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10 gennaio 49 a.C.: Giulio Cesare supera il Rubicone

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Gaio Giulio Cesare alla testa della Legio XIII Gemina supera il fiume Rubicone, confine presso Rimini con la Gallia Cisaplina. Era il 10 gennaio del 49 a.C. Superare in armi quel confine era vietato per legge dalla Repubblica.Era quindi il chiaro segno di aver dichiarato guerra a Roma. O quantomeno a quella politica corrotta che teneva sotto scacco l’Urbe.

Secondo Svetonio, Cesare pronunciò la famosa frase “alea iacta est”, il dado è tratto, a sintetizzare quello che sarebbe avvenuto da lì a poco. La strada era stata segnata. La decisione presa. Il passo fatto. La guerra civile aveva inizio.

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La carriera politico-militare di Cesare

Nato a Roma nel 100 a.C. da una famiglia patrizia che si vantava di discendere da Enea, Cesare non fu mai sostenitore dell’aristocrazia né dell’ordine repubblicano.Fu, anzi, esponente di spicco della fazione popolare.

Politico spregiudicato e abile condottiero, perseguì sempre l’obiettivo della dittatura personale. Durante la sua lunga carriera politica raggiunse le cariche di Pontefice Massimo nel 63 a.C. mentre nel 59 a.C. fu eletto console, dopo che l’anno precedente aveva ratificato il I triumvirato con Crasso e Pompeo. Tra il 59 ed il 52 conquistò la Gallia effettuando anche incursioni in Britannia e in Germania.

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Le cause del superamento del Rubicone

Tali successi gli alienarono le simpatie del Senato che conferì pieni poteri a Pompeo e chiese a Cesare di sciogliere il suo esercito rifiutandogli anche la richiesta di essere nominato console per un secondo mandato. Addirittura, se non avesse adempiuto a tali dettami, sarebbe stato etichettato come “nemico di Roma”.

Cesare allora sciolse il suo esercito tranne i quasi 5000 soldati che gli occorrevano per mantenere i territori conquistati nelle campagne militari appena terminate. Chiese a quel punto che anche le truppe di Pompeo, figura attorno alla quale si riunì il Senato, fossero sciolte. Non ottenne risposta.

La sua reazione fu proprio il superamento in armi del Rubicone, il pomerium, il confine sacro. Originariamente il confine sacro di Roma era il solco scavato da Romolo coincidente circa al centro storico dell’Urbe, ma con le conquiste fu spostato sul fiume romagnolo.

Il superamento del fiume è contornato da misticità. Svetonio narra che a Cesare apparve un uomo straordinariamente bello e forte che suonava il flauto. Ad osservare e ascoltare costui accorsero anche soldati, pastori e trombettieri. L’uomo allora andò verso il fiume e lo guadò invitando i soldati a fare lo stesso.

Cesare contro Pompeo: la guerra civile

Il conflitto che ne scaturì, raccontato dallo stesso Cesare nel De bello civili, si prolungò fino al 45 a.C. anno in cui sconfisse Pompeo, fuggito dapprima in Epiro, nella battaglia di Farsalo.

Pompeo fu ucciso in Egitto da sicari del re Tolomeo che lo decapitarono e diedero in regalo a Cesare la sua testa. Il futuro dittatore però depose il re egizio ponendo Cleopatra sul trono d’Egitto, risolvendo a favore della sua amante, la disputa dinastica. Prima di tornare a Roma sconfisse il figlio di Mitridate, re del Ponto, pronunciando la famosa frase “Veni Vidi Vici” dopo la battaglia di Zela.

Avuto la meglio sul resto delle truppe pompeiane, nel 45 a.C. fu nominato dittatore varando subito alcune riforme: concesse la cittadinanza ai Galli, distribuì terre ai veterani, progettò opere pubbliche e riformò il calendario portandolo a 365 giorni l’anno. Morì l’anno seguente, nelle idi di Marzo del 44 a.C., fuori il Senato assassinato in seguito ad una congiura ordina dal figliastro Bruto a capo di senatori filo repubblicani.

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Le opere culturali di Cesare: De bello gallico e De bello civili

Cesare non fu solo però un abile comandante militare e politico. Fu un eccellente oratore di stile attico ma anche produttore di poesie andate perse, come una lode ad Ercole o l’iter sulla spedizione spagnola del 45. In campo culturale aderì alle tendenze più innovative della sua epoca: fu sostenitore dell’analogismo nella disputa fra le tendenze linguistiche (il linguaggio per lui era una convenzione e quindi bisognava privilegiare la regolarità). Sul piano filosofico invece fu filo epicureo.

Le sue opere maggiori, il De Bello Gallico e il De Bello Civili, appartengono al genere letterario dei Commentarii, un genere minore che tratta semplici resoconti militari. Volle però dare a questo genere una certa diginità letteraria, riconosciuta anche da Cicerone, ispirandosi a Senofonte. Introdusse quindi discorsi diretti, per dare vivacità e pathos al racconto, ed excursus etnografici per rendere più varia la narrazione.

L’obiettivo dei Commentarii era ovviamente politico e propagandistico. Con il De Bello Gallico voleva giustificare l’attacco ai Galli, facendolo passare come una difesa per impedire lo sconfinamento dei barbari nelle province.

Il De Bello Civili invece gli servì per giustificare l’atto illegale di superare il Rubicone presentandolo come una reazione alle illegalità commesse dai suoi avversari e come difesa della sua “dignitas”.

Descrive quindi la vecchia classe dirigente come meschina e corrotta. Ad esempio Catone Uticense, un moralista ipocrita e Pompeo, uomo debole e vanaglorioso. In questa opera, rimasta però incompleta, narrò solo i primi due anni di guerra civile (48-49 a.C.) interrompendosi all’inizio della guerra in Egitto.

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La guerra civile, l’azione, per Cesare fu quasi un atto obbligato per evitare la sua morte politica e poco importa se per Erasmo la frase pronunciata fu “alea iacta esto”( il dado sia tratto), per un errore di trascrizione della versione di Svetonio. Il senso fu quello. Il Divus Iulius, attraversando il Rubicone il 10 gennaio del 49 a.C. si apprestava a conquistare e a cambiare il destino di Roma.


Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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J. M. Barrie, il suo Peter Pan non è ancora cresciuto

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Peter pan di j.m. barrie

Anche Peter Pan ha avuto un papà. Una di quelle figure genitoriali che tanto disprezzava esteriormente. Ma che dentro di sé desiderava più di ogni altra cosa. Sebbene sia la mamma uno dei temi ricorrenti nella sua storia, è stato un uomo a creare il personaggio del bambino che non voleva diventare adulto.

Sir James Matthew Barrie. Dalla penna dello scrittore britannico uscì per la prima volta in “L’uccellino bianco” nel 1902. Ma l’opera che rese celebre l’autore nato a Kirriemuir fu il piece teatrale “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”. Era il 1904. Divenne romanzo poi nel 1911 anticipato nel 1906 da “Peter Pan nei Giardini di Kensington”.

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Quegli stessi giardini, più precisamente ad Hyde Park, dove Barrie fece l’incontro più importante della sua vita. Lì conobbe i cinque figli della famiglia Davies. Questi bambini, con cui comincerà a passare molto temo, divennero i protagonisti di un album fotografico che lo scrittore intitolò “I bimbi smarriti di Black Lake Island”. Fu proprio in questo periodo che cominciò a maturare e a prendere forma di Peter Pan.

Le avventure di questo ragazzino in calzamaglia gli valsero una certa considerazione anche dalle alte sfere del governo britannico. Ebbe, infatti, modo di raccontare storie alle figlie del duca di York, tra le quali vi era la futura regina Elisabetta II.

Queste frequentazioni gli consentirono di conseguire il titolo di sir nel 1922. Ma ancor più, di lui, rimane un personaggio che ancora oggi è protagonista delle storie per ragazzi.

Simbolo di chi non vuole accettare l’età che avanza, il carico di responsabilità. Il piacere di vivere all’avventura, lontano da quel mondo che lo ha dimenticato. Da quei genitori che l’hanno sostituito in fretta con un altro figlio.

Il Peter Pan di Barrie compie una scelta volontaria.  É lui a imparare a volare, a decidere di andarsene verso l’isola degli Uccelli. A differenza di Pascoli che non riesce a far a meno di essere come Peter. Nel suo Fanciullino l’essere bambino è vissuto come protezione da quel mondo che egli identifica come il male.

Oggi a mantenere viva la storia del ragazzo che non voleva crescere ci pensa la trasposizione cinematografica della Disney degli anni ’50 che ovviamente diverge dalla narrazione originale. Il ragazzo in calzamaglia verde vive sull’Isola che non c’è, guidando un gruppo di “bimbi sperduti”. Quei ragazzi che Barrie, invece, inserì nella storia come abitanti dell’isola degli Uccelli e che il corvo Salomone inviava sottoforma di uccellini alle donne desiderose di divenire mamme.

Tuttavia, le avventure di Peter, divenuto Pan in quanto aveva imparato a suonare il flauto che aveva il nome di questa divinità greca, sono divenute altre volte delle pellicole. Come nel caso di Spielberg e del suo “Hook- Capitano Uncino” (1991) in cui raccontò la vita da adulto del protagonista del romanzo di Barrie. Con Dustin Hoffman, Robin Williams e Julia Roberts. Un cast di primo ordine per un film che ancora oggi è apprezzato da generazioni di spettatori.

Peter Pan rimane comunque una pietra miliare nella narrativa per ragazzi. Uno di quei personaggi che fa guardare i bambini fuori dalla finestra prima di addormentarsi. Sognando di librarsi in volo e vivere avventure tra pirati, sirene e indiani. Ma soprattutto di non crescere. Di rimanere sempre piccoli e protetti, forse inconsapevolmente, da quei genitori che sono croce e delizia di ogni figlio.

Sir James Matthew Barrie morì il 19 giugno del 1937 e a lui è dedicato un film con Johnny Depp: ” Neverland – Un sogno per la vita“.

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Il cielo di giugno: il Cancro e la via Lattea

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Giugno, il 6° mese dell’anno nel Calendario Gregoriano, è fin dai tempi più remoti il mese della luce e della rinascita. Il 21, è infatti il giorno del solstizio d’estate, che segna il passaggio dalla primavera alla fase più soleggiata dell’anno. Proprio in questa data l’inclinazione dell’asse terrestre è tale da produrre la massima esposizione alla luce, in pratica, è il giorno più lungo dell’anno, opposto al 21 dicembre, cioè il solstizio d’inverno, che è invece quello più corto.

Oltre all’abbondanza delle messi e alla fertilità dei campi, la particolare e fortunata condizione astronomica di giugno favorisce la perfetta visione, ad est dell’emisfero boreale, della lunga scia della via Lattea, mentre la volta celeste è dominata dalla costellazione del Cancro. Non tutti sanno che per la mitologia greca (e poi romana) la via Lattea e il Cancro hanno origini comuni, la loro nascita infatti, si incrocia con le storie leggendarie del mitico Eracle e dell’eterno astio provato nei confronti dell’eroe dalla gelosa dea Era/Giunone per i romani.

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La via Lattea

Com’è noto, uno dei principali passatempi del più grande degli dei dell’Olimpo, Zeus, è quello di tradire la sua sposa, Era. Un giorno l’ingorda divinità si innamora della giovane principessa Alcmena che aveva già accettato di sposare Anfitrione, il re di Tirinto, a condizione che costui sconfiggesse in battaglia un popolo che aveva recato torto alla di lei famiglia. Quando il re parte alla volta della guerra promessa alla sua futura moglie, il padre degli dei, assume le sembianze di Anfitrione per poter entrare nel letto di Alcmena. Trascorse tre notti di passione Zeus va via, ma proprio a questo punto il vero re fa ritorno al suo palazzo. Anche lui si unisce ad Alcmena che in seguito a queste caldissime notti darà alla luce due figli: quello di Zeus, Alcide, che sarà poi rinominato Eracle (Ercole per i romani), e Ificlo, il figlio di Anfitrione.

Il parto del piccolo Eracle è estremamente doloroso per la fanciulla che turbata anche dal fatto che il neonato sia già forte e formato, si reca dall’indovino Tiresia per avere risposte in merito all’abissale differenza tra i suoi due pargoli. Tiresia a questo punto le rivela l’inganno di Zeus. Alcmena, spaventata, temendo una vendetta da parte della permalosissima e vendicativa consorte del dio, abbandona il piccolo nei pressi di Tebe, convinta che Zeus avrebbe trovato un modo di salvare il suo bambino.

Così sarà, Il dio con un ennesimo inganno fa in modo che Era ed Atena trovino il piccolo abbandonato. Impietosita Era, che non ha riconosciuto il piccolo come il figlio illegittimo del consorte, decide di allattarlo ma il neonato, dotato di forza sovrumana, succhia così forte dall’abbondante seno della dea che questa subito lo stacca dalla sua mammella. Il movimento improvviso fa schizzare fino al cielo il latte che stava uscendo dal seno di Era. Così, ancora oggi, la scia del latte materno della dea, che da il nome alla nostra galassia, è fissa nel cielo a ricordarci che anche i più bei prodigi possono essere il frutto di un triste inganno.

La costellazione del Cancro

A seguito di una lunga serie di eventi che si intrecciano nelle trame fittissime del mito, Eracle, colpito da un raptus di follia provocatogli da Era, che, ricordiamolo, lo odia a morte in quanto frutto del tradimento del marito, uccide la moglie e i figli. Quado rinsavisce, sconvolto dal dolore, interroga la Pizia dell’oracolo di Delfi che gli annuncia che l’unico modo per lavare l’onta degli omicidi che ha commesso deve recarsi dal re di Tirinto e servirlo per 12 anni.

Il re i questione è Euristeo che, sempre perchè il mito greco è peggio di Game of Thrones, è in realtà l’usurpatore del trono che sarebbe di Eracle, inconsapevole del suo diritto di sovrano legittimo del regno. Euristeo perciò detesta Eracle e ne è profondamente spaventato. Quando lo vede arrivare alla sua corte si nasconde all’interno di una grande giara di bronzo, da qui comunicherà ai suoi servi gli ordini da dare all’eroe. Così comincia l’epopea delle 12 fatiche di Eracle, quella che interessa a noi è la seconda.

Euristeo manda Eracle a combattere un orrendo mostro che infesta la città di Lerna, sulle coste dell’ Argolide. Il terrificante avversario è l’Idra, figlia di Tifone e Echidna, sorella tra gli altri di Cerbero e Chimera, allevata però da Era. Proprio le trame di Era infatti conducono l’eroe allo scontro, guarda caso, con uno dei suoi più terribili “figli”. L’ Idra viene descritta come un gigantesco serpente acquatico con 9 teste che si rigenerano se mozzate.

Così la descrive Ovidio: “Quello si rigenerava dalle sue stesse ferite, e delle cento teste che aveva, non ce n’era una che si potesse mozzare senza che sul collo, più sano di prima, due gliene succedessero.
(Ovidio, Metamorfosi, IX, 70-72).

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Lo scontro è estenuante, l’eroe taglia le teste ma queste ricrescono, stremandolo. Proprio durante questa battaglia all’ultimo sangue dalle profondità della terra viene fuori un granchio gigante: “Un granchio enorme venne in aiuto dell’idra mordendo il piede di Eracle, ma Eracle lo uccise.“(Apollodoro, Biblioteca, II, 5, 2)

Il “Carcino” pizzica con le chele i piedi di Eracle che però lo schiaccia sotto il suo tallone. Per premiarlo dell’aiuto che le aveva dato, Era scolpisce la figura del granchio nelle stelle, così nasce la costellazione del Cacro, che per l’astrologia è padrone del cielo dal 22 giugno al 22 luglio . Anche l’idra avrà dalla dea lo stesso dono, infatti anche l’Idra è oggi una costellazione. In realtà la maggior parte delle “fere” affrontate da Eracle nelle sue fatiche, verranno poi scolpite nel cielo dopo essere state sconfitte dal semidio. Uguale destino tocca a Eracle stesso, condannato quasi per scherzo a condividere l’eternità con i suoi mostri.

Ma a che giova avere reso impavido
il genere umano? Gli dèi non hanno pace:
la terra tutta ripulita vede nel cielo
qualunque cosa abbia temuto: Giunone ha trasferito le belve.”
(Seneca, Ercole sul Monte Eta, 61-68)

Foto: Graham Holtshausen per Unsplash

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Enzo Tortora, dall’errore giudiziario alla gogna giornalistica

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enzo tortora arresto portobello

Erano le 4 del mattino del 17 giugno quando i Carabinieri bussarono alla porta di uno dei volti più noti della televisione italiana. Enzo Tortora, il noto presentatore, autore e giornalista.

Era accusato di far parte della Nuova Camorra Organizzata. Addirittura di essere un corriere della droga. Solo 4 anni dopo, con 7 mesi di carcere e altri di domiciliari, fu scagionato da ogni accusa.

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Divenendo così il simbolo dell’errore giudiziario. Tortora era all’apice del successo. Il suo “Portobello” registrava ascolti da capogiro, circa 28 milioni di spettatori. Si apprestava a firmare il contratto per una nuova edizione. Ma non sapeva della bomba che stava per scoppiare mentre alloggiava all’Hotel Plaza di Roma. “Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”. Così commento tutta la vicenda.

PENTITI E AGENDINE CONTRO TORTORA

Fu uno degli 855 ordini di cattura emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata, capitana da Raffaele Cutulo.

Le accuse furono mosse da due pentiti. Pasquale Barra e Giovanni Pandico. A costoro si aggiunsero poi altri 17 testimoni che confermarono e infarcirono ancor di più le accuse. Si scoprì in seguito che pentiti e testimoni potevano liberamente comunicare mentre erano nella caserma di Napoli. Oltre a godere di numerosi benefici in carcere. Tra le prove che inchiodarono l’uomo di spettacolo fu una agendina con il suo nome.

Ma in realtà vi era scritto Tortona e non Tortora. Il 17 settembre 1985 il presentatore fu condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Nell’appello il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani ribaltarono la sentenza assolvendolo con formula piena. Durante il primo processo viene eletto europarlamentare nelle file dei Radicali, diventando poi presidente del partito. Quando si dimise scatenò l’ira di Marco Pannella.

Enzo Tortora, fotografato ammanettato e sbattuto in prima pagina, è stato uno dei simboli della gogna mediatica gratuita. Del processo su Facebook ante litteram. Delle sentenze date a priori. Un colpevole che fa notizia. Poco importa se colpevole o innocente. Nonostante la giurisdizione italiana preveda la presunzione di non colpevolezza. 

Ma come disse la figlia Silvia “è stato prelevato dalla sua vita senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore”.

IN POCHI CONTRO LA GOGNA MEDIATICA

All’epoca furono in pochi a leggere tutte le carte. A credere alla sua innocenza. Tra questi Vittorio Feltri che andò a leggere gli infiniti plichi di quel processo. Da lì capì che qualcosa non andava. Innanzitutto uno degli accusatori, tale Melluso accusava di aver avuto un incontro a Milano con Tortora per uno scambio di droga. Il giornalista, tramite le sue conoscenze, riuscì a risalire al fatto che il suddetto delatore all’epoca era detenuto nel carcere di Campobasso.

Non contento Feltri andò a rintracciare le fotocopie della famosa agendina sulla quale era appuntato il nome del presentatore tv con annesso numero telefonico. Ma alla telefonata, con sua sorpresa, rispose una persona dall’idioma campano.

Due falle in un processo già nato anomalo. Molti giornalisti si erano sperticati in articoli contro Tortora. Sicuri della sua colpevolezza. 

E difatti il 17 settembre del 1985 la condanna non lasciava scampo. Fu solo nella sentenza di appello, quella del 1986, ad assolverlo con formula piena.

Ma ormai l’immagine del presentatore di “Portobello” era compromessa. Il fatto che fosse un vip ad essere rovinato, in parte, aumentò l’odio dell’opinione pubblica. Quella grande fetta di di persone che godono nel vedere rovinato uno che ha avuto successo.

Forse solo dopo oltre 30 anni il nome di Tortora sta avendo una riabilitazione a pieno. 

“Dunque, dove eravamo rimasti?”. Con questa frase, nel 1987, tornò a condurre il suo programma. Un anno prima della sua morte. Una frase che voleva quasi dimenticare quello che era successo. Ma che ormai lo aveva segnato dentro, come lui stesso aveva detto. 

Il suo caso portò alla legge Vassalli. La quale però non fu retroattiva e non diede né a lui né alla sua famiglia un risarcimento. L’unica cosa che rimase ai suoi parenti fu il grande dolore provato per uno dei più grandi errori giudiziari italiani.

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