“Cinema d’Estate”: Stand by Me – Ricordo di un’estate

Ragazzi, vi va di vedere un cadavere?”. Cala il silenzio nella casetta di legno costruita sull’albero. I quattro ragazzini, poco più che dodicenni, si guardano con gli occhi sgranati, trattenendo il respiro. Spaventati ma troppo incuriositi per lasciarsi scappare un’occasione del genere. Gordie Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio, sono i protagonisti di Stand by me – Ricordo di un’estate, film del 1986 e diretto da Rob Reiner.

Un film che fa sentire l’odore dei boschi d’estate, che ti porta indietro nel tempo a quando giravi in bicicletta per strade e luoghi che oggi non esistono più. Il viaggio, l’avventura, la scoperta della morte e l’elaborazione del lutto, la crescita interiore e il passaggio dalla giovinezza all’adolescenza. Un capolavoro senza tempo che sviscera mille aspetti psicologici, in un’unica pellicola.

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Il film si apre con un Gordie cinquantenne, il Richard Dreyfuss de Lo squalo, che apprende dai giornali l’omicidio del suo amico d’infanzia Chris (River Phoenix). Ne nasce un lungo flashback che ci immergerà nell’estate del 1959 e nel viaggio che i quattro protagonisti intraprendono alla ricerca del cadavere di un loro compagno di scuola, scomparso misteriosamente qualche giorno prima.

Per ciascuno dei quattro, sarà l’occasione per affrontare i propri demoni e rinascere come adulti, nel delicato passaggio dalla giovinezza all’adolescenza. La poesia di un’avventurosa escursione tra amici, tra un racconto, un litigio, una risata e un pianto, il tutto pervaso da una vena malinconica, che accomuna i protagonisti.

Così Gordie, ragazzino intelligente e dotato di incredibile vena narrativa che lo porterà a diventare uno scrittore, è divorato dal perenne ricordo del fratello maggiore scomparso in un incidente d’auto, e dall’inadeguatezza che vive dentro di lui e che percepisce, soprattutto da parte del padre, immaginando come questi gli avesse sempre preferito il fratello.

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Chris, tra tutti il ragazzo di maggiore maturità e responsabilità, vive rassegnato al ruolo di teppistello e ladruncolo che la società di Castle Rock gli affibbia, in virtù dello status familiare da cui proviene. Allo stesso modo dell’effervescente Teddy che, nonostante il pesante fardello di degrado e violenze domestiche che porta sulle spalle, continua insistentemente a difendere il padre, reduce dello sbarco in Normandia. Attenzione, poi, a Vern, il più timido e impacciato dei quattro, bonariamente preso in giro dal resto del gruppo ma colui che, grazie alla propria goffaggine, si farà promotore del viaggio.

L’immancabile risvolto della medaglia che si contrappone alla solida amicizia dei quattro, è rappresentata dalla banda dei “Cobra”, guidata da un Kiefer Sutherland sempre a suo agio nei panni del villain, intenzionata a scovare il corpo, anche mettendo i bastoni tra le ruote ai protagonisti.

È un viaggio introspettivo, quello raccontato in Stand by me, che li condurrà alla definitiva maturazione e alla consapevolezza di sé stessi. Maturazione che avverrà proprio nella scena del ritrovamento del cadavere, quando tutto l’entusiasmo che li aveva spinti ad intraprendere quell’avventura così segreta e coinvolgente, svanisce di colpo per lasciare posto alla scoperta della morte e alla presa di coscienza.

Il film è tratto dal racconto di Stephen King, Il corpo (The Body), contenuto nel libro Stagioni diverse e pubblicato nel 1982. È verosimilmente una delle migliori trasposizioni cinematografiche mai realizzate, pur discostandosi per alcuni dettagli dal racconto, tanto da ottenere il plauso dello stesso autore che dichiarerà: “La realizzazione del film non è stata un problema, perché film e libri cono come mele e arance, sono entrambi buonissimi ma hanno sapori completamente diversi. Se funziona, sono felice. È fantastico”.

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Nel racconto di Stephen King, “il sostegno del tuo amico può salvarti la vita”. Proprio come nella sequenza in cui Chris incentiva Gordie a non mollare e coltivare il proprio talento di scrittore. Nella scena finale, Gordie ricambierà il favore all’amico, spingendolo a lottare per andare via da Castle Rock, in cerca di una vita migliore e che possa premiarne le qualità. “Puoi fare tutto, basta volerlo…“.

Il film avrebbe dovuto chiamarsi, inizialmente, The Body, proprio come il racconto da cui è tratto, ma l’inserimento del brano di Ben E. King tra le tracce della colonna sonora, spinse i produttori a virare sul titolo che tutti conosciamo. Appena uscita, Stand by me si posiziona nella Top Ten USA e in cima alle classifiche del Regno Unito, diventando in breve tempo una delle canzoni più vendute e tradotte al mondo. In realtà ci troviamo di fronte a una sorta di paradosso temporale se pensiamo che le vicende dei protagonisti si svolgono nell’estate del 1959, mentre il brano del cantante americano uscirà solo nel 1961.

Nel film c’è tanto, tantissimo Stephen King, ma non l’horror. I tratti classici del thriller sempre presenti, così come la magia dei ricordi e dell’empatia, magistralmente trattatati dall’autore. E di nuovo tornano i bulli, le estati d’avventura, la consapevolezza del tempo che passa e lo spirito di aggregazione che lega le “diversità”. Quelle stesse caratteristiche trovate e amate un anno prima nel film I Goonies, spesso e immotivatamente contrapposto all’opera di Reiner, ripresentate dallo stesso King in It e, naturale conseguenza, che hanno influenzato, e non poco, quello Stranger Things autentico fenomeno di massa degli ultimi anni.

Lo stile di Stephen King si respira e si vive assieme ai protagonisti di quello che è forse il miglior film di Reiner. Girato magistralmente, dai dialoghi classici ma benfatti, Stand by me è un capolavoro immortale che lascia il segno e sorprende per la naturalezza con cui tratta temi così delicati. Senza retorica, la vera storia del cinema, con uno Stephen King in grande spolvero.

Il film si chiude con una riflessione del protagonista, malinconica e amara, sull’amicizia e l’adolescenza che effimere volano via. La più genuina delle riflessioni, e mai così attinente alla realtà. “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?”.

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Riccardo Colella
Ha visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, francamente se ne infischia e la sera non va a letto presto. Pensa in fretta quindi parla in fretta, dal Daily Planet a The Walk of Fame, per un’offerta che non poteva rifiutare e la vita è una questione di riflessi. Ogni tanto dà la cera e toglie la cera ma nessuno può chiamarlo fifone. È un bravo ragazzo, beve Martini agitato, non mescolato e la vanità è decisamente il suo peccato preferito.

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