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Lucrezia Borgia: la dama più “chiacchierata” del Rinascimento

Licia De Vito

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Lussuria, perversione, vizi, amore, incesto, dolore, tragedia e solitudine. Una donna bellissima, desiderata da tutti, che ha vissuto sopra le righe e al di sopra delle leggi. Il 18 aprile 1480 nasceva Lucrezia Borgia, uno dei personaggi più controversi del rinascimento Italiano.

La vita di Lucrezia Borgia

Lucrezia viene alla luce a Subiaco, è la figlia illegittima di Rodrigo Borgia e della sua amante, Vannozza Cattanei. Ha tre fratelli maschi: Juan, Cesare e Jofré. Il padre è in verità il cardinale Roderic Llancol de Borja, che in seguito diventerà Papa Alessandro VI. Un uomo lascivo e lussurioso, dedito agli eccessi, che pare abbia ripetutamente abusato di sua figlia insieme al fratello di lei Cesare, “il Valentino”, croce e delizia di Lucrezia, con cui lei stessa porterà avanti per tutta la vita un rapporto incestuoso e tossico. Siccome una figlia femmina ben educata ai tempi costituiva ottima merce di scambio per eventuali accordi politici, la piccola, a soli 14 anni, viene data in sposa a Giovanni Sforza, rampollo della ricca famiglia milanese. Il matrimonio viene annullato poco dopo, a causa di uno spiacevole caso diplomatico con i francesi che rapirono Lucrezia costringendo il vaticano a pagare un cospicuo riscatto. Una commissione papale certifica che la giovane è ancora vergine ma nel frattempo, nel buio di un convento nasce il primo dei figli di Lucrezia Borgia, “l’infante romano”, Giovanni, sottratto alla madre verrà dichiarato prima figlio naturale di Cesare poi del Papa.

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Il 21 luglio 1498 Lucrezia si risposa con Alfonso d’Aragona e dà alla luce un bambino, Rodrigo. Anche Alfonso però muore, in circostanze particolarmente sospette nel 1500, ucciso proprio da un sicario dello stesso Cesare, pazzo di gelosia. Lucrezia è certamente la vedova più desiderata del suo tempo e infatti non tarda a trovare un altro povero coniuge. Il 30 dicembre 1501 è la data delle terze nozze di Lucrezia, lo sfortunato è Alfonso d’Este, il signore di Ferrara. Nonostante i numerosi e reciproci tradimenti avranno sette figli. Proprio l’ultimo parto sarà fatale per Lucrezia, che muore di setticemia il 24 giugno 1519, a soli 39 anni.

Lucrezia Borgia – Bartolomeo Veneto

Gli amori e gli intrighi

Per tutta la vita Lucrezia è stata profondamente segnata dal legame perverso con suo fratello Cesare. Entrambi assistono fina da piccoli agli eccessi e alla cupidigia del padre che non si fa scrupoli, nonostante fosse un uomo di chiesa, a portare in casa prostitute, organizzare orge e sbornie, e incoraggiare i figli a intrattenersi insieme a lui con la sorellina. Non si può certo pretendere che il rapporto che Lucrezia avrebbe avuto con gli uomini e con la propria sessualità crescendo fosse sano. Pare comunque che la giovane fosse follemente accecata dall’amore per suo fratello e che non rinunciasse a usare violenza sulle sue numerose amanti. Aveva tra i contemporanei La fama di avvelenatrice, ratificata anche da Victor Hugo nel dramma “Lucrezia Borgia”ma non ci sono in realtà prove certe del fatto che abbia fatto uso così tante volte della cantarella, il micidiale veleno di cui i Borgia sembrano essere esperti.

Nonostante gli eccessi della prima parte della vita, quando era ancora inevitabilmente controllata a vista e sempre vicina alla sua disfunzionale famiglia, quando arriva a Ferrara rinasce, e ricopre il ruolo di perfetta castellana rinascimentale. Acquista in poco tempo la fama di abile politica e fine diplomatica. Il marito le affida senza alcun timore l’amministrazione del proprio ducato e le permette di svolgere anche il ruolo, sempre maschile, di mecenate a corte. Proprio a lei si deve la profonda amicizia che legò la figura di Ludovico Ariosto al ducato di Ferrara. Aveva uno spiccato gusto per l’arte e si dedicava a attività intellettuali quali la lettura e l’ascolto della musica.

Enigmatica e forte ma anche vittima di sé stessa e del feroce pettegolezzo che si abbattè su di lei e sulla sua famiglia. Ha ispirato con la sua bellezza e con le sue azioni alcuni tra i più noti artisti rinascimentali come il Pinturicchio, Bartolomeo Veneto da cui si fa ritrarre sia come la “beata” Beatrice II d’Este che come dea Flora. Anche artisti decisamente più vicini ai giorni nostri sono stati attratti dagli eccessi e dalle leggende targati Borgia, ad esempio John Collier con il dipinto “Un bicchiere di vino con Cesare Borgia” per non parlare dei numerosissimi film dedicati alle sue notti e una serie tv andata in onda su Sky dal 2011 al 2014.

Foto: Frank Cadogan cowper, “Vanity”

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Lanzichenecchi, tra dialetto e Rinascimento

Federico Rapini

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Lanzichenecchi e il dialetto di Roma

I Lanzichenecchi, soldati mercenari al soldo dell’imperatore Carlo V, sono conosciuti  perlopiù come saccheggiatori. Portatori di sventura, di distruzione, di malattie. 

Questo è dovuto in gran parte al Sacco di Roma del 6 maggio 1527 e al ruolo che ebbero all’interno dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.

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Lo scrittore milanese, nel XXVIII capitolo della sua opera racconta del susseguirsi di francesi, spagnoli e tedeschi sul territorio dell’Italia settentrionale nel 1629. L’imperatore, alleato con gli spagnoli in guerra con i Gonzaga di Mantova, inviò in Italia un esercito composto in gran parte da mercenari, detti Lanzichenecchi, i quali, come novelli Attila, perpetrarono violenti saccheggi. Il loro passaggio lasciò il segno. Nonché la peste.

ALLE ORIGINI DEI LANZICHENECCHI

Nati nella II metà del 1400 quando l’imperatore Massimiliano I, nel 1487, ordinò il primo arruolamento delle formazioni di Lanzichenecchi in Germania, furono utilizzati per far fronte alla potenza dei mercenari svizzeri che da anni spadroneggiavano nei campi di battaglia europei.

Le compagnie di Landsknecht (Lanzichenecchi), “servi della terra”, (da land, terra, e knecht, servo), si chiamavano così perché arruolavano il personale fra gli strati più bassi della popolazione. Contadini, poveri, ladri, malfattori, soldati di professione e nullatenenti in generale.

La maggior parte di questi, infatti, arruolata nel nord Europa, era di fede luterana. Compirono numerosi atti di profanazione di luoghi sacri, complice una certa esaltazione religiosa e convinzione nel dover sovvertire l’ordine religioso. Se il loro modus operandi, il loro abbigliamento, gli eventi storici a cui parteciparono sono ben famosi, meno lo è il loro incidere sulla storia linguistica di Roma.

DIALETTO DI ROMA: DA TRISTILOQUIUM ALLA TOSCANIZZAZIONE

La Roma pre XVI secolo era una città di circa 54mila abitanti (dati del censimento Descriptio Urbis del 1526) parlanti un dialetto simile al napoletano. Una varietà linguistica meridionale. Un vero e proprio “tristiloquium”, come lo definì Dante nel “De Vulgari Eloquentia“. Gli esempi di quale fosse la lingua romanesca di quel periodo la abbiamo nella Cronica di Anonimo Romano. Un’opera giuntaci sicuramente in parte toscanizzata, ma altrettanto in grado di mostrare i tratti tipici della lingua della Roma medievale. Il testo narra le vicende storiche dell’Urbe tra il 1325 e il 1357. Si sofferma, però,  in modo particolare sulla parte riguardante Cola di Rienzo. 

Nella Cronica, punto di riferimento per la conoscenza del romanesco di I fase, sono rintracciabili fenomeni quali il dittongamento metafonetico (tempo-tiempo), il betacismo meridionale (ti voglio baciare-te vojo vasà), l’assimilazione progressiva delle consonanti “nd” a “nn” come il tipo andare-annare. Tanto per citarne alcuni dei più noti.

L’appartenenza ai dialetti meridionali andò man mano scomparendo. La presenza a Roma del Papa, e con esso di tutti quei cortigiani e funzionari provenienti dalla Toscana e in particolare da Firenze, fu fondamentale per questa smeridionalizzazione del romanesco.

Fu un processo lungo, tortuoso, quello che portò la lingua parlata (e in alcuni casi scritta) dell’Urbe ad assumere la fisionomia odierna.

Dalla lingua cortigiana dei primi due decenni del ‘500 di Mario Equicola e Trissino, per passare a quella di Peresio, Berneri, Micheli. Autori di poemi epico-cavallereschi che, però, per Giuseppe Gioacchino Belli non rispecchiavano fedelmente quello che era il parlare romano. Il poeta romanesco per eccellenza andò a scovare, per sua stessa ammissione e volontà, la lingua nei più bassi meandri della società cittadina.

Quel parlare dove invece dell’articolo “il” c’era “er” (per rotacismo della laterale “l” a differenza del toscano “el”), dove per mancanza di anafonesi sulla “e” protonica “ragazzi” si pronuncia “regazzi”. Quella stessa lingua che ha quasi 200 modi, elencati da Belli, per nominare le parti intime maschili e femminili.

Tutto questo cosa c’entra con i Lanzichenecchi?

Ci entra nel momento in cui si prende in considerazione la loro discesa a Roma nel 1527, coincidente proprio il 6 maggio. Durante il loro saccheggio la cittadinanza romana fu decimata, costretta ad andarsene, a rifugiarsi altrove. Cosicché da censimenti posteriori a quella data sappiamo che la città arrivò a contare circa 30 mila abitanti. Di cui almeno la metà sembra fossero forestieri. In pratica i parlanti il vecchio dialetto romano avevano si la maggioranza relativa ma non assoluta.

In ciò si inserisce anche il ruolo del pontefice. La sua figura divenne ancora di più un polo di attrazione per funzionari, banchieri, mercanti, poeti, letterati, filosofi, umanisti. Quasi tutti provenienti da fuori Roma. Costoro cominciarono a ripopolare Roma continuando a parlare le loro lingue. Ci fu così un distacco tra la popolazione dei ceti medio-bassi, parlanti il vecchio vernacolo romanesco, e nuovi cittadini di cultura superiore e sicuramente più abbienti. Questi ultimi molto spesso lavoravano e vivevano a stretto contatto con la corte papale e via via ebbero bisogno di una lingua comune, di comunicare quanto più facilmente possibile.

Sia tra di loro, che per la maggior parte erano toscani (o settentrionali), sia con il “popolino”. Fu così che il dialetto romano cominciò ad abbandonare i tratti tipici meridionali per avvicinarsi al toscano. Ci furono ovviamente lingue intermedie. Non fu un “meccanico disfacimento”, per citare Migliorini, ma è più probabile che ci fu un romanesco medio di raccordo tra il romanesco di prima fase e quello di seconda. 

IL SACCO DI ROMA E IL RINASCIMENTO

Se i Lanzichenecchi e il loro Sacco di Roma possono essere citati come evento fondamentale per il cambiamento della lingua della futura Capitale d’Italia, lo stesso non si può dire riguardo la fine del Rinascimento. 

Nel periodo della loro discesa in Italia, l’Urbe non era più la città maggiormente in voga della penisola. Erano altre le città più appetibili e importanti nel panorama nazionale (sebbene di Nazione ancora non si può parlare). Firenze, Milano, Ravenna, Parma. Roma era già in una fase di sofferenza, devastata da epidemie e dissidi interni tra famiglie nobiliari.

Soprattutto il Rinascimento aveva già vissuto il suo periodo più florido. I Lanzichenecchi non furono la causa della fine di questo momento storico-artistico. Semmai ne certificarono la crisi. Anche il mito di Roma, che nel periodo rinascimentale conobbe una nuova giovinezza, non terminò. Il Barocco diede linfa vitale alla vita dell’Urbe, con tutti i suoi intrighi e diplomazie. Senza dimenticare l’arte architettonica che fece faville tra i vicoli una volta calpestati dagli imperatori.

Anche la Chiesa da dopo il Sacco di Roma ebbe nuove fortune. La Controriforma sistemò le gerarchie ecclesiastiche e la dottrina e lo stesso pontefice acquisì nuovo e maggiore potere sia in città che nello Stato Pontificio.

I Lanzichenecchi, dunque, furono sì portatori di sventure. Ma il loro arrivo a Roma fu tanto importante dal lato politico quanto da quello culturale. In particolare linguistico, con tutto quello che ne conseguì. D’altronde un battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo. In questo caso l’arrivo di truppe di distruzione di massa fu una delle cause, nei secoli a venire, di un cambiamento linguistico nella città più importante del mondo.

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Speciale Niccolò Machiavelli, etica e non morale

Federico Rapini

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Niccolò Machiavelli etica nel principe

Niccolò Machiavelli, conosciuto dai più come l’autore del “Il Principe“, compie oggi 552 anni. Nacque infatti il 3 maggio del 1469 a Firenze. Erroneamente, e probabilmente a causa di una lettura superficiale delle sue opere, si potrebbe pensare a lui come un uomo cinico, freddo, senza scrupoli.

D’altronde chi non ha letto il suo trattato politico afferma ancora che fu lui a coniare la frase “il fine giustifica i mezzi”. Beh, questa frase non compare mai tra i suoi scritti. Né tantomeno si può dedurre da altre frasi. 

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L’enunciato che più vi si avvicina è “e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ prinicipi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un principe conto di vincere e mantenere lo stato: è mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati” (Il Principe, XVIII, 6-7). 

Machiavelli vuole ovviamente intendere altro da ciò che l’ignoranza gli ha attribuito. Non giustifica i mezzi in qualunque caso. Il principe deve agire per il bene dello Stato e del suo mantenimento.

Il ragionamento machiavellico verte intorno all’etica e fu prodotto da una mente lucidamente pessimista. Se si vuole governare a lungo una volta conquistato il potere, il principe ha due possibilità. Appoggiarsi al popolo oppure ai ricchi, ai potenti. Il vero motivo per cui bisognerebbe appoggiarsi al popolo è di natura squisitamente etica: i grandi vogliono opprimere, il popolo non essere oppresso.

MACHIAVELLI E IL SOGNO DELL’ITALIA

Il quadro storico in cui opera Niccolò Machiavelli è quello dell’Italia a cavallo tra ‘400 e ‘500, una penisola divisa dai campanilismi, che la rendevano alla mercé degli stati stranieri. Il regista Ermanno Olmi rappresentò quel momento storico nel film “Il mestiere delle armi”, in cui, raccontando la vicenda del condottiero Giovanni dalle bande nere, inserisce un richiamo al Principe. In una situazione storica mutevole e di grande tensione per la penisola, Niccolò Machiavelli, facendo fruttare le sue esperienze personali insieme allo studio, affida queste al principe. La guida politica in grado di unificare l’Italia. Colui che la condurrà alla libertà governandola con virtù e realismo.

Addirittura Hegel tentò di chiarire le intenzioni del segretario fiorentino: “Il Principe si deve leggere avendo ben presente la storia dei secoli precedenti a Machiavelli, e quella dell’Italia a lui contemporanea: allora non soltanto il Principe sarà giustificato, ma esso comparirà come una grandissima e vera concezione, nata da una mente davvero politica che pensava nel modo più grande e più nobile” (Scritti politici, Einaudi).

Machiavelli s’ispirava dunque agli antichi(in particolare Mosè, Ciro, Romolo e Teseo) e all’insegnamento della storia. Per lui gli uomini tendono a cadere negli stessi errori del passato. Solo lo studio degli eventi e della natura umana possono mettere in guardia dal ricommetterli. Evitando ciò si garantirebbe solidità allo Stato, massima espressione storica del potere sovrano e della comunità solidale.

Sempre il filosofo tedesco sosteneva, riguardo il pensiero machiavellico, che “qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda. Una condizione nella quale veleno ed assassinio sono diventate armi abituali non ammette interventi correttivi troppo delicati. Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia”.

Lo stesso Machiavelli, nel Principe al capitolo 18, affermava che “Bisogna essere volpe per evitare le trappole e leone per spaventare i lupi”.

IL PENSIERO MACHIAVELLICO IN ETÀ CONTEMPORANEA

Appunto una lettura superficiale potrebbe aver fatto fraintendere, in alcuni casi demonizzare, quanto il fiorentino volle comunicare. Come ha sostenuto Viroli, in una tesi alquanto coraggiosa, “Il Principe” non è affatto un’opera di fredda teoria politica, bensì un trattato dall’alto valore attivistico. Machiavelli esorta Lorenzo il Magnifico “a pigliar la difesa di Italia e liberarla dalle mani de’ barbar”. Quello che molti hanno definito un cinico, realista, pragmatico, sognava già nel XV secolo l’Unità d’Italia. Qualcosa ancora molto lontana dalla realtà.

Come ci ricorda lo storico Federico Chabod “la prima formulazione dell’Europa come di una comunità che ha caratteri specifici anche fuori dell’ambito geografico, e caratteri puramente ‘terreni’, ‘laici’, non religiosi” fu proprio di Niccolò Machiavelli.

“Voi sapete come degli uomini eccellenti in guerra ne sono stati nominati assai in Europa, pochi in Affrica e meno in Asia. Questo nasce perché queste due ultime parti del mondo hanno avuto uno principato o due, e poche republiche; ma l’Europa solamente ha avuto qualche regno e infinite republiche. […] Il mondo è stato più virtuoso dove sono stati più Stati che abbiano favorita la virtù o per necessità o per altra umana passione”.

Queste parole espresse dal segretario fiorentino ne “Il Principe” fanno di lui uno dei cardini, uno dei pensatori di cui non si può fare a meno nella ricerca della nascita dell’idea di Europa. Chiunque si appropinqui allo studio della presa di coscienza degli europei in quanto tali non può prescindere dagli scritti machiavellici. Sia il già citato, nonché più famoso, “Il Principe“, sia “Dell’arte della guerra”.

Nonostante abbia subito, nel corso dei secoli, numerose censure e critiche, Machiavelli rimane uno dei più importanti pensatori e filosofi italiani. La sua figura compare in numerose opere moderne. Dalla serie tv “I Borgia”, interpretato da Julian Bleach, passando per “I Medici” (Vincenzo Crea), fino all’ultima produzione Rai “Leonardo” in cui il ruolo del fiorentino è recitato da Davide Iacopini.

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Ignazio Silone, lo scrittore del riscatto popolare abruzzese

Federico Rapini

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Ignazio Silone riscatto popolare

Ignazio Silone, uno dei più importanti e conosciuti scrittori del ‘900 italiano, nacque a Pescina (L’Aquila) il 1 maggio del 1900.

Ebbe una vita travagliata. Prima rimase orfano a soli 15 anni e poi, per motivi politici, decise un auto esilio vivendo per svariati anni in Svizzera. Smise per un decennio di occuparsi di politica dedicandosi all’attività letteraria dirigendo la rivista in lingua tedesca Information e fondando nel 1936 Le Nuove Edizioni di Capolago.

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Solo agli inizi degli anni’40 riprese l’azione politica con il Centro Estero del Partito Socialista. Diresse il quindicinale socialista L’avvenire dei Lavoratori. Questa attività gli costò però il carcere a Zurigo.

Nel 1944 tornò in Italia e 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente per il PSIUP in Abruzzo. Nel 1947 fonda Europa Socialista che dirige fino al 1949. Nel 1951 fu tra gli attivisti più importanti dell’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura.

IGNAZIO SILONE E LA SUA FONTAMARA

Nel giorno del suo 121° compleanno vogliamo ricordarlo con quella che è sicuramente la sua opera più famosa. Fontamara. Quell romanzo che troviamo scritto per intero su un muro di Aielli, piccolo paesino a pochi km da dove Silone nacque.

Aielli, da piccolo centro marsicano, si è ritrovato in poco tempo ad essere meta di migliaia di turisti, accorsi per vedere questo murale forse unico al mondo.

L’iniziativa risale al 2018. L’anno successivo l’associazione culturale Libert’aria promosse la registrazione della lettura del romanzo fatta da cittadini aiellesi e non. Il risultato fu che 133 tra  aiellesi e marsicani lessero un passo del romanzo di Ignazio Silone generando così un cd audiolibro, della durata di 8 ore venduto a 5€. Il ricavato fu destinato a scopi sociali.

L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Enzo Di Natale insieme al parroco Don Luigi Incerto ha deciso quest’anno di mandare in filodiffusione, dai campanili dei due centri, Aielli alto e Aielli Stazione, l’intero audiolibro. In questo modo chiunque accorrerà nel paese potrà ascoltare la lettura di Fontamara.

“L’idea nasce come omaggio a Silone e come strumento che, partendo dal bellissimo progetto realizzato dall’associazione Libertaria, punta a sensibilizzare la riflessione sulle tematiche affrontate nel libro. Disuguaglianze, sfruttamento, impoverimento, argomenti purtroppo ancora vivi e presenti nella nostra società”, commenta il primo cittadino Enzo Di Natale-“ e poi vuole essere anche un modo originale di promuovere la cultura e di far scoprire e riscoprire la bellezza della lettura di un romanzo senza tempo.”

IL SIGNIFICATO INTRINSECO A FONTAMARA

Fontamara è un nome fittizio con cui Ignazio Silone volle indicare “luogo di amarezze e sofferenze” in cui i “cafoni” vivevano nello stato più totale di abbandono e povertà a causa dell’incuria dei governi. I cafoni, come li chiama l’autore ma in modo dignitoso, erano i braccianti. Quei poveri del Sud Italia per i quali lo scrittore abruzzese spese gran parte della sua vita. Tra di loro non vi era unità né solidarietà. Solo la morte di Berardo permette il risveglio della coscienza popolare. La sua dipartita, che lo fa diventare l’eroe che si sacrifica per gli ideali di libertà, comporta l’acquisizione che la possibilità di un cambiamento fosse veramente possibile. Quel Berardo Viola a cui “I ratti della sabina” dedicarono un verso storico della loro canzone “La morale dei briganti” .

“Ma se ruba anche il garzone, già pagato dal padrone, sarà legge o no per dio che gli rubi io”.

Questo a sottolineare come l’accumulo di un patrimonio da parte di un “potente”, che dal suo piedistallo rimaneva a guardare morire di fame la popolazione, era insopportabile non solo per i briganti ma per lo stesso Silone che esalta la figura di Berardo.

In questo romanzo descrisse il paese dell’anima, un luogo che portava dentro. E lo racconta con gli occhi dell’immaginazione, con nostalgia. Evoca le origini, la sua infanzia ormai perduta tramite questa dimensione.

Fontamara è dunque lo spaccato di una terra e di un’epoca precisa. Ma il merito dello scrittore di Pescina è stato quello di rendere il romanzo sempre attuale. Ignazio Silone in queste pagine fa trasparire, nonostante i limitati interventi del narratore,  il suo inconfondibile retroterra etico. Il che ha la precedenza sulle questioni stilistiche e formali. Per lui scrivere, infatti, era soprattutto una lotta per dare forma al suo mondo morale.

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