Ippolito d’Este, il cardinale dell’omonima villa di Tivoli

Quando si parla della famiglia Este viene ovviamente in mente la splendida Villa d’Este a Tivoli. La costruzione di questa perla del Rinascimento italiano la si deve proprio ad un esponente degli estensi. Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia e del duca Alfonso I, nato a Ferrara il 25 agosto del 1509.

Destinato sin da subito alla carriera ecclesiastica, quando si stabilì a Roma divenne un novello mecenate intrattenendo rapporti con importanti artisti e letterati che orbitavano intorno all’Urbe.

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Da questo suo amore per l’arte, ma anche per la storia, nacquero i progetti e le idee per diversi palazzi e ville a Ferrara, Siena, Roma. Sempre a Tivoli fu fautore della restaurazione della Villa Adriana.

Il suo rapporto con Tivoli nacque nel 1550 quando fu nominato governatore della città da papa Giulio III, come ringraziamento per l’appoggio che contribuì alla sua elezione al trono di Pietro.

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L’antica Tibur divenne per lui una nuova casa, innamorandosi della sua storia e scoprendo effetti positivi dalla vita e dall’aria tiburtina.

Dovette però non essere troppo soddisfatto della residenza assegnatagli, un antico convento benedettino in mano ai francescani e annesso alla Chiesa di Santa Maria Maggiore.

Decise infatti di trasformare l’antica costruzione in un’opera che potesse competere con la villa dell’imperatore Adriano.

Fu così che affidò il progetto all’architetto Pirro Ligorio.

Il giardino costruito ben un secolo prima della Reggia di Versailles cambiò la storia dell’architettura europea. Le fontane, le vasche, divennero ispirazione per tutti i giardini successivi.

I suoi giochi d’acqua sono alimentati dal fiume Aniene attraverso una rete di canali sotterranei lunga oltre 600 metri.

La costruzione di Villa d’Este durò circa 20 anni andando in parallelo con le vicissitudine del cardinale committente. Subì almeno due battute d’arresto e molto del travertino usato fu prelevato dal rivestimento della tomba di Cecilia Metella sulla via Appia.

Oggi il patrimonio Unesco è meta di milioni di turisti durante tutto l’anno. Accorrono da ogni angolo del mondo per ammirare il palazzo d’ingresso, affrescato da Matteo Neroni, Durante Alberti, Cesare Nebbia,  Taddeo Zuccari e Girolamo Muziano. La sala di Noè, quella di Mosè, la prima Tiburtina, il salone delle fontane sono solo l’antipasto dello spettacolo che li attende con la portata principale. Le fontane che, affacciandosi su Roma, si districano in vialetti che fanno dimenticare di essere in una affollata città del 2021.

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Gli affreschi dedicati a Noè, a Venere, a Ercole, ai miti legati all’antica tradizione di Tibur sono il prodromo.

La prima fontana, che fornisce solo un indizio di ciò che si vedrà di lì a poco, è quella di Venere posta nel cortile interno del palazzo.

Superato quest’ultimo si potranno ammirare la fontana dell’Organo, realizzata con il contributo di Gian Lorenzo Bernini (che lavorò anche alla fontana del Bicchierone). Qui vi è un organo idraulico azionato dalla caduta dell’acqua che ad intervalli regolari emette suoni e melodie. Come se ci fosse un organista nascosto.

E ancora la Rometta, rappresentante Roma (sottoforma di una donna in armatura) affiancata dalla Lupa che allatta Romolo e Remo. Ippolito d’Este volle questa fontana per sottolineare il suo amore, forse non corrisposto, con la città eterna.

La fontana dell’Ovato, detta anche fontana di Tivoli, ha una forma ad esedra ovale e il suo stile è nettamente anticipatore del barocco. I massi dietro rappresentano i monti Tiburtini da cui discendono tre fiumi. Aniene, Erculaneo e Albuneo, rappresentati da tre statue mitologiche. Al centro vi è la Sibilla Tiburtina o Albunea, avente in mano il piccolo Melicerte, figlio della ninfa Ino, simbolo del fiume Albuneo. In questa fontana il cardinale fece inserire alcuni particolari dello stemma di famiglia. Stessa mitomania per la sua origine la si ritrova nella fontana della Civetta in cui i due angeli sorreggono proprio il simbolo della casata che sembra discendere direttamente da Carlo Magno.

Bisognerebbe parlare per ore di tutte le fontane. Di quella di Pegaso che sembra completare l’Ovato, oppure le cento fontane che da sole formano un lungo viale del giardino. Senza dimenticare la fontana di Nettuno, quella dei Draghi, quella di Proserpina e quella della Natura.

Tutte queste, insieme ad altre, formano Villa d’Este, gioiello di Tivoli. Fonte d’ispirazione per artisti del calibro di Franz Liszt.

La villa, inaugurata nel 1572, è il simbolo del bello, della geometria volutamente interrotta. É la sintesi del genio dell’uomo che vi inserisce arte, filosofia, storia, esoterismo, miti e culture diverse. 

Il giardino sembra avere un percorso, ma ogni visitatore può decidere di farsi guidare dall’ispirazione. Dal rumore delle acque che da oltre 4 secoli azionano questi capolavori (salvo i periodi in cui la villa subì un abbandono fortunatamente relativamente breve).

Il cardinale Ippolito d’Este ebbe giusto il tempo di ammirare la sua idea. Morì infatti pochi mesi dopo l’inaugurazione. Ma l’eredità lasciata alla città di Tivoli è sopravvissuta. E merita ben più di una semplice visita.

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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