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Cinema

Margot Robbie, la scalata al successo vale la top 10 tra i più pagati di Hollywood

Eleonora Lippa

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Margot Robbie è indubbiamente tra le attrici del momento. Australiana, classe 1990, è tra gli astri nascenti del cinema internazionale. Affascinante, simpatica, sempre disponibile e, soprattutto, in possesso di un talento recitativo tale che, nella seppur breve carriera fin’ora espressa, le ha consentito di recitare al fianco di attori affermati e di essere diretta da maestri della regia

A questi titoli se ne aggiunge uno nuovo: è tra le attrici più pagate di Hollywood. Grazie anche al successo ottenuto con “Once Upon a time…in Hollywood” di Quentin Tarantino, in cui ha interpretato Sharon Tate, si piazza all’ottavo posto con 23 milioni di dollari di fatturato.

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Una classifica che però mette in luce una disparità di genere a lungo discussa. La differenza tra l’uomo più pagato e la donna più pagata è notevole. Il primo posto è occupato da Will Smith con 89 milioni di dollari di guadagno all’anno, mentre Scarlett Johansson – la prima fra le donne – è al quinto posto con 50 milioni di dollari, più di 30 in meno. Eppure il talento non sembrerebbe suggerire questo gap…

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Studentessa di traduzione editoriale, innamorata della Spagna, del cinema italiano e delle parole di Alberto Moravia, coglie al volo la possibilità di uscire dalla suo comfort zone e visitare tutto ciò che è possibile. Gingerness e arrosticini come unico credo.

Cinema

Oscar 2021: cambia il regolamento per la categoria Miglior Film Straniero

Riccardo Colella

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Gli strascichi da Covid-19 si fanno ancora sentire e, soprattutto in un settore come quello cinematografico, messo a dura prova dall’anno appena trascorso, il 2021 introduce diverse novità. È di questi giorni, infatti, la notizia secondo cui l’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences (AMPAS), ha modificato i criteri di selezione per le nomination agli Oscar nella categoria Miglior Film Straniero.

In primis, già a partire dall’edizione 2021, la rosa che comporrà la short list dei film internazionali passerà da 10 a 15, anche a testimonianza del numero sempre crescente delle diverse nazioni che selezionano film, in propria rappresentanza. All’Academy, infatti, sono ben 93 le candidature giunte dai diversi paesi in meno di un mese.

In secundis, proprio la recente pandemia da Covid-19 ha giocoforza introdotto un importante punto di rottura rispetto alle precedenti edizioni in tema di votazioni. Se fino all’anno scorso le preferenze venivano espresse di persona, per garantire il regolare svolgimento delle operazioni e che ciò avvenga in totale sicurezza, quest’anno si procederà con votazione a scrutinio segreto e in un ambiente virtuale.

È bene ricordare, però, che la lista di cui parliamo fungerà da “anticamera” alla cerimonia degli Oscar del 25 aprile; e che già a Novembre del 2020, avevamo parlato dei film italiani in lizza. Se tanto ci da tanto, assieme all’ampliamento dei titoli in corsa, aumentano anche le chance italiane di entrare nella short list.

L’Italia, infatti, nonostante le polemiche per l’esclusione del Pinocchio di Matteo Garrone, Tutto il mio folle amore di Salvatores e, soprattutto, Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, gareggerà con l’ultimo lavoro di Francesco Rosi, Notturno. La short list sarà completata il 9 febbraio, mentre le nomination saranno annunciate il 15 di marzo.

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Cinema

Federico Fellini e il film che non girò mai

Oggi nasceva Federico Fellini, nell’ormai lontanissimo 1920. Oltre ai grandi successi e alla consacrazione, la sua carriera ha visto sfumare tanti possibili successi. Nell’omaggio di @AlbertoMutignani ve ne raccontiamo uno.

Alberto Mutignani

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“Questo è Mastorna, un violoncellista, l’eroe del mio film. Doveva iniziare così, con un atterraggio di fortuna al centro di una città sconosciuta.” Nel 1967, Federico Fellini aveva tutte le intenzioni di girare, come prossimo film, questo ‘Viaggio di G. Mastorna, detto Fernet’ che invece, per una serie di circostanze, attese, ritardi, contrattempi, non vide mai la luce. L’incipit è folgorante: un aereo in partenza da una capitale del nord Europa, è costretto ad atterrare per l’insistenza di una bufera di neve. Avvolto dalla tormenta, il protagonista, accompagnato dal suo violoncello, scende e cammina per la piazza spettrale di questa città. Domina, su tutto, una cattedrale gotica di cui non si vede la fine.

E pare che a seguito di questa sequenza – l’unica girata da Fellini – ce ne fossero pronte già altre due: uno spettacolo di danza del ventre, che si chiudeva con il parto improvviso della danzatrice davanti un pubblico gremito ed estasiato, e l’annuncio di uno schianto aereo da parte di un notiziario tedesco. La sceneggiatura, ad oggi, finisce qui, ma tanto ci basta per comprendere le intenzioni del regista riminese: secondo le parole dello stesso Fellini, il film sarebbe ‘la storia di un uomo che è morto, ma non lo sa’.

Un progetto che nasce subito dopo due grande successi – ‘La dolce vita’ e ‘8 e ½’ – e che non manca di altrettanta ambizione. Dietro Fellini, c’è la figura di Dino De Laurentiis. Un rapporto controverso, quello tra i due: successi, premi, ammirazione reciproca, ma anche liti, frequenti rotture e citazioni in tribunale. Non era difficile, a quei tempi, leggere sul giornale titoli come: ‘Fellini e De Laurentis fanno la pace’, oppure: ‘Rottura tra Fellini e il produttore De Laurentis’. Ed è proprio quest’ultimo a bloccare, per la prima volta, il progetto di ‘Mastorna’.

Nel documentario del 1969 ‘Block-notes di un regista’, Federico Fellini ci mostra per la prima volta le impalcature per alcune delle scenografie del film: lo scheletro di un aereo, fermo su una pista circondata dalla campagna, e poi un gabbiotto e la cattedrale imponente. Fellini tenta più volte di realizzare il viaggio del suo orchestrale: il regista conosce Milo Manara nel 1963, e insieme realizzano due fumetti.

Il secondo, in ordine cronologico, è proprio la trasposizione di ‘G. Mastorna’, che vedrà la collaborazione dei due artisti pubblicata da ‘Il Grifo’ nel 1992. Anche in questo caso, la collaborazione termina prima dei tempi previsti: per un errore della casa editrice, una delle tavole di Manara riporta la scritta ‘Fine’, nonostante mancassero ancora due volumi al termine dell’opera. Federico Fellini, prendendolo come un segno del destino, decise di accantonare il progetto e di chiudere le collaborazioni con Manara.

Ciò che rimane, al termine di questa piccola epopea produttiva, è l’idea alla base, che ancora affascina nonostante gli anni, e nonostante il fatto che sia rimasta, per l’appunto, solo un’idea: un uomo che vaga in un limbo etereo – oggi diremmo ‘felliniano’, non a caso – dove non esistono dimensioni funeree né paesaggi dell’oltretomba, dove la figura femminile di una hostess ricopre i panni del Caronte, traghettatore di anime, attraverso una slitta che conduce a un albergo, alla dimensione dell’Altrove.

Alle poche righe di sceneggiatura, possiamo aggiungere gli elementi che Fellini inserisce negli scampi epistolari con De Laurentis: secondo i piani originali di Fellini, la danzatrice del ventre, prima ancora che una donna gravida, doveva essere un trans che infastidiva Mastorna, al punto da indurlo a lasciare la hall dell’albergo. Ancora, in una scena successiva, Mastorna avrebbe vagato per i corridoi lunghi e vuoti dell’hotel sommerso dalla neve, con le finestre che danno sul nulla, con dei silenzi spettrali, e poi sarebbe stato assalito dalla voglia di ritornare a casa, da sua moglie.

Imbastendo il viaggio di ritorno, però, accadono due imprevisti: è qui che, più che in ogni altra sequenza, riconosciamo Fellini: l’incontro con un amico di vecchia data, morto molti anni prima, e l’arrivo di una donna angelica, la Beatrice di questo film mai realizzato, che nella testa di Fellini doveva avere il volto della cantante Mina. Ancora: “Una vera bolgia di corpi umani, convergenti in una medesima direzione, e nella loro caduta, non privi di disinvoltura e di brio. Ma dopo essersi spappolati, si sollevano e pieni di slancio, tornano a salire verso le rampe, per poi precipitarsi di sotto, di nuovo a capofitto”. In questa scena, il personaggio centrale è Armandino, un disperso come Mastorna, che il protagonista incontra in un night, dopo essere svenuto.

Armandino è l’anima che più di tutte sembra conoscere le regole del limbo: i morti, essendo tali, non provano dolore fisico. Per questo, nella scena prevista da Fellini, centinaia di morti si sarebbero gettati dal tetto di un night, finendo sull’asfalto, senza scalfirsi e anzi provando un certo divertimento, unito a una nota splatter inedita per Fellini, ma che rispondeva di certo al gusto gore che in Italia dominava la scena horror di quegli anni. Poco dopo, in un cimitero, la vena horror sarebbe stata pizzicata ancora, con un risveglio dei morti sottoforma di zombie.

Il film diventa così, nella testa di Fellini, un circo diffuso, ed è così che immaginava probabilmente la morte, con le sue figure femminili vivide, carnali, e tutt’attorno il mondo etereo delle anime perse, sommerse da una neve che ci ricorda, come intervento celeste, ‘I Morti’ di James Joyce, di cui abbiamo recentemente parlato. Per queste ragioni, e per molte altre, un critico molto legato a Federico Fellini come Vincenzo Mollica, ha voluto definire questo film come ‘Il film mai realizzato più famoso al mondo’.

Ci sentiamo di condividere l’entusiasmo che, dopo anni, ancora ci smuove un sentimento di affetto, per il regista che fu. Oggi, di quel regista, rimangono le impalcature a cielo aperto, le macerie del circo che appare travolto, come l’Italia scomparsa di quella stagione, da un inverno perenne.

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Cinema

Lupin: il ladro gentiluomo su Netflix

Federico Rapini

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Lupin, la nuova serie Netflix ispirata, neanche troppo, alle gesta del personaggio nato dalla penna di Maurice Leblanc nel 1905, è già nella top 10 del colosso americano.

Chi ha letto i libri delle avventure di Arsenio Lupin, o magari è cresciuto con il manga di Lupin III, rimarrà deluso dalla storia di Assane Diop, che per i suoi colpi usa gli psudonimi di Paul Sernine o Luis Perenna e si muove in un contesto odierno e diverso dal ladro da cui prende il nome la serie.

Il Lupin di Leblanc come ispirazione

Da Lupin prende ovviamente spunto, soprattutto grazie al libro “Arsène Lupin gentleman cambrioleur” regalatogli dal padre prima dell’arresto e al successivo suicidio che cambieranno per sempre la vita di Assane il quale, ispirandosi al più famoso ladro della letteratura, diverrà un abile borseggiatore. Gli stessi pseudonimi, che altro non sono che acronimi di Arsène Lupin, sono legati ad abili travestimenti che richiamano una delle caratteristiche del personaggio di Leblanc: il camuffamento usato per i furti.

Dal ladro immaginario, ispirato a sua volta alla figura reale di Marius Jacob, Assane prende l’etica del gentiluomo. La figura del “ladro gentiluomo” torna di continuo e sembra richiamare anche la “Casa di Carta” nel momento in cui il “Professore” della fortunata serie spagnola spiega che non ruberanno al popolo ma soldi di nessuno senza voler far del male a qualcuno.

Questo tema nel personaggio interpretato da Omar Sy, famoso al grande pubblico per il film Quasi amici”, è ridondante. Le scene di violenza sono pressoché zero e i furti vengono fatti ai danni di ricchi in una sorta di “esproprio proletario”, come nel caso dei gioielli provenienti dal Congo belga che richiama il tema dello sfruttamento coloniale. Troviamo quindi il tema della rivincita. Assane, che si muove nell’odierna Parigi, è colui che vuole giustizia per il padre ma anche per il popolo, quello senegalese, dal quale discende. C’è quindi una retorica di fondo su temi quali lotta di classe e pseudo-razzismo che non sono neanche troppo impliciti.

I richiami ad altre fortunate Serie TV

Per quanto riguarda la svolta revanscista, che viene a galla minuto dopo minuto, alcune scene richiamano serie TV che hanno fatto la storia. L’entrata volontaria in carcere, ad esempio, richiama “Prison Break”, dove Michael Scofield si fa arrestare per far evadere il fratello ingiustamente carcerato.

La trama è abbastanza scontata, vista più volte in polizieschi e caper movie. Dall’idea di un colpo quasi impossibile dentro al Louvre, passando per il ricco e potente che per i suoi loschi affari incastra il povero autista immigrato, al poliziotto corrotto che poi cerca di redimersi a 25 anni di distanza, alla giornalista caduta in disgrazia che ritrova la voglia di lottare per aiutare un perfetto sconosciuto. Anche alcune battute sembrano molto banali, come quando Assane giura all’ex moglie di smettere di fare quella vita. Sembra quasi un richiamo a “Domani smetto” degli Articolo 31.

“Lupin, nell’ombra di Arsenio”, come suggerisce il sottotitolo, ha volutamente richiamare alla mente del pubblico il famoso personaggio ideato ad inizio ‘900 da Leblanc, ma la figura ideata da George Kay e François Uzan è sicuramente altro, un omaggio in chiave moderna al capolavoro letterario da cui trae ispirazione.

L’ambientazione ricorda molto alcune serie come Luther e Sherlock e non è da sottovalutare il fatto che sia stato Louis Leterrier il regista dei primi tre episodi, famoso per “Now you see me”. Con una delle prime frasi pronunciate da Assane , “mi avete visto, ma non mi avete guardato”, si ricrea quell’ambiente di magia legata al furto che aveva dato fortuna al suddetto film. In questo caso, questa capacità da borseggiatore-prestigiatore del protagonista ricorda anche Will Smith in “Focus- Niente è come sembra”.

Lupin: un finale aperto

Le 5 puntate scorrono comunque piacevolmente senza grandi colpi di scena ma con una buona dose di flashback sul passato di Assane e del suo essere un ladro gentiluomo autodidatta ispirato alla figura di Arsène Lupin. Questa figura è ciò che più di tutto lo lega al padre. Quel padre che gli è stato tolto ingiustamente e di cui vuole riabilitare la persona.

La serie si chiude con un episodio, anche esso lievemente forzato, che lascia la trama aperta e irrisolta in attesa della seconda stagione. Certo è che a livello commerciale il richiamo al ladro gentiluomo più famoso del mondo è stata una trovata geniale.

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