40 anni di Killers, la rivoluzione N.W.O.B.H.M. targata Iron Maiden

Per comprendere la reale rivoluzione targata Iron Maiden sarebbe sufficiente osservare con attenzione la copertina di Killers, secondo disco della band fondata da Steve Harris. Per tutti “Sua Maestà” Steve Harris. La rappresentazione di Eddie (The Head), disegnato dal grafico Derek Riggs, è l’antonomasia dell’aggressività dei Maiden di inizio anni ’80. Una formazione in forma straripante, in continua ascesa, capace di scalare vette di gusto, presenza scenica e importanza all’interno della New Wave of British Heavy Metal, in soli tre anni: dal leggendario The Soundhouse Tapes a Killers, appunto, passando per l’omonimo Iron Maiden. Un’ascesa rapida, ma non indolore per alcuni.

Una crescita costante, una determinazione feroce, uno show incandescente dopo l’altro. Approccio da veri inglesi: jeans aderenti, t-shirt smanicate dentro agli stessi, cintura con le borchie, capelli lunghi, tatuaggi e, fiore all’occhiello di un look tanto ordinario per la scena quanto però efficace e coerente negli intenti, un‘attitudine punk che poche band del genere all’epoca avevano. Anzi, forse nessuno. Perché se dietro un microfono presenti Paul DiAnno, non puoi di certo aspettarti altro se non sputi sul pubblico, urla, insulti, smorfie, “fuck” ogni tre per due e una sincera genuinità “face to face“. Prendere o lasciare.

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E proprio quest’ultima considerazione è, paradossalmente, tanto, troppo presente all’interno del disco. Steve Harris voleva di più, sempre di più. Non si è mai accontentato di fare le cose per bene e ritenersi soddisfatto dei primi traguardi raggiunti, voleva sempre di più. Un’ambizione usurante, se non hai le giuste armi per affrontarla alla pari, capace di sfinirti nella mente e nel corpo, se non hai la precisa consapevolezza di dove indirizzare la tua strada. Questi fattori hanno determinato un grande album, ma anche la chiusura della prima era della band, quella con DiAnno alla voce.

Killers uscì il 2 febbraio del 1981 e fu pubblicato dalla Emi. Dopo l’abbandono alla chitarra di Dennis Stratton che, all’interno del songwriting del gruppo non fu mai particolarmente determinante, Harris arruolò Adrian Smith. Non un semplice avvicendamento, bensì un’intenzione chiara della direzione artistica che avrebbe preso la band. Smith, chitarrista e compositore di sopraffina classe, aggiunse trame melodiche e solos mirabolanti all’interno del sound degli Iron Maiden. Non solo, il suo ingresso fece sì che l’alternarsi con Dave Murray divenne una costante, componendo in sinergia e potendo così arricchire lo stile della band con inserti chitarristici di più elevata qualità. Non ce ne voglia Stratton, ma fu esattamente così che andarono le cose.

L’evoluzione stilistica pensata da Harris non poteva prescindere da un ulteriore salto in avanti in termini di qualità del songwriting. Smith venne chiamato per portare a termine questa missione. Altro aspetto determinante, circa la produzione del disco e quindi della sua resa sonora, fu Martin Birch in cabina di regia. Il lavoro fu sensazionale. Catturò in maniera egregia l’attitudine dei Maiden in sede live e riuscì a sposarla nel migliore dei modi con il saltò di qualità, in termini di produzione e qualità del suono, che Steve Harris ricercava. Così detto potrà sembrare che il bassista fosse, al tempo, una sorta di padre-padrone della band. No, non esattamente.

La sua creatura, perché di questo si tratta, aveva iniziato a prendere forma già dalla metà degli anni Settanta, quando le influenze progressive e di band come i Jethro Tull lo avevano spinto a dedicarsi anima e corpo agli Iron Maiden. E questo pensiero, esattamente come le origini del suo amore per la musica, lo accompagneranno anche durante tutto il processo creativo di Killers che spianerà la strada al successivo e radicale cambio di rotta, quello con l’ingresso in formazione di Bruce Dickinson, “the Air red siren“.

Comunque la si voglia vedere, la questione resta sempre una ed una sola: Killers è un pezzo imprescindibile e leggendario di storia dell’Heavy Metal. Quello che segnerà il passaggio a sonorità più mature dando poi il via all’inconfondibile tratto dei Maiden. A ciò si aggiungano le inconfondibili influenze che il disco avrà all’interno delle neonate band metal, che all’epoca iniziavano a muovere i primi passi. Slayer, Metallica, i micidiali Venom, i coetanei MotorheadTutti, ma proprio TUTTI, devono qualcosa a Killers.

Per omaggiare questo capolavoro non potevamo esimerci dal fare un breve track-by-track ed un tuffo a bomba indietro di ben quattro decadi. Ecco a voi la nostra breve scaletta del disco:

  • Wrathchild: il pezzo di apertura, il biglietto da visita della furia ottantiana della band, con un DiAnno alla voce incazzato ed ultra energico. Ad oggi i fan ancora lo cantano a squarciagola, con lo stesso impeto di sempre. Forte dell’influenza punk, il brano è ormai leggenda.
  • Murders in the Rue Morgue: il primo grande incontro tra i Maiden e la letteratura. Un pezzo dedicato ad Edgar Allan Poe. Elegante e bruciante allo stesso tempo, esattamente come l’autore del racconto. In questa traccia si intravede già la futura evoluzione stilistica della band.
  • Another Life: Un pezzo intriso di luci ed ombre, a volte amato altre volte meno. Complice di tutto ciò il richiamo al punk di un decennio prima, del quale il brano sembra essere la versione metal. Ma tant’è, ed è indubbio che questo sia una sorta di ponte con la NWOBHM.
  • Genghis Khan: il brano strumentale per eccellenza. Agguerrito e battagliero, come lo squillo di tromba prima della carica. Qui c’è tutta la furia e l’irriverenza degli Iron Maiden. Ma ecco che la combo Murray/Smith confeziona un finale molto più epico e liquido, quasi a coronamento della battaglia appena vinta. Una vera e propria gemma dell’Heavy Metal.
  • Innocent Exile: brano di pregevole fattura, poco conosciuto nella vastissima produzione degli inglesi. Cadenzato, martellante e dall’andamento incontrastato. Il tutto coronato da un appassionato DiAnno alla voce, che alla fine ci regala un acuto con la “A” maiuscola, degno del futuro Power Metal, all’epoca ai primi vagiti.
  • Killers: la title track e l’emblema della classicità. Di quella attitudine e maestria che solo i Maiden hanno. Dal giro di basso che tiene le redini alle chitarre pungenti ed epiche allo stesso tempo. Killers è il tocco inconfondibile dei pionieri del metal inglese.
  • Prodigal Son: il pezzo che richiama senza nasconderlo il Rock degli anni ’70. Una sorta di ballad elegante e sognante, forte di un Paul DiAnno poetico e dolce. L’arpeggio delle chitarre è poi la ciliegina sulla torta. Una grande prova dei nostri.
  • Purgatory: si torna a tritare i sassi con questa bomba tiratissima di soli tre minuti. Forse uno dei brani più belli e significativi della prima fase degli Iron Maiden. Perfetta, tagliente, grezza e travolgente. Il riff portante è uno dei migliori mai scritti da Harris e soci, c’è poco da fare. Questo è l’Heavy Metal in tutto il suo splendore.
  • Drifter: tra i brani più amati di sempre. A concludere l’album non poteva che esserci questo grande inno che trasuda Rock’n Roll da tutti i pori. Non importa se sei giovane o anziano: il pezzo in questione ti caricherà a bomba come una molla pronta a scattare. Classicissimo ma per questo amato da tutti.

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