Il politicamente corretto sta uccidendo la comicità. E noi siamo d’accordo con David Zucker

Saper far ridere è un’arte. Difficile. Complessa. A tratti inspiegabile. A qualcuno viene naturale. Ad altri è frutto di studio e programmazione. Alcuni puntano a schernire chi hanno davanti. Altri giocano su se stessi.

Tutti, però, hanno come obiettivo quella smorfia sul viso del pubblico. Che a volte può essere tremendamente freddo. Altre invece si lascia coinvolgere da subito.

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Essere dei battutisti, dei comici, degli intrattenitori non è da tutti. Si gioca sempre sul filo del rasoio. Tra la risata, il sorriso e il ferire qualcuno. Tra il divertimento e l’offesa.

Questo perché la battuta, lo scherzo, a volte sono pungenti. Micidiali. Colpiscono dove fanno più male. D’altronde la lingua batte dove il dente duole. Ma se questo dente è cariato tanto da dover essere devitalizzato allora sono problemi.

Perché se per un dente basta l’estrazione e un po’ di antibiotici (non ce ne vogliano i dentisti per la semplificazione), per l’offesa personale serve molto di più.

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Ma chi dice quale sia lo scherzo, seppur pesante, e quale l’offesa? A Roma si dice che “chi s’offenne paga da beve”. Perché i capitolini la battuta ce l’hanno nel sangue. Ed è ingiusto rovinare un momento di ilarità con il muso lungo. Il grande Angelo Bernabucci in “Compagni di scuola” disse una frase esemplare al riguardo: “Ao io so fatto così, a battuta me piace”. Per quei pochi che non hanno visto il film l’attore romano interpretava un personaggio pronto alla battuta, anche e soprattutto pesante, che prendeva di mira un ex compagno di liceo per l’aspetto fisico oltremodo invecchiato.

Oggi qualcuno parlerebbe di body shaming. Che per carità è un fenomeno, soprattutto dalla diffusione dei cosiddetti haters e cyberbulli, che va tenuto in considerazione. Ma si sa che i difetti fisici fanno ridere. E lo sapeva anche Plauto che nelle sue commedie li accentuava caricaturalmente proprio per provocare la risata nel pubblico.

Ma non è solo un problema di presa in giro del fisico di una persona. Da sempre si gioca su colore della pelle, nazionalità, accento, lingua, orientamento politico, religioso e sessuale. Il troppo stroppia. Ma in entrambe le direzioni. Anche il troppo poco è dannoso. Ormai per non incorrere in censure, shitstorm, gogna mediatica e quant’altro si tende a non dire una battuta. A limitarsi. A preferire la moderazione.

E su questo tema David Zucker, regista e creatore di film come “Top Secret!” e “Una pallottola spuntata”, ha detto parole forti e chiare.

“La comicità non è morta. È spaventata. E quando qualcosa è spaventato si nasconde. Come risultato di queste decisioni basate sulla paura, alcune delle migliori menti della commedia hanno abbandonato la risata per dei progetti brillanti ma seri come Joker di Todd Phillips e Chernobyl, di Craig Mazin”.

E qualcosa che si nasconde è anche peggio della morte. È una morte camuffata. È finta vita. È sopravvivenza.

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Sempre Zucker sul New York Post sostiene che oggi “avrei potuto fare L’aereo più pazzo del mondo oggi, solo senza battute!”. Una bella sconfitta per la comicità, dunque.

La paura di veder la propria carriera cancellata in pochi minuti frenerebbe, secondo lui, la vena creativa del comico. E non sembra sbagliare. Il politically correct oggi sembra essere un novello occhio di Sauron. Chiunque si accinge alla professione devota alla risata deve sapere quale è il limite. In un mondo che si dice progressista, aperto a tutto e tutti, il limite sembra posto però indietro di qualche anno.

Non si può parlare di questo e quello. Meglio non dire questo. Su ciò non si può scherzare. Questi si offendono. Quegli altri sono una categoria protetta. Eccetera eccetera. Di questo passo il 90% dei film prodotti fino a meno di 10 anni fa dovranno essere cancellati. Tutte le battute dagli anni ’50 a metà anni 2000 dovranno essere censurate.

D’altronde la cancel culture è ormai tra noi. Se i cartoni Disney sono razzisti, anche una battuta sull’Africa o su un omosessuale rischia di diventare un caso di Stato. O, per par condicio, su un calvo, su un basso, su un albino. Ma per fortuna, e David Zucker ne è la testimonianza, qualcuno resiste. Una risata speriamo li seppellirà.

E se tutti siamo uguali allora riprendiamo l’idea di uguaglianza del sergente Hartman. E ridiamoci sopra. “Qui non si fanno distinzioni razziali. Qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui conta l’uguaglianza. Non conta un caxxo nessuno”.

Foto di Kat Smith da Pexels

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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