Il male nei romanzi di Dostoevskij, da I demoni a La leggenda del Grande Inquisitore

Considerato uno dei più grandi pensatori e filosofi russi, Fëdor Dostoevskij nacque a Mosca l’11 novembre 1821 e morì a San Pietroburgo il 9 febbraio 1881.

Lo scrittore trattò i più svariati temi, l’astratta idea di bontà e la constatazione dell’umana cattiveria, la divisione inconciliabile della coscienza, fomentata da spinte e pulsioni contrastanti e conflitti irrisolti, sono solo alcune delle tematiche che compongono il suo pensiero.

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Un conflitto bene-male costantemente presente tra le righe del pensatore russo. Un male che si concretizza in alcuni dei personaggi nati dalla sua penna, i quali spesso vengono rappresentati come dei veri mostri, demoni che compiono il male per il male. L’esempio massimo è rappresentato dal romanzo “I demoni” (1873), il quale incarna il cosiddetto Paradigma Dostoevskij, un dualismo che vede vittima assoluta da una parte e carnefice-demone dall’altra.

I DEMONI: COMPIERE IL MALE IN NOME DEL LIBERO ARBITRIO

In questo romanzo Dostoevskij delineò con magistrale precisione l’impossibilità dell’uomo di spingersi oltre i limiti a lui imposti, la libertà arbitraria sfocia nella totale mancanza di morale e nell’indifferenza per ogni valore.

Questo è ciò che accade a Nicolaj Stavrogin, il demone protagonista attorno a cui ruota il romanzo. Giovane, intelligente e bello, Stavrogin riesce ad attrarre a sé uomini e donne della nobiltà russa, finendo col distruggere chiunque entri in contatto con lui.

Esso rappresenta il superamento stesso dei limiti umani. La libertà sfrenata finisce per consumarlo, corrodendogli l’animo e trasformandolo in un demone, a causa delle azioni estreme da lui compiute in nome del libero arbitrio.

Successivamente Stavrogin si reca da un santo vescovo per confessarsi, e con lui cercherà di attingere ad una tardiva assoluzione. Questa non gli verrà concessa, dal momento che il demone in questione si rivelerà totalmente incapace di abbracciare un qualsiasi tipo di pentimento e di rimorso.

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Se in questo romanzo il male è facilmente identificabile, perché fomentato da uno scopo e una motivazione, per quanto deplorevoli, Dostoevskij delineò anche una forma di male diversa. Questa è assai più sottile, più complessa e molto più difficile da individuare. La dicotomia bene-male illustrata ne “I demoni”, lascia il posto all’idea che per compiere gesti estremi e crudeli non è necessario possedere tratti sadici o essere mossi dalla bramosia di spingersi oltre i limiti. Molto spesso è sufficiente rispondere ciecamente ad un’autorità ed essere completamente privi di pensiero critico.

LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE: L’AUTORITÀ CHE SALVA DAL FARDELLO DELLA LIBERTÀ

L’assenza di pensiero, la visione acritica dei fatti, l’aver bisogno di un’autorità a cui inginocchiarsi sono i punti chiave della Leggenda del grande Inquisitore, racconto contenuto ne “I fratelli Karamazov” (1879), ultimo romanzo di Dostoevskij.

I temi principali presenti in questa straordinaria opera sono la famiglia, l’educazione dei figli, la giustizia e il rapporto tra bene e male. “I fratelli Karamazov” è un romanzo del tempo presente ed è sorprendente come sul finire dell’800 Dostoevskij abbia trattato temi così vicini al nostro attuale periodo storico.

La leggenda del grande Inquisitore, è un racconto di invenzione e può essere compreso ed analizzato anche al di fuori del romanzo. In questo paragrafo, Ivan Karamazov, uno dei protagonisti, espone al fratello Alesa un racconto, figlio della sua mente e ambientato in Spagna, ai tempi della Santa Inquisizione.

Gesù fa ritorno sulla terra per vedere che cosa ne è stato del suo divino messaggio di pace e di amore fra gli esseri umani. Viene immediatamente riconosciuto da tutto il popolo che lo accoglie e lo acclama come Salvatore. In quel momento fa capolino la figura dell’Inquisitore, il quale fa un cenno, ordinando alla folla di catturarlo.

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Vediamo questa, in un attimo, mutare la propria ammirazione nei confronti dell’ospite. Le guardie, dunque, conducono Gesù nelle carceri, in attesa dell’esecuzione fissata per l’indomani. La sera stessa il vecchio Inquisitore si reca nelle cella per fargli visita, domandandogli perché fosse tornato sulla terra a disturbarli. Da qui comincia il monologo del Grande Inquisitore, all’interno del quale quest’ultimo spiega al Salvatore il motivo per cui è necessario che venga condannato.

Il popolo non potrà mai tollerare la verità del ritorno di Cristo, spiega l’Inquisitore, affermando che il suo messaggio è troppo sublime per la stragrande maggioranza degli esseri umani. Uomini forti, come lui stesso, hanno deciso di venire ad un compromesso con il mondo e si sono eroicamente votati a Satana in cambio della pace dell’umanità.

A prezzo del loro sacrificio, gli uomini hanno potuto così convivere con una religione su misura per loro, indulgente verso le loro debolezze. Hanno trovato, dunque, se non la felicità, una forma accettabile di esistenza, lasciandosi guidare dall’autorità ecclesiastica. Ma adesso, il suo ritorno, rischia di mandare in pezzi la loro serenità e le loro certezze.

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L’inquisitore rimprovera Gesù di aver portato la libertà ad esseri che non sono in grado di usufruirne, che la rifiutano perché spaventati da essa. È un fardello troppo grande per loro, ma grazie a lui stesso e al potere della Chiesa, possono vivere nell’illusione di essere liberi.

Questo, continua il suo monologo spiegando a Cristo come sia necessaria per gli uomini un’autorità forte, in questo caso quella da lui rappresentata, che dia al popolo più debole i veri bisogni materiali, e che in cambio chieda a loro obbedienza.

In fondo, è questo che gli uomini vogliono, qualcuno a cui obbedire, qualcuno che li sollevi dal fardello della libertà, della responsabilità e del libero arbitrio. In cambio dell’obbedienza avranno sempre il pane in tavola. L’unica cosa che, secondo l’Inquisitore, l’uomo vuole davvero è solo una comoda sicurezza.

Saremo noi a sfamarli, dando a credere di farlo nel nome tuo.

Photocredit by Wikipedia.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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