne un ricovero coatto in diverse circostanze, fu condannato a venti anni di galera. Nel 2010, dichiarò: “Mi spiace aver causato tanto dolore“.

Darell Lance Abbot, meglio noto come Dimebag Darrell, è stato, senza timore alcuno di smentita, tra i chitarristi rock più influenti degli ultimi trenta anni. Talento da vendere, diamante grezzo da bambino, stella tra le più luminose da adulto. Non basterebbero i numerosi riconoscimenti ad attestarne l’autorevolezza, né sarebbe sufficiente ricordare come, già a 13 anni, gli veniva impedito di iscriversi ai concorsi per chitarra. Li avrebbe vinti in partenza. Con lui non c’era storia.

Darrell, come Lennon, era un sognatore. Non un filosofo, però. A parlare, per lui, era la chitarra. E che discorsi, che aforismi, che epitaffi. Cofondatore, assieme all’amatissimo fratello Vinnie Paul, dei Pantera, raggiunse, tra gli anni ’90 e l’inizio dei 2000, ogni vetta esplorabile per un essere umano. Da una città di medie dimensioni degli States, dove la massima aspirazione poteva essere fare il “vaccaro” o il commerciante, Dime divenne simbolo di una decade e di una rivoluzione musicale. Aveva realizzato il sogno.

Già, un sogno. Di gloria, di fama, di condivisione di ideali e passione per la musica, che portò avanti anche quando i Pantera, dilaniati dai conflitti interni dei suoi componenti, si sciolsero. Con il fratello, che prima ancora di essere tale era il migliore amico, fondò i Damageplan e riniziò da capo, con la stessa passione, quasi fosse un emergente. Quel sogno, chiamato rock n’roll e che, nel suo caso, coincideva drammaticamente con una cosa più grande chiamata esistenza, cessò improvvisamente l’8 dicembre del 2004 a Columbus, Ohio.

Dime si stava esibendo all’Alrosa Villa, locale tra i più noti in città, quando venne raggiunto sul palco da Nathan Gale, ex marine in congedo per infermità mentale, che lo colpì mortalmente

E, in omaggio al concetto di tragico scherzo del destino sopra espresso, anche lui venne ucciso da un “fan”. Con una pistola che esplose cinque colpi. Esattamente come John Lennon, si. Come detto, si fatica a crederci. Quel giorno non perse la vita solo lui, ma anche Jeff Thompson, addetto alla sicurezza della band, Erin Halk, un impiegato del locale e Nathan Bray, uno spettatore. In molti rimasero feriti e/o colpiti. Gale fu poi neutralizzato da un poliziotto che lo colpì alla nuca con un colpo di fucile.

Una scena analoga, dai risvolti ancora più drammatici e assurdi, si ripeterà il 13 novembre del 2015 al Bataclan di Parigi

La morte di Darrell, per quanto illogica, è, per qualcuno, da accreditarsi alla perversione statunitense legata al possesso delle armi. La morte violenta, chiunque riguardi, è sempre difficile da accettare, figuriamoci da prevedere. Ma per Dime, come per John, il mix di fattori è stato tanto letale quanto imprevedibile. Columbus come New York, un live club come l’atrio di un appartamento di lusso, l’heavy metal come il pop.

Una pistola, cinque colpi, un orario quasi coincidente e una data, una stramaledetta data: l’8 dicembre

Entrambi sognavano un mondo migliore, chi fatto di pace, chi di “rock n’roll all night and party every day“. Entrambi, come simboli generazionali, culturali, filosofici, ci hanno insegnato che i sogni si inseguono, si rincorrono, e che credere in essi è quanto di più stimolante possa esserci. La loro eredità musicale è sconfinata. Il solo tentativo di dosarla, di circoscriverla ai numeri, è azzardato.

Non passa giorno che in qualche angolo del mondo un teenager o un adulto non siano attaccati al proprio stereo, o alle proprie cuffie, ad ascoltare “Jealous Guy” o “Cowboys From Hell“. Non c’è moda che riesca a oltrepassare i canoni stilistici dei Baronetti di Liverpool o l’aggressività abrasiva di un palm muting thrash metal. E’ vero, l’eredità di John e Dime è immensa, ma Dio solo sa quanto, in tempi bui come quelli che viviamo, avremmo ancora bisogno di loro su un palco.

Leggi anche: “Beatles più famosi di Gesù”: perché John Lennon fu costretto a scusarsi con gli Stati Uniti

Da leggere anche

Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli