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Il tragico destino incrociato di John Lennon e Dimebag Darrell, dreamer & rocker, simboli e leggende

Per un tragico scherzo del destino, entrambi hanno perso la vita lo stesso giorno. Quasi alla stessa ora. Solo gli anni del decesso sono diversi

Federico Falcone

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L’8 dicembre, per gli amanti della musica, non sarà mai una data come le altre

Beffardo e calcolatorio, il destino è lì, nascosto in un angolo, pronto a sgambettarti quando meno te lo aspetti. Insospettabile e ingiusto, vile e meschino, è spesso artefice di trame complesse e imprevedibili. È qualcosa che aleggia sopra di noi e che, con arrogante insolenza, ogni tanto ci ricorda che ciò che accade non sempre ha una giustificazione. Accade e basta.

Ne sanno qualcosa John Lennon e Dimebag Darrell, uomini, musicisti, icone. Per un tragico scherzo del destino, entrambi hanno perso la vita lo stesso giorno. Quasi alla stessa ora. Solo gli anni del decesso sono diversi. A unirli, però, è qualcosa che, se vogliamo, è ancora più macabro. La vita gli è stata strappata da due folli sputati fuori dall’inferno. Due squilibrati che hanno deciso di porre fine all’esistenza di due geni della musica e dell’immaginario collettivo. John e Dime, due talenti puri capaci di brillare di luce propria, di quelli che non nascono di frequente.

Il legame tra loro è ulteriormente sancito dalle modalità con le quali sono stati uccisi: a colpi di pistola. È qualcosa che, se non fosse accaduto a distanza di ventiquattro anni, si faticherebbe a credere. L’ex leader dei The Beatles trovò la morte mentre rincasava nel suo lussuoso appartamento al Dakota Building di New York City. Erano le 22.50, circa, dell’8 dicembre del 1980. Ad attenderlo c’era Mark David Chapman con una calibro 38. Colui che, poche ora prima, lo aveva atteso per chiedere di autografare una copia dell’album Double Fantasy.

Hey, Mr. Lennon“: l’omicida esplose cinque colpi di cui quattro raggiunsero Lennon che stava rincasando con la moglie, Yoko Ono, dopo una sessione di registrazione al Record Plant Studio. Inutili i soccorsi, l’autore di “Imagine” venne dichiarato morto alle 23.15. I medici affermarono che chiunque, in quelle condizioni, non avrebbe potuto sopravvivere per più di una decina di minuti.

La follia di Chapman lo portò, appena compiuto l’atto, a restare sul luogo del delitto per leggere una copia de “Il giovane Holden

Secondo una testimonianza accreditata, un uomo gli chiese se si fosse reso conto del gesto e lui, per tutta risposta, confermò di si con la testa, affermando: “ho appena sparato a John Lennon“. Ex tossicodipendente affetto da problemi psichici, tali da giustificarne un ricovero coatto in diverse circostanze, fu condannato a venti anni di galera. Nel 2010, dichiarò: “Mi spiace aver causato tanto dolore“.

Darell Lance Abbot, meglio noto come Dimebag Darrell, è stato, senza timore alcuno di smentita, tra i chitarristi rock più influenti degli ultimi trenta anni. Talento da vendere, diamante grezzo da bambino, stella tra le più luminose da adulto. Non basterebbero i numerosi riconoscimenti ad attestarne l’autorevolezza, né sarebbe sufficiente ricordare come, già a 13 anni, gli veniva impedito di iscriversi ai concorsi per chitarra. Li avrebbe vinti in partenza. Con lui non c’era storia.

Darrell, come Lennon, era un sognatore. Non un filosofo, però. A parlare, per lui, era la chitarra. E che discorsi, che aforismi, che epitaffi. Cofondatore, assieme all’amatissimo fratello Vinnie Paul, dei Pantera, raggiunse, tra gli anni ’90 e l’inizio dei 2000, ogni vetta esplorabile per un essere umano. Da una città di medie dimensioni degli States, dove la massima aspirazione poteva essere fare il “vaccaro” o il commerciante, Dime divenne simbolo di una decade e di una rivoluzione musicale. Aveva realizzato il sogno.

Già, un sogno. Di gloria, di fama, di condivisione di ideali e passione per la musica, che portò avanti anche quando i Pantera, dilaniati dai conflitti interni dei suoi componenti, si sciolsero. Con il fratello, che prima ancora di essere tale era il migliore amico, fondò i Damageplan e riniziò da capo, con la stessa passione, quasi fosse un emergente. Quel sogno, chiamato rock n’roll e che, nel suo caso, coincideva drammaticamente con una cosa più grande chiamata esistenza, cessò improvvisamente l’8 dicembre del 2004 a Columbus, Ohio.

Dime si stava esibendo all’Alrosa Villa, locale tra i più noti in città, quando venne raggiunto sul palco da Nathan Gale, ex marine in congedo per infermità mentale, che lo colpì mortalmente

E, in omaggio al concetto di tragico scherzo del destino sopra espresso, anche lui venne ucciso da un “fan”. Con una pistola che esplose cinque colpi. Esattamente come John Lennon, si. Come detto, si fatica a crederci. Quel giorno non perse la vita solo lui, ma anche Jeff Thompson, addetto alla sicurezza della band, Erin Halk, un impiegato del locale e Nathan Bray, uno spettatore. In molti rimasero feriti e/o colpiti. Gale fu poi neutralizzato da un poliziotto che lo colpì alla nuca con un colpo di fucile.

Una scena analoga, dai risvolti ancora più drammatici e assurdi, si ripeterà il 13 novembre del 2015 al Bataclan di Parigi

La morte di Darrell, per quanto illogica, è, per qualcuno, da accreditarsi alla perversione statunitense legata al possesso delle armi. La morte violenta, chiunque riguardi, è sempre difficile da accettare, figuriamoci da prevedere. Ma per Dime, come per John, il mix di fattori è stato tanto letale quanto imprevedibile. Columbus come New York, un live club come l’atrio di un appartamento di lusso, l’heavy metal come il pop.

Una pistola, cinque colpi, un orario quasi coincidente e una data, una stramaledetta data: l’8 dicembre

Entrambi sognavano un mondo migliore, chi fatto di pace, chi di “rock n’roll all night and party every day“. Entrambi, come simboli generazionali, culturali, filosofici, ci hanno insegnato che i sogni si inseguono, si rincorrono, e che credere in essi è quanto di più stimolante possa esserci. La loro eredità musicale è sconfinata. Il solo tentativo di dosarla, di circoscriverla ai numeri, è azzardato.

Non passa giorno che in qualche angolo del mondo un teenager o un adulto non siano attaccati al proprio stereo, o alle proprie cuffie, ad ascoltare “Jealous Guy” o “Cowboys From Hell“. Non c’è moda che riesca a oltrepassare i canoni stilistici dei Baronetti di Liverpool o l’aggressività abrasiva di un palm muting thrash metal. E’ vero, l’eredità di John e Dime è immensa, ma Dio solo sa quanto, in tempi bui come quelli che viviamo, avremmo ancora bisogno di loro su un palco.

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Harold Smith di Twin Peaks: origini, echi e la tragica morte del cantante dei Boston

Francesca Lucidi

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Il personaggio di Harold Smith compare per la prima volta a Twin Peaks negli episodi della seconda stagione.

La famosa e oscura serie firmata dal regista David Lynch si affaccia nel 1990, per sconvolgere un’intera generazione. Lynch alla vigilia dell’uscita della terza stagione nel 2017… 25 anni dopo, come promesso, ha dichiarato di essere ancora molto fiero della puntata pilota e di avere delle perplessità sul secondo capitolo di Twin Peaks.

Il mistero della piccola città e dei suoi abitanti è fitto; ancora oggi i fanatici della serie discutono sulle interpretazioni multiple, su cui Lynch ha sempre giocato, riguardo a eventi e personaggi. Harold Smith rientra nel calderone delle misteriose sostanze messe insieme da Lynch per creare una disturbante fauna di creature inquiete, ambivalenti.

Il ruolo di Harold è interpretato da Lenny Von Dohlen: attore di cinema e teatro, ancora oggi adatto a rivestire i panni di personaggi affascinanti, e decisamente dark, come nell’episodio della serie Criminal Minds del 2019 intitolato “La musica nel sangue”.

Dohlen ha un viso alla Norman Bates: ci inquieta e ci invita ad eleganti e sussurranti atmosfere che nascondono ombre abili a oscurare i suoi chiari occhi ammalianti.

Il personaggio di Harold Smith è stato scritto e ideato da Harley Payton, produttore e sceneggiatore che ha lavorato per Twin Peaks in entrambe le vesti. Payton, per la sua scrittura cinematografica, ottenne anche una nomination agli Emmy Award.

Harold è un giovane bello in modo inusuale: è esile, quasi femmineo. Entra nella storia perché, lui, custodisce un inestimabile tesoro di segreti che… non posso svelare se ci saranno curiosi che non hanno visto Twin Peaks e vorranno cimentarsi in questa sfida psichiatrica e visionaria. Harold non esce da casa. Harold soffre di una forma terribile di agorafobia: le cause sembrano sconosciute e su questo si è molto discusso… collegando alcuni sassolini, gettati da Lynch, all’attività instancabile degli spiriti della Loggia Nera. Il giovane viene raggiunto da Donna, la migliore amica di Laura Palmer: la protagonista morta ma così presente, trent’anni fa e ancora oggi. Il rapporto instauratosi tra Donna e Harold svela passato, presente e futuro; sarà anche ciò che determinerà le sorti del ragazzo: un giovane uomo molto più grande di Donna, disturbato ed estremamente intelligente; amante delle donne e amato dalle donne… sottile carnefice e al contempo vittima.

Ciò che è interessante su Harold, oltre al suo ruolo assolutamente fondamentale nella diegesi, è la sua nascita nella fantasia di Harley Payton. Il giovane non esce da casa, è tremolante in ogni suo comportamento e ipocondria, tiene dei quaderni con la storia di molte donne che con lui si sono confidate… e, per alcune, ciò è nato nella condivisione di rapporti carnali: sempre consumati nella fortezza di orchidee di Harold. La morte ha un ruolo nel piccolo mondo di Harold, una morte violenta e disperata. Tutto questo ha un antecedente realmente esistito: Payton si è ispirato ad Arthur Crew Inman.

Inman fu un mediocre poeta americano, solitario e assai particolare. Nato nel 1895 da una ricca famiglia di Atlanta, ereditò una grande fortuna derivata dalla coltivazione e dal commercio di cotone. Abbandonò il college dopo due anni per un esaurimento nervoso e si sposò con Evelyn Yates nel 1923. Pubblicò senza successo diversi volumi di poesia; decise poi di trasferirsi a Boston.

Spinto dalla paranoia e dall’ipocondria acquistò innumerevoli immobili per circondarsi di spazi che attutissero i rumori esterni. Buio, isolamento e fobie… In queste atmosfere tetre e asfissianti, Inman ospitò diversi lavoranti e personaggi che conduceva nelle sue stanze per registrarne i pensieri e le testimonianze. Sembra che la moglie fosse al corrente delle relazioni sessuali che Inman intraprendeva in quelle occasioni. L’uomo tentò più volte il suicidio, fino a che il 5 dicembre del 1963 i rumori della costruzione della Prudential Tower divennero così insopportabili da spingere Inman a togliersi la vita, definitivamente: si sparò con un revolver e riuscì, alla fine, a liberarsi dalla sua tormentata esistenza.

Il poeta suicida lasciò 155 volumi di diario. Nonostante il suo scarso talento come poeta, Inman attirò l’attenzione dopo la sua morte proprio per i suoi diari: il professore di letteratura inglese di Harvard Daniel Aaron ne pubblica una prima edizione, in due volumi, nel 1985. L’edizione in un unico volume esce nel 1996. Il TIME recensisce i diari apostrofando Inman come “megalomane”, “misogino”… la documentazione lasciata da Inman viene comunque giudicata da alcuni storici come importante per le testimonianze e l’ampia panoramica sulla società e le menti del tempo.

I parallelismi con Harold Smith sono, chiaramente, innumerevoli.

Il personaggio di Smith si “congeda” da Twin Peaks con una frase che resterà tra le più inquietanti, tristi e intriganti della serie: “J’AI UNE ÂME SOLITAIRE” (tradotto nella serie come “SONO UN’ANIMA SOLITARIA”).

Twin Peaks tenne incollate persone di ogni età ed estrazione sociale… e alcune frasi echeggiano ancora oggi. Spesso i fan accaniti della serie sviluppano una vera e propria mania e numerosi volumi sono stati scritti per approfondire misteri, luoghi e personaggi.

Viene citato da fandoms e siti di amanti di Twin Peaks un triste collegamento: il suicidio del cantante della band hardrock BOSTON, Brad Delp. I Boston sono noti, soprattutto, per il grande successo More Than a Feeling: singolo principale dell’album BOSTON del 1976.

Brad Delp si suicida, con il monossido di carbonio, il 9 marzo del 2007. Nei giorni successivi, vengono resi noti i messaggi di addio lasciati dal cantante. Sul colletto di Delp viene trovato un foglietto con la frase “MR. BRAN DELP. J’AI UNE AME SOLITAIRE. I AM A LONELY SOUL”.

Altri messaggi sono stati trovati in varie parti della casa per chiarire che la decisione di togliersi la vita non dipendeva da altri ma dall’aver perso “il desiderio di vivere”. Delp si sarebbe dovuto sposare l’estate successiva, con la fidanzata Pamela Sullivan. Anche nel caso di Delp, come in quello di Harold, molte ipotesi sono state fatte e si è puntato il dito verso la band, verso i familiari…

C’è un sotteso collegamento tra tante anime, perché nessuna svanisce, probabilmente.

Laura Palmer e Harold Smith sono finzione… Inman e Delp persone reali. La finzione, però, non rende meno reali le sue creature perché esse sono racconti, sono vite… e sono SIMBOLI.

L’isolamento è un parassita divoratore, e mai si deve perdere “l’occhio” verso l’altro; specialmente in questo momento storico.

“Così tante persone sono venute e se ne sono andate

Le loro facce svaniscono col passare degli anni

Eppure mi stupisco ancora come siano

chiare come il sole nel cielo d’estate.”

(More than a Feeling, BOSTON)

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Auguri Clint Eastwood, 90 anni da immortale

Il nativo di San Francisco è una tra le colonne portanti del cinema internazionale e della settima arte più in generale, uno dei nomi più autorevoli del settore e personaggio di spicco anche al di fuori del set

Federico Falcone

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Rispondete a questa domanda: quando leggete il suo nome, quando guardate i suoi occhi di ghiaccio, quando scrutate il suo ghigno, a cosa pensate? Qual è il primo pensiero che vi balza alla mente in presenza di sua maestà Clint Eastwood? Il nativo di San Francisco è una tra le colonne portanti del cinema internazionale e della settima arte più in generale, uno dei nomi più autorevoli del settore e personaggio di spicco anche al di fuori del set. Controverso, direte voi. E’ vero, rispondiamo noi. Lo è. Ma se non lo fosse, beh, non sarebbe Clint Eastwood. E compie 90 anni. Una leggenda che non vuole saperne di mollare un centimetro della sua vita, della sua carriera e del suo tempo al cospetto di madre natura e del dio Kronos.

Attore, regista, produttore. Più di quaranta pellicole girate, le prime delle quali, quelle che lo hanno lanciato verso il successo, recitate nella polvere del Far West. Camperos con speroni d’acciaio, cinturone, cappello calato sopra la fronte a lasciare intravedere uno degli sguardi più riconoscibili della storia del grande schermo, lungo sigaro in bocca e battute limitate allo stretto indispensabile. Presenza scenica da bucare lo schermo, non solo per il suo metro e novantatré centimetri di altezza, ma anche grazie a un carisma impagabile e a un fascino straordinario.

Un talento cristallino messo in luce dal sodalizio con Sergio Leone nella “trilogia del dollaro”. “Per un pugno di dollari“, “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo“, fanno di Eastwood un attore di fama internazionale, presto consolidata e spesso ricercata. Un binomio che continua ad affascinare anche ora, a distanza di quasi sessanta anni, e che continua a influenzare attori e registi emergenti. Il ruolo ci cowboy continuerà a interpretarlo per diversi anni, ma nel 1971 la consacrazione arriva con “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo“, primo capitolo della saga poliziesca che produrrà altri quattro capitoli (1973, 1976, 1983, 1988).

Sempre negli anni Settanta avviene il passaggio dietro la macchina da presa. Firma le sue prime pellicole, “Brivido nella notte“, “Lo straniero senza nome“, “Assassinio sull’Eiger“, “Il texano dagli occhi di ghiaccio“, “Firefox, Volpe di ghiaccio“. Produzioni, queste, che valgono l’interesse degli addetti ai lavori che controbilanciano così le scarse attenzione verso l’Eastwood attore, talentuoso certamente, ma mai realmente convincente. Giudizi che fanno storcere il naso e che lasciano quantomeno perplessi, pur se rapportati agli standard e alle critiche dell’epoca.

Clint riesce a mantenere senza grosse difficoltà la doppia vita di attore e regista. E sempre con discreto successo, come negli anni Ottanta. Nei ’90, invece, spicca il volo una volta per tutte. Nel 1992 gira “Fuga da Alcatraz” e nel 1993 “Gli Spietati“, e proprio come regista vince l’Oscar come “Miglior Regista” e “Miglior Film” per “Gli Spietati”, pellicola con cui riceve anche la nomination a “Miglior Attore Protagonista”. Negli anni Duemila fa incetta di capolavori. “Million Dollar Baby” sbanca agli Oscar del 2005 con ben quattro statuette su sette nomination: “Miglior Film”, “Miglior Regia”, “Miglior Attrice Protagonista” e “Miglior Attore non protagonista”.

Poi c’è la visione della guerra (le cui mai celate simpatie repubblicane gli hanno spesso creato non pochi problemi). La battaglia di Iwo Jima vista da due prospettive, quella giapponese e quella americana, in “Letters from Iwo Jima” e “Flag of our Fathers“, sono tra i più grandi successi della decade, esattamente come “Gran Torino” con cui vinse il David di Donatello per il “Miglior Film straniero”. “Sully“, “American Sniper“,”Invicuts” e gli ultimi “Il Corriere – The Mule” e “Richard Jewell” completano una carriera straordinaria, impossibile da raccontare solo a parole.

Non sarebbero sufficienti fiumi di inchiostro per testimoniare e sottoscrivere l’importanza che Clint Eastwood ha avuto, ed ha, all’interno del mondo del cinema. E che continuerà ad avere, perché è andato oltre, troppo oltre il ruolo nello star system. E meno male, altrimenti non sarebbe Clint Eastwood.

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L’eterna giovinezza di Jeff Buckley: 23 anni dopo il suo mito è intramontabile

Federico Falcone

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Era la sera del 29 maggio del 1997 e Jeff Buckley, in compagnia dell’amico e fidato roadie, Keith Foti, si stava dirigendo verso Memphis dove avrebbe dovuto registrare dei nuovi brani. Il clima era disteso, gioviale, come può esserlo quello tra due amici che condividono una passione sconfinata per la musica e per la vita on the road. D’altronde era facile essere amico del figlio di Tim Buckley, il suo fare sempre posato, garbato e disponibile era merce rara in un mondo schizofrenico come quello dello star system. E poi era un sognatore, con una voce d’angelo.

Nessuno dei due, però, avrebbe mai potuto immaginare che quella sera sarebbe cessata bruscamente e improvvisamente la vita di Jeff. Un appuntamento con un destino che nessuno avrebbe mai previsto come già segnato, incanalato verso una strada senza uscita. No, non doveva andare così. Lungo il tragitto il furgoncino che trasportava i due si accostò di fianco le rive del Wolf River, affluente del grande fiume Mississippi. Fu Jeff a chiedere di fermarsi, aveva voglia di tuffarsi a fare un bagno. E fu proprio ciò che fece, con tutti i vestiti indosso, stivali compresi. Chissà, forse voleva solo rinfrescarsi. In modo eccentrico, ma da un’artista con una spiccata vena emozionale quale era quella che possedeva, non tutto doveva essere razionale affinché potesse accadere.

Scese dal mezzo cantando “Whola Lotta Love” dei Led Zeppelin, nuotò per pochi minuti, forse voleva raggiungere la sponda opposta del fiume. Tutt’a un tratto sparì alla vista di Keith che, preoccupato dal non vedere l’amico nuotare, iniziò a sbracciare e a chiamarlo. Ma da parte di Jeff nessuna risposta, nessun segno. Il silenzio più assoluto, di quelli assordanti, di quelli che scatenano brividi di paura. E Keith di paura ne ebbe immediatamente. Chiamò la polizia e si mise in moto per ritrovarlo.

Col passare dei minuti fu subito chiaro che qualcosa stava accadendo, che non poteva che trattarsi di un incidente nel quale Jeff Buckley era incorso. Ma nessuno seppe mai realmente cosa accadde, finché il suo corpo non venne ritrovato il 4 giugno, avvistato da un passeggero del traghetto American Queen, impigliato tra i rami di un albero sotto il ponte di Beale Street, una tra le arterie più importanti di Memphis. Era privo di vita, in stato di decomposizione già da diversi giorni.

Cosa accadde realmente quel 29 giugno del 1997 non è mai stato del tutto chiarito. L’autopsia non rilevò tracce di alcool o droga, così come di un possibile malore. Nessun indizio per pensare a un suicidio. Foti ricordò in seguito che, nel mentre l’autore di Grace si immergeva nelle acque, in quegli istanti stava transitando un battello i cui motori avrebbero potuto generare un gorgo tale da risucchiarlo. Una morte improvvisa, imprevista e imprevedibile. Il mondo della musica aveva perso per sempre una delle sue voci più belle, uno dei suoi artisti più talentuosi.

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