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20 anni di “It’s My Life”, l’inno alla vita dei Bon Jovi più attuale che mai

Siamo sinceri, se almeno una volta nella vita (e sarebbe comunque troppo poco) non vi siete galvanizzati sulle note di “It’s My Life”, forse avete avuto una brutta infanzia o una modesta adolescenza. Si fa per ridere, ovviamente. Ma neanche tanto…

Federico Falcone

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Sono passati esattamente venti anni da quando i Bon Jovi pubblicarono “It’s My Life“, brano che, senza alcun timore di smentita, può essere considerato tra i più iconici della band statunitense. Era il 10 maggio del 2000 e il gruppo proveniente dal New Jersey irruppe sul mercato discografico con la forza dirompente di una hit anthemica, decisa a riabilitarne il nome dopo una seconda metà dei ’90 non esattamente indimenticabile.

Erano lontani i fasti degli anni ’80, del rock/aor stradaiolo, dei capelli cotonati, dei giubbini di pelle e dei jeans strappati al ginocchio, ma la grinta era sempre quella degli anni d’oro, evoluta, certamente, ma mai sopita. La qualità del gruppo non era mai stata in discussione ma l’ispirazione forse si. “These Days“, album altalenante ma di indubbia qualità, ebbe forse la sfortuna di uscire dopo l’accoppiata “New Jersey” – “Keep The Faith“, probabilmente i migliori episodi discografici dei Bon Jovi, rivelando le debolezze di una band che fino a quel momento aveva vissuto di una rapida e costante crescita, tanto commerciale quanto in termini di appeal sul grande pubblico.

Qualcuno, sul finire degli anni Novanta ipotizzò addirittura che il gruppo fosse avviato verso la strada del tramonto, incapace di replicare quanto registrato fino a pochi anni prima. Un accanimento senza senso, inutile, fuorviante, approssimativo e ingeneroso. Come se due, tre o quattro anni fossero sufficienti per far calare un velo di nera inconcludenza su una band che aveva conquistato il mondo a suon di album meravigliosi e singoli straordinari.

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It’s My Life” fu la degna risposta alle critiche del tempo. Una sterzata verso sonorità più commerciali, certamente si, ma di fronte a un brano di questo livello non ci si può che inchinare. Come anticipato a inizio articolo, l’impatto che il singolo ebbe sul mercato discografico internazionale fu sensazionale. I Bon Jovi, nel giro di poche settimane, tornarono prepotentemente sotto le luci dei riflettori, gli stessi che qualcuno voleva si fossero spenti, e riconquistarono una dimensione mondiale tanto autorevole quanto strameritata.

“It’s my life, it’s now or never, but I ain’t gonna live forever, I just want to live while I’m alive”

Provateci voi a resistere a un ritornello del genere, provateci voi a non emulare i controcori di un Ritchie Sambora sempre in bilico tra metriche vocali da backing vocals forzate (e anche un po’ sacrificate) e un uso esagerato (ma per fortuna!!!) del talk box. Provateci voi a non farvi venire la pelle d’oca all’intro di tastiera scritto da David Bryan. Provateci voi, insomma, a non lasciarvi guidare all’assalto all’arma bianca dalla potenza di Tico Torres, batterista mai troppo esaltato a dovere. Provateci voi, in definitiva, a non volere impersonare (almeno una volta nella vita) Jon Bon Jovi e quella sua naturale propensione all’essere un leader carismatico e di straordinario impatto visivo.

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Siamo sinceri, se almeno una volta nella vita (e sarebbe comunque troppo poco) non vi siete galvanizzati sulle note di “It’s My Life”, forse avete avuto una brutta infanzia o una modesta adolescenza. Si fa per ridere, ovviamente. Ma neanche tanto…

Il primo estratto di “Crush“, album dai connotati più pop/rock dei precedenti – ma non per questo poco meritevole di attenzioni, anzi – schizzò in vetta a tutte le charts internazionali, arrivando a conquistare il disco d’oro in Francia e Olanda, il disco di platino negli Stati Uniti, in Germania, in Gran Bretagna, in Australia, Italia, Svizzera e Svezia. Un successo planetario, frutto anche di un videoclip girato a mo di cortometraggio: trascinante, carismatico e coinvolgente, esattamente come la coralità del brano, travolgente come uno tsunami. Lo stesso che ad oggi conta più di 836 milioni di visualizzazioni. E poi, diciamocela tutta, in quanti non vorrebbero ricevere una telefonata dalla propria fidanzata che ti chiede di raggiungerla a un concerto nel giro di cinque minuti al massimo?

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Mentre scrivevo It’s My Life stavo in realtà pensando a comporre qualcosa riguardo alla mia vita e al mio ruolo in essa. Non mi rendevo conto, invece, di come la stessa frase “It’s My Life” sarebbe potuta essere presa come modello da diverse persone – dagli adolescenti, dagli uomini, dalle donne, dagli anziani…. da chiunque. Il verso “It’s My Life, and it’s now or never” (“è la mia vita, ed è ora o mai più”) credo rappresenti veramente un inno a vivere la vita giorno per giorno, senza pensare al futuro o al passato, ma a vivere per il momento“, dichiarò in seguito Jon Bon Jovi. E allora che dire, se non buon compleanno a uno degli inni alla vita per antonomasia?

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

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Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

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Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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