Alessandro Manzoni e il covid ante-litteram

Alessandro Manzoni, nato a Milano il 7 marzo del 1785 perciò ben 236 anni fa, sembra aver scritto “I promessi sposi” e la “Storia della colonna infame” più o meno l’altro ieri.

Andando a rileggere i 3 capitoli dedicati alla peste, partendo dal primo dei tre cioè il XXXI, si legge che “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia”. 

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Negazione della realtà

Coincidenza vuole che lo scorso anno, proprio il 7 marzo 2020, a causa della trapelazione di una bozza di decreto non ancora approvato dal governo, che avrebbe previsto la chiusura dei confini della Lombardia, migliaia di cittadini si affrettarono ad andare a prendere il treno per tornare dalle proprie famiglie fuori regione.

Il virologo Burioni, che a febbraio dello scorso anno a “Che tempo che fa” sosteneva che “In Italia il rischio è 0. Il virus non circola”, quel 7 marzo scrisse subito su Twitter che “Follia pura. Si lascia filtrare la bozza di un decreto severissimo che manda nel panico la gente che prova a scappare dalla ipotetica zona rossa portando con sé il contagio. Alla fine l’unico effetto è quello di aiutare il virus a diffondersi”.

Come andò a finire, purtroppo, lo sappiamo tutti. Il virus, che fino ad allora sembrava creare focolai quasi solamente nella regione lombarda, si diffuse rapidamente in tutta Italia provocando morti e conseguenti lockdown che ancora oggi, tra una riapertura e l’altra, ci accompagnano.

Le coincidenze con la peste milanese del ‘600 non finiscono qui. Manzoni ci narra che “Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino.

Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, “ o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali non era Peste”.

Ascolta: puntata Ticket to Ride, focus sulla peste

Per chi fosse poco avvezzo alla lingua italiana dell’800, Manzoni qui, sempre nel XXXI capitolo del suo romanzo, ci informa che tale Ludovico Settala provò ad informare della gravità della peste, mentre giungevano notizie di altri focolai sparsi tra le altre province. Cosa fece il governo di allora? Nulla se non affidarsi alle parole di un barbiere, mestiere considerato a quanto pare alla stregua dei paramedici, per il quale ciò che stava accadendo non era la peste. Qualche mente maliziosa potrebbe pensare che il paragone sarebbe da fare con tutti gli esperti o presunti tali, qualificati o meno, che in un anno di pandemia hanno affollato più i salotti televisivi che i laboratori di ricerca. Ma andiamo avanti.

L’individuzione del colpevole

Fu individuato il “paziente zero” in un soldato di ritorno dalla Spagna, isolato con la sua famiglia e bruciati i suoi vestiti. Alla sua morte ci si illuse che il peggio era passato. Si passò poi alla negazione della realtà, con medici e tribunali che davano altri nomi alla malattia pur di non dire che era peste ed evitare di prendere decisioni radicali. Un pò come le regioni che in questo anno, soprattutto inizialmente, modificavano i dati dei contagiati. Salvo poi tornare sui propri passi e annunciare usi di lanciafiamme contro isolati corridori. 

Nel saggio storico “La storia della colonna infame” scritto come appendice de “I promessi sposi”, Alessandro Manzoni narra degli errori dei giudici nel processo intentato contro due presunti untori, sulla base delle testimonianze e accuse infondate di una donna.

Lo scrittore milanese volle così affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze e convinzioni personali o collettive del tempo. Un pò quello che si è vissuto questo anno, in cui si era sempre pronti a puntare il dito verso una determinata categoria. Gli atleti amatoriali, i giovani, i ristoratori, i turisti, le discoteche. 

Tutto figlio di credenze dettate sia dalla paura che dal bombardamento mediatico quotidiano che ha instillato la paura. Paura non solo verso il virus, cosa ovviamente giusta e nei confronti del quale bisogna sempre attenersi alle norme igieniche e di distanziamento ove previsto, ma anche nei confronti del prossimo.

Il rischio a cui si va incontro è una perdita della socialità, del gusto ad uscire di casa e ad avere rapporti umani, l’alienazione. La paura, come un virus, si diffonde rapidamente, approfittando in molti casi dell’ignoranza di alcuni e della furbizia di altri che hanno i loro tornaconti.

Per chiudere, lo stesso Manzoni, che in occasione dell’anniversario della sua nascita celebriamo, ci lascia una frase molto esplicativa su come approcciarsi ad una pandemia e alla vita in generale.

“Osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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