La scuola cattolica: perché la censura non è la risposta

“Il film presenta una narrazione filmica che ha come spunto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere situazioni in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano“.

Questa è stata la ragione per cui, nei giorni scorsi, la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, ha ritenuto che “La scuola cattolica” non sia una pellicola adatta ai minori di 18 anni. Leggendo queste righe, si rischia di rimanere basiti. Qualcosa di inquietante serpeggia tra le righe sopracitate, dove inizialmente viene posto il problema su una equiparazione e, dunque un fraintendimento sul ruolo della vittima e del carnefice, se non poi andare a parare sul fatto di aver messo in atto una sorta di offesa alla morale cattolica. Qual è il vero problema, dunque? Veramente, nel 2021 siamo ancora a questo punto? Tutto ciò è inammissibile.

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E non solo perché la pellicola di Stefano Mordini, basata sul romanzo omonimo vincitore nel 2016 del Premio Strega di Edoardo Albinati, ricalca in maniera accurata la società e lo spirito che si respirava negli anni ’70 in Italia, ma perché racconta uno dei fatti più sanguinosi che segnarono per sempre il nostro paese, il Massacro del Circeo. Un fatto storico e reale, attuale più che mai, a cui non è ammissibile applicare una censura.

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Questa non ha ragione di essere estesa a questa pellicola, dal momento che non c’è nulla di fraintendibile. Il messaggio arriva forte e chiaro, una distinzione tra vittima e carnefice c’è eccome. E se la scena in questione, quella del professore che parla davanti al dipinto del Cristo flagellato, pone l’accento anche su un altro punto di vista, sicuramente, a tratti impopolare, la confusione che ne deriva, viene completamente spazzata via, per quello che avviene nel corso del film, soprattutto nella parte finale, non lasciando spazio a fraintendimenti.

C’è dunque da chiedersi, cosa abbia davvero dato fastidio di questa pellicola. Il dito puntato contro la Chiesa? Il dito puntato contro l’educazione cattolica? Anche, ma non solo. Se si guarda in profondità questo lavoro, ci si rende conto che il messaggio e l’intento del regista, non è quello di andare a criticare esclusivamente questo aspetto, non è una mera denuncia alla Chiesa e alle regole morali che impone, ma ad una educazione che in primis deriva dalla famiglia.

Ed è questa la forza del lavoro di Mordini, e ancora prima di quello di Albinati. Il fatto che questi, vogliono scavare, vogliono parlare ed analizzare il clima, l’educazione, l’ipocrisia che si respirava nelle case di questi ragazzi, facenti parte della Roma bene. Capire cosa accadeva tra queste mura, ancora prima del massacro. Una dimensione familiare, che ancora prima della scuola, è una culla del male. Una fabbrica di mostri, composta da madri passive ed iperprotettive e padri violenti, incapaci di dialogare, incapaci di fornire le giuste direttive per riconoscere il bene e il male, bravi solo a frustare. Ma non per impartire una lezione volta al bene del figlio, ma per dimostrare la propria supremazia, la propria forza volta a sovrastare l’altro.

Tutto ciò, per forza di cose viene assimilato dai figli, i quali, al di fuori delle mura di casa, mettono in atto le medesime dinamiche, convinti che per sopravvivere è necessario “imporre la propria forza“. Questo è un punto chiave del film, in cui la voce narrante di uno dei ragazzi, Edoardo (Emanuele Maria Di Stefabo), adibita a flusso di coscienza e a confessione, ad un certo punto dice: “Bisognava dimostrare continuamente di essere veri uomini, e una volta dimostrato, ricominciare da zero, per dimostrarlo una volta ancora“.

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“La scuola cattolica” non si pone dunque l’obiettivo di denunciare esclusivamente una morale ipocrita imposta dall’educazione cattolica, ma analizza una dimensione molto più grande che tocca varie sfere. Punta a far luce su quali siano le motivazioni, a patto che esistano, che possano aver spinto, in quella notte tra il 29 e il 30 settembre 1975, Gianni Guido (Francesco Cavallo), Angelo Izzo (Luca Vergoni) e Andrea Ghira (Giulio Pranno), a torturare, a violentare e a seviziare due giovani ragazze, fino a provocarne la morte di una e a condannare per sempre l’altra.

E qui entra in gioco un’altra questione. Questi tre esseri, avrebbero mai compiuto queste efferatezze nei confronti di ragazze della stessa classe sociale? Probabilmente no. E qui, si ritorna ancora una volta, sull’educazione, oltre a quella scolastica, in cui in alcune scene dà l’idea di essere volta a formare dei soldatini, a quella della famiglia. All’interno della quale la distinzione tra le classi sociali era ancora molto ben delineata, supportata, portata avanti dai genitori e tramandata ai figli.

Il regista sa bene che non è possibile trovare una spiegazione a questa orrenda vicenda. Cerca, però, di porre sul tavolo tutte le questioni che potrebbero aver contribuito a dar vita, nella mente degli assassini, a un’idea distorta e allucinata. Non dimentica di sottolineare il fatto che questi gesti, non possono essere semplicemente “giustificati” da un’educazione scolastica e familiare non idonea e malata. Prima di tutto, questo parte da una malvagità, una psicopatia, una malattia, che già si annida all’interno della persona.

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Questo è ben esplicato dal fatto che il fratello di Angelo Izzo, seppur cresciuto all’interno della stessa famiglia, seppur avendo ricevuto la medesima educazione e avendo frequentato la stessa scuola cattolica, si discosta totalmente dagli atteggiamenti violenti del fratello, dimostrando di avere una coscienza e un’idea consolidata di bene e male.

Concludendo, alla luce di tutto ciò che è stato detto, “La scuola cattolica” è un film che andrebbe visto da tutti, soprattutto dalle nuove generazioni, altro che censura. Come la stessa voce narrante dice “La polvere sotto il tappetto è stata nascosta per troppo tempo, ed era pronta a venir fuori“, non commettiamo lo stesso errore.

Abbiamo il diritto, ma soprattutto il dovere morale di conoscere e far conoscere ai ragazzi vicende di questo tipo, per quanto brutali. Affinché, la memoria rimanga viva, affinché efferatezze di questo tipo succedano sempre di meno. Lo dobbiamo alle vittime, Donatella e Rosaria e a tutte le donne sottoposte, ogni giorno, a violenza verbale e fisica.

Per quanto riguarda la parte strettamente filmica, Stefano Mordini è convincente nel ricreare il clima e le dinamiche della società di quegli anni in Italia. La voce narrante di Edoardo, in onore dello scrittore del libro, che funge da confessione verso lo spettatore è fondamentale ed azzeccata, così come lo sono gli attori. In particolare Luca Vergoni, colui che interpreta Angelo Izzo, complice l’impressionante somiglianza con quest’ultimo.

Se c’è una sola critica che si può muovere a questo lavoro, è il fatto che Mordini avrebbe potuto sviluppare meglio la psicologia dei personaggi, soprattutto quella dei tre assassini. Per quanto il film scorra bene e ci siano numerosi punti di forza e spunti che fanno riflettere, si ha quasi la sensazione che i tre in questione partano, non da zero, ma quasi, a cento.

Non sviluppando in maniera del tutto efficace quello che stava nascendo e prendendo sempre più forma nella mente dei criminali prima del massacro.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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