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Il presidente Trump silenziato dai social: “Un precedente, nel bene o nel male”

Fabio Iuliano

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Dopo i fatti di Capitol Hill, Twitter ha messo al bando Donald Trump e Google ha tolto dal suo store il social network ‘Parler’ perché vi viene usato un linguaggio che incita alla violenza. Dopo aver proliferato per anni sulla polarizzazione del dibattito politico – e sugli investimenti dei sovranisti – i social stanno adottando politiche radicali per riprendere il controllo e il primo a farne le spese è proprio Donald Trump, il cui perimetro di azione sulle piattaforme si è in pochi giorni ristretto talmente tanto che il presidente Usa si ritrova praticamente silenziato. L’agenzia di stampa Agi ha fatto il punto della situazione, piattaforma per piattaforma.

FACEBOOK E INSTAGRAM

Gli account Facebook e Instagram di Donald Trump sono sospesi a tempo indeterminato, almeno fino al 20 gennaio, data del passaggio di consegne con il presidente eletto Joe Biden. Mark Zuckerberg ha giustificato questa decisione in una nota pubblicata giovedì. “Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano che Donald Trump intende usare il tempo che gli resta per minare la transizione pacifica del potere con Joe Biden”, ha scritto. Ecco perché “crediamo che lasciare che il presidente utilizzi i nostri servizi durante il periodo di transizione sia un rischio troppo grande”. Secondo il ceo di Facebook, “il contesto è cambiato. Le nostre piattaforme sono state utilizzate per incitare all’insurrezione violenta contro un governo democraticamente eletto “.

“Facebook silenzia ufficialmente il presidente degli Stati Uniti. Nel bene e nel male, questo sarà ricordato come punto di svolta per il controllo del dibattito digitale”, ha twittato Edward Snowden. Quattro o cinque anni fa, al contrario, Facebook potrebbe avere aver avuto un ruolo determinante nell’esito delle stesse elezioni presidenziali che favorirono proprio l’ascesa di Trump, anche in relazione all’incapacità di gestire le notizie false circolanti sulla piattaforma.

SNAPCHAT

Sempre l’Agi ricorda che il social network dedicato a foto e video ha sospeso l’account ufficiale del presidente degli Stati Uniti fino a nuovo avviso. Trump utilizza Snapchat per distribuire i contenuti che pubblica su Facebook o Twitter. A giugno il social network aveva già ridotto la visibilità dell’account presidenziale e solo gli abbonati potevano vedere i suoi Snap. Non vengono più visualizzati nella scheda ‘scopri’, dove sono archiviati i post di celebrità e media.

TWICH

La piattaforma Amazon, specializzata nella trasmissione di video in diretta, ha sospeso l’account di Trump per un periodo indefinito. “Date le circostanze eccezionali e la retorica infiammatoria del presidente, riteniamo che questo sia un passo necessario per proteggere le nostre comunità e impedire che Twitch venga utilizzato per incitare ulteriori violenze”, ha spiegato l’azienda che deciderà il da farsi dopo il passaggio di consegne del 20 gennaio. Può sembrare sorprendente che un capo di stato sia presente su una piattaforma nota soprattutto per la distribuzione di videogiochi, ma Donald Trump utilizza Twitch come canale aggiuntivo per trasmettere in diretta le riunioni della sua campagna o le conferenze stampa. Il social permette inoltre di raggiungere un pubblico – la community dei gamers – che è ben lungi dall’essere insensibile alla retorica conservatrice.

SHOPIFY

Shopify non è un social network, ma una piattaforma per realizzare siti di shopping online. Giovedì ha chiuso due shop legati al comitato elettorale di Trump e alla Trump Organization, il conglomerato della famiglia del presidente uscente. Su TrumpStore.com e shop.donaldjtrump.com era possibile comprare t-shirt, cappellini o flute da champagne con il logo ‘Make America Great Again’ o Trump 2020. “Le azioni del presidente Trump violano i nostri termini di servizio, che vietano la promozione o il sostegno di organizzazioni o individui che chiudono un occhio sulla violenza se promuove una causa”, ha affermato la società. Tuttavia, altri negozi legati a Trump, come officialtrump2020store.com, sono ancora online.

YOUTUBE

YouTube non ha sospeso l’account ufficiale di Trump, ma ha cancellato il video di mercoledì sera. La piattaforma video di Google ha cambiato la sua politica di moderazione dei contenuti all’indomani degli eventi a Capitol Hill. D’ora in poi, qualsiasi video che contesti i risultati delle elezioni presidenziali americane riceverà uno “strike”, o, nel linguaggio di YouTube, una sospensione di una settimana. Tre “scioperi” ricevuti in meno di 90 giorni porteranno alla chiusura del canale incriminato. YouTube specifica che questa nuova politica si applicherà a “qualsiasi canale, chiunque sia dietro”.

Indubbio che queste restrizioni arrivino in un momento in cui Trump ha abusato dei mezzi di comunicazione e molte sue parole sono state effettivamente di incitazione allo scontro. Ma il fatto che alcune aziende private abbiano scelto di togliere la voce a un presidente in carica, seppure vicinissimo a lasciare la Casa Bianca, rappresenta un precedente importante. Un precedente che va visto anche alla luce del grande potere delle multinazionali che controllano queste piattaforme. Parliamo di organizzazioni che gestiscono una mole impressionante di dati personali e che ora, specie in un un tempo in cui si vive più online che offline, arrivano a definire le regole della convivenza civile con ingerenza anche superiore alle leggi dei singoli stati. Quis custodiet ipsos custodes?

Monsieur l’abbé, je déteste ce que vous écrivez, mais je donnerai ma vie pur ce que vous puissiez continuer à écrire“. Quasi sicuramente, la frase attribuita a Voltaire è apocrifa. Ma in qualche modo ha lasciato un segno nei secoli, tanto che è arrivata a noi attraverso Sandro Pertini che, pur respingendo l’ideologia fascista, fece sue quelle parole in uno dei discorsi più celebri.

Oggi Trump ha sbagliato è giusto che si intervenga così, ma domani a chi tocca?

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Procida capitale italiana della Cultura 2022, l’annuncio di Franceschini

Fabio Iuliano

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Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini in diretta su YouTube ha annunciato che Procida, l’isola della Campania,sarà la capitale culturale del 2022.

Procida si era candidata con il progetto “La cultura non Isola”. Nel corso della audizione, durata poco più di un’ora e diffusa in streaming sul canale Youtube del ministero, la delegazione procidana (in collegamento dalla sede comunale) aveva illustrato i punti salienti. Nell’arco dell’incontro sono stati mostrati alla commissione alcuni video tra cui il cortometraggio prodotto dal Festival di Giffoni a sostegno della candidatura isolana e la clip con gli endorsement di personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.

Ben 44 i progetti culturali per 330 giorni complessivi di programmazione tra cui il green deal, l’innovazione sociale ed urbana, il turismo lento e la gestione sostenibile degli eventi. Le altre nove candidate erano Ancona, Bari, Cerveteri, L’Aquila, Pieve di Soligo e le Terre Alte della Marca Trevigiana,Taranto e la Grecìa Salentina, Trapani, Verbania e Volterra. 

Erano state pre-selezionate in una lista di 27. Le altre 18 sono Arezzo, Pisa, Fano, Isernia, Arpino (Fr), Castellammare di Stabia (Na), Padula (Sa), Molfetta (Ba), San Severo (Fg), Trani, Venosa (Pz), Tropea (Vv), Modica (Rg), Palma di Montechiaro (Ag), Scicli (Rg) e Carbonia).

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Jon Schaffer in stato di fermo dopo l’assedio al Campidoglio

Redazione

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Alla fine è successo: il chitarrista degli Iced Earth, Jon Schaffer si è costituito ieri alle autorità federali e al momento è in stato di fermo. Era ricercato dall’Fbi per aver partecipato all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Su di lui pendono ben 6 capi di accusa. Lo rende noto WishTv.

Al momento delle proteste, Schaffer è stato fotografato con un cappellino degli Oath Keepers, un’organizzazione anti-governativa di estrema destra composta da decine di migliaia di persone tra membri attuali o veterani delle forze armate, che si autodefiniscono come “difensori della Costituzione degli Stati Uniti” e rifiutano di rispondere agli ordini se da loro considerati in violazione della stessa.

Non è comunque la prima volta che il leader degli Iced Earth ha partecipato ad una manifestazione pro Trump. Già il 15 novembre in una sfilata il vocalist avrebbe rilasciato pesanti dichiarazioni alla giornalista del Die Welt Carolina Drüten (link qui per maggiori info).

L’immagine di Jon Schaffer ha creato molto scalpore all’interno della community metal mondiale. Molti sono i fan che hanno manifestato il loro sdegno sul profilo Instagram dell’artista.

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Lite in famiglia, dj Joseph Capriati accoltellato dal padre

Redazione

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Il deejay e produttore Joseph Capriati, 33 anni, è stato accoltellato dal padre ed è in pericolo di vita all’ospedale di Caserta. Il papà del deejay, un 61enne, è stato arrestato per tentato omicidio e condotto in carcere dalla polizia.

Si tratterebbe di una lite in famiglia. Il padre avrebbe afferrato un coltello da cucina, colpendo al torace il figlio. Joseph Capriati, che vive e lavora in Spagna ed era tornato a casa dei genitori a Caserta per la pandemia. Il giovane è ricoverato al Sant’Anna e San Sebastiano in pericolo di vita a causa della profondità della lesione.

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