Chernobyl, 35 anni dopo: l’impatto culturale sull’opinione pubblica mondiale

Dagli anni Sessanta in poi l’Italia é stato un paese all’avanguardia nella produzione di energia nucleare. Grazie a quattro centrali di prima generazione e a millecinquecento megawatt installati, la consapevolezza nell’aria era quella di essere tra i paesi più tecnologicamente avanzati in Europa. In mezzo a questo senso di onnipotenza energetica, il 26 aprile 1987 accadde il disastro di Chernobyl. Al tempo, nel nord Italia, ci si chiedeva come fosse stato possibile che un incidente avvenuto a duemila chilometri di distanza avesse potuto sconvolgere la routine quotidiana di chiunque al punto che nemmeno l’agricoltura poteva essere più considerata un’attività priva di rischio.

Ci sono poche cose che sappiamo essere certe riguardo al disastro di Chernobyl. Una di queste é che nel nord Italia, per un certo periodo, l’insalata doveva essere lavata almeno tre volte prima di essere messa in tavola, proprio al fine di rimuovere ogni radiazione residua.

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Le cose che non sappiamo sono molte di più, e molto più interessanti.

Alla fine degli anni Ottanta, la Guerra Fredda era al capolinea: Gorbaciov mise le basi per una parziale (molto parziale) europeizzazione dell’URSS, e i rapporti con gli Stati Uniti cominciarono a distendersi. In questo clima, un disastro nucleare non fu il modo migliore per assicurarsi un posto al sole tra i paesi occidentali. Ci sono molti modi per riscattare l’immagine di un paese pericolante, e quasi tutte cominciano da una mezza verità.

La causa dell’incidente di Chernobyl é stata quasi sempre attribuita a errori umani. L’omonima serie tv di Johan Renck del 2019 dipinge il disastro con un’accuratezza storica meticolosa: ogni singolo evento raccontato é reale, ogni personaggio é una persona realmente esistita, la fisica dietro all’incidente é presentata in modo assolutamente efficace.

A livello tecnico, l’esplosione di Chernobyl fu causata da test di sicurezza finiti male per via di una reazione termodinamica inaspettata, provocata da una serie di decisioni superficiali prese degli operatori in servizio al momento del disastro. Le nuvole tossiche provenienti dai cieli ucraini cominciarono a fluttuare sopra la Baviera, la Francia e l’Italia. Così, dopo un primo momento in cui l’URSS provò a tenere nascosta l’entità dell’incidente, dovette arrendersi agli eventi e iniziare a a raccontare al resto del mondo i dettagli del pasticcio nucleare appena avvenuto.

Ciò che venne dopo, tutto sommato, non fu gestito così male.

Chi abitava nei dintorni della centrale venne evacuato e curato e centinaia di scienziati si mobilitano con successo per evitare ulteriori conseguenze disastrose. Certo, moltissime vite umane, animali e vegetali furono perdute per sempre, e le radiazioni influenzarono per decenni la vita di chi viveva nei luoghi limitrofi a Chernobyl. Tuttavia, se teniamo in consideriamo il fatto che nella storia non si era mai verificato un disastro nucleare dell’entità di quello di Chernobyl, possiamo anche affermare che poteva andare peggio.

Quello di Chernobyl, però, non fu solamente un incidente: l’errore, in realtà, partì da molto lontano. La centrale venne costruita sulla base di compromessi tecnologici, utilizzando materiali poco sicuri. Questa superficialità nella costruzione rese irreparabile la fatale serie di errori umani commessi tra la notte del 25 e la mattina del 26 aprile. Gli operatori in servizio quella notte vennero processati, in una caccia alle streghe per selezionare dei credibili capri espiatori.

Raccontare la storia di Chernobyl parlando di leggerezze commesse da una decina di operatori è tanto facile quanto superficiale. Ammettere, però, le leggerezze commesse da squadre di ingegneri, politici, ambientalisti e legali in fase di costruzione è diverso.

Le conseguenze culturali dell’incidente di Chernobyl sono state catastrofiche.

L’Italia diventò completamente scettica nei confronti dell’energia nucleare. Le centrali esistenti vennero progressivamente spente e alcuni referendum misero la parola fine all’avventura nucleare italiana. Il terrore conseguito a Chernobyl é ancora palpabile, si é radicato nelle generazioni seguenti che hanno ascoltato genitori e nonni parlare delle conseguenze sul nostro territorio. L’energia nucleare é spesso sinonimo di inquinamento e sviluppo non sostenibile.

L’incidente di Fukushima nel 2008 ha tagliato definitivamente le gambe alla possibilità di reintrodurre il nucleare in Italia, tramortendo l’opinione pubblica.

Negli ultimi anni si é parlato a lungo dei modi per far fronte al cambiamento climatico, portando la crescita di CO2 in atmosfera a livelli accettabili. Assumendo che la domanda energetica nei prossimi anni rimarrà abbastanza costante e prendendo coscienza del fatto che é tecnologicamente impossibile basare la produzione energetica su fonti rinnovabili, l’unico modo per raggiungere uno scenario sostenibile é aumentare la produzione energetica da fonti nucleari.

E sí, sorpresa: l’uranio é economico, e le emissioni scaricate in atmosfera sono pari a zero.

L’Europa, che si basa tutt’ora in gran parte sul nucleare, non ha registrato seri incidenti negli ultimi trentacinque anni. Le scienza nel frattempo ha galoppato: le modalità per stoccare le scorie radioattive sono sempre più sicure e la probabilità di andare incontro a seri imprevisti é estremamente bassa.

Quando si pensa all’energia nucleare, però, quel 26 aprile del 1987 é la prima cosa che salta in mente, con tutti i campanelli d’allarme che ne conseguono. A dimostrazione del fatto che l’oggettività della scienza é estremamente soggettiva, e qualche leggerezza compiuta da qualche progettista e politico negli anni Sessanta può avere conseguenze devastanti sull’opinione pubblica.

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Marta Scamozzi
Valtellinese di nascita espatriata in Danimarca. Tra le sue missioni c’è quella di insegnare al mondo la pronuncia corretta della parola “Måneskin”. Laureata in ingegneria e appassionata di musica e cinema, divide la propria vita tra scrittura, arte e impianti termodinamici. Le sue religioni sono la Scienza, la comunicazione, Ingmar Bergman, gli Iron Maiden e Dodi Battaglia.

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