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8 aprile 1820: la scoperta della Venere di Milo

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L’ufficiale della marina francese Olivier Voutier aveva venticinque anni quando, nell’aprile del 1820, attraccò con la nave a cui era stato assegnato sull’isola greca di Milo. Le lettere che scrisse in quei giorni sono state raccolte da Gregory Curtis nel libro Disarmed.

Già dal ‘700, grazie gli scritti dell’archeologo e storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, si era diffusa in tuta Europa una rinnovata fede nei confronti dei principi cardine dell’arte della Grecia classica: la linearità, la pulizia, l’equilibrio delle forme, l’armonia. Con l’avvento del Neoclassicismo tutto ciò finì per ispirare anche le opere contemporanee, e di fatti, il periodo classico tornò prepotentemente di moda. Maestri del neoclassicismo furono, tra gli altri, Antonio Canova e Jacques-Louis David. In molti partivano verso l’Egeo co l’intento preciso di portare in Patria reperti e testimonianze della Grecia classica.

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Il ritrovamento della Venere di Milo

Proprio questo rinnovato amore per il perduto mondo greco mosse l’ufficiale Voutier ad assumere un paio di operai del posto e cominciare a scavare nei pressi del teatro antico. I primi ritrovamenti non tardarono ad arrivare ma ad attirare l’attenzione del giovane francese fu quello che succedeva a pochi metri di distanza, dove, vicino a un muro, un povero contadino era intento a zappare. L’uomo si chiamava Yorgos Kentrotas e, come era già successo per Göbekli Tepe, fu un umile, semplice, tizio qualunque a restituire al mondo uno dei reperti archeologici più preziosi del XIX secolo.

Yorgos aveva trovato la parte superiore della statua all’interno di una nicchia ma non ci aveva tropo badato. Quando vide che Voutier se ne interessa lo aiuta nello scavo, fiutando ovviamente anche una possibilità di guadagno. Insieme troveranno la parte inferiore della gigantesca opera – quasi 2m totali di altezza – le gambe co il drappeggio e parti danneggiate di un braccio, una mano con una mela, e altri due busti che sono ad oggi ancora un mistero.

Francese o turca?

A questo punto comincia una lunga serie di trattative e giochi diplomatici per accaparrarsi la proprietà della statua. Il contadino chiedeva per cederla il prezzo “di un buon asino” ma l’ufficiale francese non possedeva denaro a sufficienza per concludere l’acquisto, Si rivolge allora al vice console Louis Brest, a cui venne proposto di acquistarla a proprie spese in attesa del ritorno di una nave francese che portasse il rimborso e caricasse la statua. Brest non rischia ma stipula un accordo verbale di “prenotazione” dell’opera d’arte. Nel frattempo la notizia della scoperta era giunta alle orecchie dei turchi (Milo ai tempi era parte dell’impero Ottomano).

La popolazione sapeva bene che se le autorità orientali, magari il dragomanno ovvero il delegato del Pascià sull’isola, avessero saputo della vendita di un simile tesoro per qualcuno sarebbe finita male. La situazione si sblocca quando un’altra nave francese attracca a sull’isola. Arriva a Milo Jules Dumont D’Urville, un ambizioso ammiraglio deciso a portare in Europa la statua. D’Urville convincerà l’ambasciatore francese in persona, che da Costantinopoli da anni desiderava il ritorno a casa, ad acquistare la statua e a regalarla a Luigi XVIII come dono in cambio del rientro. Cosi fu, la statua arrivò allora in Francia – nel tragitto andarono perduti gli arti superiori – ma non fu mai vista dal Re che la donò immediatamente al museo del Louvre, dove oggi è tuttora conservata. Il motivo di tanta fretta era puramente propagandistico. Luigi XVIII necessitava di dare alla Francia un nuovo fiore all’occhiello per l’ arte classica dato che nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, fu costretto a restituire agli italiani la Venere de’ Medici, trafugata precedentemente da Napoleone.

La bellezza ideale

l’Afrodite, scolpita in marmo pario, del II secolo a.C. e attribuita a Alexandros di Antiochia, è oggi conosciuta in tutto il mondo come la Venere di Milo, immagine per antonomasia dell’ideale classico dell’immagine e della bellezza femminile. Moltissimi artisti la celebreranno e saranno da lei ammaliati: “Nostra signora di bellezza” per il poeta tedesco Heinrich Heine, Paoul Verlaine si domanderà osservando i particolari del fitto panneggio, la delicatezza e la sensualità degli arti inferiori leggermente piegati per sorreggere la stoffa che è già leggermente calata, “è di marmo o no, la Venere di Milo?”. D’ispirazione per numerosissime opere come il quadro Libertà che guida il popolo di Delacroix o la scultura Venere di Milo con Cassetti di Dalì. Talmente famosa da comparire inoltre in numerosi programmi televisivi e in alcuni film: come no ricordare ad esempio, il famosissimo episodio de I Simpson (09×06), quando Homer ruba una rara caramella gommosa che ha le esatte sembianze della Venere di Milo. Ma non tutti l’hanno adorata ciecamente, August Renoir quando la vide la liquidò con un lapidario “un gran gendarme” (una grossa poliziotta), beh, de gustibus.

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Enciclica Quam Grave: mossa politica contro i don Bastiano

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A metà del XVIII secolo la Chiesa di Roma, rappresentata da papa Benedetto XIV, godeva ancora di un certo peso politico oltre che spirituale.

Nonostante la diffusione della cultura illuminista e del giurisdizionalismo che provocò una certa limitazione dei privilegi di cui godeva il clero.

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A questo bisogna aggiungere che la frattura interna al mondo cattolico, con la propagazione delle dottrine protestanti e calviniste, diede sicuramente uno scossone alle alte autorità ecclesiastiche.

In questo contesto si inserisce l’enciclica Quam Grave del pontefice Benedetto XIV del 2 agosto 1757. Un tentativo di tirare le redini e rafforzare la gerarchia intestina.

L’intento era quello di combattere la celebrazione abusiva delle Messe da parte di preti non autorizzati. I quali, inoltre, si spingevano a confessare i fedeli. A queste pratiche era data buona parte della colpa della degradazione della Chiesa e della perdita di fiducia nella stessa.

Lutero, nel 1500, aveva piantato in questo senso il seme della discordia. Tra le sue tesi vi era quello di una lettura autonoma e personale delle Sacre Scritture. Un avvicinamento a Dio del tutto privo di filtri clericali. La volontà era quindi quella di ricondurre i cattolici, e con essi anche i riformisti, sulla via segnata dai predecessori di Benedetto XIV.

Leggi anche “La scomunica di Martin Lutero: 500 anni fa la rivoluzione religiosa”

“Riteniamo superfluo dimostrare con molte parole quanto grave ed orrendo delitto commette chiunque, non investito dell’Ordine sacerdotale, presume di celebrare il sacrificio della Messa, dal momento che a tutti sono evidenti le motivazioni per le quali un simile sacrilego crimine giustamente si ritiene che sia da detestare e da punire con una rigorosa applicazione di sanzioni. Sarà sufficiente qui richiamare le Costituzioni Apostoliche dei nostri Predecessori, che stabiliscono pene severissime contro i colpevoli del delitto sopraddetto; quelle cioè che furono emanate dai Romani Pontefici di felice memoria, Paolo IV, Sisto V, Clemente VIII e Urbano VIII; in base alle quali si stabilisce che chiunque è stato scoperto a celebrare la Messa senza avere il carattere sacerdotale debba essere consegnato al Foro secolare per una giusta punizione”.

Il primo punto dell’enciclica è esplicativa ed esauriente al riguardo. Ma soprattutto, dal punto di vista della Chiesa, era fondamentale diffonderla e applicarla.

La Roma papalina dell’800 era ancora in questa situazione. Un esempio, seppur cinematografico, è Don Bastiano de “Il Marchese del Grillo”. Il personaggio interpretato da Flavio Bucci era un prete che praticava senza autorizzazione papale, revocatagli in seguito ad un omicidio per vendicare l’onore della propria famiglia.

“Io dico messe, comunico, battezzo, consacro, confesso, sposo. Ti vuoi sposare marchese mio? Ti sposa don Bastiano tuo”.

Una battuta di pochi secondi che fa ben capire quale fosse la realtà della Chiesa di Roma. Dove la figura e l’autorità papale era minata dalla presenza di varie correnti politiche, più che spirituali. Così come la presenza francese, a inizio ‘800, era portatrice di idee anticlericali propendenti all’Impero, sia come istituzione che come ideale.

L’enciclica Quam Grave fu una mossa politica di un papa che capì la direzione che stava prendendo il suo movimento. Dove i dogmi venivano meno e il decentramento politico aveva iniziato un percorso inarrestabile.

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Leggi anche “22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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