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10 gennaio 49 a.C.: Giulio Cesare supera il Rubicone

Federico Rapini

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Gaio Giulio Cesare alla testa della Legio XIII Gemina supera il fiume Rubicone, confine presso Rimini con la Gallia Cisaplina. Era il 10 gennaio del 49 a.C. Superare in armi quel confine era vietato per legge dalla Repubblica.Era quindi il chiaro segno di aver dichiarato guerra a Roma. O quantomeno a quella politica corrotta che teneva sotto scacco l’Urbe.

Secondo Svetonio, Cesare pronunciò la famosa frase “alea iacta est”, il dado è tratto, a sintetizzare quello che sarebbe avvenuto da lì a poco. La strada era stata segnata. La decisione presa. Il passo fatto. La guerra civile aveva inizio.

La carriera politico-militare di Cesare

Nato a Roma nel 100 a.C. da una famiglia patrizia che si vantava di discendere da Enea, Cesare non fu mai sostenitore dell’aristocrazia né dell’ordine repubblicano.Fu, anzi, esponente di spicco della fazione popolare.

Politico spregiudicato e abile condottiero, perseguì sempre l’obiettivo della dittatura personale. Durante la sua lunga carriera politica raggiunse le cariche di Pontefice Massimo nel 63 a.C. mentre nel 59 a.C. fu eletto console, dopo che l’anno precedente aveva ratificato il I triumvirato con Crasso e Pompeo. Tra il 59 ed il 52 conquistò la Gallia effettuando anche incursioni in Britannia e in Germania.

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Le cause del superamento del Rubicone

Tali successi gli alienarono le simpatie del Senato che conferì pieni poteri a Pompeo e chiese a Cesare di sciogliere il suo esercito rifiutandogli anche la richiesta di essere nominato console per un secondo mandato. Addirittura, se non avesse adempiuto a tali dettami, sarebbe stato etichettato come “nemico di Roma”.

Cesare allora sciolse il suo esercito tranne i quasi 5000 soldati che gli occorrevano per mantenere i territori conquistati nelle campagne militari appena terminate. Chiese a quel punto che anche le truppe di Pompeo, figura attorno alla quale si riunì il Senato, fossero sciolte. Non ottenne risposta.

La sua reazione fu proprio il superamento in armi del Rubicone, il pomerium, il confine sacro. Originariamente il confine sacro di Roma era il solco scavato da Romolo coincidente circa al centro storico dell’Urbe, ma con le conquiste fu spostato sul fiume romagnolo.

Il superamento del fiume è contornato da misticità. Svetonio narra che a Cesare apparve un uomo straordinariamente bello e forte che suonava il flauto. Ad osservare e ascoltare costui accorsero anche soldati, pastori e trombettieri. L’uomo allora andò verso il fiume e lo guadò invitando i soldati a fare lo stesso.

Cesare contro Pompeo: la guerra civile

Il conflitto che ne scaturì, raccontato dallo stesso Cesare nel De bello civili, si prolungò fino al 45 a.C. anno in cui sconfisse Pompeo, fuggito dapprima in Epiro, nella battaglia di Farsalo.

Pompeo fu ucciso in Egitto da sicari del re Tolomeo che lo decapitarono e diedero in regalo a Cesare la sua testa. Il futuro dittatore però depose il re egizio ponendo Cleopatra sul trono d’Egitto, risolvendo a favore della sua amante, la disputa dinastica. Prima di tornare a Roma sconfisse il figlio di Mitridate, re del Ponto, pronunciando la famosa frase “Veni Vidi Vici” dopo la battaglia di Zela.

Avuto la meglio sul resto delle truppe pompeiane, nel 45 a.C. fu nominato dittatore varando subito alcune riforme: concesse la cittadinanza ai Galli, distribuì terre ai veterani, progettò opere pubbliche e riformò il calendario portandolo a 365 giorni l’anno. Morì l’anno seguente, nelle idi di Marzo del 44 a.C., fuori il Senato assassinato in seguito ad una congiura ordina dal figliastro Bruto a capo di senatori filo repubblicani.

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Le opere culturali di Cesare: De bello gallico e De bello civili

Cesare non fu solo però un abile comandante militare e politico. Fu un eccellente oratore di stile attico ma anche produttore di poesie andate perse, come una lode ad Ercole o l’iter sulla spedizione spagnola del 45. In campo culturale aderì alle tendenze più innovative della sua epoca: fu sostenitore dell’analogismo nella disputa fra le tendenze linguistiche (il linguaggio per lui era una convenzione e quindi bisognava privilegiare la regolarità). Sul piano filosofico invece fu filo epicureo.

Le sue opere maggiori, il De Bello Gallico e il De Bello Civili, appartengono al genere letterario dei Commentarii, un genere minore che tratta semplici resoconti militari. Volle però dare a questo genere una certa diginità letteraria, riconosciuta anche da Cicerone, ispirandosi a Senofonte. Introdusse quindi discorsi diretti, per dare vivacità e pathos al racconto, ed excursus etnografici per rendere più varia la narrazione.

L’obiettivo dei Commentarii era ovviamente politico e propagandistico. Con il De Bello Gallico voleva giustificare l’attacco ai Galli, facendolo passare come una difesa per impedire lo sconfinamento dei barbari nelle province.

Il De Bello Civili invece gli servì per giustificare l’atto illegale di superare il Rubicone presentandolo come una reazione alle illegalità commesse dai suoi avversari e come difesa della sua “dignitas”.

Descrive quindi la vecchia classe dirigente come meschina e corrotta. Ad esempio Catone Uticense, un moralista ipocrita e Pompeo, uomo debole e vanaglorioso. In questa opera, rimasta però incompleta, narrò solo i primi due anni di guerra civile (48-49 a.C.) interrompendosi all’inizio della guerra in Egitto.

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La guerra civile, l’azione, per Cesare fu quasi un atto obbligato per evitare la sua morte politica e poco importa se per Erasmo la frase pronunciata fu “alea iacta esto”( il dado sia tratto), per un errore di trascrizione della versione di Svetonio. Il senso fu quello. Il Divus Iulius, attraversando il Rubicone il 10 gennaio del 49 a.C. si apprestava a conquistare e a cambiare il destino di Roma.


Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Gennaio, il mese di Giano | ArcheoFame

Licia De Vito

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Quello che è oggi universalmente riconosciuto come il primo mese dell’anno non esisteva affatto fino alla riforma del calendario lunare di Romolo attribuita a Numa Pompilio. I mesi erano solo 10 e si iniziava con marzo, dedicato al dio Marte, In seguito vennero introdotti Ianuarius, appunto gennaio, dedicato al dio Giano e febbraio, dedicato alla dea Febris.

Gennaio rappresenta il nuovo anno, un nuovo inizio , come un attraversamento, un passaggio, una porta. Tutto posto sotto la protezione del dio Giano, una divinità capace di guardare avanti e indietro, nel passato e nel futuro. Era infatti rappresentato come bifronte, cioè co due facce, era responsabile di ogni nuovo ciclo o inizio ed era il protettore delle soglie, dei ponti, delle porte e in senso lato di tutti i passaggi.

uno dei miti più noti narra che Giano sia stato il primo dei mitici sovrani del Lazio (divinizzato dopo la morte) e che avesse stabilito la sua sede sul monte Gianicolo, che da lui prese il nome. Durante il suo regno, avrebbe insegnato agli antichi abitanti del Lazio, gli Aborigeni, la navigazione, la coltivazione e l’uso della moneta. Un portatore di civiltà che accolse Saturno quando fu costretto a fuggire proprio nel Lazio, e insieme diedero inizio alla leggendaria “età dell’oro”, in cui uomini e dèi vivevano in armonia. In onore di Saturno, fu proprio il re Giano che istituì i primi Saturnali (17 al 23 dicembre). Tra i suoi mitici figli troviamo Tiberino, personificazione del fiume Tevere e Fontus, dio delle sorgenti.

I miti più arcaici attribuiscono a questa misteriosa figura un’origine femminile, da ricercarsi tra divinità antichissime come la Bona Dea, poi Diana, da cui Iana o Janua, per le sue caratteristiche lunari, ma anche ad Apollo, per quelle solari. Contemporaneamente luna e sole, notte e giorno.

Che Giano fosse una delle divinità più antiche e importanti del pantheon romano ce lo testimoniano alcuni elementi fondamentali. Il culto di Giano non aveva un officiate preposto ma veniva gestito dallo stesso Rex o, dall’ età repubblicana, da un particolare sacerdote che suppliva alle antiche prerogative regie, il Rex Sacrorum, che era lo stesso flamen Dialis, il sacerdote di Giove.

Gli epiteti del dio, definito “Pater” o “Deus Deorum” e invocato all’inizio di ogni preghiera. Da tradizione, quando i Sabini si trovavano alle porte di Roma il dio Giano fece uscire dalla sua casa un fiume che travolse i nemici, sconfiggendoli. Così Quirino, Romolo, fece erigere per lui un tempio da aprirsi solo prima della guerra e da chiudersi rigorosamente i tempo di pace.

La simbologia correlata a questa divinità è chiaramente ricca di mistero e misticismo. Giano bifronte è il cambiamento e la transizione, oltre che fisica anche simbolica. Passare da un posto all’altro, attraversare, ma anche cambiare gli stati dell’essere. Il passato che va verso il futuro, ma non nel senso moderno di “progresso” , ma qui e ora, ieri è oggi e oggi è già domani. Un mondo dove presente, passato e futuro no sono separati ma esistono contemporaneamente, come la storia, come i ricordi. Il Principio è la fine e ogni fine è un inizio.

“Giano bifronte, origine silenziosa dell’anno che scorre, […] Si crea una luce prospera: evitate parole e pensieri di mal augurio! In questo momento bisogna pronunciare parole positive in un giorno buono.” (OVIDIO, Fasti I, 65-75)


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Il calcio di Eric Cantona: fenomenologia di un ribelle

Federico Rapini

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Il calcio. Sia come sport che come gesto atletico. O violento. C’è chi è riuscito a diventare un simbolo di tutti i significati che può avere la parola “calcio”. 

Costui è Eric Cantona. Calciatore del Manchester United dal 1992 al 1997 in grado di vincere 4 Premier League e 2 FA Cup. Solo un anno, dunque, non gli riuscì di guidare i mancuniani alla vittoria del campionato. Proprio l’anno in cui fu squalificato per ben 8 mesi e 2 mesi di carcere (commutati in 120 ore di servizi sociali). 

Il calcio e la squalifica

Squalifica che avvenne perché il 25 gennaio del 1995 dopo essere stato espulso per un fallo su Richard Shaw, giocatore del Crystal Palace, il numero 7 del Manchester Utd decise di entrare a gamba tesa nella storia del calcio.
Il Selhurst Park, stadio del Crystal Palace, esulta, insulta Cantona che si avvia negli spogliatoi. Matthew Simmons, tifoso del Palace, esagera. La reazione del fenomeno di Marsiglia sbalordisce tutti. Calcio volante degno di Bruce Lee e tifoso ammutolito nonché stordito. “The King” viene squalificato per 8 mesi e la sua squadra non riuscirà a vincere il campionato. Cosa che allo United riuscirà l’anno seguente grazie al ritorno, in Ottobre, del suo capitano. 

Eric Cantona, uno tra i numeri 7 più forti della storia del calcio. Quel numero che a Manchester ha un certo peso. George Best, Bryan Robson, David Beckham, Cristiano Ronaldo. Tanto per per citarne alcuni. Alcuni che con i loro piedi hanno fatto impazzire (CR7 continua) le folle. Best è stato sicuramente uno dei primi calciatori-divi. Un atleta copertina, bello, intelligente e sopra le righe.

Lo stesso francese, con il colletto della maglietta sempre alzato e portamento fiero a testa alta, non si è certo fatto parlare dietro per quanto riguarda l’essere sopra le righe. Lasciò il calcio a 31 anni entrando poi nel mondo del cinema, sia come attore che come regista. Questo suo percorso ricorda quello di un altro folle del calcio inglese: Vinnie “Psycho” Jones.

Il mio amico Eric: Cantona tra cinema e calcio

Nel film “Il mio amico Eric” si parla di un impiegato delle poste britanniche in crisi, con due matrimoni falliti e due figliastri da mantenere. La sua vita gli fa letteralmente schifo. Solo l’amore per il calcio, per il Manchester United, lo aiuta ad andare avanti. E dopo aver rubato dell’erba al figlio gli compare, come una visione, il suo idolo. Eric Cantona. Con il leggendario numero 7 rivivrà alcuni momenti della sua carriera, in cui il calcio è una perfetta metafora della vita. Questi flashback sembrano lenire l’insoddisfazione del postino. 

Il film non rende divina la figura di Cantona ma si concentra sul suo lato più umano e debole, ricordando anche passaggi scomodi e controversi della sua carriera. Eric, così si chiama anche il postino, è pervaso da un’emozione tipica dei bambini quando incontrano un loro idolo ma che solo chi vive a fondo il calcio sa che anche a 70 anni, davanti ad un calciatore della propria squadra, l’amore per quella maglia mozzerà il fiato.

Cantona in questo ruolo interpreta alla perfezione ciò che molte volte rappresenta una squadra di calcio. Un appiglio, un’ancora di salvezza, un’evasione dalla piattezza della vita. L’ex capitano del Manchester, a sorpresa, dopo aver commentato con il postino alcuni dei suoi gol più spettacolari, dirà che il suo gesto preferito però fu un assist. Un passaggio di prima, di esterno, a scavalcare la difesa per far segnare un suo compagno. Sorprendendo tutti. Difesa, qualche compagno e i tifosi.

Questo passaggio, nel film diretto da Ken Loach nel 2009, è il simbolo dell’unione, dell’aver fiducia negli amici. Quel legame che permette di non andare a fondo. Anche nelle periferie inglesi (come quella del film) in cui la gente è abbandonata a se stessa e affoga le proprie frustrazioni nella birra di un pub aspettando la partita della propria squadra. 

Il filtrante di Cantona rappresenta proprio questo. Il lavoro di squadra. Quel vincolo comunitario che risulta risolutore dei problemi.

Non solo il calcio volante: ribelle a 360°

Un pò come quel calcio del 25 gennaio 1995. Risolutore. Sorprendente. Se vogliamo anche coraggioso. Il coraggio d’altronde, e anche un po’ d’arroganza, non sono mai mancati al francese. Come quella volta, nel 1991, quando ancora giocava in Francia con il Nimes e fu espulso per aver tirato una pallonata in faccia all’arbitro. Convocato in commissione disciplinare e diede dell’idiota ad ogni membro di tale commissione.

Oppure quando scatenò una rissa ad Istanbul, nello stadio del Galatasaray, per poi attaccare briga con un poliziotto dentro il tunnel degli spogliatoi.

Ma i geni ribelli come Cantona vanno apprezzati per ciò che sono. Altrimenti si rischia di fare la fine del povero Matthew Simmons. Tanto vale chiudere gli occhi, immaginare di essere all’Old Trafford e provare ad ascoltare quel coro che oggi ancora rimbomba dalle tribune: “He’s our saviour from afar. What a friend we had in Jesus. And his name was Cantona”.

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Quella volta in cui George Orwell incontrò Ignazio Silone

Antonella Valente

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Ignazio Silone è certamente tra i più interessanti scrittori emersi negli ultimi cinque anni. Il suo “Fontamara” è uno dei titoli più brillanti della Penguin Library.” Così scriveva George Orwell nel 1939.

In Inghilterra la fama dello scrittore abruzzese negli anni ‘30 si diffuse grazie alla presenza di “Fontamara” nel catalogo della Penguin Books, la prima casa editrice a inventare la formula dei libri tascabili, disponibili a un prezzo accessibile e facilmente reperibili anche fuori dalle librerie.

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Il 9 settembre del 1943 tutte le prime pagine dei giornali italiani annunciavano a caratteri cubitali la firma dell’armistizio. Il paese si stava avviando a vivere gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Se quello stesso giorno qualcuno si fosse sintonizzato sulle frequenze dell’Eastern Service della BBC, avrebbe potuto ascoltare una trasmissione introdotta dal tipico grugnito dei maiali.

Poco dopo, una voce narrante avrebbe iniziato a raccontare una storia, ambientata in una fattoria del Canton Ticino. Il titolo della storia era “The Fox” (La Volpe), un adattamento per la radio di un breve testo pubblicato pochi anni prima. L’autore del racconto era uno scrittore italiano in esilio, Ignazio Silone. L’adattamento radiofonico portava la firma di Eric Blair, meglio conosciuto come George Orwell.

Qualche anno dopo, come riporta la Piccola Biblioteca Marsicana, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Orwell avrebbe finalmente conosciuto il famoso scrittore d’Abruzzo.

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Nel gennaio 1946 Ignazio Silone si trovava a Londra su invito del Partito laburista per discutere in forma ufficiosa i termini del Trattato di Pace. In quell’occasione incontrò più volte George Orwell, che avrebbe fatto tesoro di quei momenti fino alla fine dei suo giorni.

Fu lui stesso a documentare alcuni momenti delle loro conversazioni. In una lettera all’antropologo Geoffrey Gorer, datata 22 gennaio 1946, si legge:

“Ieri ho portato Silone e sua moglie fuori a cena. Sarebbero rimasti qui solo per pochi giorni ed erano stupiti dal cibo, tutti gli inglesi incontrati a Roma gli avevano riferito che qui stavamo morendo di fame.”

La figura di Silone accompagnò Orwell fino alla fine dei suoi giorni, soprattutto in virtù di una connessione intellettuale non da poco. Da una sua lettera del 1949, scritta mentre era ricoverato in ospedale, si evince il desiderio dello scrittore inglese di trovare rifugio in un posto caldo, in compagnia di una persona stimata con cui condivide una forte intesa intellettuale. Questa volontà pare lenire le sofferenze causate dalla tubercolosi, accentuatasi in uno dei periodi di maggiore lavoro che lo avrebbe condotto a pubblicare entro qualche settimana “1984″.

Per altre storie interessanti: Piccola Biblioteca Marsicana

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