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Interviste

Elena Arvigo: Atlantide, fucina di talento e libertà artistica, nato per creare il futuro

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Tra le attrici più ammirate del panorama teatrale italiano degli ultimi dieci anni, Elena Arvigo, in questo difficile e ormai apparentemente interminabile periodo di forzata assenza dalle scene, non è rimasta certo con le mani in mano, dedicandosi con la solita passione e con la professionalità che la contraddistingue a curare il suo “giardino” di creazione ed esuberanza.

L’abbiamo raggiunta al telefono per fare un po’ il punto della situazione sulle sue attività, con un occhio di riguardo per il progetto Atlantideun contenitore indipendente on line abitato da artisti della scena e delle arti contemporanee (tra i quali Elena Gigliotti, Monica Nappo, Simone Falloppa, Giovani Arezzo) di cui è l’animatrice.

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Partiamo dall’attualità, dal progetto Atlantide: quando è nato e perché?

L‘idea di Atlantide è nata una notte di gennaio, riflettendo sul periodo storico che stiamo vivendo e sulla scorta di una serie di riflessioni che riguardano il presente e il futuro del teatro. Spesso in questi mesi si è posto l’accento sulla funzione “consolatoria” di quello che noi attori, registi, uomini di spettacolo facciamo, sottolineando quanto sarà importante, non appena sarà possibile tornare su un palco, quello che potremo fare per il pubblico. Però, mi è sembrato che si parlasse poco di certe nostre esigenze, in primo luogo di quelle legate alla libertà di poter creare, di poter esprimere qualcosa che possa soddisfare anche noi stessi, oltre chi ci sta di fronte. Ecco, Atlantide risponde proprio a questo tipo di aspettative, mettendo insieme una serie di professionisti del settore che in questo luogo-non luogo offrono il proprio contributo che spazia dal teatro alla poesia, fino ad arrivare alle arti visive e alla performance in un’atmosfera di libertà. Quando ci riuniamo su zoom per decidere per decidere il da farsi, sembra quasi di essere in un camerino non in una dimensione asettica e virtuale! Atlantide è la mia, la nostra reazione a un certo stato di cose che ci sta facendo soffrire, ma che non spegnerà il nostro fuoco.

Il tuo primo contributo al progetto è stato 4.48 Psychos da Sarah Kane, che da tanti anni lascia esterrefatto il tuo pubblico per l’intensità con la quale lo interpreti. Come ci si misura con un testo così “abissale” e come si sopravvive ad esso?

Partiamo dalla base: quest’opera è un capolavoro immortale, senza tempo. La sua è una scrittura che oserei definire scolpita, sembra un lavoro di Michelangelo, privo di sbavature. E queste sue caratteristiche sono tanto più evidenti quante più volte lo si porta in scena, perché è in grado di dimostrarsi perfetto come i migliori testi classici e come loro dimostra tutta la generosità di chi lo ha scritto. Sarah Kane era un’autrice in grado di portare il suo cuore in mano al pubblico, niente di meno. E se è vero che ci vuole coraggio ad interpretarlo, nondimeno ci vuole anche coraggio per vederlo, perché è in grado, se non di cambiarti, quantomeno di connetterti con la dimensione più profonda e sensibile della tua anima, impedendoti di barare con certe riflessioni personali. In questo senso, trovo sia molto funzionale il fatto che non si caratterizzi in uno spazio fisico ben preciso, ma lasci molte possibilità interpretative, trasformandosi quasi in un “appuntamento” con se stessi in un posto sempre diverso, in un perenne “fuori”. E comunque, nonostante l’argomento trattato, nonostante si parli di gravi disagi della psiche e sofferenza, è anche un testo in grado di regalare speranza, secondo me. Il finale, per esempio, con la sua richiesta di luce (“Per favore aprite le tende”) che arriva dopo due pagine di silenzio totale, è emblematico. Difficile immaginare una metafora bella e commovente come questa, no?

Prima abbiamo accennato al futuro del teatro, permettimi di infilare il dito nella piaga: in questo anno abbondante di chiusura, ti sei molto spesa sui social e nelle interviste per difendere la categoria attoriale e dei lavoratori dello spettacolo in genere. Le istituzioni avrebbero potuto far di più per alleggerire la vostra crisi e cosa ti aspetti in vista delle auspicate riaperture?

Una cosa, innanzitutto, che non viene mai rimarcata abbastanza: i teatri non sono tutti uguali. Ci sono quelli sovvenzionati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) che non hanno certo accusato gli stessi problemi di chi si regge con la sua sola attività e con l’incasso al botteghino. È bene che questo si sappia, soprattutto affinché, quando sarà ora e tempo, vengano fatti discorsi e ripartizioni eque. Soldi a disposizione per fare delle buone cose ce ne sono e non sono pochi, ma bisognerà impegnarsi a salvaguardare tante realtà. Per questo è auspicabile che chi lavora in questo settore sappia fare rete comune e, soprattutto, che di questo settore sappia difendere l’integrità, rifiutando certe logiche di clientelismo che, non nascondiamoci dietro un dito, hanno creato “figli e figliocci” prima della pandemia. Non sarà facile.

Per quanto mi riguarda, posso dirti che ho riscontrato difficoltà quasi insormontabili nel dovermi rapportare con certe realtà. Per un motivo molto semplice: non si può impazzire nel tentativo di stabilire un dialogo con chi parla una lingua diversa dalla tua. Dovrebbe essere invece come in amore, dove non si implora qualcosa, la si riceve. Senza “preghiere”.

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Già che ci siamo, una domanda da un milione di dollari: quale sarà la funzione rieducatrice del teatro, se possiamo definirla così, dopo questo lungo dramma di isolamento sociale? Quali saranno, se ci saranno, i nuovi obiettivi?

Vedi, il teatro nel corso della sua storia ultramillenaria si è sempre dovuto adeguare ai cambiamenti e ai grandi eventi che hanno segnato la storia, quindi ha in sé, nella sua stessa essenza, il germe spontaneo del cambiamento. Io penso che servirà da un lato rinnovare il patto tra pubblico e attori, che ha sempre sostanziato, affidandosi a grandi testi, ad opere di profondo respiro in grado di rendere di nuovo tangibili certe emozioni, anzi, certi scambi di emozioni tra attori e pubblico; ma, nello stesso tempo, sarà anche necessario andare incontro al futuro senza demonizzare, ad esempio, certi aspetti tecnologici della nostra civiltà. Pensiamo allo streaming, alle piattaforme social: è vero che non sono la scena, ma consentono comunque ad un pubblico molto più giovane di approcciare con il nostro mondo. È una forma di prossemica che va conosciuta meglio prima di essere “censurata” senza appello. Sfruttandolo in un certo modo, per esempio di notte come farò per le letture per i 200 anni dalla nascita di Baudelaire (appuntamento il 9 aprile sulla piattaforma di Atlantide sui social, cercatela! Ndr), si può creare una forma di intimità differente ma non per questo meno importante. Io penso che l’unica condizione che vada sempre rispettata per la creazione di un “luogo-teatro” sia quella dell’unità di tempo, quindi della diretta. Per il resto, si può e si deve lavorare in un’ottica di introiettare nel discorso “teatro” certe nuove possibilità offerte dalla tecnologia. E non dimenticarsi mai, mai, di andare sempre incontro alla gente.

La tua lunga e variegata formazione nel mondo della danza non ti ha mai spinto a considerare l’ipotesi di confrontarti con tradizioni teatrali diverse da quella occidentale o, comunque, più legate alla performance rispetto all’oralità? Questo sia da un punto di vista attoriale che registico.

Sì, ma solo come appassionata, in termini di studio della materia. Non mi sentirei a mio agio in vesti sceniche completamente diverse da quelle che “indosso” da quando faccio questo mestiere. Certamente nutro un grande interesse nei confronti dei teatri orientali, specialmente il Nō, o verso quelli di performance. Ad esempio, amo la clownerie, ho seguito diversi seminari in materia e sono certa di aver arricchito la mia gestualità scenica tenendo presente certe sue caratteristiche. Nutro poi un interesse profondo anche nei confronti della psicologia, ho frequentato l’intero corso di laurea facendo tutti gli esami, prima di scegliere un’altra strada. Normale che anche in questo caso mi siano rimaste dentro tante cose. Come “studentessa”, nonostante la mia formazione classica al Piccolo di Milano, mi sento molto open minded.

Più volte hai dichiarato che non ti cimenterai mai nella drammaturgia. Non è che il COVID 19 ti ha fatto cambiare idea, regalato qualche spunto in grado di farti fare marcia indietro?

Mhm, no, non ancora perlomeno. Io amo molto le parole degli altri pur facendole ovviamente mie quando recito. In un certo senso faccio drammaturgia “sistemandole” per le mie interpretazioni, affinché siano funzionali quando sono in scena. Però, ecco, se scrivessi tutto io, non so come andrebbero le cose. È un mio modo di manifestare il mio personale pudore quello di esimermi dalla scrittura. Perlomeno fino ad ora lo è stato.

Girare un film, invece, potrebbe interessarti?

Oh sì, mi piacerebbe tantissimo! Da semplice attrice, con il passare del tempo, sono diventata una “teatrante”, nel senso che oltre a curare alcune regie dei miei spettacoli, mi sono cominciata ad occupare un po’ di tutti gli aspetti, dalle luci all’allestimento dello spazio scenico fino ad alcune questioni più…materiali, legate ai budget e all’organizzazione. Non sono diventata una “politecnica”, sia chiaro, ma ho scoperto che è molto gratificante essere dentro e comprendere tutti i meccanismi del tuo lavoro. E affronterei il cinema con lo stesso spirito, sarebbe una sfida bellissima e non avrei paura del cambio di mezzo espressivo. Chissà…

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Nella seconda parte del 2020 hai fatto parte del cast di due film tv di prossima uscita, La scuola cattolica di Stefano Mordini (dal romanzo di Edoardo Albinati, con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca) e Il Boemo di Petr Václav, sul compositore settecentesco Josef Mysliveček. Che esperienze sono state, quali difficoltà soprattutto? E, sempre rimanendo a quello che hai fatto quest’anno, che ci dici della tua partecipazione al Festival di Venezia dello scorso anno?

Abbastanza diverse tra loro: nel film di Mordini, infatti, ho praticamente girato solo interni con pochi personaggi in scena e tutto è stato piuttosto semplice, mentre per il film di Václav, che è una produzione internazionale e ha molti set all’aperto con numerosi attori e comparse contemporaneamente davanti all’obiettivo, le cose sono state molto meno facili, sia in termini di allestimento che in fase di coordinazione. Decisamente non è semplice lavorare nel cinema in questo periodo, comunque. Ci sono tanti problemi pratici e non solo che speriamo possano presto finire.

Per quanto riguarda Venezia, invece, è stata un’esperienza molto gratificante, grazie anche al ruolo di protagonista che mi è stato affidato da Giorgio Diritti in Zombie, un cortometraggio molto bello nel quale si fa una riflessione secondo me molto profonda sui traumi infantili e sui rapporti interfamiliari.

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Ruben Coco: “La musica? Una salvezza. La comicità? Una sorta di reazione”. L’intervista

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Musica e comicità. Due mondi apparentemente lontani, posti quasi sempre in contrasto tra loro: come se l’una escludesse l’altra e viceversa. Eppure per Ruben Coco, cantautore e musicista di Avezzano, non è così. Classe 1979 e con una propensione sin da piccolo per l’espressione artistica, Ruben si è fatto conoscere a livello nazionale in primis per la sua musica. Un lungo percorso fatto di studi e concorsi che lo portarono ad aprire, nel 2010, il concerto del leggendario B.B. King all’Auditorium Parco della Musica. E poi ancora la partecipazione al Festival Dei Due Mondi e a Umbria Jazz ed il secondo posto al Premio Lucio Dalla. Insomma, quella del marsicano Ruben Coco è una carriera professionale fatta di tanti traguardi e successi, tanto da essere ora un affermato maestro di canto.

Ma, come dicevamo all’inizio, c’è anche un lato comico e più goliardico che ha reso Ruben Coco famoso e conosciuto. Tutto è iniziato con dei brevi video comici in dialetto avezzanese. Poi la svolta con il programma Propaganda Live che più volte ha mandato in onda alcuni suoi video dove ridoppiava, cantandoli, dei volti noti della politica. Una formula semplice ed efficace attraverso la quale il cantautore ha coniugato il suo lato musicale con quello goliardico, reinventando di fatto un modo di fare comicità.

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Questa, chiaramente, è solo la punta dell’iceberg, poiché dietro il percorso artistico di Ruben Coco c’è molto di più. Proprio per questo motivo abbiamo scambiato con lui due chiacchiere per cercare di capire meglio il suo background. Quindi, senza indugiare oltre, vi lasciamo all’intervista. Buona lettura.

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Ruben Coco: musicista, cantautore, diplomato al CET di Mogol ed anche insegnante di canto e pianoforte. Una vita intera dedicata alla musica. Com’è nato questo amore viscerale e cosa poi ti ha spinto a dedicartici così attivamente?

L’amore è nato per una caratteristica innata. Non ho dovuto studiare per fare canto, perché era una cosa che già mi riusciva naturalmente. Da piccolo ho iniziato a studiare pianoforte, mentre il canto l’ho perfezionato semplicemente provando e suonando con gli amici. In conservatorio ho poi ampliato i gusti e gli stili. Inoltre c’è da dire che l’amore per la musica è nato anche grazie alla mia situazione a casa. Mio padre suonava l’armonica, mia madre invece cantava sempre, mio nonno suonava la fisarmonica… Insomma, in famiglia la musica c’è sempre stata.

La tua è una carriera che ha portato grandi traguardi, come l’apertura del concerto di B.B King, la presenza come cantante nello spot della Puma o la partecipazione ad Umbria Jazz. Quanto sono state importanti queste esperienze nella tua formazione professionale e come persona?

Beh sicuramente mi hanno fatto assaporare un po’ di professionalità. La mia carriera in generale è sempre stata di alti e bassi. Questo settore non è un mondo facile, anche per chi, come me, ha avuto la fortuna di fare queste esperienze. Però sono comunque piccoli traguardi che ti fanno capire che se ad una cosa lavori bene i risultati arrivano.

Prova ad immaginare il te stesso di anni fa, magari quando eri ancora indeciso su cosa fare e con mille progetti in mente. E poi al Ruben Coco di oggi. Oltre ad una sana dose di motivazione, e magari un pizzico di fortuna, quale pensi sia stato l’ingrediente segreto della tua crescita artistica e professionale?

Sicuramente la mia famiglia che mi ha educato con la libertà: ero sempre libero di scegliere. Anche se dietro alle libere scelte, oltre le eventuali gioie, c’è sempre la possibile fregatura. Come si suol dire: oneri e onori. Quando in quel momento fai una precisa scelta pensi che sia quella migliore, altrimenti ne faresti un’altra. Ma comunque, senza scadere nella filosofia spicciola, ciò che mi porto da sempre dietro è la libertà. Ho visto gente dell’età mia che ha dovuto abbandonare il proprio sogno, quindi mi ritengo molto fortunato.

Oltre al lato musicale tu sei conosciuto anche a livello comico. Su Facebook posti spesso video in dialetto avezzanese goliardici. Come hai scoperto di avere questa capacità di far ridere? E cosa ti ha spinto, poi, a condividerla con gli altri?

La capacità di far ridere è nata già alle medie. All’epoca non ero l’uomo bellissimo che sono ora (ride, n.d.r.). Di base, fisicamente parlando, ero tutto l’opposto dei parametri estetici che magari una ragazzina guardava. Consapevole di ciò, mi sono dovuto sforzare di fare breccia con altre qualità: è stata una sorta di reazione. Chiaramente devi esserci anche un po’ portato ed avere la creatività che ti permette poi di far ridere.

Una domanda che ti avranno fatto in tantissimi: com’è nata la collaborazione con Propaganda Live?

Ho cominciato guardando i video geniali di Fabio Celenza e da lì ho preso lo spunto: fare una cosa simile in chiave musicale. Mettevo una melodia di base e cantavo sopra il labiale dei politici. Poi tutti mi hanno consigliato di iscrivermi su Twitter, perché Propaganda è molto attiva lì. Prima non avevo mai usato questo social, anzi lo snobbavo un pochino. Ho iniziato a postare i miei video e a taggarli, e con un po’ di fortuna sono arrivato a loro, grazie anche alle tante segnalazioni degli utenti.

La svolta, e la gran botta di fortuna, ci fu con il video di Letta quando divenne il nuovo segretario del PD. All’epoca il partito non se la passava bene e lui venne visto un po’ come una cura. Così ho usato la melodia de “La Cura” di Battiato sotto le parole di Letta. Oltre ad essere stato il punto di svolta con Propaganda è stata anche un po’ la mia condanna perché tutti volevano altri video. Comunque, stavo sempre sul pezzo per monitorare le varie svolte e aggiornamenti politici e creare poi il contenuto più adatto. Dopo un mese mi hanno chiamato e da allora tutti i video che avete visto mi sono stati commissionati.

Pensi che musica e comicità possano convivere o cerchi sempre di tenere questi due lati separati? Cioè: da una parte il Ruben Coco artista e compositore, dall’altro il Ruben più comico e goliardico. Che rapporto c’è tra questi aspetti?

È sempre stato un conflitto fino a poco tempo fa. Poi mi sono reso conto che erano due aspetti talmente forti che farli contrastare era controproducente. Inutile farsi la guerra, e quindi ho iniziato ad integrarli. Se sto facendo un live di brani miei sicuramente non mi limito se mi scappa una battuta o un momento più goliardico. Diciamo che in cantiere c’era anche l’idea di portare uno spettacolo musicale comico, ma non è così semplice. Adesso comunque i due lati viaggiano insieme, basti vedere i video dei politici che sono sia comici che musicali.

Cos’è per te la musica? Cosa vuoi comunicare con essa?

La musica è espressione. Ognuno la usa come può: per guadagno, per divertimento, per esprimersi al 100%. La musica non è solamente di chi la fa, ma anche di chi l’ascolta. È un’entità che ha un utilizzo così soggettivo che non la si può inquadrare in uno schema o con qualche aggettivo. Per me è stata una salvezza che mi ha aiutato ad uscire dal guscio, dato che da piccolo ero timido ed insicuro.

Essendo un maestro di canto e pianoforte hai a che fare con ragazzi di tutte le età, che magari sperano di farsi conoscere un giorno per la loro arte. Cosa ti sentiresti di dire loro per il futuro?

Gli direi che se vogliono dedicare la loro vita alla musica devono impegnarsi al massimo. Ma di tenere presente anche che ci troviamo in un mondo, e in una nazione, dove spesso va più avanti l’immagine che la creatività. Però l’immagine è qualcosa di artificiale e se non rispetta più determinati standard la si può modificare fino ad un certo punto. Più che cercare il successo bisogna cercare il valore, perché il primo te lo danno gli altri. Se hai 100mila followers e poi il giorno dopo Instagram crasha o si decide che il social non è più il parametro per il successo, di quei numeri non te ne fai più nulla. Però magari hai il valore, e quello resta: potrai sempre suscitare qualcosa negli altri con la tua musica. Deve essere più una ricerca interna che esterna. E soprattutto, bisogna spaziare e sapersi adattare alle situazioni. Fate sempre tante cose e siate competitivi.

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Addio a Calasso, Adelphi perde la sua colonna portante

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roberto calasso

Scomparso a Milano, all’età di 80 anni, lo scrittore ed editore Roberto Calasso, presidente e consigliere delegato della casa editrice Adelphi. Soffriva da tempo di una malattia. Saggista e narratore, nel 1962, a soli 21 anni, entrò a far parte di un piccolo gruppo di persone che, insieme a Roberto Bazlen e Luciano Foà, stava elaborando il programma di una nuova casa editrice: sotto la sua guida, Adelphi è diventata uno dei marchi più importanti nell’editoria di qualità.

Proprio oggi escono in libreria i suoi ultimi due libri, “Bobi” e “Memé Scianca”. Fin dalla fondazione, Calasso è stato l’animatore di Adelphi, diventandone nel 1971 direttore editoriale e nel 1990 consigliere delegato. Dal 1999 era anche presidente della casa editrice.

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Niccolò Fabi, emozioni che scivolano tra parole e musica sperimentale

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paesaggi sonori

Tra tutte le arti, la musica sembra quella più effimera: in teoria cessa di esistere quando chi suona si ferma. In pratica, continua dentro di noi, mostrando forza nella sua fragilità, col suo potere di seminare domande, speranze, sogni e inquietudini. Ne è ben consapevole Niccolò Fabi, la cui sfida è quella di dare alle sue canzoni la forza evocativa del racconto, in un equilibrio da cercare tra un testo e una coda strumentale sperimentale che lasci il tempo a chi ascolta di dare un proprio significato alle parole.

Sullo sfondo i paesaggi al tramonto del sito archeologico di Peltuinum, nell’area di Prata d’Ansidonia (L’Aquila), in Abruzzo, in occasione di quello che forse è l’appuntamento più atteso di Paesaggi sonori, il festival che dissemina musica tra le rovine con diverse location mozzafiato, una rassegna di concerti che, talvolta, prevede anche un’escursione in trekking fino a raggiungere i teatri naturali dove la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente circostante.

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Venerdì 30, il “Tradizione e Tradimento Tour 2021” porterà il cantautore romano proprio a suonare in questa scenografia divenuta ormai uno dei simboli del festival, tra le mura dell’antica città vestina fondata tra il I e il II secolo a.C., incorniciata a nord dal massiccio del Gran Sasso d’Italia e a sud dal gruppo montuoso Sirente-Velino. Un luogo che lo stesso Fabi definisce un “amplificatore di emozioni”.

Paesaggi sonori ha fatto il suo debutto ad Alba Fucens con il concerto di Ramon Moro e proseguirà domenica 8 con Alicia Edelweiss all’Altopiano del Voltigno (Villa Celiera). Sabato 21 sarà la volta di Shigaraki e Stefano Pilia – live al Cratere del Sirente – Secinaro. Dunque, Paolo Angeli sabato 28 al parco archeologico di Ocriticum di Cansano. Tutte le località si trovano in Abruzzo. Il festival vede la direzione artistica di Flavia Massimo e la direzione logistica di Massimo Stringini. Sul palco con Fabi anche i compagni di viaggio Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele “mr Coffee” Rossi e Filippo Cornaglia. Il concerto si propone come una vera e propria esperienza in cui immergersi, lasciandosi trasportare da 2 ore ininterrotte di musica. Un movimento continuo in cui le parole e il suono si mescolano.

Un viaggio tra i sentimenti con cui Niccolò Fabi, muovendosi con totale libertà artistica libero da schemi e generi di appartenenza, mette in scena le verità raccontate attraverso le sue canzoni. Un crescendo continuo di emozioni che passa attraverso i racconti di brani come “Evaporare”, “Una somma di piccole cose”, “Filosofia Agricola”, “Elementare”, fino ad arrivare a “Una buona idea”, “Diventi Inventi”, “Il negozio di antiquariato”, e “Lasciarsi un giorno a Roma…” solo per citarne alcune. Un percorso che arriva fino all’ultimo album in studio “Tradizione e Tradimento” del 2019.

Niccolò Fabi (foto di Melania Stricchiolo)

Com’è stato tornare in tour?
È una gioia vedere la macchina ripartire, trovare spettatori felici di poter rivivere questo momento così simbolico dell’aggregazione emotiva e fisica che è il concerto. Personalmente sono abituato a trascorrere del tempo lontano dal palcoscenico, alle pause, e penso che gli artisti, o almeno i più famosi, possano permettersi anche economicamente uno stop e farlo risultare fruttuoso. Ma per un fonico da palco, per un backliner, non c’è creatività nello stare fermi, è solo una menomazione, una preoccupazione. Ritrovarci in giro insieme è stato come risentire il sangue che circola nelle nostre vene alla giusta velocità.

Come ha vissuto questo periodo da un punto di vista personale e artistico. Cosa è mancato di più?
Personalmente l’aspetto che è mancato meno è proprio quello del musicista, perché non vivo di solo palco e anche in passato mi è capitato di fare lunghe pause tra un tour e l’altro. È indubbio che veniamo tutti da un inverno molto lungo, e adesso c’è bisogno di un po’ di primavera. Ciò che è mancato più di ogni altra cosa è la condivisione. Adesso c’è il desiderio di riappropriarci, emotivamente e fisicamente, della dimensione che ci fa stare l’uno accanto all’altro: la rappresentazione storica più antica dello “stare insieme”. È sicuramente un momento molto difficile e non sappiamo a livello macroscopico le reali conseguenze che questa pandemia lascerà. Come cittadino del mondo sono preoccupato. Artisticamente, invece, non ho trovato questo periodo molto ispirante. Devo aspettare qualche mese per capire cosa è rimasto dentro di me di questa esperienza e se può o meno diventare un racconto. In questo momento non noto nessuna traccia di quello che abbiamo vissuto, ma non c’è stata ispirazione forse anche perché venivo da una fase della vita in cui volevo dedicarmi ad altro. Era appena cominciata la tournée invernale del tour di Tradizione e Tradimento (ultimo disco uscito ad ottobre 2019), il momento della riflessione era alle spalle, volevo aprirmi, e questa invece è stata un ulteriore esperienza di chiusura e di preoccupazione.

Tra recuperi del tour precedente, sospeso dal Covid, e nuove date, ha davanti un’agenda molto fitta..
Sì, siamo impegnati tutta l’estate con oltre trenta date. È un gran risultato, perché non ho fatto Sanremo, né promozione, non ho usato i social, eppure siamo riusciti a mettere insieme un tour con tanti concerti. Forse esprimo uno stato d’animo che può essere di conforto, credo ci sia bisogno di attraversare le proprie difficoltà, e noi siamo qui per questo.

Quanto il tempo che abbiamo trascorso incide sullo spettacolo che la gente viene a vedere?
I miei concerti vivono un orizzontale coinvolgimento emotivo. Si tratta di un viaggio musicale emotivo fatto insieme a persone con cui condivido tutto. Tutti noi abbiamo vissuto (e stiamo vivendo) un’esperienza straordinaria, ma nella stesura della scaletta del concerto non sento l’esigenza di guardare ai miei brani in quest’ottica. Le mie canzoni vivono una dimensione che è più onirica e simbolica. Ho anche la fortuna di avere un repertorio che nel suo complesso si occupa di smarrimenti, di perdite di equilibrio. Per me forse è più facile rispetto ad altri misurarmi con una situazione in cui le persone devono assistere ad un concerto sedute. Mi rendo conto che altri generi musicali e altri artisti che contano molto più sull’intrattenimento, sul contatto fisico e sul ballo, sono più penalizzati di me. Io sono abituato a fare un concerto che viene vissuto intimamente, non devo stravolgere il mio racconto. Poi, certo, lo sto costruendo in maniera diversa per dare elementi di sorpresa a chi mi ascolta, insieme a quei momenti di conforto che magari si aspettano e che è giusto ci siano. Come artista non so cogliere l’emozione del mentre, sono più bravo nelle sfumature del poi. Forse più avanti saprò testimoniare questo psicodramma che abbiamo e stiamo ancora vivendo. Ho paura che a causa del virus il vecchio mondo ce lo siamo lasciati alle spalle. Come sarà quello nuovo proprio non lo so, ma non sono ottimista.

Due ore ininterrotte di musica in cui le parole e il suono si mescolano andando a creare una condizione “spirituale” ed “emotiva”..
Sarà un viaggio fatto del mio linguaggio, della mia quotidianità. La musica dà senso alle mie giornate, come utente e come lavoratore della musica, ha dato la cadenza a tutta la mia vita negli ultimi 30 anni. Le canzoni sono solo canzoni, testimonianza di quello che ho vissuto. E poi sono uno strumento molto potente, ma da vivere in maniera serena, che può lasciare al pubblico un momento di commozione, un sorriso o suscitare un ricordo. Questo perché cambiamo noi, non le canzoni. Un anno un concerto ti può regalare qualcosa, e l’anno successivo dell’altro. Dipende dallo stato d’animo con cui il pubblico si approccia. Non ci saranno grandi effetti speciali, ma qualche piccola sorpresa. Ci sono un paio di pezzi che non faccio da molto tempo, alcuni che non ho mai realizzato dal vivo prima e altri che si ripetono, ma arrangiati in modo diverso. Per il resto il mio concerto vive di equilibri emotivi che non si possono stravolgere. Ci deve essere la giusta misura tra sorpresa e rassicurazione. Sia per chi ascolta che per chi suona. Come piccola sorpresa c’è una pausa, chiamiamola così, durante la quale passo la palla ai tre validi cantautori con cui condivido il palco (Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco – la band è composta anche dal batterista Filippo Cornaglia e dal tastierista Daniele “Mr Coffee” Rossi). Loro continueranno il mio racconto con una canzone a testa. È qualcosa che non avevo mai fatto e funziona, è proprio un bel momento.

Il suo ultimo album “Tradizione e Tradimento” è del 2019..
Già, è uscito da un anno e mezzo ormai e le sue canzoni sono finite in quel “grande cassetto” da cui attingo cose senza stare a guardare l’anagrafe. Ecco perché il concerto non si focalizza particolarmente sul solo repertorio di Tradizione e Tradimento, ma si concentra un po’ su tutta la mia produzione.

La scaletta cambia di data in data?
A me non piace cambiare. Una volta che ho trovato un racconto, è come uno spettacolo teatrale: non è che dici “dai, oggi nel secondo atto togliamo questa parte e ne mettiamo un’altra”. La mia problematica è trovare nella scaletta il giusto equilibrio, ecco perché magari nelle prime date faccio degli aggiustamenti. Ma poi il viaggio resta uguale e l’emozione si rinnova comunque ogni sera.

Peltuinum: foto di Fabrizio Giammarco per Paesaggi Sonori

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